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martedì 3 novembre 2015

Ci teniamo i terroristi e abbandoniamo i marò

Salvatore Girone e Massimiliano Latorre
Abbiamo scarcerato uno dei sospettati dell'attentato al Bardo e gli daremo asilo politico. Una tutela negata solo ai nostri fucilieri
Tra i tanti tristi primati dell'Italia, siamo l'unico Stato al mondo che ha legittimato la clandestinità, che investe le proprie risorse per farsi auto-invadere dai clandestini, che privilegia gli immigrati rispetto agli italiani nell'attribuzione delle risorse e dei servizi sociali per i più bisognosi, se ne è aggiunto un altro: siamo l'unico Stato al mondo che sta per concedere l'asilo politico a un sospetto terrorista islamico pur di non estradarlo in un Paese dove vige la pena di morte, mentre non abbiamo avuto remore a consegnare dei connazionali, dei fedelissimi servitori dello Stato, i nostri due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in un Paese dove vige la pena di morte.
I terroristi del mondo intero sanno che possono sbarcare e scorrazzare liberamente in Italia, presentandosi senza documenti, rifacendosi un identikit declinando le generalità che pare loro, pretendendo vitto, alloggio, abbigliamento, sigarette, ricarica del cellulare e assistenza medica gratuitamente, per sfuggire alle loro autorità, contattare o arruolare adepti alla guerra santa islamica, procurarsi armi, riciclare denaro sporco, essere pronti a perpetrare degli attentati nel nostro paese o all'estero.
Il caso del ventiduenne marocchino Abdelmajid Touil, clandestino, riparato dai famigliari residenti a Gaggiano, in provincia di Milano, è sconvolgente. La Tunisia ne ha chiesto l'estradizione per il suo coinvolgimento nella strage del Museo Al Bardo di Tunisi dello scorso 18 marzo, in cui furono uccisi 21 turisti tra cui 4 italiani. Gli inquirenti italiani concordano sul fatto che Touil è stato 3 giorni a Tunisi e 2 settimane in Libia, probabilmente nel territorio controllato dai terroristi dello «Stato islamico» dell'Isis, prima di sbarcare da clandestino a Porto Empedocle il 17 febbraio scorso. Ugualmente gli inquirenti italiani concordano, sulla base delle registrazioni di una scheda telefonica acquistata e attivata a Tunisi lo scorso 3 febbraio, che Touil era in contatto con i due terroristi islamici dell'Isis autori della strage del Museo Al Bardo.
Tuttavia gli inquirenti italiani sostengono che Touil li avrebbe contattati nella loro veste di «scafisti», non di terroristi. E, considerando che Touil, da quando sbarcò da clandestino a Porto Empedocle non si sarebbe mai mosso dall'Italia, è stato scagionato da qualsiasi ruolo nella strage del Museo Al Bardo. Le autorità giudiziarie italiane non si sono limitate a negare l'estradizione in Tunisia, ma si sono schierate al fianco degli avvocati di Touil per impedire che possa essere comunque espulso in quanto clandestino. Poi si è andati oltre, al di là di qualsiasi ragionevole ipotesi, considerando che abbiamo a fare con un soggetto che come minimo ha violato la nostra legge oltre ad essere accusato di terrorismo da uno Stato amico, chiedendo che gli si riconosca l'asilo politico.
Il Procuratore capo di Torino, Armando Spataro, ha spiegato che «in adesione ai principi enunciati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo», non possiamo neppure espellere Touil in quanto clandestino, perché una volta in Marocco potrebbe essere estradato in Tunisia dove è in vigore la pena di morte. Ed ecco perché, pur di sottrarci all'insistenza con cui la Tunisia lo richiede, gli avvocati di Touil hanno annunciato che richiederanno il riconoscimento dello status di rifugiato politico.
Benissimo! L'Italia si confermerà la Mecca del terrorismo islamico. Sin d'ora abbiamo dimostrato di non essere uno Stato affidabile nella lotta al terrorismo islamico globalizzato. Perché mai nel 2015 l'Italia ha espulso una cinquantina di predicatori d'odio, con la motivazione di essere collusi con il terrorismo islamico, in Paesi dove vige la pena di morte, mentre nel caso di Touil si dovrebbe fare un'eccezione? Ma soprattutto, perché mai abbiamo tradito due onesti militari italiani, in servizio per difendere lo Stato, consegnandoli per meschini interessi materiali ad uno Stato dove vige la pena di morte, mentre ora scopriamo che un sospetto terrorista islamico deve essere tutelato costi quel che costi? Vergogna!

IL SEGRETO DEI MARÒ

Toni Capuozzo e Capo Latorre
Potete credere per principio a Latorre e Girone quando dicono: «Siamo innocenti». Potete, sempre per principio, non credergli. Potete considerare le contraddizioni dell’indagine indiana importanti, oppure marginali. Ma chiedetevi: com’è possibile che dopo tre anni e mezzo i due marò non siano stati ancora rinviati a giudizio?
Il 15 febbraio 2012 nell’Oceano Indiano due pescatori vengono uccisi da una raffica di colpi sparata da una nave mercantile. Nello stesso giorno la Enrica Lexie, petroliera italiana con a bordo un Nucleo Militare di Protezione, ha respinto un tentativo di abbordaggio. Nel giro di poche ore la nave italiana inverte la rotta e viene fatta ormeggiare nel porto di Kochi, e qualche giorno dopo i due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, vengono arrestati. Comincia così il «caso marò», una vicenda che è diventata un limbo giudiziario fatto di inchieste approssimative, estenuanti dibattiti sulla giurisdizione e sull’immunità funzionale, rinvii e nulla di fatto.
Toni Capuozzo ricostruisce gli eventi, a cominciare dalla legge che consentì l’impiego di personale militare a bordo di navi mercantili. Spiega il groviglio giuridico che ha intrappolato due Paesi amici, l’Italia e l’India, e il peso degli interessi economici e politici che hanno condizionato la vicenda, gli errori di tre governi e cinque ministri degli Esteri italiani.
Girone e Latorre al primo rientro in Italia
Ma soprattutto ricostruisce l’incidente del 15 febbraio facendo emergere tutte le contraddizioni e le lacune dell’inchiesta indiana e avanzando un’ipotesi di innocenza dei due militari, mai fatta propria dalla diplomazia italiana. Latorre e Girone hanno sempre detto: «Siamo innocenti». Ma nessuno finora gli ha creduto. Perché?
Toni Capuozzo, nato in Friuli da padre napoletano e madre triestina, laureatosi in Sociologia a Trento, è giornalista dal 1979. Ha seguito, per la carta stampata (da «Lotta continua» a «Reporter», da «Panorama Mese» a «Epoca») e per la televisione (Studio Aperto, Tg4, Tg5), i conflitti in America Latina, Africa, Medio Oriente, Balcani e Asia. Dal 2001 cura e conduce il settimanale Terra!. Tra le sue pubblicazioni Il Giorno dopo la guerra (1996), Occhiaie di riguardo (2007), Adiós (2007) e Le guerre spiegate ai ragazzi (2012). Nel 2009 ha messo in scena, con Mauro Corona e Luigi Maieron, Tre uomini di parola, uno spettacolo i cui proventi hanno finanziato la costruzione di una casa-alloggio per il centro grandi ustionati di Herat (Afghanistan).
Un libro che va letto per riflettere sulle tante contraddizioni e le ridicole “prove” raccolte dall’India contro i due militari italiani senza che a Roma nessuno  avesse gli attribuiti o la volontà per reagire anche solo sbugiardando le falsità e il complotto messo in atto dalle autorità indiane. Una delle pagine più penose e umilianti della Storia italiana, che ben rappresenta il degrado di una classe politica incapace e indegna, raccontato da un grande giornalista, uno dei pochissimi che in questi tre anni e mezzo abbiano osato sfidare  il luogo comune della colpevolezza di Latorre e Girone e gli appelli  al ” basso profilo” che tre governi hanno rivolto ai media per cercare di ridurre la visibilità dei loro fallimenti e talvolta delle loro ignobili decisioni.

Intervista a Toni Capuozzo
di Antonio Angeli da Il Tempo del 2 giugno 2015
Affari, politica, ma anche tanta faciloneria e approssimazione dietro alla vicenda dei marò che oggi, 2 giugno 2015, Festa della Repubblica, dura da 1203 giorni. Nel libro di Toni Capuozzo «Il segreto dei marò», che sarà edito nei prossimi giorni da Mursia, in realtà i misteri sono più d’uno. Capuozzo non si accontenta di raccontarli, ma li seziona, ne fa l’autopsia, fino a svelarne la più profonda verità: Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono innocenti, ma per una colpa non commessa hanno già scontato tre anni e mezzo di pena.
Toni Capuozzo, perché i marò sono innocenti?
«Non nascondo nel libro di avere un pregiudizio favorevole, in base alla conoscenza personale con Latorre, che mi ha fatto da scorta, in Afghanistan nel 2006, e in generale per la mia esperienza. Non ho mai visto né sentito di un militare italiano con il grilletto facile. Mi è capitato più volte di trovarmi in situazioni di tensione e, al contrario, mi sono chiesto: ma quando sparano? I militari italiani sono prudenti, attenti e rispondono al fuoco se attaccati».
Che è accaduto ai marò?
«Non è un caso che gli indiani non siano arrivati a istruire un processo. Perché non c’è alcuna prova della loro colpevolezza, ci sono al contrario molte prove della loro innocenza».
E le indagini?
«Sono state svolte da attori diversi, da parte indiana, prima in Kerala dalla Guardia Costiera e dalla magistratura locale, poi è subentrata l’agenzia nazionale e la Corte Suprema, sono partiti con molta faciloneria, una grande approssimazione e con un teorema: sono stati gli italiani, sono colpevoli. Tutto ha avuto subito un forte connotato politico: erano giorni in cui il Partito del Congresso si giocava la maggioranza, in Kerala c’era l’elezione supplettiva per un deputato che era deceduto. L’incidente ai due pescatori rappresentava un’occasione formidabile, perché in Kerala ci sono tanti pescatori e una forte comunità cristiana e i due uccisi erano pescatori e cristiani. È questo il peccato originale: era già decisa la colpevolezza, bisognava solo acconciare un teorema. È stato fatto in modo facilone e maldestro».
E l’Italia?
«Se gli indiani sono maldestri, cosa che non gli ha consentito di arrivare a un processo, noi italiani siamo disastrosi. Convinti, all’inizio, che la cosa possa finire a tarallucci e vino, ci sfugge completamente la strumentalizzazione politica, tanto che acconsentiamo che la Lexie faccia rotta per il porto di Kochi, accettiamo che i due marò vengano fatti scendere dalla nave. Se non fosse accaduto si sarebbe arrivati in tempi incredibilmente più brevi a quell’arbitrato che ora emerge come un fantasma».
Nel suo libro spiega che chi ha avuto a che fare con questo caso ha fatto una rapida carriera.
«È vero che alcuni posti nella Marina militare sono dei trampolini di lancio. Chi guida la Squadra Navale è chiaro che poi avrà un incarico più importante, tutte persone che avevano carriere brillanti annunciate. Il sospetto è che queste carriere siano un omaggio ad un atteggiamento che ha accettato la supremazia della politica e dell’economia».


Il segreto dei marò
Toni Capuozzo
Editore Mursia 

Pagine: 280

Codice: 14477
EAN 9788842556138
Collana: Testimonianze fra cronaca e storia – Le nuove guerre





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Questo articolo non c'entra proprio nulla con lo scopo di questo blog, ma è mia intenzione - da Sottufficiale di Marina in pensione - portare all'attenzione pubblica qualsiasi notizia in merito alla vicenda che stanno vivendo i mie ex colleghi. Ho sempre creduto nell'innocenza di Latorre e Girone e che sono vittime di un complotto indiano per nascondere un crimine commesso da qualcuno di loro, ma non perchè indossavo la loro stessa Uniforme ma perché il "San Marco" non ha tra i loro ranghi uomini che "abbiamo il grilletto facile", come al contrario lo hanno i soldati americani. 
Fabio Angeletti