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DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

domenica 6 settembre 2015

Caccia al finanziatore

Imprese, sanità e lobby: chi paga i partiti e i politici

Ex Cavaliere a parte, finora nel 2015 alla Camera sono state
registrate donazioni per 39 milioni di euro


Al netto delle complesse, e sempre narrativamente gustose, vicende che riguardano Forza Italia (vedi la pagina accanto), il flusso di denaro tra cittadini e aziende da un lato e partiti e singoli politici dall’altro –registrato dall’apposito ufficio della Camera dei deputati nel 2015 – riguarda la non piccola cifra di 39 milioni di euro (il totale, Silvio Berlusconi compreso, fa 131 milioni e mezzo, un’enormità). Roba, comunque, che fa impallidire i 9,6 milioncini assegnati ai partiti attraverso il 2xmille nelle dichiarazioni dei redditi. Il fundraising (la raccolta fondi) è ormai uno sport estremo quanto necessario. Ovviamente sono parlamentari o eletti in genere a versare la maggior parte dei soldi – con annessa detrazione Irpef al 26%, peraltro – ma qui e lì si scoprono piccole storie curiose: la politica – com’è e come forse è sempre stata –vista dal lato del finanziamento è ancora “sangue e merda ”, come voleva Rino Formica, ma con sempre meno sangue. Il fortunato Giorgetti: 235mila euro in un colpo Nel gennaio 2014, Serti Spa ha acquistato il ramo d’azienda di Tributi Italia, una società di riscossione dei tributi locali. All’epoca, Alberto Giorgetti aveva scelto il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano (ora è tornato in Forza Italia) per restare al governo come sottosegretario all’Economia. Per il suo fabbisogno politico, sempre l’anno scorso, Giorgetti ha dichiarato un contributo di 20 mila euro da parte di Serti. Ora Giorgetti non è più al governo, è deputato semplice, e l’attività di Serti – con un accordo sancito dal Tesoro lo scorso maggio - è stata ceduta ad Arianna 2001 della potente Federazione dei Tabaccai. L’ex sottosegretario di Verona aveva la delega ai giochi e al tabacco. Dai tabulati della Camera risulta che, a giugno, Giorgetti ha comunicato di aver incassato 235 mila euro, spalmati su tre versamenti, da Serti Partecipazioni. Quando uno fa bene il suo lavoro, succede. Noi Sud ti risolve la questione meridionale Ci sono due aziende in Campania che hanno capito chi può risolvere l’annosa “questione meridionale”: Libertà e Autonomia - Noi Sud, movimento politico su cui giganteggia il senatore oggi “fittiano” Antonio Milo, ex sindaco di Agerola. Capito questo, la General Plastic di Pomigliano d’Arco (produce sacchetti dell’immondizia) l’anno scorso ha versato ai “su d is t i” 65 mila euro, mentre nel 2015 la C.M.O srl di Napoli (azienda della sanità) gliene ha dati addirittura 100 mila. D’a l tr o n d e , ricorda il senatore Milo in una sua breve biografia, i suoi interventi politici in campo medico si sprecano, compreso “il pressante appello” all’ex governatore Stefano Caldoro per il “pagamento dei debiti sanitari pregressi, attuali e futuri verso i soggetti della sanità privata”. Il senatore, sia detto en passant, è pure indagato per una vicenda di rimborsi non dovuti in un’inchiesta sul centro sanitario Fisiodomus.

 Moby: cuore e traghetto. I ricchi Ds di Ferrara
La Moby spa – che nel 2012 ha inglobato l’ex azienda pubblica Tirrenia e le sue preziose rotte verso Sardegna e Sicilia – è oggi la prima compagnia di navigazione italiana sulle rotte del Mediterraneo. Anche se la sua sede legale è a Milano, però, Moby mantiene i suoi uffici in Toscana, per la precisione a Portoferrario, Isola d’Elba: non sorprende, dunque, che abbia sentito la necessità di finanziare con 30 mila euro la sezione del Pd di Val di Cornia - Elba. Questioni di cuore, forse le stesse che hanno spinto i Ds di Ferrara – evidentemente ancora vivi, vegeti e abbastanza ricchi – a versare 100 mila euro al locale circolo Pd.

La “luce di Nola” e Bonino aiuta Pannella
Paolo Russo è uomo amato sul territorio. Alle ultime regionali, per dire, la zona nolana è rimasta fedele al centrodestra nonostante la vittoria in regione di Vincenzo De Luca. Si può dire che il deputato di Forza Italia è la luce di Nola: giustamente la Snie Spa, che fornisce elettricità al comune (con cui ha peraltro un vecchio contenzioso), gli ha versato 10mila euro. Il rapporto fra Emma Bonino e Marco Pannella è sempre burrascoso. Ma nel 2014 l’unico donatore della lista Pannella (26 mila euro) è proprio Bonino.

Passera scommette su Passera: io siamo
In attesa di conoscere gli elettori del movimento Italia Unica di Corrado Passera, l’autore di Io siamo, scopriamo che l’ex banchiere e ministro tecnico non disdegna di dare il suo denaro alla sua creatura. Poche donazioni per Italia Unica, ma molto esclusive: così ha raccolto 309 mila soltanto nei primi sette mesi dell’anno. Non è certo un’impresa difficile se il maggior finanziatore è il fondatore, ma tant’è: l’ex ministro ha versato 100 mila euro. Passera crede in Passera. E un po’ ci credono pure Santo Versace (21 mila) e Maria Jacaranda Falck Caracciolo di Melito (70 mila). Non proprio ex frequentatori delle case del popolo.

Toti regna in Liguria. Ed è subito porto
Il toscano Giovanni Toti s’è ambientato subito in Liguria. O meglio, le imprese che lavorano al porto di Genova l’hanno sostenuto in campagna elettorale con apprezzabile chiaroveggenza. Aldo Spinelli, patron del Livorno calcio, ha speso 15 mila euro; da T. Mariotti, invece, un piccolo obolo (5 mila). In totale, il comitato dell’allora candidato governatore ha incassato 80.000 euro, di cui 15mila offerti dall’ex Mediaset.

Nelle Marche la sanità sta con Ceriscioli
Il governatore marchigiano Luca Ceriscioli, già sindaco Pd di Pesaro che di professione fa l’insegnante, è molto amato dai medici. Sarà che la sanità, per una Regione, rappresenta sempre la spesa più consistente. Bonifico su bonifico, pochi euro alla volta, Ceriscioli in campagna elettorale ha ricevuto quasi 40mila euro (39.550 per l’esattezza). Tutti con piccoli contributi, ma spesso di cliniche private e laboratori di analisi convenzionati col pubblico.

Sc, un tesoro di tesoriere. Udc, Caltagirone amaro
Scelta Civica è ormai dissolta, pochi deputati, pochissimi voti. Però resiste un munifico e ancora appassionato tesoriere. Più che un tesoriere, un tesoro. L’imprenditore e deputato Gianfranco Librandi, che cura i conti del partito già smunti per le incessanti partenze, è la manna per i reduci montiani. A distanza di qualche mese, Librandi ha donato 58 mila euro a Sc: 18 mila con una sottoscrizione personale e 40 mila attraverso la sua Tci di Saronno. Tempi magri per l’Udc, l’altro agglomerato di centro alleato con Ncd. Gaetano Francesco Caltagirone, lontani dal voto, non finanzia più il genero Pier Ferdinando Casini. Nel 2015 il partito non ha dichiarato un euro.

Polemiche e Casamonica

Marino provoca Alfano: “I cieli di Roma non sicuri”


Dopo settimane di silenzio, in cui è stato al centro delle polemiche, ora parla Ignazio Marino. E passa al contrattacco su un terreno molto delicato: la sicurezza di Roma che si prepara a ospitare il Giubileo. “In una città in cui lo Stato non è stato nelle condizioni di garantire la sicurezza dello spazio aereo, con l’intrusione di oggetti volanti non identificati, credo sia giusta la decisione di responsabilizzare prefetto e governo“: risponde così a una domanda sull'affiancamento del prefetto Franco Gabrielli per la preparazione dell’Anno Santo. E il riferimento è chiarissimo: l’elicottero che si alzò il volo durante il funerale show di Vittorio Casamonica per lanciare petali di rosa, il 20 agosto. L’affondo non troppo velato di Marino nei confronti del Viminale arriva all'indomani di un botta e risposta sulla vicenda Mafia Capitale con il ministro dell’Interno. “Quanto riferito il 27 agosto dal ministro Alfano è una fotografia” di Roma “datata che risale al 2014”, aveva detto il sindaco. Parole alle quali il titolare del Viminale non aveva fatto mancare la sua replica: “Marino ha assolutamente ragione, la mia foto su Roma è datata 2014, mentre gli ricordo che lui è stato eletto nel 2013.”



sabato 5 settembre 2015

Scuola: interrogazione M5S al Miur sul "cervellone" seleziona-docenti


ROMA, 4 settembre 2015 - "Non riteniamo accettabile questa totale mancanza di trasparenza da parte dell'amministrazione pubblica rispetto al procedimento automatizzato adottato dal Miur che, attraverso la selezione e incrocio di dati, ha definito i criteri di assegnazione delle cattedre ai docenti. Si tratta di un meccanismo che incide sulla viva pelle di decine di migliaia di persone e di cui gli italiani sono tenuti all'oscuro. Per questa ragione presenteremo un'interrogazione in Parlamento al ministro dell'Istruzione".
Lo affermano i parlamentari del MoVimento 5 Stelle in commissione Cultura di Camera e Senato.
"Siamo oltre la soglia della decenza: non solo il Miur ha proceduto alle assunzioni senza ricorrere a procedure pubbliche, ma si è affidato a un 'cervellone' che, assicurano da viale Trastevere, avrebbe funzionato perfettamente. Francamente le rassicurazioni del Ministero non solo non bastano, ma non ci interessano: quello che vogliamo è trasparenza sulle procedure, che devono essere di dominio pubblico. Tra l'altro il Miur, che molto avrebbe da chiarire anche circa alcune assunzioni al suo interno, dopo la raccolta iniziale delle domande da parte dei docenti, avrebbe dovuto rendere pubbliche le graduatorie". Fonte

La selezione dei candidati del M5S alle politiche

La selezione dei candidati per le prossime elezioni politiche che si spera arrivino quanto prima per la salvezza dell'Italia manterrà lo stesso metodo di quelle del 2013. Cittadini incensurati scelti da cittadini attraverso la Rete, cittadini con non più di un mandato elettorale. Per i dettagli si può consultare il regolamento. Nel M5S non vengono "imbarcati" condannati ne' politici di professione che portano in dote voti di scambio. Non ci sono nomine dall'alto da parte di un segretario di partito che decide per tutti, ma soltanto cittadini eletti da cittadini che si impegnano in politica per dovere civico.
VIDEO L'onestà tornerà di moda!

Tragedie indicibili sia via mare che via terra

In questo spezzone di intervento a #‎SkyTG24 introduco il tema Immigrazione a livello europeo. Siamo di fronte ad un esodo di proporzioni epocali a cui non sipuò rispondere a suon di slogan...
Una fase storica di dimensioni così grandi può essere affrontata solo in maniera unitaria, in questo senso l'Europa (intesa come UE) si gioca tutto il suo futuro.

Ma io mi domando: Perchè dopo che la Merkel ha aperto le porte della Germania ai profughi si è svegliato anche il premier inglese? Perchè la Germania accoglie solo immigrati siriani? E gli altri? Sono forse figli di un dio minore?



La Corte dei Conti: “Renzi , quattro anni di bilanci falsi”

I giudici contabili contestano all’ente toscano l’impiego di fondi di riserva per le spese correnti non ricostituiti alla fine del mandato e di aver rinviato 152 milioni di crediti diventati oggi “inesigibili




E quattro. Il Comune di Firenze è costretto ancora una volta a ricevere i rilievi della Corte dei conti. Per il quarto anno consecutivo. L’intera gestione firmata Matteo Renzi. Ma questa volta ai giudici contabili non sono bastate le rassicurazioni di Palazzo Vecchio e non è stato sufficiente neanche l’intervento riparatore della giunta di Dario Nardella, che si è visto costretto a rimediare alla pesante eredità ricevuta. Per i giudici contabili rimangono “gravi irregolarità” che generano “oltre all’inosservanza dei principi contabili di attendibilità, veridicità e integrità del bilancio, anche violazioni in merito alla gestione dei flussi di cassa e alla loro verificabilità”. Per questo la Corte, il 31 luglio come già il 22 maggio, ha recapitato a Palazzo Vecchio un’ordinanza con cui invita l’ente “ad adottare entro 60 giorni i provvedimenti idonei a rimuovere le irregolarità e a ripristinare gli equilibri di bilancio”. L’erede di Renzi, il fidato Nardella, sapeva che con la poltrona di primo cittadino avrebbe ricevuto in consegna anche qualche guaio. Ma non di tale entità. La percezione reale l’ha avuta lo scorso dicembre quando ha saputo che anche da Roma l’amico Matteo avrebbe regalato altri guai. Con esattezza minori entrate dallo Stato per 22 milioni. Il 27 dicembre 2014, dopo aver faticosamente chiuso la discussione sulla Finanziaria, Nardella ha ammesso: “Sappiamo solo che c’è uno sbilancio di 50 milioni di euro, dobbiamo trovare 50 milioni”. Aggiungendo sconsolato: “Ci stiamo lavorando anche in questi giorni di ferie”. Non è servito. Non secondo i giudici contabili che a fine luglio hanno contestato alcuni punti al sindaco seppure prendendo atto che l’erede ha risolto qualche falla lasciata dal predecessore. Il primo riguarda “la gestione di cassa nel triennio 2011-2013” che “ha evidenziato l’impiego di fondi aventi specifica destinazione per spese di parte corrente, non ricostituiti al termine dell’esercizio”. In pratica, come tutti i Comuni, anche quello di Firenze ha delle “riserve” che devono essere usate per specifiche necessità. La legge prevede una sorta di deroga e quindi permette di utilizzarli per altre spese ma a condizione che poi quelle riserve vengano ricostituite. Renzi se n’è dimenticato. La cifra? 45.888.216 euro. Fondi che “potevano essere ricostituiti integralmente con gli incassi avvenuti nei primi mesi del 2014”. Ed elenca: “Somme correnti depositate nei conti correnti 5,5 milioni”, “trasferimenti ministeriali per il funzionamento degli uffici giudiziari per il 2011 e il 2012 per 28,6 milioni” e, infine, i “contributi erariali per 5,7 milioni”. Invece, bacchettano i giudici, li avete spesi in altro denotando “una sostanziale difficoltà nella gestione dei flussi di cassa” e mettendo a rischio “l’equilibrio e la stabilità finanziaria dell’ente”. Altro capitolo dolente: la “presenza consistente di residui attivi vetusti”. Si tratta di crediti che ogni ente spera di recuperare prima o poi: multe, tasse e così via. Crediti che trascorsi alcuni anni devono essere trasformati in inesigibili. I “residui attivi vetusti” di Palazzo Vecchio per la Corte sono troppi e troppi vecchi: risalgono a prima del 2009.
Quindi vanno riconteggiati perché “la loro elevata incidenza percentuale comporta un potenziale rischio per la tenuta degli equilibri di bilancio negli esercizi successivi”. A Nardella non è rimasto che correre ai ripari. Ed eseguire: la Giunta l’8 maggio 2015 ha deliberato il “riaccertamento straordinario dei residui” e portato il “fon - do crediti di dubbia esigibilità e difficile esazione” a 152 milioni di euro. Il fondo svalutazione crediti nel rendiconto di gestione 2014 era 13,7 milioni. Ma Firenze è una città ricca. Come spiega l’assessore al bilancio, Lorenzo Perra. “Noi siamo in grado di restituire debiti per 30 milioni l’anno, purtroppo siamo frenati dal rispetto del solito e fastidioso patto di Stabilità”. I rilievi della Corte dei conti? “So - no inviti a spiegare, correggere, migliorare e da quando siamo a Palazzo Vecchio noi lo stiamo facendo: abbiamo chiuso il bilancio con un avanzo di 30 milioni e non ravvedo grandi elementi problematici per il futuro”. Ma i giudici contabili sollevano dubbi. Come l’opposizione in aula. In particolare Tommaso Grassi che ritiene possa essere “colpa della corsa di Renzi a Palazzo Chigi”. Ma l’erede non sta sistemando le cose? “La Corte dice una cosa diversa: i fondi destinati a investimenti che sistematicamente a fine anno venivano utilizzati per pagare i fornitori (che invece pesano sulla spesa corrente, ndr) e non peggiorare il patto di stabilità, nel 2014 non sono stati sistemati. Così come, nonostante il riaccertamento straordinario dei crediti inesigibili effettuato a maggio, la magistratura contabile ritiene ancora troppo elevata la percentuale dei residui (attivi, ndr) e teme che questo possa falsare i conti del Comune”

Il PD si intasca 5,5 milioni di finanziamento pubblico

da il Blog di Beppe Grillo

Il finanziamento pubblico ai partiti non è stato abolito. Non è stato abolito dopo il referendum del 1993 nonostante la volontà di milioni di italiani e non è stato abolito dai tweet di Letta. Ha semplicemente cambiato nome e forma. Ora si chiama due per mille ai partiti, ma sono soldi pubblici, non libere donazioni. Sono tasse già pagate dal cittadino tramite la dichiarazione dei redditi che vedrà rinnovata la sede del partito vicino casa e la scuola che invece crolla in testa al figlio. Il Pd ha esultato perchè si è intascato 5,5 milioni di soldi pubblici che potevano essere usati per istruzione, sanità, trasporti, per rimpinguare le sue casse.

Video: Il M5S smaschera Renzi sul finanziamento pubblico




Quest'anno il totale a cui possono attingere i partiti è di circa 10 milioni di euro, saliranno a 27,7 milioni nel 2016 e 45 nel 2017. Nel 2018 se il M5S sarà al governo non ci sarà un centesimo pubblico destinato ai partiti. Il M5S ha rinunciato al due per mille per lo stesso motivo per cui ha rifiutato 42 milioni di euro di rimborsi elettorali nel 2013: non vuole soldi pubblici e sostiene le sue iniziative con le libere donazioni di attivisti e simpatizzanti, come sta accadendo in questi giorni perItalia 5 Stelle che si terrà il 17 e 18 ottobre a Imola.
Soldi, soldi, soldi. Il Pd ha bisogno di soldi. Toglietegli i soldi e non rimane più nulla.

venerdì 4 settembre 2015

E' solo tutta colpa nostra

di Fabio Angeletti

Qualche giorno fa, in un blog aperto nel sito del Movimento 5 Stelle avente il titolo “Solidarietà ai migranti” ho avuto modo di esprimere un mio personale pensiero su come, in un prossimo governo a 5 stelle, si potrebbe far fronte al problema dell’immigrazione. Avendo inquadrato come cause dell’immigrazione la povertà, la miseria e la guerra, scrissi che secondo me sarebbe stato meglio smetterla di vendere armi ai paesi del terzo mondo e di portare invece investimenti come scuole, ospedali, vie di comunicazione, energia elettrica, sistema idrico e fognario ecc.. trasformandone così la popolazione in termini di cultura, ricchezza e salute.

Tra i componenti del forum, Claudio Mondini (che ringrazio pubblicamente su questa pagina), mi ha fatto notare che tra le cause dell’immigrazione che ho accennato sopra c’è anche il disastro ecologico. In particolare quello presente nel Golfo del Niger. Gli chiesi gentilmente di fornirmi la documentazione di tale causa. Mi fu presto fornita tutta la documentazione al riguardo e, quello che ho trovato nella sua disamina, è alquanto allarmante e sconcertante.
Ebbene, l’origine di questo grande flusso di immigranti è solo colpa dei Paesi industrializzati, Italia compresa. Questi esseri umani fuggono dai propri paesi anche per colpa delle grosse multinazionali petrolifere che influenzano corrompendo i governi locali facendosi autorizzare a smembrare i loro territori.
Corruzione e violenza regnano a discapito degli abitanti di quelle terre.
La Nigeria fornisce alle multinazionali circa 2,4 milioni di barili di petrolio al giorno. Questo viene raffinato in altri Paesi, soprattutto in Europa, per poi essere rivenduto al Niger.
I colossi del petrolio si avvalgono di manodopera non nigeriana, non indigena, determinando una disoccupazione, nella sola regione del Delta, che oscilla tra il 75% e il 95%, mentre l’aspettativa di vita non supera i 40 anni.
Cosa significano questi dati:
-    la percentuale di disoccupazione indica chiaramente che le multinazionali presenti sul territorio non si avvalgono della manodopera del posto quindi non distribuiscono ricchezza, potere d’acquisto agli abitanti dei territori;
-    la mancanza di denaro, di ospedali, di medicine, di un’adeguata rete elettrica, idrica e fognaria, la mancanza totale di igiene e profilassi sia nei villaggi che in città, fanno il resto.

A quanto sopra esposto si aggiunge il totale inquinamento delle falde acquifere che non permette ai contadini di coltivarsi la terra in quanto questa è contaminata, e  le continue ed inarrestabili fuoriuscite di greggio dalle PIPE LINE (più di 6.800 registrate tra il 1976 e il 2001).

Per la scarsa se non totale assenza di manutenzione, l’inquinamento di fiumi e laghi hanno ucciso l’unica fonte di sostentamento: il pesce. Quando fu chiesto alle compagnie di riparare i danni creati dalle fuoriuscite, di bonificare i terreni, loro risposero che trattandosi di sabotaggi non intendevano risarcire nessuno. Una scusa alquanto grottesca se si pensi ai danni che queste fuoriuscite provocano sulla salute di chi vive in quei posti.
Ad Akala Olu invece gli abitanti convivono con questo paesaggio infernale. Sotto accusa, la pratica del gas flaring, cioè l’uso di bruciare i gas che si trovano nello strato più alto del giacimento di petrolio. Migliaia di fuochi alimentati da una fortissima pressione interna surriscaldano l’aria già torrida del Delta. Una parte di gas non brucia, si spande nell'aria, viene inalato, entra nei polmoni. Il rumore e il calore non fanno dormire di notte. I più giovani non hanno mai visto il buio della notte.
Il gas flaring è vietato in Nigeria. E’ una mostruosità, è un abuso, è un attacco ai diritti umani… deve essere bloccato, non si può gasare la gente. Negli ultimi 40 anni la popolazione è stata completamente intossicata. Pensate che nella zona del Delta del Niger ci sono più di 50 impianti di gas flaring.
Le emissioni di Co2 derivate da esso derivate al Delta del Niger rappresentano quasi il 3% dell’emissioni di Co2 a livello globale, ossia di tutto il pianeta. Questo gas viene oggi bruciato nell'aria provocando impatti sulla salute e sull'ambiente che sono devastanti ed inimmaginabili. In realtà se venissero utilizzati per la produzione di energia potrebbero garantire l’accesso all'energia all'intera popolazione del continente africano sotto il Sahara, se escludiamo il Sud Africa. Quindi la sicurezza energetica di un intero continente potrebbe essere garantita solamente dal gas che oggi si brucia.

Ma allora perché non lo fanno…  Non possono perché l’interesse delle compagnie in Nigeria è quello di estrarre la risorsa ed esportarla. Nel momento in cui il gas, essendo gas associato, non può essere trasportato, lo bruciano. La legge vieta alle compagnie questa pratica, ma ben 5 governi nigeriani non sono riusciti ad imporre la soluzione del problema.
I governi consentono tutto questo per interessi personali e sono tutti così, dal primo all’ultimo, dal presidente all’ultimo governante… sarebbe stato sufficiente dire alle multinazionali: se non smantellate il gas flaring noi non vi diamo più il petrolio… questo hanno proposto, ma come risposta sempre il silenzio.
La gente del Delta si chiede perché queste multinazionali agiscono in un certo modo diciamo sostenibile in Europa e non fanno lo stesso in Nigeria. La risposta è che il governo in Nigeria non chiede le stesse garanzie che chiederebbe un governo Europeo. Per le compagnie è una buona scusa possono rispondere che nessuno chiede loro nulla più di quanto già fanno.
La violenza è la naturale conseguenza dei comportamenti delle multinazionali e della corruzione dei governanti.

Nasce il MEND (Movimento per l’Emancipazione Delta del Niger) fondato principalmente per portare il paese fuori dal disastro. E’ un’associazione di persone che servono la causa volontariamente, quindi la responsabilità delle loro azioni non è di qualcuno in particolare, ma di tutta l’organizzazione. Vengono pianificati e portati a termine rapimenti di alti dirigenti delle compagnie petrolifere presenti sul territorio. Il 7 dicembre 2006 vengono rapiti tre tecnici dell’Agip (Francesco Arena, Cosimo Russo e Roberto Dieghi) per poi essere rilasciati dopo 98 giorni di prigionia. Boyloaf, leader del MEND: “Li abbiamo rapiti per dare una lezione all’Agip. Lo abbiamo fatto, per farci ascoltare per far capire cosa succede in quest’area… e cosa dobbiamo subire”.

Con il passare del tempo al MEND si sono affiancati altri gruppi di briganti che, spacciandosi per il Movimento per l’Emancipazione Delta del Niger, fanno ostaggi per chiedere denaro. Poi ci sono gruppi nel MEND che considerano lecita ogni azione per destabilizzare il paese e cacciare le compagnie. La verità è che in quei territori, tutti, anche le multinazionali con le loro milizie armate hanno capito che non ci sarà mai pace se non viene ristabilita la giustizia sociale.

L’Arcivescovo di Benin City e Warri, Mons. Richard Burke, riferisce i dati forniti da SHELL alla fine del gennaio 2009. La compagnia ha annunciato di aver avuto nel 2008 i profitti più alti di tutti i tempi per una società europea: 31 miliardi di dollari, il 14% in più rispetto all'anno precedente. Parliamo di 85 milioni di dollari di profitti al giorno e un aumento del dividendo per gli azionisti dell’11% sull'ultimo trimestre del 2008.
La Shell è in Nigeria dagli anni ‘40, nel 2006 è stata condannata dalla corte federale a non bruciare più gas a cielo aperto perché immette in atmosfera tonnellate di anidride carbonica e solforosa ed è causa di malattie alle popolazioni locali. Non lo ha fatto, e il governo (corrotto), tollera.

Quello che ho voluto descrivere, grazie al materiale messo a disposizione da Claudio, è solo una delle molteplici cause di questa immigrazione.
La responsabilità di questi "viaggi della speranza", di questi morti in mare e di quelli che giungono sulle nostre coste è tutta nostra. Nostre sono state le politiche coloniali in questi paesi, che li hanno depredati. Nostri sono stati gli appoggi a dittatori e criminali di ogni sorte, che oltre ad arricchire se stessi, hanno sempre fatto i nostri interessi. Nostre sono state le politiche economiche e monetarie che hanno fatto crescere il debito pubblico oltre ogni controllo. Nostre sono le complicità nell'assassinare le poche menti illuminate che potevano cambiare, veramente, le sorti di quei paesi. Nostri sono i capitali delle multinazionali che sfruttano il sottosuolo, le risorse e gli uomini in quei paesi. Nostre sono le armi che tengono in piedi sanguinosi conflitti. Nostre sono state le politiche dello sviluppo, che hanno prodotto di tutto fuorché un miglioramento della vita reale della gente. Nostra è quella Comunità Internazionale, incapace di prevenire o gestire le crisi che continuamente si ripetono. Nostri sono i soldi sporchi del sangue di donne, uomini e bambini versato per soddisfare i nostri capricci. Nostri sono gli uomini che comprano minuti di piacere da giovani prostitute sfruttate dal racket della tratta di essere umani. Nostre sono le politiche sull'immigrazione fatte con i piedi e non con la testa. Nostre sono le responsabilità quando non ci indigniamo con forza a fronte di dichiarazioni razziste e xenofobe.
Queste morti, ha ragione Papa Francesco, sono una vergogna. Una vergogna per tutti noi, sono un pugno allo stomaco, sono il frutto della nostra inazione, del nostro torpore.
Abbiamo permesso per troppi anni che le politiche sull'immigrazione fossero centrate solo sul contenimento. Come se fosse possibile fermare l'acqua con un sacchetto di sabbia. Abbiamo ignorato che la Somalia è da 20 anni senza un governo, che in Etiopia ed Eritrea si muore di fame, che nella Repubblica Democratica del Congo vengono stuprate migliaia di donne al giorno, che in Siria prima ancora che per il gas, la gente moriva per una guerra sanguinosa, che in Libia dopo le bombe serviva dell'altro o che il Sahel non ha più acqua.
Provate a chiudere gli occhi. Immaginatevi si essere da giorni in un barcone affollato, come quello della foto, dove perfino respirare è difficile. Immaginate di essere quasi a terra e che qualcuno vi spinga in acqua. Voi non sapete nuotare. Eppure vi spingono, perché la vostra vita valeva qualcosa solo prima del viaggio.
Questo accade, ogni giorno. Questo accadeva agli schiavi secoli fa, durante la tratta, in più vi erano solo le catene.
Ora immaginate che sulla barca vi siano i vostri figli, i vostri mariti, le vostre mogli e che il colore della pelle non sia nera, ma bianca. Cambierebbe qualcosa?

Ora vi lascio alla visione del Report effettuato in Niger dalla Rai ricordandovi che in Nigeria a causa del "nostro" petrolio abbiamo distrutto un ecosistema unico al mondo e ora è la causa dell’alto tasso di prostituzione presente nel nostro paese e, da qualche tempo, anche di presenze sui barconi dei “viaggiatori della speranza” che attraversano il Mediterraneo per giungere sulle nostre coste. 

CELENTANO CON GRILLO

“Merkel, mantieni la promessa di integrarli tutti”



Sul suo blog Adriano Celentano ha criticato la cancelliera: “Cara Merkel! Fra i premier che in Germania ti hanno preceduto, devo dire che tu (a parte gli errori, ma nessun premier è perfetto, neanche Renzi nonostante il vantaggio della sua giovane età) sei la più simpatica. Mi ricordi mia sorella Rosa che aveva sempre voglia di ridere e giocare. Però. Ha ragione Grillo. Tu, la scorsa settimana avevi fatto una promessa importante quando annunciasti che la Germania avrebbe BLOCCATO il trattato di Dublino. Ma ieri il portavoce del governo tedesco ha dovuto ammettere che chiunque arrivi in Ungheria, deve registrarsi lì, e lì sottoporsi alla procedura di richiesta di asilo. Perché non mantieni la promessa? Così facendo si rischia di far alzare i famosi MURI del triste e avvilente rifiuto alla disperazione della povera gente che scappa dalla guerra. Mentre invece sarebbe così bello se l’Europa TUTTA, assestasse un sonoro schiaffo a tutti quelli che uccidono. I quali non hanno ancora capito che non basta farla franca in questa di vita. I guai per loro, anche se vivessero 150 anni, cominceranno proprio quando la fine è vicina. Ed è un vero peccato".

Il precario è il ministro Giannini

#LANONBUONASCUOLA La titolare dell’Istruzione è il bersaglio da offrire a fischi e contestazioni. E il premier sta pensando di sostituirla. Intanto sulle assunzioni la propaganda tace



Cara ministro, lei e il suo governo siete bocciati”. Festa dell’Unità di Torino, mercoledì sera. Nel giorno in cui escono i dati della fase “b” delle assunzioni per la scuola, sul palco a metterci la faccia c’è lei, Stefania Giannini, il ministro dell’Istruzione. È sempre lei che affronta la conferenza stampa nel pomeriggio. È lei che va a prendersi i fischi la sera. I contestatori stavolta sono gli Studenti indipendenti. Uno di loro legge un comunicato, direttamente dallo smartphone. Quando lei abbozza una difesa (“esprimiti con parole tue”), la interrompono, arrivano sotto al palco. Ma è un copione già visto più o meno a tutte le Feste dell’Unità a cui il ministro ha partecipato. Costretta ad abbandonare la festa a Bologna, ad aprile, fischiata a Roma, a luglio, fischiata a Torino. C’è da aspettarsi che sarà contestata anche stasera, alla Festa nazionale di Milano, che ieri ha fischiato il sottosegretario Enrico Zanetti, mentre difendeva gli 80 euro e ha accolto con calore Pier Luigi Bersani, all’attacco di Renzi, come al solito. In questa fase, la Giannini ha il ruolo di bersaglio, di scudo umano. Tanto la propaganda renziana è partita all’attacco martedì, dopo l’uscita dei dati Istat sul lavoro, con video messaggio del premier, grafici, tabelle, batteria di tweet firmati Nomfup (alias Filippo Sensi, il portavoce del premier), con l’hashtag #theysaid contro tutti quelli che avevano mostrato perplessità e pessimismo, tanto mercoledì si notava una decisa assenza di dichiarazioni trionfaliste. Sparito dai radar l’hashtag #labuonascuola. Giannini canta vittoria, come da “contratto”, ma Renzi si guarda bene dal farlo. Perchè, visto che la riforma è stata per lui un boomerang e pure un disastro comunicativo, potrebbe servire un agnello sacrificale. Sempre lei, il ministro dell’Istruzione. “Per fare il rimpasto, Renzi aspetta l’inizio dell’anno scolastico”, spiegava un fedelissimo. Perché potrebbe decidere di sostituire anche lei. I posti da riassegnare (ora mancano il ministro degli Affari regionali, il vice ministro degli Esteri e un sottosegretario allo Sviluppo Economico) potrebbero aumentare. Anche per essere offerti come merce di scambio nel voto delle riforme e per rafforzare la maggioranza. Per iniziare, il premier potrebbe aver bisogno di offrire un colpevole agli insegnanti in rivolta. Tutti voti in caduta libera. Della Giannini il premier non sì è mai fidato: aveva provato a commissariarla, con il sottosegretario, Davide Faraone. E soprattutto, nei momenti cruciali della stesura del testo e della trattativa con i sindacati le aveva affiancato Maria Elena Boschi. Era stata lei a prendere in mano il dossier, sia dal punto di vista dei contenuti, che da quello della mediazione. Adesso, si è del tutto allontanata dalla vicenda: è un volto da proteggere, non è proprio il caso di associarla a una riforma perdente. Evidentemente, questa scuola non è tanto buona.

“Pronti a fare ricorso, il Comune andava sciolto”

L'INTERVISTA a Paola Taverna (Movimento Cinque Stelle)

Il sit-in antimafia a Roma è pura ipocrisia. Il PD manifesta contro se stesso e fa di tutto per evitare il voto. Ma il M5S è pronto a fare ricorso contro la relazione di Alfano: come si può sciogliere un Municipio e tenere in piedi il Campidoglio?”. La senatrice dei Cinque Stelle Paola Taverna, romana, spara a zero contro la manifestazione antimafia dei democratici.
Voi del Movimento non siete andati. Abbiamo fatto tante manifestazioni e loro non si sono mai presentati. Chiedevamo che il PD romano ammettesse di essere coinvolto in dinamiche mafiose e consentisse il ritorno al voto. Ma dopo mesi in cui hanno arrestato e indagato decine dei loro, i democratici oggi hanno avuto la sfrontatezza di scendere in piazza. Per di più, pochi giorni dopo aver consentito ai Casamonica di celebrare funerali in pompa magna.
Però hanno commissariato il partito e sospeso dirigenti ed eletti. L’hanno fatto quando ormai era già scoppiato lo scandalo. Alcune delle persone presenti in piazza saranno state anche in buona fede. Ma non basta.
Ignazio Marino ha fatto argine a pratiche e personaggi sospetti, non crede? Togliamoci dalla testa questa idea del sindaco che non sapeva nulla. Buona parte della sua giunta e delle persone che ha scelto sono state arrestate. E anche se era davvero all'oscuro, vuol dire che non è capace, perché non si rende conto di chi lo circonda.
Tra Renzi e Marino è sempre guerra aperta. Per ora è stato commissariato. Renzi gli ha messo come badante Gabrielli (il prefetto, ndr), e si è servito del burattino Alfano per evitare le urne.
È convinta che vincereste? Io so che i cittadini vogliono il voto. Il Pd può anche prendere tempo: ci fanno un favore, perché più vanno avanti, più si vedrà chi sono.
Alessandro Di Battista non si candiderà a sindaco. Non rischiate di scontare la mancanza di un nome forte? Alessandro non può candidarsi, perché il nostro regolamento non lo consente. Noi crediamo nel nostro metodo, che prevede trasparenza e opportunità anche per persone meno conosciute. Se il nome fosse così decisivo, vorrebbe dire che i romani ritengono più importante l’apparenza che la sostanza. Ma non penso.
Ma quando si voterà a Roma? Non lo so. Aspettiamo di leggere la relazione di Alfano, perché riteniamo che ci possano essere gli estremi per un ricorso. Come è possibile sciogliere un solo Municipio, pur grande come quello di Ostia, senza sciogliere l’intero Comune? Non si possono scaricare tutte le responsabilità sul presidente municipale.
Contesterete il mancato scioglimento del Campidoglio. Valuteremo. Ci sono incongruenze, anche nelle norme citate nel testo.
Beppe Grillo ha ventilato nuove regole per il M5S. Poi è arrivata una smentita. Non ci sono state mai riunioni tra di noi su un mutamento di regole, né per le Parlamentarie né per le restituzioni. Un prodotto vincente non va cambiato.
Grillo ha ammesso di “aver imbarcato di tutto”. In una certa misura è fisiologico. E comunque invito a guardare dentro gli altri partiti, nessuno ha mantenuto invariato il proprio organico.
Ma la selezione... È un processo che sta già migliorando da solo. E poi anche i cittadini devono assumersi responsabilità nella scelta.
Si parla di nuove norme per i meet up. Hanno scritto che sono stati declassati ma non è vero: si sono sempre chiamati “Amici di Beppe Grillo”. La gente si deve avvicinare a un’idea, non a un partito.
Sta per riprendere la partita sulla riforma in Senato. Pietro Grasso sarà l’arbitro. Ogni volta che si è trovato sotto pressione, Grasso ha favorito la maggioranza. Credo che in questo momento sia in conflitto soprattutto con se stesso.

Ma la legge passerà? È in corso la campagna acquisti, con scambio reciproco di favori. È il loro metodo.

“Jobs Act, il ricatto a Mattarella: firma a scatola chiusa”

COSTITUZIONALISTA Gianluigi Pellegrino
di Stefano De Agostini

Un grave vulnus contro le prerogative del presidente della Repubblica", che lo mette "davanti a un ricatto: o firma a scatola chiusa oppure salta il termine di esercizio della delega". Gianluigi Pellegrino, avvocato costituzionalista, commenta così l'ultimo passo falso in cui è incappato il governo in tema di Jobs act, svelato ieri dal Fatto Quotidiano. Dopo l'errore sui numeri dei contratti stabili attivati nei primi sette mesi dell'anno, ecco il nuovo scivolone dell'esecutivo in tema di lavoro. Ma stavolta la situazione appare ben più grave: dietro quello che può sembrare un banale ritardo burocratico, si cela una violazione della legge che compromette gli equilibri dei poteri istituzionali, in particolare con il Colle. L'Esecutivo, infatti, entro lo scorso 26 agosto doveva consegnare al Quirinale i testi degli ultimi quattro decreti della riforma del lavoro. A stabilirlo è una norma del 1988, la legge 400: "Il testo del decreto legislativo adottato dal governo è trasmesso al presidente della Repubblica, per la emanazione, almeno venti giorni prima della scadenza”. L'ultimo giorno utile per l'entrata in vigore dei decreti del Jobs act è fissato al 16 settembre e, andando a ritroso di venti giorni, si arriva al 26 agosto. Il termine è stato ampiamente superato, ma il governo ha ritoccato i testi fino all'ultimo momento: solo oggi, il Consiglio dei ministri, a meno di nuove sorprese, dovrebbe approvarli in via definitiva. Tra l’altro, con un possibile nuovo scontro con il Parlamento che ha proposto alcune modifiche. Così, di fatto, i decreti non sono ancora sulla scrivania di Sergio Mattarella. E l'esecutivo Renzi ha violato una norma dello Stato. "La legge 400 – spiega Pellegrino – impone quel termine per consentire al Presidente della Repubblica un esame serio e dargli il tempo di eventuali osservazioni in punto di costituzionalità anche quanto al rispetto della legge delega. Violare quei termini vuol dire mortificare le prerogative del Capo dello Stato". Insomma, se i decreti saranno approvati oggi, il Quirinale avrà a disposizione solo dodici giorni, praticamente la metà del tempo previsto, per esaminare ben quattro testi legislativi. E stiamo parlando della riforma del lavoro che, nel bene e nel male, toccherà i destini di tutti gli italiani. "Ciò che è gravissimo è il vul - nus al presidente della Repubblica –prosegue l'avvocato – In termini oggettivi, è un modo per innescare una sorta di ricatto istituzionale: o firmi così come è o sei tu a far scadere la delega". Il governo Renzi, sostiene il costituzionalista, ha di fatto messo il Colle con le spalle al muro e ne ha svilito il ruolo stesso: "L'esecutivo in tal modo finisce con il ridurre a orpello le prerogative del presidente della Repubblica". In poche parole, il governo trasforma la firma della prima carica dello Stato in un autografo, un abbellimento superfluo sul cavallo di battaglia di Matteo Renzi. "Mi meraviglia –afferma Pellegrino – che Mattarella non se ne lamenti, soprattutto riguardo a un atto di particolare importanza come questo sulla disciplina sindacale e del lavoro. È davvero singolare che non difenda le sue prerogative, che poi sono nell'interesse dei cittadini e della legge, affinché il governo non abusi del potere delegato. È una questione di fondamentale equilibrio tra poteri che è persino più rilevante di singoli profili di costituzionalità". Al di là dei rapporti tra il Colle e Palazzo Chigi, la questione va considerata anche sotto il profilo della validità dei decreti, a rischio di illegittimità ancora prima di venire alla luce. Il ministero del Lavoro, interpellato dal Fatto Quotidiano sulla possibile invalidazione dei decreti legislativi, ha risposto: “Per quanto ci risulta, è un rischio che non esiste”. Ma la questione è tutt'altro che chiusa e la senatrice Paola De Pin, ex M5S passata ai Verdi, ne ha chiesto conto al governo con un'interrogazione parlamentare: il timore è quello di una valanga di ricorsi per sollevare la questione di incostituzionalità. "Il mancato rispetto di quella norma –precisa l'avvocato Pellegrino – non è una causa di per sé di incostituzionalità dei decreti che verranno varati, perché una legge non può violare la legge. Piuttosto, si tratta di uno sgarbo al presidente della Repubblica in danno di prerogative poste a tutela di tutto il Paese".

giovedì 3 settembre 2015

Movimento 5 stelle Albano Laziale


UNGHERIA - La stazione di Keleti, enclave siriana “Staremo qui fino all’ultimo treno”

Convogli vietati anche ieri per le migliaia di persone fuggite dalla guerra



Questa non è una bella foto”, dice Abdulhamid indicando una pagina del free press Metro, versione ungherese, che ha preso in metropolitana. “Ci fa sembrare cattivi”. Sposta l’indice sulla fila di poliziotti che scorta i turisti giù dal treno, mentre passano accanto ai migranti che due giorni fa hanno provato a prendere il treno per Monaco e sono stati fermati. La stazione di Keleti, a Budapest è ancora chiusa ai migranti e dall’ingresso principale non entrano più nemmeno i turisti.
Assedio alla stazione della Capitale ungherese - Ansa
Nella foto che ritrae il gruppo di ragazzi bloccati sulla banchina della stazione, c’è anche lui. Aspirante architetto di 22 anni, che ha lasciato la macchina fotografica in Siria. I vestiti invece li ha persi durante il viaggio in barcone, dalla Turchia alla Grecia. “Cosa penseranno i cittadini europei di noi?” Nella piazza davanti alla stazione, dove sono seduti da giorni i migranti, le notizie sull’Europa arrivano poco. Del premier Renzi che ha deciso di metterci la faccia e dell’Europa, che “tutta insieme – dice il presidente del Consiglio - deve gestire le politiche di rimpatrio”, neanche l’ombra. Il governo Orban ha cambiato strategia: la polizia è in assetto antisommossa e ferma nelle vie laterali alla stazione chiunque sembri un siriano, un afghano o dai tratti simili. In base all’istinto. Impedendogli di stazionare, cosa che era successa nei giorni precedenti, nei dintorni della piazza. Poi sceglie piccoli gruppi che carica in furgoni blindati, con le sbarre ai vetri. I migranti non si ribellano: ci sono molte famiglie e anche bambini piccoli chiusi lì dentro. “Li portiamo qualche metro più in là e poi li lasciamo liberi”, ci spiega un giovane poliziotto dopo molta insistenza. Spostamento inutile quanto poco credibile. Sono diretti nei campi per rifugiati nei dintorni di Budapest (Deprecen, Bicske, Vamosszabadi), dove sarebbero dovuti andare a farsi registrare, una volta arrivati in Ungheria, e che hanno scelto di evitare proprio per non farsi prendere le impronte digitali. MA LE PERSONE che protestano davanti alla stazione, più di un migliaio, praticamente non se ne accorgono. Quando si sparge la voce, qualcuno prova ad alzare i torni della protesta, chiede di entrare e invadere la stazione. È la seconda scintilla di ieri, dopo il lancio di una bottiglia di plastica contro il cordone della polizia da parte di un uomo. In entrambi i casi, i possibili ‘facinorosi’ vengono isolati dagli altri migranti. Le mamme sdraiate a terra con i bambini, chiedono loro di fare attenzione a non urtarli perché stanno dormendo. “Pensavo che arrivare qui sarebbe stato più semplice”, dice Abdulhamid ripensando al suo viaggio. Sono le due di pomeriggio, il sole è a picco e la piazza si è svuotata un po’. Ma lui sta seduto in prima fila per terra davanti ai poliziotti, con suo fratello e le sue due nipotine. “Perché non andiamo un po’ all’ombra? E dove dovremmo andare? Il nostro posto è qui, dobbiamo essere i primi a prendere il treno per la Germania”, risponde. Intanto all’uscita della metropolitana, dove dormono la maggior parte dei migranti, iniziano ad arrivare alcuni cittadini con borse della spesa piene di cibo, vestiti e sapone. I bagni così come i piccoli rubinetti posti al centro dello spazio sono troppo pochi per tutte le persone che vivono lì. La gara di solidarietà prosegue anche al parco dietro la stazione: “Abbiamo visto le immagini in televisione e siamo venuti qui”, spiega una coppia di pensionati ungheresi. “Di cos’altro avete bisogno?”, chiede ai volontari che stanno tentando di gestire la situazione di emergenza. O di farla sembrare normale: alcuni giocano con i bambini. Li rincorrono e li fanno disegnare. Ma anche la distribuzione del cibo diventa una lotta: per delle mele e delle banane quasi scoppia una rissa. Molti non provano nemmeno mettersi in fila per afferrarli. Alcuni ordinano una pizza gigante e la dividono a fetta: “Stiamo mangiando, Perché dovete riprenderci con la telecamera?”.

Marchiati, internati, affogati “La Ue cambi legge sull’asilo”

ITALIA, FRANCIA E GERMANIA chiedono modifiche alle norme di accoglienza mentre nell’Est Europa scene da persecuzione nazista



Le carrette del mare. I Tir della morte. E adesso i treni presi d’assalto e stipati come carri bestiame. Se ci si mettono pure i cechi a marchiare con un numero a pennarello i migranti, l’evocazione dell’immagine dell’Olocausto è inevitabile, in questo flusso che molti hanno già definito biblico, questo fiume umano che attraversa i continenti e sfocia in Europa, quando ci arriva, allo stremo delle forze. La cronaca racconta una notte d’inferno a Calais, con almeno 150 migranti a prendere d’assalto i treni all'ingresso nel tunnel sotto la Manica – grossi i disagi per i passeggeri blindati dentro - e una giornata di tensione a Budapest, dove oltre 2.000 migranti restano accampati davanti alla stazione centrale, dopo che è stato loro vietato di salire sui convogli per Austria e Germania. Da Breclav, giunge notizia che la polizia della Repubblica Ceca, armata di guanti e pennarelli, scrive numeri identificativi sulle braccia di centinaia di migranti giunti in treno dall'Ungheria e diretti in Germania.
S’ignorano le giustificazioni della pratica, che ha suscitato un’immediata eco d’indignazione in tutto il Mondo, perché ricorda quella dei campi di sterminio nazisti - lì, i numeri erano a fuoco - è un segnale, non certo l’unico, che il “buio della mente” può tornare, che l’Europa non è immune dai germi del passato se allenta l’ancoraggio dell’integrazione. Il flusso è continuo, incessante: oltre 4.000 le persone arrivate al Pireo dalle isole dello Ionio dov'erano approdate con mezzi di fortuna.
Ma la partita dell’immigrazione, la cui scena principale s’è spostata dal Sud, dal Mediterraneo, all'Europa centrale, si gioca pure al Brennero: su richiesta della Germania, che ha ormai assunto decisamente la leadership europea su questo fronte, l'Italia intende intensificare i controlli al valico di frontiera, nel rispetto degli accordi di Schengen. Si riproduce la situazione di Ventimiglia tra Italia e Francia, ma in un clima di collaborazione, invece che di contrapposizione. E la Provincia di Bolzano accoglierà per qualche giorno - come misura temporanea - un numero di profughi stimato ad alcune centinaia, per permettere alla Baviera di organizzarsi per fronteggiare l'emergenza. Sul piano diplomatico, dopo l’iniziativa congiunta tedesco-franco-britannica, che ha innescato l’incontro straordinario del 14 settembre a Bruxelles fra i ministri dell’Interno dei 28, un altro trio, questa volta Italia, Francia, Germania, produce un documento che sbozza nuove regole sull'asilo e per una ripartizione dei rifugiati equa. L’annuncio del ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier trova poi conferma in un comunicato della Farnesina. Del documento italo-francotedesco, già trasmesso a Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la politica estera e di difesa europea, e ai colleghi degli altri Paesi Ue, si parlerà domani e sabato in una riunione a Lussemburgo. La Germania, dove entrano secondo la polizia cento migranti l’ora, oltre 2.000 al giorno, asseconda il cambio d’atteggiamento indicato dalla Cancelliera Merkel e si prepara a cambiare la Costituzione per rendere più gestibile in tempi brevi l'emergenza migranti. “Dovremo adattarci al cambiamento: scuola, polizia, edilizia, alimentazione, sistema sanitario, tutto!”, dice il ministro dell'Interno Thomas De Maiziere, intervistato dal settimanale Zeit. “Parlo anche di modifiche alla Costituzione - aggiunge -, da fare molto rapidamente, nel giro di qualche settimana”. Stride con la svolta tedesca, con la promessa di asilo a tutti i siriani sul territorio tedesco, l’insensibilità britannica e, soprattutto, le chiusure dei Paesi dell’Est, carri armati in Bulgaria, filo spinato in Ungheria, numeri a pennarello nella Repubblica Ceca, l’esclusiva ai cristiani in Slovacchia. Pure l’Italia, che tiene bordone alla Germania, ha le sue pecche: la Corte di giustizia europea la bacchetta per il costo troppo alto dei permessi di soggiorno (tra gli 80 e i 200 euro), non conforme alle norme europee. A due giorni da una condanna a Strasburgo, una a Lussemburgo: zoppichiamo nei principi e nella pratica.

Piazza Grande

Riforme, Mattarella ha firmato il testo alla velocità della luce

Condivido l’articolo di Sandra Bonsanti sul Fa t to di ieri; vi aggiungerei la forte delusione che ha prodotto Mattarella. Faceva ben sperare dati i suoi precedenti di vittima della mafia ma soprattutto per essere stato membro della Consulta che ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale con quel vergognoso premio di maggio-ranza che ha consentito, e consente tuttora, di sedere in Parlamento a 148 parlamentari che non ne hanno diritto. La logica conseguenza doveva essere lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni. Mattarella non avrebbe dovuto firmare la legge elettorale che è stata approvata con un voto di fiducia e che consente di “nominare” il 70% dei parla-mentari dai partiti. Invece l’ha firmata alla velocità della luce. Vorrei che Travaglio dicesse se è costituzionalmente corretto approvare una legge elettorale con un voto di fiducia. Abbiamo avuto la riprova che i deputati del Pd, sotto ricatto, tengono più alla loro poltrona che al bene del Paese.
La strategia politica di Salvini: lucrare sulla soffe-renza altrui

Sono un’antirenziana della prima ora, ma non posso tacere sull'affermazione di Salvini che il delitto dei coniugi catanesi “è solo colpa dello S t a t o”. Un omicidio perpetrato da un italiano è forse differente da un omicidio compiuto da un ivoriano? Se per la legge italiana una persona è innocente fino al terzo grado di giudizio, come mai poche ore dopo l’avvenuto omicidio dei coniugi catanesi si era già tutti sicuri che il ragazzo fosse il colpevole? Gli indizi a suo carico sono gravi, ma lui si dichiara innocente anche dopo più di 14 ore di interrogatorio. A nessuno è venuto in mente che sia innocente? Perché mai dopo aver compiuto un delitto tanto atroce se ne sarebbe tornato al centro rifugiati di Mineo? Poteva benissimo fuggire.
Il ministro Alfano ammette di aver agito contro la legge

Alfano ha detto: “La legge prevede il commissariamento, ma abbiamo ritenuto che non fosse il caso”. Dunque un ministro della Repubblica confessa di essere andato contro una legge, quindi di aver commesso un reato e nessuno dice niente. Siamo arrivati a questo punto? Rinchiudiamolo subito, insieme ai suoi complici sottintesi dal “noi”.

La strage di 33 anni fa

Da Milano a Palermo omaggio al sacrificio di Dalla Chiesa



Le 21.15 del 3 settembre 1982. Cosa nostra alza il tiro. In via Carini a Palermo i sicari dei corleonesi uccidono il generale dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro. Con loro perde la vita l’agente di scorta Domenico Russo. Dopo lo choc, la rabbia. Il cardinale Salvatore Pappalardo citando Sallustio dice: “Mentre Roma discute, Palermo è espugnata”. Storia tutta italiana quella del Prefetto a cui lo Stato negò i poteri. Poteri che furono, invece, dati al suo successore Emanuele De Francesco. Trentatre anni dopo quella strage di mafia, per la quale sono stati condannati i vertici di Cosa nostra Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, l’Italia celebra la morte di Dalla Chiesa. Da Palermo a Milano. In via Carini questa mattina sarà deposta una corona d’alloro. In rappresentanza del governo è attesa la presenza del ministro dell’Interno Angelino Alfano. Nel capoluogo lombardo sarà celebrata una messa di suffragio nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. Alle 11.30 verrà messa una corona alla lapide di fianco al monumento Al Carabiniere di piazza Diaz.

Il M5S: il web resta sovrano ma la base si è fatta gli anticorpi

Dai gruppi tematici alle assemblee “chiuse ”: così i meet up hanno anticipato Grillo



Al terzo giorno, arrivò la smentita: “La selezione dei candidati per le prossime elezioni politiche manterrà lo stesso metodo di quelle del 2013: cittadini incensurati scelti da cittadini attraverso la Rete, cittadini con non più di un mandato elettorale”. Con un mini-post sul blog, Beppe Grillo prova a cancellare il fiume di inchiostro che da giorni commenta la “svolta” annunciata sul palco di Brescia: basta fiducia totale nella Rete che ci ha fatto “imbarcare” di tutto, al prossimo giro stiamo più attenti. Eppure, la smentita di Grillo chiude solo un capitolo: il voto della Rete resta, i requisiti indispensabili per candidarsi pure. Quello che cambia - anzi, che è già cambiato - è come si arriverà a poter proporre il proprio in nome in lista. In assenza di regole ufficiali, infatti, è la base ad aver attivato gli anticorpi. Lo racconta una ricerca pubblicata prima dell’estate e curata da Roberto Biorcio, docente di Scienza Politica alla Bicocca di Milano. Con 176 interviste realizzate in 16 città italiane, Gli attivisti del Movimento 5 Stelle. Dal web al territorio, fotografa la galassia dei meet-up, ovvero l’ossatura del M5s sul territorio nazionale. È un po’ il preambolo di quello che si metterà in mostra alla festa nazionale in programma ad Imola nei giorni 17 e 18 del mese prossimo: una rassegna della “cultura di governo” grillina. Già, perché sbaglia chi immagina che la base del Movimento sia più oltranzista del suo leader. Al contrario, le assemblee e le riunioni a cui i ricercatori hanno partecipato descrivono un gruppo di sostenitori ad alto tasso di realismo. È lì, perciò, che per primi si sono posti il problema di come selezionare i loro compagni di avventura. Scrive Biorcio nella sua introduzione alla ricerca, a proposito delle assemblee dei meet up: “Per un movimento che ha avuto successo elettorale e ha molti eletti nelle arene istituzionali il dilemma è fra mantenersi il più possibile aperto alla società civile, e quindi mantenere basse le barriere all’ingresso per i nuovi membri, e porre regole e limiti sufficienti ad evitare l’ingresso di carrieristi e opportunisti e impedire che l’organizzazione divenga ingestibile per un aumento improvviso della partecipazione”.
Problema noto, soluzioni da inventare: “In assenza di direttive dal centro - spiega ancora Biorcio - i meet up sono liberi di dotarsi autonomamente di regole organizzative interne. La maggior parte dei gruppi locali si dota così di norme, più o meno formalizzate, che lasciano le assemblee aperte al pubblico, ma limitano la qualifica di attivista –e quindi il diritto di voto –a coloro che abbiano effettivamente dimostrato una presenza costante e attiva all’interno del movimento negli ultimi mesi”. È così che, sul territorio, si sta cercando di selezionare anche chi, potenzialmente, potrà arrivare in Parlamento. Non basta la partecipazione, però, così come non basta non avere fame di poltrone per essere un buon amministratore: per questo nei meet up stanno provando anche a valorizzare le competenze dei singoli, attraverso gruppi di lavoro (sull’ambiente, sull’economia, sui diritti) in cui ha diritto di parola solo chi è titolato a farlo. I primi meet up sono nati a luglio del 2005, dieci anni fa. Oggi sono più di un migliaio. Per molti, le assemblee cinque stelle, sono state un lungo di “risocializzazione” politica: persone che hanno abbandonato il Pd, la Lega, Forza Italia perchè “stanchi della logica organizzativa” dei partiti tradizionali. Eppure, le interviste, dimostrano una certa insofferenza alla “struttura fluida” che è considerata “un limite”. A volte anche perché rischia di essere troppo permeabile. Hanno concluso i ricercatori: “La garanzia di non essere colonizzati da individui animati da ambizioni caratteristiche non può più essere offerta solo da Grillo e dallo staff nazionale”.

Il governo si scorda il Colle: il Jobs Act nasce già fuorilegge

I Verdi scoprono la violazione: per gli ultimi 4 decreti serviva la firma del Quirinale entro il 26 agosto. Replica: “È tutto ok”


Il Jobs Act rischia di essere fuori legge. Almeno nei quattro decreti legislativi all’esame delle Camere che devono essere approvati definitivamente dal Consiglio dei ministri. A scoprire la violazione del dettato costituzionale sono i Verdi di Angelo Bonelli che, con la senatrice Paola De Pin, ex M5S passata al movimento ecologista, hanno presentato un’interrogazione parlamentare. L’elemento di incostituzionalità potenziale riguarda le prerogative del Quirinale, la cui firma, secondo quanto previsto dalla legge delega, è necessaria per emanare il provvedimento. Firma che dovrebbe essere apposta “entro venti giorni dalla scadenza” del provvedimento. Il quale scade il 16 settembre. I venti giorni scadevano, quindi, il 26 agosto, quando il Parlamento dormiva e anche il governo era piuttosto assente. Il ministero del Lavoro, interpellato dal Fatto sulla possibile invalidazione dei decreti legislativi ha risposto sicuro: “Per quanto ci risulta, è un rischio che non esiste”. Eppure, chi ha redatto la nota per i Verdi non ha dubbi e li spiega con chiarezza. È la stesse legge delega a precisare i termini della questione. Al comma 10, infatti, si legge: “I decreti legislativi di cui ai commi 1, 3, 5, 7 e 8 del presente articolo (quelli da cui derivano i decreti legislativi in via di approvazione, ndr.) sono adottati nel rispetto della procedura di cui all'articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400”. La legge 400 è in bella evidenza sul sito ufficiale del governo. All’articolo 14, non solo spiega che “i decreti legislativi adottati dal Governo ai sensi dell’articolo 76 della Costituzione sono emanati dal Presidente della Repubblica con la denominazione di ‘decreto legislativo’ e con l’indicazione, nel preambolo della legge di delegazione, della deliberazione del Consiglio dei ministri e degli altri adempimenti del procedimento prescritti dalla legge di delegazione”. Quello che è più importante è che si precisa che “il testo del decreto legislativo adottato dal governo è trasmesso al Presidente della Repubblica, per la emanazione, almeno venti giorni prima della scadenza”. I venti giorni sono già passati e i decreti non sono ancora transitati per palazzo Chigi per l’ok definitivo. Stiamo parlando dei quattro testi che riguardano il riordino dei servizi ispettivi, gli ammortizzatori sociali, la semplificazione degli adempimenti e le politiche attive. Pezzi significativi del provvedimento per i quali, però, la firma del Presidente della Repubblica potrebbe essere aggirata e resa superflua. Chi ha studiato il caso ricorda il precedente, avvenuto nel 2002, con il governo Berlusconi, quando la giurisprudenza ritenne addirittura “clamoroso” che Berlusconi avesse inviato un decreto legislativo in Parlamento lo stesso giorno della sua emanazione. Ma si trattava del Codice della Strada e nessuno si sarebbe sognato di fare ricorso contro una legge di questo tipo. L’importanza dell’articolo 14 della legge 400, del resto, è confermata da un’al - tra sentenza della Consulta del 2000. L’effetto, dunque, potrebbe essere quello di un “vizio formale” nell’ambito del procedimento di emanazione dei decreti attuativi del Jobs Act, il quale comporta un eccesso di delega, non avendo il Governo rispettato termini e modalità indicati dal Parlamento per l’esercizio della delega stessa. Il governo, a giudicare dalla sua risposta, potrebbe non tenerne conto e andare avanti. A quel punto potrebbero fioccare i ricorsi. Chi reputasse ingiusto uno dei provvedimenti contenuti nei quattro decreti potrebbe invocarne, presso un Tribunale, l’incostituzionalità. Il contenzioso giudiziario potrebbe avere esiti imprevedibili.

La buona scuola di RENZI è una migrazione forzata

Deportati La Giannini canta vittoria. Ma sono solo novemila i docenti assunti nella “fase B”della riforma E settemila saranno costretti a spostarsi da Sud a Nord

È andata come previsto. E come andrà ancora perché non è finita. La “deportazione” degli insegnanti, termine improprio per definire la migrazione forzata dei nuovi assunti, si conferma nelle stesse cifre dettate dalla ministra Giannini. Sono 7 mila i docenti costretti a spostarsi fuori dalla Regione di appartenenza. La ministra, furbescamente, mette a confronto questo dato con le 38 mila assunzioni (37.692 per l’esattezza) realizzate finora in modo da dire che si tratta di una percentuale “fisiologica”. Poi fa il confronto con i 7.700 spostamenti forzati dello scorso anno per andare a coprire supplenze in varie parti d’Italia. In realtà, I 7 mila vanno confrontati con le 9 mila proposte di assunzione inviate la scorsa notte dal ministero ad altrettanti docenti. Le assunzioni realizzate nella fase precedente (le altre 29 mila) sono state attivate mediante le vecchie procedure delle graduatorie provinciali. Chi si è spostato da una città all’altra lo aveva ampiamente messo nel conto perché si era iscritto o iscritta in una lista provinciale diversa dalla propria. In questi termini, il rapporto tra 7 mila e 9 mila è altissimo senza contare che i restanti 2000 sono stati comunque costretti a spostarsi di città sia pure nella stessa Regione. Il grosso andrà al Nord venendo da Sicilia e Campania ma anche nel Lazio. Anche il riferimento allo scorso anno è improprio: un conto è spostarsi per una supplenza sperando, prima o poi, nell’assunzione nella propria città, un altro è riorganizzare la propria vita dopo aver studiato anni, essersi specializzati, aver già insegnato magari per dieci anni. Questi numeri, però, nascondono problemi ancora più rilevanti, se possibile. Le assunzioni finora prodotte dalla Buona scuola, le 38 mila circa di cui parla Giannini, sono molto lontane da quelle previste fino a questa fase: 47 mila. Circa 9 mila cattedre, quindi, non sono state assegnate e, per come è stata organizzata la scansione del reclutamento, saranno affidate, di nuovo, alle supplenze. Non a caso il sottosegretario Davide Faraone è costretto ad ammettere che la famigerata “supplentite” sarà sì debellata, ma solo dal secondo anno della riforma. Fino a un po’di tempo fa ci avevano assicurato che la malattia cronica della scuola italiana sarebbe scomparsa immediatamente. I numeri sono ancora più impietosi se si allarga lo sguardo. Sommando alle assunzioni già fatte le 55 mila che si attendono dalla fase C, quella relativa al potenziamento dell’offerta formativa (sulla base delle domande delle singole scuole e che si sapranno solo a novembre) si arriva a un totale di 92.692. Ben distanti non solo dalle 148 mila assunzioni annunciate da Renzi ma anche dalle 102 mila previste dalla legge. Quel che è peggio sono numeri che indicano il mantenimento in vita della Graduatorie a esaurimento (Gae) per circa 50 mila precari che, quindi, non sono debellati. La Flc-Cgil rimprovera al governo di non aver fuso le fasi B e C in modo da compensare meglio le domande degli insegnanti (e quindi le loro abilitazioni) e le necessità delle scuole italiane. Il sindacato Anief, invece, sottolinea l’altro aspetto pasticciato: esistono cattedre scoperte perché mancano iscritti alle Gae per determinate materie mentre ci sono migliaia di precari di seconda fascia esclusi dal piano assunzioni. Dal lato del governo, ovviamente, si guarda al dato positivo. Faraone assicura che nel giro di due anni si affermerà finalmente la normalità. La ministra Giannini confida nel prossimo concorso, che sarà bandito a dicembre (ma doveva essere bandito a ottobre) per avere finalmente tutto il personale necessario. Anche la ministra Marianna Madia insiste sul fatto che “finalmente è stata sanata la ferita dei precari storici”. Vedremo. La ministra Giannini ha anche fornito alcuni dati delle nuove assunzioni. L’87% dei 37.692 immessi in ruolo sono donne, quasi la metà, il 48,6%, ha meno di 40 anni, ma più della metà si colloca nella fascia di età superiore: 38,6% tra i 40 e i 50 e 12,7% sopra i 50. Dati che confermano tutte le definizioni finora date sugli insegnanti italiani precari. Che in parte lo resteranno, visto che la migrazione forzata resta il dato saliente. E quando si conosceranno le destinazioni dei prossimi 55 mila, la dimensione del fenomeno potrebbe essere davvero di massa.

mercoledì 2 settembre 2015

COME ARRIVEREMO A GOVERNARE - 5^ PUNTATA - TELECOMUNICAZIONI

8 anni fa Beppe Grillo interveniva durante la riunione del CDA Telecom. Non dev'essere facile trovarsi in quel posto e dire quelle cose.
Buona visione