VIDEO 5 GIORNI A 5 STELLE

DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

martedì 10 maggio 2016

“Ecco la nuova Costituzione” Il libro che fa infuriare i prof

Segnalazione urgente: la casa editrice Simone, nella linea Simone per la scuola, ha pubblicato un compendio che spiega ai ragazzi come sarà la Costituzione riformata, quella post referendaria. Così, come se la cosa fosse già fatta, senza tener conto del referendum di ottobre e di quale sarà il suo esito. L’allarme sui social network è circolato rapidamente: si parlava di una diffusione gratuita, di una distribuzione propagandistica per il Sì, di una lettura forzata negli istituti. Esagerazioni, certo. Nelle scuole ancora non c'è traccia di questo volume dal titolo La nuova Costituzione spiegata ai ragazzi e nessuno sta costringendo nessuno a comprarlo. Però, sul web è in vendita. Ed è già nelle mani dei rappresentanti di libri che in questi giorni vanno di scuola in scuola per convincere i docenti ad adottare, per il prossimo anno scolastico, i libri che promuovono. Il volume ha 162 pagine, è un susseguirsi di analisi e commenti degli articoli della Costituzione italiana. Fino allo scorso anno il titolo del libro era La Costituzione spiegata ai ragazzi, prima ancora c'era La Costituzione esplicata. Quest'anno è stata aggiunta la parola “nuova” perché la seconda parte della Carta viene commentata alla luce della riforma costituzionale, assumendone quindi l'entrata in vigore e dimenticandosi del referendum di ottobre che potrebbe avere anche esito negativo. Tanto che riquadri aggiuntivi, in cima, riportano la frase “Come sarà”.
L’ALLARME può essere giustificato: “La novità della presente edizione –si legge nella presentazione e su ogni sito che lo vende – è una prima introduzione, con opportuni box in calce ai singoli articoli, al testo della revisione della Parte II della Costituzione”. Il superamento del bicameralismo perfetto con la trasformazione del Senato in un’assemblea di rappresentanti delle istituzioni territoriali, la nuova disciplina per il Titolo V con la cancellazione delle province, la ridefinizione delle competenze delle Regioni: c'è tutto. “Il testo – si legge – costituisce un valido strumento didattico e favorisce un primo approccio con la ‘rivoluzione’ che l’anno prossimo probabilmente investirà il nostro ordinamento costituzionale”. Rivoluzione. Al telefono risponde Federico Del Giudice, 70 anni, autore del volume e docente universitario in pensione che ha insegnato diritto pubblico comparato all'Università Orientale di Napoli. Dimentica di dire che è anche il socio di maggioranza – con il 93 per cento delle azioni – della casa editrice napoletana (gli altri quattro soci sono tutti suoi parenti) famosa per i manuali giuridici-economici e per i compendi per l'università e la preparazione a concorsi di ogni tipo. “C'è scritto la nuova Costituzione? – dice sorpreso –. Spero proprio che non ci sia il mio nome su una cosa del genere”. Verificato che invece il suo nome c’è, chiede di aspettare. “Cerco di capire quale testa deve cadere”, poi riaggancia. Richiamerà nel pomeriggio per spiegare il malinteso: “È stato causato dal redattore della sezione scolastica. Sa, le esigenze di marketing portano a mettere titoli che possano invogliare i docenti a decidere di adottare il volume. La parola nuovo attrae sempre. E qui hanno pensato di farlo così”. Poi si dissocia. Dice che non ne sapeva nulla, che è stata un’iniziativa del settore che si occupa della scolastica. “Sicura - mente la titolazione è impropria e fuorviante: ne faccio ammenda – dice, difendendo però l’autonomia della scelta –. Il volumetto non ha, per motivi didattici e adozionali, alcuna pretesa critica sui contenuti della riforma, ma si limita a illustrare i valori dell’attuale Costituzione e quello che potrebbe succedere se la riforma fosse approvata”. Poi, però, si infiamma, si definisce un “an - ti-sistema”, i suoi discorsi sono tutti in difesa della Carta e della democrazia. Ripete spesso le parole “premier, amici del premier, distruzione della Costituzione, parla dell'importanza della democrazia popolare”. Dice che sarebbe bastato sfogliare i suoi numerosi scritti per comprendere la sua posizione come costituzionalista e strenuo difensore dei valori della Repubblica: “Mi sono più volte espresso in maniera critica verso una riforma che penalizza fortemente la centralità del Parlamento, avviando quella che con un neologismo è definita una dittatura della maggioranza”.
BISOGNERÀ vedere se questa spiegazione placherà le critiche: “Sarebbe bastato aggiungere delle note a margine, come stanno già facendo molti libri di testo - spiega al Fatto Marina Fassina, che insegna diritto nelle scuole superiori - e magari non scegliere quel titolo”. I professori sanno che l’intenzione era battere sul tempo gli altri editori. “La casa editrice è intervenuta a gamba tesa nel bel mezzo della campagna referendaria, dando per scontata la vittoria del Sì – scrive Caterina Abbate –. Mi auguro che i docenti non cadano nella trappola e non adottino il testo. E, soprattutto, mi auguro la vittoria del No. Così il libro della Simone andrà al macero”. A noi, intanto, del Giudice lo ha promesso: lo ritirerà oggi stesso. Vedremo.
Il F.Q. del 10 maggio 2016 – pag. 4

IL GIOCO SPORCO DI GOVERNO E PD


Le istituzioni zittiscono i giudici del No invocando regole di correttezza che sono le prime a violare
Che sarebbe stata una sfida difficile, quella di vincere il referendum costituzionale e la battaglia contro l’Italicum, lo sapevamo benissimo. Conosciamo la sproporzione dei mezzi di comunicazione e la difficoltà di spiegare a un Paese oppresso da problemi di sopravvivenza l’importanza di non cedere su alcuni diritti fondamentali. Ma forse non avevamo previsto fino a che punto il governo avrebbe giocato sporco, con metodi poco dignitosi e scorretti. Il metodo è lo stesso adottato nella discussione in Parlamento: procedere a testa bassa, senza ascoltare le ragioni degli altri, insultandoli appena possibile. Ma il gioco sporco rivela anche i nuovi timori del governo che, per la prima volta da quando ha deciso di giocarsi tutto sulle regole della democrazia, non è più tanto sicuro di stravincere il plebiscito. Hanno cominciato Matteo Renzi e il Pd toscano il 2 maggio invitando al teatro Niccolini di Firenze il partigiano Silvano Sarti, decano dei partigiani fiorentini, spacciando la sua presenza e le sue poche parole per un’adesione al Sì. Sarti ha capito e ha dovuto indire una conferenza stampa per precisare: “La mia presenza al Niccolini è stata strumentalizzata, non ne avevo avvertito la pericolosità, spero e farò di tutto perché non accada piu, chiedo scusa ai compagni e alle compagne se è passato un altro tipo di messaggio: la mia posizione è un convinto No. Noi partigiani siamo la coscienza critica della democrazia e difenderemo sempre la nostra Costituzione”. Bravo Sarti: ci hanno provato, gli è andata male. Renzi gioca sporco a ogni ora del giorno, approfittando degli spazi riservati al governo dai mezzi di comunicazione, senza che mai il giornalista di turno balbetti due paroline per ricordare che manca il contraddittorio. Qualunque sia il contesto, non manca mai l’appello al Sì nel Decisivo Appuntamento di ottobre. Poi però il governo e il Pd protestano se qualche magistrato osa esprimersi per il No. Non devono parlare, sono cittadini senza diritti. Zitti stiano, semmai aiùtino il Sì. Le istituzioni invocano regole che non rispettano. Parla addirittura il presidente Mattarella, e non in Italia, ma dagli Usa, per dire che voterà Sì. E lo fa capire Giuliano Amato, giudice costituzionale: lui che dagli anni della “Grande Riforma” di Craxi non vede l’ora di mettere le mani sul Parlamento, rendendolo un po’meno autonomo e un po’ più suddito. Renzi annuncia che la sua Costituzione sarà spiegata nelle scuole: i nostri giovani, a cui nessuno ha insegnato la Costituzione del ’48, impareranno quella di Renzi-Boschi-Verdini. Ce lo siamo meritati, non avendo fatto abbastanza per imporre nei licei lo studio di quella splendida pagina della nostra storia, come in tutto il mondo civile. Il potere gioca sporco: la Boschi va a Perugia per lanciare la campagna del Sì, viene contestata da sparuti gruppetti di leghisti e di Casa Pound, mentre pochi aderenti al Comitato del No distribuiscono volantini. E si permette di dire: “Fa un po’ strano che nel fronte contrario alle riforme costituzionali ci siano anche pezzi della sinistra che incarnano certi valori a difesa della Carta e votano insieme a Casa Pound al referendum”. Una “vergognosa grossolanità che dà un’idea del tono con cui i vertici del governo e del Pd intendono condurre la campagna referendaria”, ha commentato Mauro Volpi del Comitato del No. Ora circola con insistenza una voce: il governo ha pronto un manifesto di Berlinguer che dice qualcosa sul monocameralismo (nei tempi della legge elettorale proporzionale!), da distribuire in tutta Italia, totalmente fuori contesto. Il potere gioca sporco e sarà un crescendo fino a ottobre. Un’altra ragione, se non bastassero quelle che già abbiamo, per votare No e lavorare con la determinazione e l’onestà di cui siamo capaci nei momenti decisivi della nostra storia.
Il F.Q. del 10 maggio 2016 – pag. 4

Ma nel M5S respirano: “Bene il primo test nelle urne”

È stato solo un primo test, però vale già un sospiro di sollievo: “A Bolzano abbiamo preso sei consiglieri, l’effetto Nogarin nelle urne non c’è stato”. Pensano positivo dentro i Cinque Stelle. Però sperano che il caso del sindaco di Livorno sparisca presto dai titoli. Perché è vero, vertici e parlamentari stanno dalla parte dell’ingegnere, e anche la base pare in grande maggioranza con Nogarin, a leggere il web. Tuttavia, meglio non esporsi troppo, perché c’è un’indagine aperta e sui motivi dell’avviso di garanzia non ci sono certezze. Se Nogarin fosse effettivamente indagato per l’assunzione di 33 precari della municipalizzata dei rifiuti, “benedetta” dai vertici, il M5S rimarrebbe con lui. Ma se spuntassero altri elementi, il quadro potrebbe mutare. Soprattutto sotto campagna elettorale. Quindi si rimane sulla linea annunciata dallo stesso sindaco sabato: “Nogarin si dovrà dimettere se emergesse dagli atti della procura una condotta contraria alla legge ma, ancora prima, ai principi del M5S”. E proprio il riferirsi ai princìpi del M5S prima che alla legge ordinaria è la possibile crepa su cui insiste il Pd. “Relegano la legge italiana in secondo piano” accusano i dem. E qualcosa smuovono, perché il M5S replica con un post di Di Maio (in trasferta a Parigi, ma consultato da Roma): “Renzi ha ammesso che nel Pd c’è una questione morale, ma qualcosa non torna se poi il Pd stesso ci accusa M5S di far prevalere i nostri codici di autoregolamentazione. Non era ciò che intendeva dire chi per primo denunciò la questione morale, Enrico Berlinguer?”. Chiara la mossa, ritorcere ancora contro gli ex rossi il loro totem. Su Aamps invece risponde il capogruppo a Livorno, Alessio Batini, con l’intento di mostrare un gruppo locale compatto attorno a Nogarin. Perché è lì che si potrebbe spostare la linea del fuoco dem, sulle possibili tensioni tra i consiglieri. Da Roma lo sanno. E monitorano, tifando silenzio.
Il F.Q. del 10 maggio 2016 – pag. 7

sabato 7 maggio 2016

#5giornia5stelle del 6 Maggio 2016 - #lacartadellonestà

Continua la raffica di arresti tra i politici del PD, e si avvia a superare ormai la media di uno al giorno. E’ passata da un pezzo l’ora di una legge contro la corruzione, per questo il M5S ha presentato in Parlamento la sua Carta dell’Onestà: come spiega Alessandro Di Battista, la corruzione toglie risorse al lavoro ed alle imprese. E’ giusto quindi applicare una Daspo non solo ai politici corrotti, ma anche alle aziende che praticano la corruzione a svantaggio della concorrenza onesta.
In Aula alla Camera arriva Renzi. Il nostro capogruppo Michele Dell’Orco ne approfitta per chiedergli, per l’ennesima volta,chi sono i finanziatori del suo partito visto che il governo approva solo leggi a favore di petrolieri e banchieri. La risposta di Renzi? Minaccia di fare causa al M5S che ha osato l’oltraggiosa domanda. Carlo Sibilia ribadisce che Renzi non ha fatto leggi a favore dei cittadini perché costoro non hanno ormai più nulla da dare.
Da Bruxelles, la nostra portavoce Tiziana Beghin ci racconta delle clamorose rivelazioni a seguito dei leaks sul TTIP, il Trattato Transatlantico tra Europa e Usa. Nel testo è scritto nero su bianco che gli Stati Uniti puntano a favorire le loro esportazioni a svantaggio delle nostre, in particolare per quello che riguarda agricoltura e prodotti alimentari. Il rischio concreto è quello di un’invasione di prodotti OGM e ormoni e dell’abolizione del marchio DOP. Riccardo Fraccaro, alla Camera, invita i cittadini a partecipare alla manifestazione contro il TTIP che si terrà sabato 7 maggio a Roma.
Tiziana Ciprini e Claudio Cominardi, della Commissione Lavoro alla Camera, sono stati in visita ad una delle nuove bellissime realtà che si stanno diffondendo in Italia: aziende decotte e destinate alla chiusura che vengono rilevate dagli operai costituiti in cooperativa e riportate in produzione. Tiziana e Claudio intervistano gli operai e si fanno raccontare.
Al Senato, Enrico Cappelletti interviene sulla legge per contrastare il fenomeno del negazionismo storico. La legge è importante, ma noi crediamo che in primo luogo occorra un cambiamento culturale.
Il consumo di suolo arriva ancora in aula alla Camera, una legge che è stata stravolta dalla maggioranza al punto da diventare quasi un aiuto ai cementisti. Il nostro Massimiliano Bernini sottolinea come in Italia ormai il consumo di terreno agricolo abbia raggiunto livelli insostenibili, e come la cementificazione non rappresenti solo un danno ambientale ma ci esponga anche ad un grave rischio sull’approvvigionamento alimentare.
Per finire, buone notizie da Bruxelles sulla questione TAV. Il M5S, ci racconta Marco Valli, è riuscito a portare in Parlamento e a far approvare una proposta che impone trasparenza sui finanziamenti al TAV. Daniela Aiuto riferisce che ufficialmente le informazioni sui finanziamenti non sono rese disponibili “per non turbare l’ordine pubblico”. In realtà, abbiamo scoperto che esiste un veto di Italia e Francia per non far sapere la verità ai cittadini. Il M5S non demorde: come sempre, vogliamo risposte.


giovedì 5 maggio 2016

M5S Roma, guerra per il vice La Raggi sceglie il fedelissimo

Gli allora Consiglieri Raggi - De Vito e Frongia
La candidata M5S e il ticket con Frongia: salta “l’accordo” con il secondo classificato
La battaglia campale, la presa di Roma, impone understatement. E Marcello De Vito, in queste settimane, sta dando prova di incredibile autocontrollo. È uno dei quattro ex consiglieri comunali del M5S in Campidoglio: quello sconfitto da Virginia Raggi nella corsa online per la candidatura a sindaco. Già volto dei grillini alle amministrative di tre anni fa, De Vito contava di fare il bis nel 2016. Invece le comunarie di Roma hanno deciso per la telegenica (copyright Silvio Berlusconi) avvocatessa, mesi fa “benedetta” anche dalla casa madre di Milano, la Casaleggio Associati.
Ma a Roma tutti sanno che il verdetto del web a De Vito e al suo sponsor, la deputata Roberta Lombardi, non è mai andato giù. E infatti dal voto di febbraio entrambi si sono trincerati dietro un silenzio pressoché totale. Rumoroso soprattutto nel caso di Lombardi, che prima della votazione sfornava un comunicato al giorno su Roma. La deputata, si dice da settimane, è ai ferri corti con Raggi. Un gelo che Davide Casaleggio, il figlio dello scomparso Gianroberto, ha cercato di attenuare convocando a Milano la candidata sindaco, lo scorso 18 aprile. “Devi far lavorare anche Roberta sui territori”, le ha chiesto il figlio del guru. La mediazione è servita a ben poco: la Raggi va avanti dritta e ormai è certo che, se dovesse vincere, il suo vice non sarà De Vito. Prima delle comunarie, un tacito accordo tra le fazioni in campo stabiliva che allo sconfitto sarebbe stato riservato il ruolo da numero due. Soluzione invocata anche da Alessandro Di Battista, il primo sponsor della Raggi, in un’assemblea dei portavoce M5S romani: “Proponiamo che il vincitore nomini il secondo in graduatoria come vicesindaco”. Lei aveva subito svicolato (“Vedremo”) nonostante avesse battuto il suo sfidante per soli 88 voti di scarto. La casella di vicesindaco, infatti, ha già un favoritissimo: Daniele Frongia, anche lui ex consigliere comunale. Al primo turno web conquistò 935 voti (la Raggi superò i 1500) ma inspiegabilmente decise di ritirare la sua candidatura a sindaco, rimanendo nella lista dei possibili consiglieri comunali. Eppure, da sempre, Frongia è considerato uno dei più preparati tra gli attivisti romani. Laurea in Statistica, ricercatore all’Istat, durante la giunta Marino è stato presidente della commissione di Revisione della Spesa. Nemmeno lui uscì indenne dalla guerra di dossier che si consumò alla vigilia del voto della Rete. Sentì parlare di “parenti con problemi giudiziari” e si autodenunciò: “Mio fratello ha commesso un errore legato alla marijuana”. Ora per molti attivisti il “sacrificio” di febbraio assume un significato diverso. Se non dovesse andare in porto l’ipotesi di vicesindaco, infatti, è pronto un ruolo da capo di gabinetto, altrettanto centrale nella squadra di governo. Della partita sarà sicuramente anche Salvatore Romeo, funzionario del Comune di Roma, che per alcuni è l’ipotesi b proprio per il ruolo di vice.
La prima opzione rimane Frongia, che in questi mesi, ha scritto un libro (E io pago, con Laura Maragnani per Chiare lettere). Un testo che è praticamente il programma economico della prossima consiliatura. Sprechi, tagli, investimenti: Frongia usa l’esperienza dei due anni e mezzo in Campidoglio per spiegare come far cambiare passo alla Capitale. Una “lezione”, tanto che Frongia sta tenendo un ciclo di incontri con i candidati per illustrare i “margini di risparmio” del prossimo bilancio comunale. Nei meet up cittadini il ticket con la Raggi è pubblico e acclarato. Ma ciò non placa i malumori, già forti per il programma elettorale. Perché le idee elaborate nei tavoli di lavoro tematici sembrano aver trovato poco spazio nelle bozze di programma in circolazione. “Virginia va troppo per conto proprio”, sussurrano molti parlamentari romani, che tengono continue riunioni sulla campagna per il Campidoglio. Oggi la candidata presenterà le sue ricette su mobilità e trasporti in Senato. Da protagonista, che rischia di rimanere troppo sola.
Il F.Q. del 5 maggio 2016 – pag. 8

E vissero felici e immuni. Ecco il Senato “alla Boschi”

Consiglieri regionali, governatori e sindaci. Tra loro, secondo la riforma Boschi, saranno scelti i senatori. L’unico modo per impedirlo è il No al referendum di ottobre.
PIEMONTE - Il consigliere Daniele Valle (Pd) ha patteggiato sei mesi per le liste elettorali irregolari. Giovanni Corgnati è imputato con il sindaco di Vercelli, Maura Forte (Pd), per falso ideologico.
LOMBARDIA - Il governatore Roberto Maroni (Lega) è imputato per presunte pressioni in favore di due collaboratrici per un viaggio a Tokyo a spese di Expo. Il consigliere Mario Mantovani (Forza Italia) è indagato per corruzione e altri reati legati alla Sanità. Sempre la Sanità ha portato in carcere il leghista Fabio Rizzi (sospeso dal Consiglio). Tra i rinviati a giudizio per spese pazze: Raffaele Cattaneo e Alessandro Colucci (Ncd), Stefano Galli, Massimiliano Romeo e Angelo Ciocca (Lega nord), Luca Gaffuri (Pd), Elisabetta Fatuzzo (Pensionati). Luca Daniel Ferrazzi (Maroni presidente) è a processo per consulenze fantasma. Arrestato il sindaco di Lodi Simone Uggetti (Pd) per turbativa d’asta, a Como Mario Lucini (Pd) è indagato per le paratie sul lungolago.
LIGURIA - Rinviati a giudizio per spese pazze i consiglieri leghisti Edoardo Rixi e Francesco Bruzzone, nonché Matteo Rosso (Fd’I). Per l’alluvione 2014 Raffaella Paita ha ottenuto l’abbreviato. Nell’inchiesta sulla centrale di Vado Ligure sono indagati: Paita, Pippo Rossetti, Giovanni Barbagallo (centrosinistra) e Angelo Vaccarezza (centrodestra).
EMILIA ROMAGNA - Rimborsi gruppi in Regione: Galeazzo Bignami ed Enrico Aimi (FI) indagati per peculato. A Bologna il sindaco Virginio Merola (Pd) indagato per omissione d’atti d’ufficio per uno sgombero non fatto. Il sindaco di Rimini, Andrea Gnassi (Pd) indagato per associazione a delinquere e truffa nel caso Aeradria.
TOSCANA - Il sindaco di Siena, Bruno Valentini, è indagato per concorso in falso e omessa denuncia.
UMBRIA - Il vicegovernatore Fabio Paparelli sta affrontando un processo per abuso d’ufficio. Il sindaco di Terni, Leopoldo Di Girolamo è indagato nell’inchiesta sulla discarica di Vocabolo Valle.
MARCHE - Per le spese pazze sono indagati gli attuali consiglieri dem Gianluca Busilacchi, Enzo Giancarli, Gino Traversini e Angelo Sciapichetti. Indagato anche l’assessore Moreno Pieroni, eletto con “Uniti per le marche”. Indagati Luca Marconi dell’Udc e Mirco Carloni di Ap. Nel processo per le spese pazze è indagato il sindaco di Ascoli Piceno, Guido Castelli.
LAZIO - Il consigliere Mario Abbruzzese (Forza Italia) è indagato per le spese pazze. Michele Baldi (Zingaretti) è a processo a Perugia per firme false alle regionali 2010. Marco Vincenzi (Pd) è accusato di aver favorito finanziamenti alle coop di Salvatore Buzzi. Giancarlo Righini (FdI) è stato condannato in primo grado a 4 anni per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta. Francesco Storace condannato a sei mesi in primo grado per vilipendio al capo dello Stato (Napolitano). Il sindaco di Latina, Giovanni Di Giorgi (Fdi) rischia il processo per corruzione. Simone Petrangeli (Sel), sindaco di Rieti, è indagato per concorso in falso e turbativa d’asta.
MOLISE - Il consigliere Massimiliano Scarabeo (Pd) è indagato per truffa e frode fiscale.
PUGLIA - Il consigliere Michele Mazzarano è rinviato a giudizio per finanziamento illecito ai partiti. Donato Pentassuglia è imputato nel processo sull’Ilva con l’accusa di favoreggiamento. Fabiano Amati è condannato in appello a sei mesi per tentato abuso d’ufficio ed Ernesto Abaterusso condannato in primo grado ad un anno e sei mesi per truffa all’Inps. Mauro Vizzino è accusato di aver intascato 1.192 euro di ticket per prestazioni sanitarie mai eseguite.
BASILICATA - Il governatore Marcello Pittella (Pd) è indagato per corruzione elettorale; è rinviato a giudizio per i rimborsi come i consiglieri Paolo Castelluccio e Michele Napoli (Fi), Franco Mollica (Udc), Nicola Benedetto (Cd).
CAMPANIA - Luigi Bosco (De Luca) è indagato per turbativa d’asta. Il governatore Vincenzo De Luca è rinviato a giudizio per abuso d’ufficio. La consigliera Maria Grazia Di Scala (Forza Italia) è indagata ed è stata raggiunta nei mesi scorsi da un provvedimento cautelare per una vicenda di pressioni al titolare di un albergo di Ischia. Aniello Fiore (Campania Libera) è a giudizio per il Crescent e indagato per piazza della Libertà. Alberico Gambino (Fd’I) è condannato in primo grado per concussione. Carlo Iannace (De Luca) è condannato in primo grado a sei anni: da chirurgo avrebbe truccato cartelle cliniche per camuffare interventi estetici. Vincenzo Maraio (Psi) è indagato per Crescent e piazza della Libertà. Tra i rinviati a giudizio per Rimborsopoli: Nicola Marrazzo (Pd) e Carmine Mocerino (Caldoro Presidente). Pasquale Sommese (Ncd) è indagato per turbativa d’asta con l’aggravante del metodo mafioso.
CALABRIA - Rimborsopoli vede coinvolti i consiglieri Carlo Guccione (candidato a sindaco di Cosenza), Vincenzo Ciconte e Antonio Scalzo (Pd). Scalzo è stato rinviato a giudizio nel processo sull’Arpacal assieme a Giuseppe Graziano. Pino Gentile (Ncd, fratello del sottosegretario Tonino) è indagato nel l’inchiesta sull’edilizia sociale cosentina, mentre Orlandino Greco (Partito democratico) è indagato per corruzione elettorale e voto di scambio politico-mafioso. Il consigliere Michelangelo Mirabello è stato rinviato a giudizio per concorso in bancarotta. Mimmo Tallini (Forza Italia) è indagato nell’inchiesta Multopoli, in cui è coinvolto anche il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo.
SICILIA - Il consigliere Mario Alloro (Pd), Paolo Ruggirello, Santi Formica, Baldo Gucciardi, sono accusati di abuso di ufficio. Francesco Cascio (Ncd) è indagato per voto di scambio politico mafioso, e Salvatore Cascio è indagato per le visite in carcere a Totò Cuffaro. Nino Dina e Roberto Clemente sono finiti ai domiciliari per voto di scambio politico mafioso. Federico Pino è indagato per voto di scambio. Giuseppe Picciolo è indagato per simulazione di reato. Giovanni Di Mauro per omissione di atti d’ufficio. Nino D’Asero (Ncd) per le promozioni facili al Comune di Catania. Per i corsi d’oro della formazione professionale a Messina è imputato il consigliere Francesco Rinaldi, insieme al cognato Fracantonio Genovese (Fi). Giovanni Lo Sciuto è indagato per truffa. A Pippo Nicotra la Finanza ha sequestrato beni per 90mila euro nell’ambito di una truffa ai danni dello Stato. Marcello Greco è a giudizio per truffa e falso. Gaetano Cani è indagato per estorsione e ricettazione. Giuseppe Laccoto per falso e abuso di ufficio. Filippo Panarello, Bruno Marziano, Salvatore Lentini sono indagati per le spese pazze in Regione.
SARDEGNA - Giovanni Satta (Uds), accusato di traffico di droga, ha fatto il suo ingresso in Consiglio ieri. Satta ha condiviso la cella con il vice presidente del Consiglio Antonello Peru (Fi), arrestato per presunte tangenti. Indagati il presidente del Consiglio Gianfranco Ganau (Pd, per la realizzazione di un centro commerciale), i consiglieri Roberto Deriu (Pd, per l’alluvione) e Ugo Cappellacci (Fi, vicenda P3). Spese pazze: Franco Sabatini e Gavino Manca (Pd), Oscar Cherchi e Alberto Randazzo (Fi), Mario Floris (Uds), Giorgio Oppi e Christian Solinas (Psd’az).
Il F.Q. del 5 maggio 2016 – pag. 4

lunedì 2 maggio 2016

#5giornia5stelle del 29 Aprile 2016 - #spystory

A Genova, pochi giorni fa, un nuovo disastro “fossile”. Il petrolio sfuggito da un oleodotto inquina il fiume e arriva al mare, creando una chiazza di dieci chilometri. Alice Salvatore, portavoce in Regione Liguria, ci mostra le zone colpite mentre i parlamentari Alberto Zolezzi e Carlo Martelli raccontano cosa c’è dietro al business locale degli impianti petroliferi.
Matteo Mantero ricorda le proposte del M5S per superare la dipendenza dal fossile, e infine Alessandro Di Battista e Davide Crippa parlano in piazza ai cittadini: dobbiamo riuscire a superare il modello di sviluppo basato sul fossile, ma possiamo farlo solo tutti insieme.
Intanto il DEF arriva nelle aule parlamentari. Laura Castelli e Barbara Lezzi denunciano come il contenuto reale sia molto diverso dalla propaganda televisiva, dove il governo non fa che dipingere come rosea una situazione economica che è invece drammatica per il Paese. Per questo il M5S vota No al documento.
Da Bruxelles, Laura Ferrara ci porta una buona notizia: è stata una settimana importante, in cui il Parlamento Europeo ha approvato unarelazione M5S sulla trasparenza costruita passo passo dai portavoce insieme a tantissimi cittadini, sulla piattaforma Rousseau. Finalmente in Europa avremo più trasparenza durante i negoziati e nei trattati, un registro per tenere traccia dei lobbisti, la tutela dei whistleblowers. Insomma: basta porte chiuse!
Continuano gli scandali che vedono il PD indiscusso protagonista. In aula al senato Nunzia Catalfo denuncia i fatti di Caserta: corruzione, scambio voti, concorso esterno, turbativa d’asta, appalti illeciti, la fedina penale del Partito Democratico si allunga sempre più. E tra gli esponenti indagati, addirittura il Presidente del PD in Campania. I cittadini devono sapere, e soprattutto il parlamento non faccia ancora orecchie da mercante sull’ennesimo scandalo del partito di maggioranza.
Spy story a Roma. Il nostro Angelo Tofalo, membro Copasir, ci racconta gli intrighi renziani di cui sono oggetto i servizi segreti: scelte delicatissime e poltrone importantissime che diventano oggetto di giochi di Palazzo. Renzi infatti si ostina a voler nominare a tali decisive posizioni il suo vecchio amico Carrai, quello diventato famoso perché gli prestava casa a Firenze. Anche se Carrai non ha un curriculum adatto, Renzi vuole conferirgli una poltrona di consulenza strapagata sulla cybersecurity. Siamo alla privatizzazione dei servizi segreti, e ai segreti del Paese consegnati a chissachi?
Continua la campagna per le amministrative, e i nostri candidati sindaco presentano i loro programmi ai cittadini. Questa settimana è toccato a Matteo Brambilla a Napoli e a Gianluca Corrado a Milano.
Infine, il M5S non dimentica lo scandalo dei derivati. Alessio Villarosa denuncia come tali azzardi finanziari abbiano fatto perdere all’Italia ben 22 miliardi solo negli ultimi 4 anni, mentre la procura nega ai parlamentari l’accesso alle informazioni relative a tali strumenti. Daniele Pesco chiede: i cittadini italiani hanno o no il diritto di sapere come sono stati usati i loro soldi, sperperati al tavolo della finanza speculativa dai partiti insieme alle banche d’affari? 


martedì 26 aprile 2016

Il nuovo M5S: via Grillo dal blog, soldi dalla base

Nasce il “Portale delle Stelle”, on line il testamento politico di Casaleggio
Giorno della Liberazione, rivoluzione a Cinque Stelle. Pensata e descritta dal guru Gianroberto Casaleggio in una lettera che è un testamento politico. La miccia del futuro, per il M5s che brucia un simbolo e dice addio all’era dei diarchi, per darsi una struttura autonoma. Via dal blog il nome di Beppe Grillo, che compie un altro passo di lato, e spazio al portale “delle Stelle”. Ed ecco un’associazione, Rousseau che poi confluirà in una fondazione intitolata a Gianroberto Casaleggio, “con il coinvolgimento di esponenti del Movimento”. Sarà la nuova associazione a raccogliere fondi tramite bonifici e donazioni sul web.
SOLDI per finanziare il blog e l’omonima piattaforma web, quella Rousseau che è già parzialmente operativa. Un’agorà riservata agli iscritti a 5Stelle, dove votare le decisioni rilevanti, costruire i disegni di legge, scambiare idee. La spina dorsale del nuovo Movimento, in cui il Direttorio detterà la linea politica, consultando però la base sui passaggi fondamentali. Mentre Casaleggio junior gestirà le piattaforme web, il lascito del padre. Da erede che non vuole essere leader, ma che manterrà un ruolo e un peso. E che andrà ascoltato: anche da Luigi Di Maio, il candidato premier naturale. Infine, in campo rimane l’associazione Movimento 5Stelle, la pietra fondativa del M5s, che ha come presidente Beppe Grillo e come altri soci suo nipote e un commercialista di Genova. È sempre l’associazione fondatrice a controllare il simbolo del Movimento. Ma da qui a qualche settimana potrebbero entrarvi i big del Direttorio. E allora da una parte ci sarebbe l’ente di Casaleggio jr a gestire le piattaforme, dall’altra l’associazione a 5Stelle a rappresentare anche giuridicamente l’ala politica. Un’ipotesi. Mentre è una certezza il post ieri di Casaleggio jr sul blog. Sillabe dirette e dolenti: “Mio padre voleva che il suo progetto gli sopravvivesse, negli ultimi tempi mi chiese di attivarmi perché Rousseau e il Movimento 5 Stelle crescessero anche senza di lui. Creammo l’associazione Rousseau, che potesse operare senza scopo di lucro e ricevere donazioni da chi voleva sostenere il progetto”. Ammette il manager: “Il mio dispiacere è non essere riuscito a pubblicare Rousseau, il blog delle Stelle e ad annunciare in tempo l’associazione, anche se lui sapeva che tutto era pronto. Oggi sento la necessità di intestargli questa entità”. E allora, ecco l’associazione Rousseau “fondata con mio padre per i mesi necessari a creare e far riconoscere la fondazione Gianroberto Casaleggio in cui farò confluire le attività dell’associazione”.
POI SPAZIO a una lettera del papà, “che avrebbe voluto pubblicare quando tutto fosse stato pronto”. Così è Casaleggio senior ad annunciare “la nascita del blog delle Stelle, di tutti noi, di tutti voi” al posto di quello di Grillo (ma l’indirizzo ieri era ancora www.beppegrillo.it, ndr). Con Casaleggio in vita, l’artista aveva già tolto il suo nome dal simbolo. “Rimarrò il garante” ripete Grillo. Ma tanto sta cambiando. Ed è la lettera di Casaleggio a spiegare perché: “Oggi sono decine le voci autorevoli del M5s ed è necessaria un’evoluzione di una rivoluzione, portare il cittadino a decidere del suo destino”. Da qui il nuovo blog e Rousseau, “primo passo verso un’organizzazione degli strumenti di democrazia diretta”. Casaleggio chiosa sui fondi (“con la pubblicità sul blog non si ripagano i costi”). E assicura “votazioni più frequenti sui temi più importanti”. Potrebbe arrivarne presto una sullo iussoli, l’acquisizione del diritto di cittadinanza nel Paese in cui si è nati. Domenica sera, a Che tempo che fa, Di Maio ha detto: “Chi nasce in Italia, conosce la nostra lingua e la nostra cultura ha diritto di essere italiano”. Parole pesanti, dal primus inter pares di un M5s che spesso ha tenuto la barra verso destra sul tema. Esemplare il caso del reato di immigrazione clandestina, con due senatori, Buccarella e Cioffi, che ne proposero l’abolizione, provocando l’ira di Grillo e Casaleggio. Poi però, era il gennaio 2014, si votò sul blog, e gli iscritti appoggiarono la cancellazione del reato. Un’era dopo, Di Maio apre a una proposta quasi di sinistra. I parlamentari ne hanno discusso un paio di settimane fa, in un’assemblea congiunta. Va ancora elaborata una proposta dettagliata. Ma a dire la parola definitiva dovrebbero essere gli iscritti, sul blog.
Il F.Q. del 26 aprile 2016 – pag. 9

domenica 24 aprile 2016

Il giudice Piercamillo Davigo, consigliere presso la Cassazione e nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati, è diventato lo spauracchio del governo dopo la sua intervista al Corriere in cui attacca i corrotti e la corruzione. E' una curiosa coincidenza.
Il bombaminkia di Rignano, che forse non hai mai aperto un libro di storia, ha reagito con un originalissimo "Davigo chi?", ignorando il fatto che Davigo facesse parte del pool di Mani Pulite quando lui era noto solo per essere un boyscout che le sparava grosse.

Cosa ha detto Davigo, persona equilibrata, mai sopra le righe e degna della stima di tutti i cittadini onesti per far saltare i nervi al governo?

  • Ha detto che "prendere i corrotti è difficilissimo. Nessuno li denuncia, perché tutti hanno interesse al silenzio: per questo sarei favorevole alla non punibilità del primo che parla. Il punto non è aumentare le pene; è scoprire i reati. Anche con operazioni sotto copertura, come si fa con i trafficanti di droga o di materiale pedopornografico: mandando i poliziotti a offrire denaro ai politici, e arrestando chi accetta." Il M5S aveva proposto l'istituzione di agenti provocatori ma il Pd aveva bocciato l'emendamento dimostrando che non ha mai avuto nessuna intenzione reale di combattere la corruzione con tutti i mezzi disponibili
  • Ha detto che i partiti come sistema hanno ostacolato il lavoro della giustizia e della magistratura per farsi i loro interessi: "La destra abolì il falso in bilancio, attirandosi la condanna della comunità internazionale. La sinistra, stabilendo che i reati tributari erano tali solo se si riverberavano sulla dichiarazione dei redditi, introdusse la modica quantità di fondi neri per uso personale. E nessuno obiettò nulla"
  • Ha spiegato come funziona ora il sistema corruttivo: "Si ruba in modo meno organizzato. Tutto è lasciato all’iniziativa individuale o a gruppi temporanei. La corruzione è un reato seriale e diffusivo: chi lo commette, tende a ripeterlo, e a coinvolgere altri. Questo dà vita a un mercato illegale, che tende ad autoregolamentarsi: se il corruttore non paga, nessuno si fiderà più di lui. "
  • Ha ribadito, se mai ce ne fosse bisogno, che "Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti"
Sono parole sacrosante e condivisibili da tutti i cittadini onesti. Dalle sue parole è chiaro che il giudice non è contro il governo, è contro i corrotti. Se le cose coincidono la colpa non è di Davigo.
Più Davigo, meno corrotti!


#5giornia5stelle del 22 Aprile 2016 - #acquanonsivende

Questa settimana abbiamo detto addio alla "Legge popolare per la ripubblicizzazione dell'acqua". La prima firma era del MoVimento 5 Stelle, Federica Daga, ed era una legge per rispettare una volta per tutte la volontà referendaria di 27 milioni di cittadini.
Di quella volontà non è rimasto nulla: la maggioranza ha tolto l'articolo 6, cuore della legge, lasciando via libera ai privatizzatori. Come denunciano in aula i nostri portavoce D’Incà, Fico, Di Battista, De Rosa, l'acqua sarà ri-privatizzata a forza e per esclusiva volontà di governo e maggioranza.
Siamo stati anche dal Presidente della Repubblica Mattarella, con i nostri portavoce Michele Dell’Orco e Nunzia Catalfo. Gli abbiamo portato le preoccupazioni dei cittadini per lo scandalo "Trivellopoli" che si allarga ogni giorno di più, e un Governo che risulta sempre più compromesso con le lobby e con i condannati in maggioranza. Gli abbiamo anche parlato della legge sul Reddito di Cittadinanza, ancora ferma al Senato.
Alla Camera, i portavoce Fico, Crippa, Cioffi, Martelli e Girotto hanno presentato il Programma Energetico Nazionale elaborato dal M5S. E’ un programma che punta sulle rinnovabili e sull’uscita dal petrolio entro il 205, perché noi crediamo che “modernizzare” non significhi, come sostiene il governo, aiutare ancora le trivelle, ma aiutare l’Italia ad uscire da un paradigma vecchio di cento anni e orientarla ad una transizione energetica oramai inevitabile.
E’ stata finalmente discussa in aula la sfiducia che il M5S ha chiesto per il governo Renzi. Nunzia Catalfo, in un discorso appassionato, spiega che sarà bocciata a causa di Verdini, rinviato a giudizio x la sesta volta, che salverà un governo corrotto. Il Paese è costretto ad assistere ad uno spettacolo indegno, tra delinquenti politici e penali, conclude Nunzia. 
Da Bruxelles Tiziana Beghin racconta come i nostri portavoce si siano concentrati sulla strategia commerciale europea, in 5 punti principali: la difesa del manifatturiero, delle PMI, i diritti umani per lavoro e ambiente, la trasparenza e la lotta alla contraffazione. Ora è il turno dei cittadini, che potranno dare il loro contributo sulla piattaforma Rousseau/Lex Europa.
Alla Camera, poi, è stato presentato l’emendamento M5S a prima firma Sergio Battelli per togliere il monopolio alla SIAE: un carrozzone all’italiana ed una “Società Impegnata Ad Estorcere” come la definiscono molti cittadini.
Infine, un messaggio dal sindaco di Livorno, che racconta come stanno davvero le cose riguardo le indagini della magistratura: “Siamo stati noi a portare i libri in tribunale. Ci siamo rifiutati di far pagare ai livornesi i debiti lasciati dal PD. Abbiamo assunto i 33 precari che vivevano sotto ricatto occupazionale. In questo momento abbiamo bisogno del sostegno di tutta la comunità 5 stelle.”


venerdì 22 aprile 2016

Ecco la nomina di Carrai: sarà consulente del Dis

Marco Carrai e Matteo Renzi
Un incarico da circa 70 mila euro per la cyber-security (con conflitto d'interessi)
Una consulenza per Marco Carrai firmata dal Dipartimento informazioni per la sicurezza (Dis). È di questo che si discute da giorni, tra la presidenza del Consiglio e il vertice del Dipartimento, per sistemare la partita che vede Renzi spingere, ormai da mesi, per affidare al suo amico un incarico nei servizi segreti italiani. La firma del direttore del Dis, Gianpiero Massolo, secondo i programmi, dovrebbe arrivare la prossima settimana per un incarico da circa 70 mila euro. E in queste ore il Dis, di concerto con Palazzo Chigi, sta studiando che tipo di consulenza affidare a Carrai, stabilendo se secretarla oppure no.
Tramontata l’idea di piazzare Carrai alla guida della cyber-security italiana, il 3 aprile, intervistato da Lucia Annunziata nella trasmissione In mezz’ora, Renzi aveva annunciato: “Carrai lavorerà con me a Palazzo Chigi, non ci vedo nulla di male, e il progetto della cyber-security andrà avanti ugualmente”. Evidentemente Renzi aveva in mente proprio il Dis, che dipende dalla Presidenza del Consiglio. Oggetto dell’incarico, ancora una volta, la cyber-security così cara all’amico del premier. Consulenza che gli viene affidata anche in virtù dei suoi ottimi rapporti con Israele, con la quale potrà collaborare ai futuri progetti di sicurezza informatica Il Fatto Quotidiano, con un ’inchiesta pubblicata poche settimane fa, ha rivelato un’intricata matassa societaria che vede al centro Carrai e altri importanti uomini legati al premier, come il finanziere londinese Davide Serra, o il leopoldino Fabrizio Landi, poi nominato nel cda di Finmeccanica. E un progetto, quello appunto della cyber-security, che nasce già nell’estate 2012 quando Renzi scende in campo per la prima volta, candidandosi alle primarie del Pd, che lo vedranno soccombere a Bersani. In quell’estate Carrai vola in Lussemburgo per creare la Wadi Ventures management capital sarl, con il lobbista israeliano Jonathan Pacifici e Marco Bernabé. Poi in Italia crea la Cambridge management consulting labs, società che si occupa di consulenza per le aziende, mentre nelle società lussemburghesi iniziano gli aumenti di capitale, grazie agli ingressi di Serra e Leonardo Bellodi, già responsabile delle relazioni istituzionali di Eni, poi di Landi e Michele Pizzarotti, patron del quarto gruppo di costruzioni italiano, infine Reuven Ulmansky, veterano della unità 8200 dell’esercito israeliano, equivalente alla Nsa americana. Ecco, dopo l’inchiesta del Fatto, e i conseguenti malumori del Quirinale, Renzi abbandonò l’idea di affidare a Carrai l’intero comparto della cyber-securiry. In queste ore torna alla carica, con una consulenza firmata dal Dis, ma il problema resta identico: sarebbe il caso che Carrai, prima di essere nominato, lasci tutte le società e faccia chiarezza sui suoi rapporti privati.
D’altronde, è lo stesso Carrai ai vertici elle fondazioni che hanno finanziato, attraverso la ricerca di fondi, l’ascesa politica di Renzi. Ed è lo stesso Carrai che, a Firenze, metteva un appartamento a disposizione dell’ex sindaco e presidente di Provincia. Lo stesso Carrai poi nominato alla guida degli aeroporti toscani. E nel 2014, proprio nell’anno in cui Renzi diventa premier, fonda la CYS4, la cyber-security company, con tre sedi in Italia e una a Tel Aviv. Anche da consulente del Dis, insomma, Carrai si troverebbe in conflitto di interessi. Ma questo non sembra scoraggiare né lui, né Renzi, che aspetta nella prossima settimana di poter finalmente vedere l’ingresso del suo fidato amico all’interno dei servizi segreti. Se non è potuto entrare platealmente dall’ingresso principale, con la guida di un’intera agenzia, che possa farlo da un ingresso secondario, con una semplice consulenza.
Il F.Q. del 22/04/2016 – pag. 6

Toschi, Matteo non convince il Colle

Il Gen. Div. (GdF) Andrea Toschi
Il premier ripropone il generale come capo della Gdf. Ma il Quirinale resta perplesso
Il Governo ha fretta. Vuole chiudere la partita delle nomine. Anche a prescindere dai consigli ricevuti dal Colle. Così nei giorni scorsi il premier Matteo Renzi è tornato alla carica sulla nomina del generale Giorgio Toschi a capo della Guardia di Finanza, un desiderio imprescindibile per il presidente del Consiglio. Ma le indiscrezioni che filtrano dal Quirinale sembrano confermare che, nei giorni scorsi, il nome di Toschi sia stato sottoposto all’inquilino del Colle per la seconda volta. E anche che, per la seconda volta, la situazione si sarebbe bloccata. Possibile che le maggiori riserve su Toschi siano principalmente legate a due fattori: il suo forte legame con il generale Michele Adinolfi, di cui è stato per molti anni numero due anche in Toscana, e la posizione del fratello Andrea Toschi, arrestato insieme ad altri il 9 maggio 2014 nell’inchiesta Sopaf per la presunta appropriazione indebita di 79 milioni sottratti alle casse di previdenza di ragionieri, medici e giornalisti. Le accuse sono a vario titolo associazione per delinquere, truffa, appropriazione indebita, corruzione e frode fiscale. Nell’ordinanza si legge, fra l’altro, che Andrea Toschi “sfruttava la propria rete di relazioni esterne per agevolare la realizzazione di operazioni illecite e conseguire i relativi guadagni”. Va detto che negli atti il nome del fratello generale non figura e che è stata proprio la Guardia di Finanza a compiere l’arresto.
Basterebbe questo a comprendere il motivo che sembrerebbe spingerebbe il Quirinale a consigliare prudenza e una riflessione anche su altri nomi. A rafforzare la problematicità di una sua scelta, anche la vicinanza di Toschi al generale Adinolfi, legatissimo al Giglio Magico e allo stesso Renzi. Le intercettazioni della procura di Napoli nell’inchiesta sulla metanizzazione di Ischia hanno rivelato chiaramente i rapporti di confidenza. È con Adinolfi che Renzi nel gennaio 2014 si lascia andare a giudizi negativi su Enrico Letta, definendolo “un incapace”. Ma forse più rilevanti sono i colloqui tra Adinolfi e Nardella e gli sms scambiati tra il generale e Luca Lotti: tutti “sconcertati” per la conferma, decisa dal governo Letta, del generale Saverio Capolupo a capo della Gdf. Incarico che, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, interessava Adinolfi , che per questo si muoveva con gli amici fiorentini. Sostituire ora Capolupo con Toschi, per anni vice di Adinolfi, secondo molti non sembrerebbe la migliore delle scelte. Perde quota anche l’al tr o nome del premier dopo Toschi, il generale Vincenzo Delle Femmine. Ieri il Sole24Ore ha confermato, con altri dettagli, quanto rivelato il giorno prima dal Fat to: la “combriccola” legata a Gianluca Gemelli, compagno dell’ex ministro Federica Guidi, partecipò a una cena con l’attuale numero due dell’Aisi, Vincenzo Delle Femmine. Cena organizzata al circolo della Marina sul Lungotevere per la quale, nelle intercettazioni, Nicola Colicchi e Paolo Quinto, braccio destro di Finocchiaro, confermano che “Vincenzo” ci sarà. Delle Femmine non poteva sapere che stava frequentando i futuri indagati dell’associazione per delinquere, come non lo sapeva quando incontrava Ponzellini, banchiere della Bpm oggi sotto processo. A quanto pare Renzi non ha gradito scoprire dal Fatto che il suo candidato frequentava il giro di persone che ormai da un mese stanno mettendo in imbarazzo il suo governo.
Il F.Q. del 22/04/2016 – pag. 6

M5S, Virginia Raggi lancia la lista e morde l’ex An: “Solo una riciclata”

La candidata 5Stelle incontra Grillo e alza i toni con la stampa
La 5Stelle di cui parlano tutti lancia la lista (modificata) e pranza con Grillo. E per la prima volta mostra i denti, all’avversaria: “Della Meloni non temo niente, è una riciclata”. Nel giorno in cui la leader di Fratelli d’Italia lancia la sua campagna per il Comune di Roma, la candidata sindaco del M5s Virginia Raggi va di contraerea. Perfino lei, prima nei sondaggi, “sente” che la Meloni potrebbe essere l’ostacolo maggiore sulla strada per il Campidoglio. Conseguenza indiretta dei timori nel Pd, dove temono di non arrivare al ballottaggio. Soprattutto, effetto dell’ingrossarsi delle truppe della Meloni. Sta di fatto che i 5Stelle, finora lepri, si guardano alle spalle. Così ecco il varo della lista, notizia di sbarramento. L’hanno composta in ordine decrescente, in base ai voti presi alle Comunarie.
Il capolista è Marcello De Vito, ex consigliere comunale, ex candidato sindaco, in gelidi rapporti con la Raggi. Seguono altri due ex consiglieri: Daniele Frongia, potenziale vicesindaco, ed Enrico Stefano. Poi gli altri 45. Hanno tutti presentato il casellario giudiziario, il certificato dei carichi pendenti e “la documentazione per verificare se sono sottoposti a indagini da parte della magistratura”. Rispetto alla lista delle consultazioni web però ci sono quattro nomi diversi. Tre candidati hanno rinunciato, una è stata fermata per un’incompatibilità. “Dovevamo sostituirla, è la legge” spiegano dal M5s. La signora però l’ha presa male, e avrebbe minacciato ricorsi. Intanto i cronisti circondano l’Hotel Forum. Dentro c’è Beppe Grillo, a Roma per il suo spettacolo. All’ora di pranzo arriva la Raggi, e i due si siedono a tavola. Parlano di energie alternative, di nuove tecnologie. Grillo dà consigli, ma salvo sorprese, domenica non sarà alla biciclettata per lanciare la campagna. L’avvocatessa esce e si ferma con i cronisti. Vuole mordere. Parte dal candidato dem Roberto Giachetti: “È la nuova faccia del vecchio”. Ma l’obiettivo è la Meloni: “È stata con Alemanno, con Berlusconi, ora con Salvini: vogliamo un leghista a governare Roma?”. Quindi, all’Ansa: “La Meloni e il centrodestra stanno facendo un balletto vergognoso. Continuano a parlare di poltrone, ma proposte non ce ne sono”. L’ex An ribatte sulfurea: “Ho visto da parte della Raggi maggiore recrudescenza verso di me. Buon segno, quando è andata a farsi dare le indicazioni dall’erede di Casaleggio e quando ha pranzato con Grillo le avranno detto che deve essere più cattiva perché siamo in partita”. Schermaglie, prima della battaglia.
Il F.Q. del 22/04/2016 – pag. 10

mercoledì 20 aprile 2016

L’incontro si tiene al circolo della Marina - La cricca dei petroli a cena con il capo dei Servizi Segreti

Ospiti della brigata il generale Delle Femmine e il n° 2 della Polizia Piantedosi
Il clan ci teneva davvero tanto ad avere a tavola i numeri due di Servizi segreti e polizia. Più che una cena sarebbe stata una riunione degli Stati generali, quella sera al circolo della Marina sul Lungotevere, dove si discusse anche di alcune nomine. Tra gli invitati c’era anche l’attuale numero due del l’Aisi, il generale della Guardia di Finanza Vincenzo Delle Femmine, oggi in corsa per guidare l’intera Guardia di Finanza o dirigere i servizi segreti interni. All’incontro - si apprende da ambienti vicini al generale - Delle Femmine partecipò sapendo di essere assieme a persone delle istituzioni. Non poteva immaginare che stava frequentando gli indagati dell’associazione per delinquere, finalizzata al traffico di influenze. Un caso che si aggiunge a quello di Ponzellini, banchiere della Bpm, oggi sotto processo, che Delle Femmine - risulta dagli atti della procura di Milano - aveva frequentato durante le indagini.
Ma torniamo alla cena. E alla sua organizzazione. È il 3 giugno 2015. Il giorno prima Nicola Colicchi - ex presidente della Compagnia delle Opere di Roma - invia un sms all’ammiraglio Enrico Vignola: “Caro Enrico posso provare a organizzare la cena domani sera al circolo? Però solo se mi dai la tua parola che me la sbrigo da solo (...)”. Colicchi non sa che gli investigatori della Squadra mobile di Potenza lo stanno intercettando. Non sa che da mesi stanno seguendo, passo dopo passo, le sue mosse per spingere la Legge Navale, i suoi costanti contatti con il capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe De Giorgi. E ancora, le sue telefonate con Paolo Quinto, braccio destro della senatrice Anna Finocchiaro. E poi i rapporti con Gianluca Gemelli, compagno dell’ex ministra del Mise Federica Guidi, e con Ivan Lo Bello, numero due di Confindustria. Oggi Gemelli, Colicchi e Lo Bello sono indagati per associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze. Quinto, che per il momento non risulta indagato, è stato denunciato in procura con la stessa accusa. Tra i loro obiettivi, secondo i procuratori Francesco Basentini e Laura Triassi, c’era il progetto di costruire un centro di stoccaggio del petrolio nel porto di Augusta. De Giorgi è invece accusato di abuso di ufficio. Dopo aver intercettato l’sms inviato all'ammiraglio Vignola, la Squadra mobile annota: “I due - Colicchi e Quinto, ndr- parlano della cena cui prenderanno parte una serie di personaggi fra i quali l’onorevole Finocchiaro e l’ammiraglio De Giorgi”. “Senti”, dice Quinto a Colicchi, “noi ci vediamo domani sera, no?”. “Domani sera tutto confermato, giusto?”, risponde Colicchi. “Perfetto”, prosegue Quinto, “tutti e tre vengono i tipi (...) sono (…) Matteo (...) Vincenzo (...) e l’amico tuo! ”. “L’amico tuo”, stando alla risposta di Colicchi, è l'ammiraglio De Giorgi.
Ma chi sono, invece, Matteo e Vincenzo? Al Fatto Quotidiano, che ha incrociato la versione di diverse persone che parteciparono sia alla cena, sia alla sua organizzazione, risulta che si tratta di Matteo Piantedosi, giovane e stimato prefetto, numero due della Polizia di Stato. E del numero due dell’Aisi, il generale della Guardia di Finanza, Vincenzo Delle Femmine, già all'epoca in corsa per un futuro ruolo a capo del servizio interno. Una delle fonti – che preferisce come altre restare anonima –riferisce: “Ricordo la presenza a cena di Piantedosi, Delle Femmine, Lo Bello, Quinto, Finocchiaro, Colicchi e De Giorgi, che però arrivò in ritardo, perché aveva un impegno istituzionale precedente”. Il che conferma un altro passaggio dell’intercettazione, quello in cui Quinto risponde a Colicchi: “Perfetto. Poi viene Ivan (…) Anna (...) io (...) e basta!”. C’è invece un altro invitato che si rifiuta di partecipare alla cena. “Il dottor Viola non vuole venire”, dice Quinto, “m’ha detto che preferisce di no con tutti”. E Colicchi ribatte: “Sì, ma forse c’ha ragione, perché in effetti, sai, magari (...) tutta gente che poi, no? Cioè o glielo spieghi, glielo dici, ma altrimenti farli trovare al tavolo senza averglielo detto, spiegato, non è simpatico”. Il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare che il dottor Viola in realtà non esiste: è lo pseudonimo che Colicchi e Quinto utilizzano per riferirsi a Vincenzo Armanna, ex dirigente Eni, indagato a Milano per una maxi tangente da 200 milioni di euro che il colosso italiano avrebbe versato al governo africano. Il dottor Viola insomma, a quella cena, nonostante il parterre sia di grande livello, non intende partecipare.
“Ricordo un appuntamento formale”, dice la senatrice Finocchiaro, “potrebbe però risalire a prima del 3 giugno: fui invitata dall’ammiraglio De Giorgi a visitare il circolo, peraltro davvero molto bello, e in quell’occasione ricordo di aver incontrato Piantedosi e Delle Femmine, c’era Quinto, ma non ricordo Lo Bello e Colicchi. Non posso escludere che si trattasse del 3 giugno, ma era un mese infernale per via delle riforme, in quel periodo non partecipavo facilmente a delle cene”. Pochi minuti più tardi, dopo aver consultato la sua agenda, la senatrice aggiunge: “Il 3 giugno, non ho avuto lavori in notturna. Quindi - lo ricostruisco in modo induttivo - è verosimile che la cena di cui parliamo sia stata quella sera”. Lo staff del vice capo della Polizia considera possibile la ricostruzione della cena e dei suoi partecipanti. D’altronde Piantedosi, come Delle Femmine, non poteva immaginare di essere stato invitato da una futura e presunta associazione per delinquere.
Il F.Q. del 20/4/2016 – pag. 4

Di Maio a Londra, il Pd attacca: “Propaganda a spese della Camera?”

Ieri sera Luigi Di Maio, deputato dei Cinque Stelle e vicepresidente della Camera, è partito per Londra, per una “missione istituzionale”. Quale, lo spiega lo stesso Di Maio sul suo profilo Facebook: “Sarò a capo di una delegazione della Camera per incontrare i membri del governo e del Parlamento britannico. Andremo in aereo in classe economy, nessun volo di Stato. Staremo lì un giorno e mezzo per studiare i meccanismi di controllo del Parlamento sul governo. Ascolteremo i diretti interessati, i tecnici e i politici di maggioranza e opposizione”. Ma la trasferta del grillino, di cui si è parlato molto in questi giorni, provoca le proteste della deputata del Pd Silvia Fregolent: “Di Maio usa i fondi della Camera per andare all’estero a intessere rapporti, reperire fondi e fare campagna politica per il suo partito, come ha scritto ieri anche il Corriere della Sera, non smentito? Saremmo di fronte a un atteggiamento grave e inaccettabile, all’utilizzo dei fondi istituzionali della Camera per fini partitici. È opportuno che la Presidenza di Montecitorio verifichi i comportamenti del vicepresidente Di Maio e chieda spiegazioni”.
Il F.Q. del 20/4/2016 – pag. 5

CASERTA - Il privato pagava i funzionari della Difesa

Esercito, appalti taroccati Arrestati sei pubblici ufficiali
Sette arresti per corruzione e turbativa d’asta delle gare d’appalto al ministero della Difesa per i lavori nelle caserme tra Napoli e Caserta. È lo sviluppo di un’importante inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) che poggia su centinaia di intercettazioni disarmanti per la sfacciataggine delle conversazioni captate dagli investigatori della polizia giudiziaria. In manette per la seconda volta in tre mesi un imprenditore, Caprio, e due ufficiali dell’Esercito, Mautone e Crisileo. Accompagnati stavolta dall’ex comandante del X Reparto Infrastrutture, Carannile, e dai commissari di gara degli appalti truccati. “Le intercettazioni si sono rivelate uno strumento di prova fondamentale” ha spiegato il procuratore capo Maria Antonietta Troncone in conferenza stampa. Secondo gli inquirenti, l’imprenditore otteneva gli appalti regalando denaro e ristrutturazioni edili agli ufficiali dell’Esercito “che non si accontentano mai”. Le offerte per vincere le gare venivano ritoccate “a penna”.
Il F.Q. del 20/4/2016 – pag. 9

martedì 19 aprile 2016

“La Costituzione è perfetta Basterebbe farla applicare”

Maurizio Landini: “La riforma mira a ridurre la partecipazione dei cittadini e aumenta gli spazi di gestione autoritaria. Dico No”
Cosa rappresenta per lui e per tutto il sindacato nemmeno lo domandiamo. “La Carta – spiega Maurizio Landini, segretario dei metalmeccanici della Cgil – è il manifesto della Repubblica che ha il lavoro come fondamento”. E aggiunge: “Se penso alla vicenda della Fiom con la Fiat che ci voleva escludere dalla contrattazione, la nostra partecipazione è stata garantita dalla Carta costituzionale e dalla Corte costituzionale”. Dunque, la Carta al centro.
Avete paura di perdere? Informare i cittadini e far capire l'importanza del referendum non sarà semplice: la materia è ostica.
Alla luce delle intercettazioni che hanno svelato gli affari attorno a Tempa Rossa, manderei un messaggio molto preciso e semplice: il problema non è la Costituzione, il problema è la corruzione. La riforma Boschi mira a ridurre gli spazi di partecipazione dei cittadini e aumenta gli spazi di gestione autoritaria. Bisognerebbe con forza affermare che sempre la Corte costituzionale ha anche giudicato illegittima la legge elettorale con cui è stato eletto il Parlamento attualmente in carica. Il quale ha ben pensato di procedere a una riforma costituzionale, nonostante la dichiarazione d’illegittimità della Consulta.
Questo ci racconta una certa spudoratezza.
Ma questo è anche il Parlamento dei record di cambi di casacca! Una legislatura che va avanti a colpi di fiducia. Stiamo vedendo solo un antipasto di quello che ci verrà servito se passa la riforma. Il punto non può essere Renzi o chiunque altro: le persone passano. Dobbiamo domandarci cosa – quale Paese – l asciamo a chi verrà dopo di noi. Io penso che la Costituzione andrebbe applicata, non modificata.
Renzi dice che il no si spiega solo con l’odio nei suoi confronti e che se non passa il referendum se ne va.
Questo è un messaggio da rispedire con forza al mittente. Deve smetterla: oltretutto non ha mai sottoposto ai cittadini un programma , governa con i voti di Bersani. E a proposito di questo: per redigere la Costituzione fu votata dai cittadini italiani un’assemblea che aveva questo esplicito mandato, cioè regolare il patto di convivenza, su quali principi si dovesse fondare il nostro vivere insieme come comunità. Tra l’altro quell’assemblea fu eletta con un sistema proporzionale. Lo sottolineo perché l’intenzione era quella di affermare al massimo il principio di rappresentanza.
Secondo lei a cosa è funzionale questa riforma?
I provvedimenti presi dagli ultimi governi sono quelli indicati dalla Bce nella famosa lettera al governo Berlusconi: pensioni, possibilità di licenziamento, processo di privatizzazione, cancellazione dei contratti nazionali. Vorrei ricordare anche quel report di JP Morgan, banca d’affari, che nel 2013 si premurò di spiegare che il problema europeo sono le Costituzioni dei Paesi del Sud Europa, troppo influenzate da idee socialiste. Applicare la costituzione vuol dire cercare di allargare gli spazi di partecipazione dei cittadini e dei lavoratori alla vita democratica. Non il contrario. Avanza l’idea di una Repubblica fondata sullo sfruttamento del lavoro e sul superamento della cittadinanza nei luoghi di lavoro.
In gennaio alla presentazione del Comitato per il No, Stefano Rodotà ha detto: “Il 2016 rischia di essere l'anno del congedo dalla Costituzione, mentre si preparano le celebrazioni per i 70 anni della Costituente”.
Io spero e credo che il 2016 sia l’anno in cui le persone devono essere messe di nuovo in condizione di poter decidere e partecipare. Inoltre, dal 9 aprile la Cgil ha cominciato una raccolta di firme per abrogare le leggi sbagliate che sono state fatte sul lavoro e per estendere i diritti a tutte le persone che lavorano.
Come legge i risultati del referendum sulle trivelle?
Ieri sono andate a votare 15,8 milioni di persone. E, di queste, 13,3 milioni hanno votato sì. In realtà, se mettiamo insieme i voti presi alle elezioni europee del 2014 del Pd e del Ncd - i partiti che ci stanno governando - sono meno di 12 milioni e mezzo. Questo dimostra che non è affatto scontato che il governo sulle scelte di politica economica e sociale che sta facendo abbia la maggioranza del Paese. Si è scontato il fatto che questo è stato un referendum nascosto dai mezzi d’informazione. Alla fine, sono scesi in campo anche il premier e un ex presidente della Repubblica per farlo fallire. Chi invita all’astensione incassa già il fatto che ormai quasi la metà degli italiani aventi diritto non votano, ciò determina situazioni paradossali. In Emilia Romagna, per il referendum è andato a votare il 34%. Due anni fa per l’elezione del presidente sono andati a votare il 37% degli aventi diritto. Anche Bonaccini non ha superato il “quorum”, ma è lo stesso governatore dell’Emilia. Il problema generale che si pone è che meno i cittadini esercitano gli strumenti democratici messi a loro disposizione, più aumenta il potere delle lobby e la distanza con la rappresentanza politica. Credo che i quasi 16 milioni di voti di ieri dicano che c’è richiesta di un nuovo modello di sviluppo, che oggi non ha rappresentanza, ma che non va lasciata cadere.
Il F.Q. 19 aprile 2016 – pag. 9

SERVONO 500 MILA FIRME - Il comitato per il No deposita il quesito referendario contro la legge Boschi.

Obiettivo: una grande mobilitazione popolare “contro lo scempio del testo del ‘48”
Parte la sfida in difesa della Carta L a sfida per salvare la Carta è partita. La riforma costituzionale è in Gazzetta Ufficiale e ieri una delegazione del Comitato per il No nel futuro referendum sulla legge che porta il nome di Maria Elena Boschi – guidata dal presidente, il costituzionalista Alessandro Pace – e del Comitato contro l’Italicum ha depositato in Cassazione il quesito con la richiesta della consultazione. Che è abrogativa e senza quorum (si vota a ottobre). La lista dei firmatari conta illustri nomi, o “professoroni” come li apostrofò a suo tempo la giovane ministra per le Riforme: giuristi come Pace, Massimo Villone, Luigi Ferrajoli e l’ex giudice costituzionale Paolo Maddalena, il giudice Riccardo De Vito, i vice presidenti dei due Comitati, Alfiero Grandi e Anna Falcone. Con quella all’Italicum, questa è la sfida alla madre di tutte le riforme e il premier l’ha trasformata in un referendum sulla sua persona. “Queste deformazioni della Costituzione – spiega Grandi – insieme all’Italicum ipermaggioritario” tentano “il ribaltamento dell’assetto costituzionale del 1948 che ha messo al centro i cittadini”: “È una svolta preoccupante nella direzione dell’accentramento del potere e di un Parlamento definitivamente subalterno all’esecutivo ”. Il referendum “sa rà una grande occasione per fermare lo scivolamento del sistema nato dalla Resistenza”.
L’OBIETTIVO: raccogliere le 500.000 firme richieste, facendo così in modo che l’indizione del referendum “sia frutto di una mobilitazione di base dei cittadini che vogliono opporsi allo scempio della Costituzione” e non un’iniziativa del governo. Nasce, insomma, il comitato per il No. Qualcosa peraltro si muove anche sul fronte opposto, con risultati non memorabili. Domenica, la presidente del comitato “sivotasì”, Maria Medici, è stata protagonista di una figuraccia in tv. Intervistata a In onda (La7) ha sbagliato tutte le risposte sulle novità della riforma, collezionando lunghi silenzi imbarazzati: “Restano i senatori a vita”; “non cambia il numero di firme per le leggi di iniziativa popolare”; “Regioni e Comuni avranno più potere e si realizza un federalismo”. Tutto falso. E poi buio pesto sui criteri di elezione dei senatori e del presidente della Repubblica e sulle modifiche ai referendum. Non un bell’inizio.
Il F.Q. 19 aprile 2016 – pag. 9

LA CANDIDATA A ROMA - Raggi da Casaleggio jr: mal di pancia tra i parlamentari

Casaleggio Junior l’ha convocata a Milano, e lei è corsa, senza avvisare prima i parlamentari romani: che si sono irritati. Ha suscitato qualche mal di pancia la visita lampo di Virginia Raggi, la candidata del M5s a Roma, a Davide Casaleggio, il figlio dello scomparso Gianroberto, e ora alla guida della Casaleggio associati e del suo blog. I parlamentari romani, che seguono passo passo la sua campagna, l’hanno appreso a cose fatte. E più di qualcuno ha rumoreggiato. Nel pomeriggio la Raggi ha incontrato gli eletti alla Camera. Hanno discusso della cosa, ma senza particolari tensioni, assicurano dal M5S. E a Milano? La candidata ha innanzitutto adempiuto a compiti burocratici, firmando documenti. Lei e Casaleggio hanno poi discusso della campagna elettorale. Giovedì la Raggi potrebbe fare qualcosa con Beppe Grillo, a Roma per il suo spettacolo (si parla anche di un video assieme). Infine, l’avvocatessa ha fatto a Casaleggio jr i nomi di qualche potenziale assessore. Lui ha ascoltato, e preso nota. Ma qualcuno dal M5S fa notare: “Convocandola, ha mostrato che lui ha un suo peso nel Movimento. E che intende mantenerlo”.
Il F.Q. 19 aprile 2016 – pag. 7

Rifiuta l’etichetta di sconfitto: “Ha perso la democrazia”.

Se la prende con Renzi e le sue “balle”. Ma soprattutto critica Sergio Mattarella: “Dispiace vedere un presidente della Repubblica che vota a sera inoltrata”.
Roberto Fico, deputato dei Cinque Stelle, presidente della Vigilanza Rai, risponde dalla Sicilia.
Domenica il quorum non è arrivato. Matteo Renzi ha vinto, e voi 5Stelle avete perso, nettamente.
E perché dovremmo sentirci sconfitti? Se non si arriva al quorum in un referendum a perdere è la democrazia. Quanto a Renzi, la sua conferenza stampa di domenica sera è stata una vergogna. L’ha usata per accusare correnti interne del Pd, come fosse una riunione di partito, ignorando che stava parlando in qualità di presidente del Consiglio. Ha scarsa cognizione di cosa sia una Repubblica.
Renzi accusa: “Hanno fatto sprecare 300 milioni con il referendum, e noi non avremmo potuto accorparlo alle Comunali, perché lo vieta la legge”. Ha torto?
È una balla. La legge non vieta l’accorpamento, semplicemente non lo prescrive. Sarebbe bastata una norma ad hoc per unire le due votazioni. Quando servono a loro, le leggine se le fanno di notte. Stavolta non c’era l’intenzione.
Ma ci credevate davvero in questo referendum? Non siete stati un po’ tiepidi?
Noi crediamo in tutte le battaglie che facciamo. E girando per il Paese ho capito che gli italiani non sono certo a favore delle trivelle. Detto questo, ciò che dispiace davvero è vedere il presidente della Repubblica che va a votare dopo le 20,30. Non so quante volte sia accaduto.
Perché è andato così tardi?
È come se avesse voluto sottrarsi al referendum, alla partecipazione. Ma io penso che la partecipazione sia alla base della buona politica. E che è molto bello vedere un presidente della Repubblica che va a votare alle 7 del mattino.
Il quorum comunque è rimasto lontano. E molti accusano l’informazione, compresa quella pubblica. Il conduttore di un programma della Rai ha detto che si sarebbe votato solo in nove regioni.
Trovo l’ignoranza di quel conduttore gravissima. I conduttori dell’informazione pubblica devono sapere come funzionano i meccanismi democratici.
La Rai ha dato un’informazione completa sul tema?
Non c’è dubbio che la Rai possa fare molto meglio. Però va ricordato che la Vigilanza a marzo ha varato una delibera per riservare il giusto spazio per la consultazione, e l’emittente pubblica lo ha pienamente rispettato. Abbiamo avuto tribune televisive sul tema nelle fasce di maggiore ascolto, e non era mai successo. Peraltro, tutte le tribune hanno avuto un ottimo share.
Lei promuove il servizio pubblico.
La delibera ha funzionato, la copertura ‘prescritta’ c’è stata. Poi si poteva fare di più, soprattutto nei programmi di approfondimento.
Il M5S è reduce dalla morte di Gianroberto Casaleggio. Si parla molto del vostro futuro, e c’è chi l’ha dipinta antagonista di Luigi Di Maio, e referente degli scontenti.
Non me ne frega niente, c’è chi scrive senza cognizione di causa. Il dolore per la morte di Gianroberto ci ha resi ancora più determinati e uniti, tutti.
Lei è favorevole a Di Maio come premier?
Io e Luigi siamo unitissimi. Sappiamo bene che agiamo dentro il Movimento. E che fuori di esso non saremmo nulla nella politica.
Lei è responsabile per i meetup. Conferma che arriveranno regole più severe, per i gruppi territoriali?
In questo momento no. Nelle prossime settimane ci dedicheremo alla certificazione delle liste e a far rispettare le regole esistenti.
Il vostro assessore al Bilancio del comune di Livorno è indagato, ma non vuole dimettersi. Lei che ne pensa?
Ora devono parlare i diretti interessati. Vedremo, teniamo la situazione monitorata.
Per le vostre regole non dovrebbe lasciare?
Il nostro regolamento prevede le dimissioni in caso di rinvio a giudizio (facoltative, ndr). In caso di avviso di garanzia, si valuta di volta in volta. E così faremo.
Si parla di malumori interni per la visita di Virginia Raggi a Davide Casaleggio, a Milano.
Falso, va benissimo che Virginia vada a trovare Casaleggio. E nessuno ha discusso di questo.
Il figlio di Casaleggio avrà anche un ruolo politico? Sarà un referente del Direttorio?
Io parlo con Davide da dieci anni. Da tanto tempo si dedica gratuitamente al M5S con le sue competenze tecniche. E continuerà a farlo.
Il F.Q. 19 aprile 2016 – pag. 6