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11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

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giovedì 21 gennaio 2016

L'eterna agonia dei marò: arbitrato internazionale non prima del 2018

Salvatore Girone e Massimiliano La Torre
La corte dell'Aja ha definito il calendario del processo arbitrale. Si prevede una conclusione non prima del 2018, ma potrebbe essere rimandata ancora
L'eterna, patetica, vicenda dei marò non finirà prima di agosto 2018. Altri due anni, insomma, nell'attesa che i giudici della corte dell'Aja si pronuncino sulla più grottesca vicenda internazionale degli ultimi anni.
Grottesca e offensiva, per l'Italia e per i suoi soldati che si sono trovati all'interno di qualcosa di più grande. Più grande di loro erano le lotte intestine per le elezioni indiane che spinsero il governo di allora a cercare in tutti i modi di processare i marò in India; più grande di loro è stata l'incapacità di tre governi italiani nel gestire la vicenda; più grande di loro, infine, è (e sarà) l'elefantica lentezza della giurisdizione internazionale.
Oggi, infatti, è stato pubblicato il calendario che il Tribunale arbitrale ha redatto il 18 gennaio nella prima riunione procedurale. Per arrivare al verdetto, quale che sia, l'Aja se la prende (molto) comoda. La fine del tunnel non arriverà prima dell'agosto 2018. Esatto: 2018. Altro che "rapida soluzione" come avevano promessa prima Letta, poi Renzi e Pinotti. Quando arriverà la fine dell'estate 2018, i marò spegneranno per la sesta volta le candeline della prigionia in territorio indiano. Sei anni. Vi pare normale? No. Non si conosce precedente simile, con un Paese costretto a lasciare (e incapace di fare altrimenti) due soldati in mano a un Paese estero, quando ogni regola internazionale vorrebbe che a giudicare i marò fosse un tribunale italiano. Inutile ripercorrere tutte le tappe, dalle perizie che scagionano i due fucilieri di marina ai continui rinvii della corte del Kerala. Il passato è passato, ma il futuro è forse peggiore. Se non fosse che rimane la speranza di una conclusione positiva e del rientro in Patria.
Massimiliano Latorre ha pubblicato questa mattina su Facebook una foto con alcuni amuleti, scrivendo speranzoso: "Lunedì 18 Gennaio 2016: oggi inizia un altra fase". Non è servito a molto. Questa, ulteriore fase durerà troppo a lungo. I prossimi appuntamenti che Latorre e Girone sono costretti a segnare in agenda sono il 16 settembre 2016, quando l'Italia dovrà presentare la sua versione dei fatti in una memoria. L'India farà lo stesso il 31 marzo 2017. E così di mese in mese, arriverà la replica dell'Italia il 28 luglio 2017 e la controreplica indiana il 1 dicembre 2017. Ma non è finita qui.
Il governo indiano, infatti, potrà presentare obiezioni di giurisdizione e ammissibilità che potrebbero far slittare tutto. In caso contrario (ma sembra difficile possa accadere), l'Italia potrà mettere subito agli atti la sua contro-replica il 2 febbraio 2018. A quel punto, raccolti tutti i dati e i punti di vista, il Tribunale dovrà emettere un giudizio entro sei mesi. E così si arriva all'agosto del 2018. Bene, ma non benissimo. Una clausola, infatti, permette al Tribunale dell'Aja di allungare i tempi "in accordo con le Parti" per permettere a Roma e Delhi di avere più tempo per presentare le relative dichiarazioni.
Più rapida, invece, dovrebbe essere la decisione sulla sorte di Salvatore Girone, per cui l'Italia aveva chiesto il rientro in Italia. L'udienza è fissata per il 30-31 marzo 2016. Una magra consolazione, in attesa di un giudizio che sembra davvero non arrivare mai. E le colpe di tutto ciò sono diffuse. Soprattutto a livello governativo.
Giuseppe De Lorenzo

martedì 3 novembre 2015

Ci teniamo i terroristi e abbandoniamo i marò

Salvatore Girone e Massimiliano Latorre
Abbiamo scarcerato uno dei sospettati dell'attentato al Bardo e gli daremo asilo politico. Una tutela negata solo ai nostri fucilieri
Tra i tanti tristi primati dell'Italia, siamo l'unico Stato al mondo che ha legittimato la clandestinità, che investe le proprie risorse per farsi auto-invadere dai clandestini, che privilegia gli immigrati rispetto agli italiani nell'attribuzione delle risorse e dei servizi sociali per i più bisognosi, se ne è aggiunto un altro: siamo l'unico Stato al mondo che sta per concedere l'asilo politico a un sospetto terrorista islamico pur di non estradarlo in un Paese dove vige la pena di morte, mentre non abbiamo avuto remore a consegnare dei connazionali, dei fedelissimi servitori dello Stato, i nostri due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in un Paese dove vige la pena di morte.
I terroristi del mondo intero sanno che possono sbarcare e scorrazzare liberamente in Italia, presentandosi senza documenti, rifacendosi un identikit declinando le generalità che pare loro, pretendendo vitto, alloggio, abbigliamento, sigarette, ricarica del cellulare e assistenza medica gratuitamente, per sfuggire alle loro autorità, contattare o arruolare adepti alla guerra santa islamica, procurarsi armi, riciclare denaro sporco, essere pronti a perpetrare degli attentati nel nostro paese o all'estero.
Il caso del ventiduenne marocchino Abdelmajid Touil, clandestino, riparato dai famigliari residenti a Gaggiano, in provincia di Milano, è sconvolgente. La Tunisia ne ha chiesto l'estradizione per il suo coinvolgimento nella strage del Museo Al Bardo di Tunisi dello scorso 18 marzo, in cui furono uccisi 21 turisti tra cui 4 italiani. Gli inquirenti italiani concordano sul fatto che Touil è stato 3 giorni a Tunisi e 2 settimane in Libia, probabilmente nel territorio controllato dai terroristi dello «Stato islamico» dell'Isis, prima di sbarcare da clandestino a Porto Empedocle il 17 febbraio scorso. Ugualmente gli inquirenti italiani concordano, sulla base delle registrazioni di una scheda telefonica acquistata e attivata a Tunisi lo scorso 3 febbraio, che Touil era in contatto con i due terroristi islamici dell'Isis autori della strage del Museo Al Bardo.
Tuttavia gli inquirenti italiani sostengono che Touil li avrebbe contattati nella loro veste di «scafisti», non di terroristi. E, considerando che Touil, da quando sbarcò da clandestino a Porto Empedocle non si sarebbe mai mosso dall'Italia, è stato scagionato da qualsiasi ruolo nella strage del Museo Al Bardo. Le autorità giudiziarie italiane non si sono limitate a negare l'estradizione in Tunisia, ma si sono schierate al fianco degli avvocati di Touil per impedire che possa essere comunque espulso in quanto clandestino. Poi si è andati oltre, al di là di qualsiasi ragionevole ipotesi, considerando che abbiamo a fare con un soggetto che come minimo ha violato la nostra legge oltre ad essere accusato di terrorismo da uno Stato amico, chiedendo che gli si riconosca l'asilo politico.
Il Procuratore capo di Torino, Armando Spataro, ha spiegato che «in adesione ai principi enunciati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo», non possiamo neppure espellere Touil in quanto clandestino, perché una volta in Marocco potrebbe essere estradato in Tunisia dove è in vigore la pena di morte. Ed ecco perché, pur di sottrarci all'insistenza con cui la Tunisia lo richiede, gli avvocati di Touil hanno annunciato che richiederanno il riconoscimento dello status di rifugiato politico.
Benissimo! L'Italia si confermerà la Mecca del terrorismo islamico. Sin d'ora abbiamo dimostrato di non essere uno Stato affidabile nella lotta al terrorismo islamico globalizzato. Perché mai nel 2015 l'Italia ha espulso una cinquantina di predicatori d'odio, con la motivazione di essere collusi con il terrorismo islamico, in Paesi dove vige la pena di morte, mentre nel caso di Touil si dovrebbe fare un'eccezione? Ma soprattutto, perché mai abbiamo tradito due onesti militari italiani, in servizio per difendere lo Stato, consegnandoli per meschini interessi materiali ad uno Stato dove vige la pena di morte, mentre ora scopriamo che un sospetto terrorista islamico deve essere tutelato costi quel che costi? Vergogna!