Rossi, procuratore-consulente di governo, ha taciuto
su papà Boschi e le indagini. Il Csm non archivia più, si muove il pg della
Cassazione
Il procuratore di Arezzo Roberto Rossi aveva assaporato il
lieto fine, mancava solo l’atto formale del Plenum del Csm e avrebbe ottenuto
l’archiviazione del procedimento per incompatibilità ambientale, proposta tre
giorni fa all’unanimità dalla Prima commissione. Invece, tutto per lui è
precipitato. Si avvicina un procedimento disciplinare: il procuratore generale
della Cassazione Pasquale Ciccolo ha avviato una pre-istruttoria.
Ipotizza una possibile violazione dell’obbligo di astensione
dall’indagine su Banca Etruria che ha avuto come vicepresidente Pier Luigi
Boschi, padre di Maria Elena, ministra del governo Renzi per cui Rossi è stato
consulente fino al 31 dicembre, senza mai aver segnalato al Csm un ipotetico
conflitto d’interesse. Di più: Rossi aveva già indagato su Boschi padre, come
ha rivelato Panorama, chiesto e ottenuto l’archiviazione due volte. L’ultima,
il 7 novembre 2013. A ottobre aveva organizzato – mentre era anche consulente
del governo Letta – un convegno ad Arezzo con l’allora ministro dell’Ambiente
Andrea Orlando e la deputata Boschi, con il padre, allora, indagato. All’attenzione
della Procura generale anche il criterio con il quale Rossi si è autoassegnato
le indagini su Banca Etruria. Il silenzio sulle inchieste a carico di Boschi è
il motivo per cui la Prima commissione ieri, all’unanimità, ha cestinato la
proposta di archiviazione e ha chiesto al competente procuratore generale di
Firenze una relazione sul lavoro di Rossi relativo al padre della ministra.
Durante la prima audizione, il 28 dicembre, il procuratore aveva detto: non
conosco “nessuno della famiglia Boschi”. Dopo le anticipazioni di Panorama, ha
provato a mettere una toppa che, come sempre, è peggio del buco. Ha scritto una
lettera al Csm per ammettere che ha indagato su Boschi padre (ha fatto un
riferimento generico a più inchieste) e di non averlo detto perché non gli è
stata posta una domanda specifica. E ha aggiunto che, però, non lo ha mai
incontrato.
La strategia “giustificazionista” ricalca quella seguita
durante la seconda audizione, tre giorni fa al Csm: c’è stato un equivoco, non
avevo parlato del direttorio ombra di Banca Etruria con Boschi vicepresidente
perché pensavo che le domande (poste da Piergiorgio Morosini e da Pierantonio
Zanettin) fossero sulla gestione precedente. La Commissione si era
accontentata, ma la scoperta di quelle indagini taciute su Boschi, ha fatto
fare marcia indietro ai consiglieri. Morosini e Antonello Ardituro, entrambi di
Area, spiegano che il caso è riaperto “a tutela della trasparenza e della
credibilità dell’operato della magistratura”. Zanettin (laico di Forza Italia)
si focalizza sulle omissioni di Rossi: “Abbiamo preso tutti atto con rammarico,
per la seconda volta, che le dichiarazioni rese alla Commissione sembrano non
corrispondere ai fatti”.
Bocciata la mozione contro il ministro delle Riforme: 373 no e 129 sì. Forza Italia non vota la sfiducia alla Boschi e Salvini minaccia: "C'è da rivedere alleanza per le amministrative". Di Battista contro il governo: "State prendendo in giro gli italiani"
Il risultato era scontato, meno le parole utilizzate dalla diretta interessata per respingere al mittente le accuse contro la sua famiglia. E’ stata bocciata come da pronostico (373 no contro 129 sì) la mozione del M5s contro il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. “Io amo mio padre, che è una persona perbene. Ma se ha sbagliato deve pagare, come tutti. Non c’è spazio per favoritismi. Se i fatti contestati fossero veri? Mi dimetterei”. La mozione di sfiducia individuale è stata presentata dal Movimento 5 Stelle prima a Montecitorio (dove il governo è blindato) e dopo le polemiche anche al Senato (dove invece i numeri sono più risicati), ma sarà discussa solo alla Camera: non ci sono infatti precedenti in cui un provvedimento individuale contro un ministro sia discusso in entrambe le camere.
A rendere praticamente impossibile far passare la sfiducia in Aula, ci si è messa anche la spaccatura del fronte delle opposizioni. Forza Italia infatti ha deciso di non partecipare al voto per non sostenere il provvedimento scritto dai 5 Stelle. Una decisione fortemente criticata dalla Lega Nord: “Se non votano con noi”, aveva detto in mattinata il segretario del Carroccio Matteo Salvini, “ci sarà da rivedere l’alleanza per le amministrative”. Così anche la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni: “Se Forza Italia non dovesse votare la sfiducia al governo in Senato (che invece sarà votata a gennaio ndr), anche se dubito accada, questo comprometterebbe parecchio delle nostre alleanze”.
A proteggere la rappresentate del governo, tutto il Partito democratico, forse per una delle poche volte compatto: “Se pensano di farci paura non ci conoscono”, ha commentato il sottosegretario e braccio destro di Renzi Luca Lotti, “bel boomerang, bravi”. In difesa della Boschi anche il renzianissimo Ernesto Carbone: “I grillini figli dei fascisti”, ha commentato su Twitter, “fanno la morale a noi? Sciacquatevi la bocca”. Contraria alla mozione, oltre ai democratici anche l’Italia dei Valori: “Azione vergognosa”, ha commentato Nello Formisano. “Dimostra quanto l’opposizione sia tragicamente non solo a corto di argomenti ma quanto non abbia scrupoli a strumentalizzare una vicenda, sconvolgendola, in cui il ministro nulla c’entra”.
Il discorso del ministro Boschi in Aula
Nel nome del padre, è stato un ministro Maria Elena Boschi di lotta e di governo quello intervenuto a Montecitorio per rispondere alla mozione di sfiducia individuale per il presunto conflitto di interessi nel caso Banca Etruria, dove Pier Luigi Boschi è stato vice presidente prima del commissariamento. Di governo, quando ha sottolineato che non ci saranno differenze di trattamento, di lotta quando ha rispedito al mittente le accuse contenute nel testo della mozione presentata dal Movimento 5 Stelle. “Non è mia intenzione esprimere valutazioni per la campagna contro la mia famiglia e contro il governo” ha detto la Boschi, che poi è entrata immediatamente nel vivo della questione: “C’è stato favoritismo, una corsia preferenziale? Questo è il quesito che viene posto. Se la risposta fosse sì, sarei io la prima a ritenere necessarie le mie dimissioni”. Il motivo della presa di posizione è tutto ‘governativo': “Sono orgogliosa di far parte di un esecutivo che esprime un concetto molto semplice: chi sbaglia deve pagare, chiunque sia, senza differenze e favoritismi. Se mio padre ha sbagliato deve pagare. Non devono esserci doppie misure”.
Successivamente la titolare delle Riforme è entrata nel merito della questione: “Mio padre accettò nel 2014 l’incarico nella Banca Etruria e con un decreto del febbraio 2015 gli è stato tolto l’incarico – ha detto – Dov’è il favoritismo nell’aver fatto perdere l’incarico a mio padre? Dov’è il favoritismo di Bankitalia nell’aver fatto pagare una multa di 144mila euro?”. Nel proseguimento della sua replica, il ministro prima ha ricordato le origini umili della sua famiglia, poi ha dato i numeri del presunto conflitto di interessi: “Non siamo la famiglia della Banca Etruria” ha detto, sottolineando che la sua famiglia possedeva poche migliaia di azioni, ognuna del valore (all’epoca) di circa un euro l’una, ma che oggi valgono zero. “Io posseggo, anzi possedevo, 1.557 azioni di Banca Etruria, per un valore totale di 1500 euro – ha detto – Oggi equivalgono zero e sono carta straccia. Anche altri in famiglia hanno piccoli pacchetti. Mio padre possedeva 7.550 azioni. Trovo suggestivo sentire che con un pacchetto di 1.557 azioni io fossi la proprietaria della banca o che lo fosse la mia famiglia. Dire che la Banca Etruria è la banca della famiglia Boschi è suggestivo, ma non corrisponde a verità fatti”.
Sui tempi dei rapporti dei Boschi con la banca, inoltre, il ministro ha aggiunto che “né io, né la mia famiglia abbiamo acquistato o venduto azioni da quando io sono stata al governo, nessun plusvalore può essere stato realizzato. Ma siccome non voglio che ci siano dubbi in questa Aula, proviamo ad immaginare che ci siano state azioni”. E giù con i numeri: “Prima del decreto il valore era sceso causando una minusvalenza. A seguito del decreto c’è stato un rialzo titoli che ha ridotto di 369 euro la minusvalenza – ha spiegato – Ammesso che avessi venduto azioni, ma non lo ho fatto, il grande conflitto di interesse di cui stiamo parlando al paese sono 369 euro. Analogo ragionamento vale per il pacchetto azionario della mia famiglia: ci sarebbe stato un conflitto di interessi per 2300 euro”.
Da qui la difesa personale: “Mi si dica che sono venuta meno ai miei doveri istituzionali, mi si dica, se lo si ritiene, che non sono all’altezza. Ma non vi consento di mettere in discussione la mia onestà, non ve lo consento io e non ve lo consentono i fatti che sono più forti del pressappochismo e della demagogia di questi giorni” ha detto la Boschi. La conclusione è in pure stile Renzi: “Volete indebolire il governo? Lasciate perdere. La realtà dei fatti – ha aggiunto la Boschi – è molto più forte del qualunquismo, della demagogia e del populismo che dice che alcuni non sono uguali davanti alla legge. Nella nostra Italia siamo tutti uguali davanti alla legge e questo è dimostrato. Auguro a tutti voi di giudicare i fatti, che sono più forti della demagogia. A chi pensa così di indebolire il governo, dico: lasciate perdere. Il Governo è attrezzato per respingere attacchi e portare avanti la nostra azione. Non ci fermeranno le bugie, ma andremo avanti per dare all’Italia una nuova opportunità”.
Di Battista (M5S): “State prendendo in giro gli italiani”
Al termine dell’intervento c’è stata una lunga standing ovation dei deputati del Pd. Applausi dal resto della maggioranza, mentre tutti i colleghi di governo si affollavano attorno a Boschi per abbracciarla. Immobili tanto i deputati di Sinistra italiana quanto quelli di M5S. La cui posizione è riassunta dall’intervento di Alessandro Di Battista: “Il dottor Boschi è stato nominato vice presidente un mese dopo che la figlia è diventata ministro, pensate di prendere in giro il Paese con il vostro doppiogiochismo?”. Accuse pesanti, ma non sono le uniche: “Il ministro Boschi ha un conflitto grande, non come una casa, come una banca” ha aggiunto l’esponente grillino, secondo cui “un ministro dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto, e lei – rivolgendosi alla Boschi – non lo è”.
Da qui l’accusa al governo nel suo complesso, ma sempre rivolta alla titolare delle Riforme: “Le esprimo la più totale indignazione verso il vostro governo per provvedimenti infami che hanno mandato sulla strada molti cittadini. Ha fatto un intervento pieno di pietismo e compassione, ma non abbiamo visto né pietismo da parte sua né da parte del Pd nei confronti di migliaia di cittadini truffati“. Poi Di Battista ha provato ad entrare nel merito della questione: “Pensate che il punto di valore siano le azioni? Il punto è semplice: il governo Renzi e prima il governo Letta ha favorito o meno gli interessi delle banche? La risposta è sì” ha detto. Poi la conclusione, con l’invito al ministro a farsi da parte: “Se quello che è successo a Boschi fosse accaduto in epoca berlusconiana, a Carfagna o Gelmini, sarebbero insorti tutti – ha detto – Oggi la mozione sarà bocciata. Non sappiamo se il caso si ingrosserà. Se dovessero sorgere altri elementi, evidentemente potrebbe succedere che il premier Renzi stesso possa chiedere di sacrificare il ministro Boschi – ha aggiunto – perché Renzi difende solo se stesso. Voteremo sì alla mozione, Boschi dimettiti. E viva l’Italia, nonostante questa oscena ipocrisia“.
Tensione Lega Nord-Forza Italia
Nel frattempo, la mozione di sfiducia presentata da M5s contro il ministro Boschi per il presunto conflitto di interessi nel caso Banca Etruria rischia di avere un effetto collaterale non di poco conto: rompere la coalizione di centrodestra e la ritrovata intesa tra Forza Italia e Lega Nord. Motivo del contendere è la decisione dei forzisti di uscire dall’Aula quando si tratterà di votare contro la titolare delle Riforme. Il Carroccio, invece, ha deciso di dire sì al provvedimento contro la Boschi, al pari dei grillini e di Sinistra italiana. Una distanza politica che non è andata giù al leader padano Matteo Salvini, che da Mosca non le ha mandate a dire. Le parole del segretario, però, non sono riferite al caso di specie, ma alla linea generale dei berlusconiani.
“Se Forza Italia non vota la sfiducia al governo, ci incazziamo e ci sarà da rivedere tutto, anche la coalizione Lega-Fi-Fdi per le amministrative” ha detto Salvini. Che poi ha spiegato la sua presa di posizione: “Al vertice di Arcore, questa settimana, abbiamo fatto un documento comune in cui ci impegnavamo tutti a votare mozioni di sfiducia nei confronti del governo – ha detto – Abbiamo detto che avremmo votato sia quelle individuali, sia quelle collegiali”. Oggi invece alla Camera Forza Italia si asterrà. “Non parteciperemo al voto di sfiducia individuale nei confronti del ministro” ha annunciato il deputato azzurro Giorgetti in aula, che poi ha richiamato l’attenzione sulla mozione di sfiducia nei confronti del governo presentata da Fi, Lega e Fdi. Per Salvini non basta: “Se anche sulla mozione contro il governo hanno cambiato idea e prevarrà la linea inciucista, a quel punto bisogna ripensare tutto” perché la Lega “fa accordi solo con chi è all’opposizione di Renzi“.
Renato Brunetta, poi, ha provato a stemperare la tensione rilanciando la mozione contro il governo anche al Senato: “Non abbiamo alcun dubbio che sarà presentata anche al Senato, e che conseguentemente ci sarà una relativa calendarizzazione della stessa, con la possibilità, per l’alternanza tra i due rami del Parlamento, di discuterla sempre a gennaio a Palazzo Madama” ha detto il capogruppo Fi alla Camera. “La mozione di sfiducia al governo a Montecitorio è stata scritta congiuntamente da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, così come deciso qualche giorno fa durante il vertice di Arcore tra Berlusconi, Salvini e Meloni. Alla Camera dei deputati questa mozione del centrodestra unito è stata presentata ed è già stata calendarizzare per metà gennaio 2016″.
Giorgia Meloni, poi, ha rincarato la dose contro i berlusconiani e spostato più in là l’asticella della tenuta dell’accordo: “La scelta di Forza Italia di non votare oggi la sfiducia è francamente incomprensibile, anche se come si sa avremmo preferito una sfiducia complessiva al Governo Renzi, come proposto da noi. Sarebbe una scelta tragica se non si volesse presentare analoga mozione di sfiducia al Governo Renzi, che il centrodestra ha presentato compattamente qui alla Camera, anche al Senato. Quello minerebbe ogni forma di collaborazione”. Fonte
Torna all’attacco
Alessandro Maiorano, storico accusatore del premier e impiegato del comune di
Firenze.
L’impiegato più anziano del
comune (in termini di servizio) torna ad accusare Matteo Renzi e ci mette
in mezzo questa volta anche il ministro Maria Elena Boschi. Un post
rilasciato sulla sua pagina facebook, farebbe intendere ad incontri “per
parlare di politica” tra la ministra e il premier, che sempre secondo lo
scritto si sarebbero svolti in Via degli Alfani 8 a Firenze. Via Degli
Alfani 8, per la cronaca è l’indirizzo dell’appartamento fiorentino
balzato recentemente alle cronache per lo “scandalo affitto”, che
l’imprenditore Marco Carrai pagava all’allora sindaco della sua città Matteo
Renzi.
Apparentemente nulla di
così scandaloso nel favore di un amico che si presta a pagarti l’affitto
di casa, ciò non fosse per il fatto che al tempo del generoso regalo, Renzi era
il sindaco della città dove Carrai imprenditore correva per diversi appalti e
nomine pubbliche.
Tornando ai fatti di oggi e
alla frase che lo stesso Maiorano ha scritto sul suo profilo facebook: “Renzi e
la boschi? Lo sa’ tutta Firenze che si incontravano in via Alfani 8 a Firenze
ultimo piano vista tetti per parlare di politica, sarebbe l’ora che Alfonso Signorini
tirasse fuori dal cassetto quelle 4 fotografie no? Così tanto per fare“, si
legge in aggiunta dell’esistenza di “4 fotografie”, che sempre secondo quanto
affermato dal dipendente comunale sarebbero in possesso del giornalista di
gossip Alfonso Signorini.
Insomma per il momento
potrebbe trattarsi solo dell’ennesima provocazione da parte dell’impiegato
fiorentino più inc….to della storia; rimaniamo comunque disponibili per
qualsiasi ulteriore chiarimento o precisazione in merito alla questione.
Dal superamento del bicameralismo perfetto, al nuovo sistema
per l’elezione del presidente della Repubblica. Piccola guida alle novità
introdotte con il ddl Boschi. I senatori eletti con i consiglieri regionali.
Solo 100 ma con l’immunità. Aumentano le firme per i referendum abrogativi e
per le leggi di iniziativa popolare. Cambiano le regole per i 5 giudici
costituzionali, scelti separatamente da Camera e Senato. Abolito il Cnel
La Ministra Maria Elena Boschi
La novità principale è la fine del bicameralismo perfetto. Ma
non è l’unica. C’è la riduzione del numero dei senatori, che passano da 315 a 100 (95
dei quali eletti dalle Regioni); la modifica del quorum per l’elezione del presidente della
Repubblica; l’abolizione
del Cnel (il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro);
l’innalzamento del numero delle firme necessarie per la presentazione delle leggi di iniziativa
popolare. Non solo. Fanno ingresso in Costituzione anche i referendum
popolari propositivi
e di indirizzo. Sono i punti fondamentali del disegno di legge di riforma costituzionale che
porta il nome della ministra Maria Elena Boschi e che ha provocato fibrillazioni all’interno
della maggioranza e scontri durissimi con le opposizioni, scaduti persino nell’insulto sessista.
Ma come cambia nel dettaglio la Carta del 1948?
Farà
tutto la Camera (o quasi)
Di fatto, con il varo della riforma, il Senato perde buona
parte delle sue prerogative. I nuovi inquilini di Palazzo Madama, per esempio, non voteranno più la
fiducia al governo: solo la Camera manterrà la funzione di controllo
sull’operato dell’esecutivo e potrà autorizzare a procedere nei confronti di premier e ministri
(anche se cessati dalla carica) per i reati commessi nell’esercizio del loro
mandato. Anche per quanto riguarda le leggi la musica cambia: i nuovi senatori
avranno voce in capitolo solo su quelle costituzionali, le ratifiche dei trattati internazionali che
riguardano l’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, le leggi elettorali degli
enti locali e quelle sui referendum popolari. Per il resto, la palla
passerà completamente nelle mani di Montecitorio. Un paletto però c’è: ogni disegno di legge approvato
dalla Camera verrà subito trasmesso al Senato che entro dieci giorni, su richiesta di un
terzo dei suoi componenti, potrà disporne l’esame. Nei trenta giorni successivi
l’Aula di Palazzo Madama potrà deliberare a maggioranza assoluta proposte di
modifica del testo sulle quali, in seguito, la Camera si pronuncerà in via definitiva. Ma
Montecitorio potrà rispedire al mittente, bocciandole, le proposte di Palazzo Madama.
Non solo. Ai nuovi senatori spetterà anche il compito di esprimersi sulle leggi di bilancio,
ma avranno a loro disposizione solo 15 giorni e dovranno raggiungere la maggioranza assoluta.
Ma anche in questo caso, l’ultima parola spetterà sempre alla Camera. Infine, il
governo potrà chiedere alla Camera che un provvedimento ritenuto fondamentale
per l’attuazione del suo programma sia esaminato in via prioritaria e votato entro 70 giorni (con
possibilità di proroga per altri 15).
Meno
senatori ma con l’immunità
Il ddl Boschi riduce, e di molto, il numero dei senatori che
scendono da 315 a 100. Di questi, 95 saranno eletti dalle Regioni (74 consiglieri e 21 sindaci)
“in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri
in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Si tratta di una delle novità principali rispetto
al testo uscito a marzo dalla Camera, introdotta per effetto di un compromesso
tra maggioranza e minoranza del Pd, che si opponeva alla non eleggibilità dei
nuovi senatori minacciando di non votare la riforma. L’intesa è stata raggiunta
grazie all’emendamento firmato dalla senatrice dem Anna Finocchiaro, in base al quale
sarà una legge
quadro, che verrà recepita dalle Regioni entro tre mesi
dall’approvazione definitiva della riforma, a stabilire se la selezione avverrà
tramite preferenze,
listino bloccato o a scorrimento. I restanti 5 inquilini di Palazzo
Madama verranno invece nominati dal capo dello Stato e rimarranno in carica
per 7 anni,
senza la possibilità di essere rinominati. Non scompaiono invece i senatori a vita:
saranno gli ex presidenti della Repubblica che non verranno conteggiati nel
numero dei senatori scelti dal Colle. I nuovi inquilini di Palazzo Madama non
riceveranno alcuna indennità aggiuntiva ma godranno dell’immunità parlamentare:
nessun arresto, perquisizione o intercettazione potrà avvenire senza il via libera
dell’Assemblea.
Cambia
il quorum per il Colle
Un’altra novità fondamentale della riforma del duo
Renzi-Boschi riguarda le modalità di elezione del presidente della Repubblica. Nel
nuovo assetto scompaiono i delegati regionali, che saranno sostituiti dai
‘nuovi’ senatori, ma soprattutto cambia il quorum. Nelle prime tre votazioni
resta dei due terzi dei componenti dell’Assemblea, come nell’attuale stesura
della Costituzione. Dalla quarta, invece, il quorum si abbassa a tre quinti dei componenti e
dalla settima ai tre quinti dei votanti. E poi, in caso di impedimento permanente,
morte o dimissioni sarà il presidente della Camera, e non più quello del Senato, a sostituire
il presidente della Repubblica “ad interim”. Diventando di fatto la seconda
carica dello Stato
Referendum
in salita
Si preannunciano tempi duri per coloro che vorranno
presentare un referendum o
un progetto di
legge di iniziativa popolare. Nel primo caso non basteranno più 500 mila
firme ma ne serviranno 800 mila. Di più: dopo le prime 400 mila la Corte costituzionale
dovrà dare un parere
di ammissibilità. Nel secondo caso, invece, il numero di firme
necessarie viene triplicato: da 50 mila a 150 mila. Vengono però introdotti
in Costituzione i referendum
popolari propositivi e di indirizzo: le Camere dovranno varare una legge
che ne stabilisca le modalità di attuazione.
Nomine
separate per i giudici della Consulta
Un altro dei punti principali oggetto del provvedimento è
quello che riguarda la nomina parlamentare dei 5 giudici della Consulta: questi non
saranno più eletti dal Parlamento riunito in seduta comune ma verranno scelti separatamente dalle
due Camere. Al Senato ne spetteranno due e alla Camera tre. Per la loro
elezione è richiesta la maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi
due scrutini, mentre dagli scrutini successivi è sufficiente la maggioranza dei tre quinti.
Il
Cnel chiude i battenti
Il premier l’aveva definito “un antipasto della
semplificazione della Pubblica amministrazione”. E così la riforma
costituzionale prevede l’abrogazione totale dell’articolo 99 della
Costituzione, quello riguardante il Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del
lavoro. Non tutto e subito, però: entro 30 giorni dall’entrata in vigore
della legge verrà nominato un commissario straordinario a cui sarà affidata la liquidazione
e la ricollocazione del personale presso la Corte dei Conti. Dal testo della Costituzione
viene eliminato
anche il riferimento alle Province. Ma sono previste anche delle
premialità per le Regioni ‘virtuose’, quelle cioè con i conti a posto, che
avranno la possibilità di devolution su questioni come l’istruzione e la formazione
professionale. Vengono inoltre eliminate le materie di competenza concorrente tra Stato e
Regioni: al primo viene attribuita la legislazione esclusiva in alcuni
ambiti come, per esempio, la politica estera, l’immigrazione e la difesa.
Palla
alla Consulta sulla legge elettorale
Il provvedimento prevede anche che prima della loro
promulgazione le leggi che disciplinano l’elezione dei parlamentari, tanto a
Montecitorio quanto a Palazzo Madama, potranno essere sottoposte al giudizio preventivo di
legittimità costituzionale da parte della Corte. Il ricorso
motivato dovrà essere presentato da almeno un quarto dei componenti della Camera o
almeno un terzo
dei componenti del Senato entro 10 giorni dall’approvazione della
norma. La Consulta si pronuncerà entro 30 giorni: in caso di dichiarazione di illegittimità la legge
non sarà promulgata.
Maggiore
equilibrio nella rappresentanza
Il ddl Boschi prevede infine la composizione di uno statuto delle opposizioni e
comprende i principi fondamentali per promuovere l’equilibrio di genere tra uomini e
donne nella rappresentanza. E ancora: oltre al buon andamento delle
amministrazioni, le leggi che regolano gli uffici pubblici dovranno assicurare
la loro
trasparenza.