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DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

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giovedì 8 ottobre 2015

PALAZZO CHIGI - Il premier vorrebbe le elezioni solo nel 2017 ma Ignazio è appeso a un filo

Renzi non ne può più di lui ma attende la Procura
E ha paura del voto a Roma

Marino? È genovese. E quindi è tirchio: è attaccato ai suoi soldi, per quello ha speso quelli pubblici”. Era questa la battuta che circolava ieri in Campidoglio dopo la giunta e la decisione del sindaco di Roma di restituire tutto il denaro speso con la carta di credito del Comune di Roma. Cercando di evitare così le dimissioni. Marino vuole restare, ad andarsene non ci pensa proprio. Ma al Pd e a Palazzo Chigi basta la restituzione dei soldi per tenerlo in piedi? Evidentemente no, ma in questo momento la exit strategy non è chiara. Nonostante l’insofferenza conclamata da mesi da parte del premier, Matteo Renzi e la progressiva presa di distanza da parte del commissario del partito a Roma, Matteo Orfini. Il rimedio, per i vertici democratici, potrebbe essere peggiore del male. Ma è il deputato Pd Michele Anzaldi, in un’intervista all’Huffington post a rompere gli indugi e sparare a zero: “Roma merita questo stillicidio? E tutto questo quanto danneggia i dem nazionali?”. Due domande che potrebbero farsi in molti e non solo in Campidoglio. A breve dovrebbe arrivare la linea dai vertici nazionali del partito. Intanto le opposizioni vanno all’attacco e invocano le dimissioni. “Marino deve lasciare e Roma deve tornare al voto”, tuona Beppe Grillo. Renzi si sta interrogando in queste ore su come uscire da questa situazione. Perché il suo progetto era lasciarlo alla guida del Campidoglio almeno fino alla fine del Giubileo, possibilmente fino a scavallare la finestra elettorale di primavera e poi farlo cadere dopo. “Il Pd farà un talent per cercare un candidato alternativo”, la battuta che circolava ieri in Parlamento. Perché fino ad ora il primo cittadino è rimasto dov’è per evitare risvolti negativi sul Giubileo con il commissariamento. E poi i Dem non saprebbero con chi sostituirlo e sono convinti che perderebbero le elezioni.
Ma adesso le cose potrebbero cambiare e anche rapidamente: prima di tutto il procuratore Pignatone potrebbe incriminare il sindaco per le spese della carta di credito. A quel punto, lui sarebbe automaticamente fuori. A cercare una soluzione è Orfini, insieme al vice segretario dem, Lorenzo Guerini. Tra le voci che circolano, quella che per mandare via Marino non si parla più di un anno ma di un mese di tempo. A novembre si voterà il bilancio del Comune e, nel caso in cui non dovesse essere approvato, il Campidoglio può essere commissariato per poi tornare al voto nel 2017. Questo sarebbe uno dei possibili scenari, che il Pd sta vagliando. Nel frattempo, Renzi tace. A questo punto, con il sindaco scaricato platealmente pure da Bergoglio, basterebbe anche una sua parola. Ma fino a che Palazzo Chigi non valuta bene mosse e conseguenze ufficialmente non si parla. Il sindaco però sembra più debole di ieri.

giovedì 30 luglio 2015

AZZOLLINI salvo, ovvero come il Potere piscia in bocca agli elettori

da... il Fatto Quotidiano di Peter Gomez - 29 luglio 2015


Antonio Azzollini è salvo. Più della metà dei senatori del Pd, dopo il via libera del capogruppo Luigi Zanda, ha votato secondo coscienza. Molti di loro però una coscienza non l’hanno mai avuta. Altri invece se la sono venduta nel frattempo. Così dal Senato della Repubblica arriva un messaggio chiaro: Azzollini è un perseguitato da tutta la magistratura. Non solo dai Pm o dal gip di Trani. Ce l’hanno con lui pure i giudici del tribunale del riesame di Bari che il 2 luglio hanno confermato l’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti.
Ovviamente la verità è un’altra. Il fumus persecutionis non c’è. Ma Azzollini è un potente esponente del Ncd, partito indispensabile alla sopravvivenza della maggioranza. E soprattutto ha presieduto per dodici anni la commissione Bilancio del Senato, un organismo che filtra le leggi spesa e che da sempre è il luogo in cui avvengono scambi di ogni tipo. Se i parlamentari vogliono finanziare una strada, un’opera pubblica, un ente del proprio collegio elettorale o in in qualche modo utile ai propri accoliti, devono passare da lì.
Questa è l’origine del suo potere. E in questo modo si spiega pure la sua arroganza. Emersa nell’inchiesta sul porto di Molfetta (uno maxi-truffa da 170 milioni di euro, per cui il Senato ha già negato l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche) durante la quale più testimoni hanno parlato di presunte pressioni e minacce rivolte da Azzolini a funzionari pubblici per spingerli a non collaborare con gli investigatori. E diventata di dominio pubblico quando, nell’indagine sul crac da 500 milioni di euro della Casa di Cura Divina Provvidenza di Bisceglie, altri due testi, hanno detto di averlo sentito pronunciare con una suora una frase destinata a entrare nella storia  del malaffare politico italiano: Da oggi in poi qui comando io, sennò vi piscio in bocca”.
Come molti ricorderanno, la religiosa, arrestata assieme ad altre 10 persone, davanti al gip si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Poi ha inviato un memoriale in cui nega di averlo sentito pronunciare la minaccia.
Non sta a noi (né al Parlamento) stabilire chi abbia ragione. Lo faranno i giudici. Sappiamo però che i testimoni hanno l’obbligo di dire la verità. Gli indagati no.
Sappiamo anche che con il voto pro Azzollini il Senato ha pisciato in bocca ai cittadini. A tutti quegli italiani che a bocca aperta speravano nella rottamazione di Matteo Renzi e che ora devono constatare come il suo Pd stia invece rottamando il proprio elettorato e quel poco di buono che ancora rimaneva della sua storia.
La truffa politica è evidente. L’11 giugno il presidente del partito, Matteo Orfini, dichiara: “Credo che di fronte a una richiesta del genere si debbano valutare le carte, ma mi pare che sia inevitabile votare a favore dell’arresto”. Mancano tre giorni ai ballottaggi  delle comunali, apparire morbidi non conviene. La giunta per le immunità dà così il via a una lunga istruttoria. Legge le carte, convoca Azzollini, il Pd vota per le manette. Si arriva al Senato dove i documenti processuali non li ha visti quasi nessuno. Il capogruppo Zanda, però manda una lettera ai propri senatori con cui lascia a tutti la libertà di coscienza.

I vertici del partito non dicono una parola. Sanno che il voto è segreto. Che il risultato è scontato. Ma stanno zitti. Poi, a salvataggio compiuto, interviene il vice-segretario Dem, Debora Serracchiani, che dice: Sono arrabbiata. Credo che abbiamo commesso un errore. Se fossi stato senatore avrei votato sì.


Dalla pisciata in bocca, si passa a quella in testa. Se non fosse luglio ci direbbero che piove.