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mercoledì 3 febbraio 2016

Finmeccanica e marò “L’India ha proposto lo scambio all’Italia”

Manager racconta l’incontro tra Renzi e il premier Modi che chiede prove dei rapporti tra Agusta Westland e i Gandhi
Un patto segreto è stato proposto a Matteo Renzi dal primo ministro indiano Narendra Modi per scambiare le prove del processo Finmeccanica-India contro la famiglia di Sonia Gandhi con la libertà dei due marò arrestati nel 2012 per la morte di due pescatori indiani. Massimiliano La Torre e Salvatore Girone sarebbero ostaggi di questo scambio. Lo afferma - in una lettera che Il Fatto pubblica integralmente sul suo sito - un ex agente commerciale di Finmeccanica, Christian James Michel, già processato e assolto dai giudici di Busto Arsizio per le presunte mazzette sulla vendita degli elicotteri all’India nel 2010 da parte di Agusta Westland, gruppo Finmeccanica.
La lettera è stata spedita alle due corti internazionali competenti sul caso dei marò: l’Itlos di Amburgo e la PCA dell’Aia. Il primo è il Tribunale Internazionale delle Nazioni Unite sul diritto del mare. La seconda è la Corte Permanente di Arbitrato con sede a The Hague (L’Aia). “Durante le mie investigazioni – scrive Michel –sono venuto a sapere che durante il summit Onu a New York che si è tenuto dal 24 al 30 settembre 2015, Narendra Modi si è incontrato con il presidente del consiglio italiano Renzi. Hanno parlato dei due marò. Il primo ministro indiano ha proposto al premier italiano, in cambio di prove sul fatto che il consulente chiave di Finmeccanica-Augusta Westland (riferito alla mia persona) ha avuto una qualche relazione con qualche membro della famiglia Gandhi (tra le forze principali di opposizione al governo indiano), che il premier indiano avrebbe agevolato il caso che vede imputati i due marò”. Lo scenario è quello di un giallo internazionale. Sonia Gandhi (69 anni, nata in Italia e sposa nel 1968 del figlio di Indira Gandhi, Rajiv, primo ministro dell’India ucciso nel 1991) è presidente dell’Indian National Congress e ha dominato la scena politica fino al 2014 quando ha perso le elezioni. Sonia e il figlio Raoul Gandhi restano tra i principali rivali politici di Modi anche se non se la passano bene. Recentemente sono stati arrestati e poi sottoposti a libertà provvisoria per accuse relative ad acquisti immobiliari del partito. A detta di Michel ora Modi vorrebbe chiudere la partita con i Gandhi usando contro di loro le prove dei legami con l’uomo chiave dell’affare degli elicotteri, da ottenere grazie al presunto scambio con Renzi. Quali sono le fonti di Michel? “Sono stato informato di questa situazione – scrive l’ex agente di Finmeccanica – da tre diverse e separate fonti che vorrei divulgare in modo confidenziale”.
Sonia Ghandi
Il governo indiano  pur non escludendo un incontro a margine del summit di New York, ha definito ‘ridicola’ l’ipotesi dello scambio. L’accusa non è riscontrata e proviene da un agente che i pm italiani volevano arrestare perché avrebbe ricavato una plusvalenza milionaria da una triangolazione tra Finmeccanica, il governo indiano e una sua società con base a Dubai che per il pm Eugenio Fusco camuffa una mazzetta. Nel corso dell’indagine furono trovati alcuni appunti a penna con i nomi dei personaggi indiani vicini a Sonia Gandhi da avvicinare per convincere il governo a comprare dodici elicotteri per 560 milioni di dollari. I manager di Finmeccanica e Michel sono stati tutti assolti a Busto Arsizio. L’India era parte civile ma non ha fatto appello, a differenza del pm. Dopo il cambio di governo nel 2014, però l’aria è cambiata. “Sono vittima di una vendetta politica”, scrive Michel “ordinata dal primo ministro Narendra Modi che ha ordinato senza alcuna base legale al CBI (Central Bureau of Investigation indiano) di agire contro di me con un ordine di arresto per un crimine per il quale sono stato assolto completamente in Italia”. Il Fatto Quotidiano aveva notato già allora una possibile relazione tra le strane vicende legali dei marò e delle mazzette sugli elicotteri. Se esisteva questa relazione allora poteva giocare a favore di Michel. Ora contro. La sua condanna avrebbe imbarazzato il vecchio governo mentre farebbe felice il premier attuale. Michel nella lettera afferma che gli indiani gli fecero arrivare segnali: “Se avessi voluto denunciare una qualche relazione di un membro della famiglia Gandhi con le accuse sul caso degli elicotteri, tutte le accuse e le indagini contro di me sarebbero cadute”. Poi punta il dito su Finmeccanica. Nonostante i suoi problemi giudiziari, a detta sua, la società partecipata al 30% dal governo avrebbe raggiunto un accordo con i suoi legali per pagare gran parte delle sue prestazioni contestate. Poi “inspiegabilmente nella prima settimana di ottobre i legali di Finmeccanica hanno negato di volere pagare le cifre”. Secondo Michel “la ragione di questo improvviso cambiamento nell’atteggiamento di Finmeccanica è dovuto chiaramente alla conversazione di New York e alle istruzioni date a Mauro Moretti, il presidente di Finmeccanica indicato dal presidente del Consiglio italiano”.
Alla fine, secondo Michel, anche i marò potrebbero finire schiacciati da questo scambio (tutto da dimostrare) tra Renzi e Modi. Ecco perché l’agente commerciale di una società che vende anche armi riscopre una vena filantropica e scrive ai giudici internazionali: “I due marò non sono di fatto persone comuni sottoposte a un’indagine e un processo per accertare un crimine di omicidio ma, a causa delle azioni intraprese dal primo ministro indiano, sono di fatto degli ostaggi politici e io suggerisco che le vostre organizzazioni li trattino come tali”. Il Fatto ha inviato in serata a Palazzo Chigi la lettera di Michel ma – forse per l’ora – non è stato possibile ottenere una risposta.

I PESCATORI INDIANI UCCISI
4 anni di battaglia
Febbraio 2012: la polizia indiana arresta due fucilieri italiani - Massimiliano Latorre e Salvatore Girone - imbarcati sulla petroliera Enrica Lexie con l’accusa di aver ucciso due pescatori indiani su un peschereccio.
Dicembre 2012: i marò tornano in Italia con un permesso speciale per trascorrere in famiglia il Natale.
1 Marzo 2013: l’Italia decide che Latorre e Girone non rientreranno in India perché New Delhi ha violato il diritto internazionale.
Marzo 2013: sale la tensione dopo l’ira indiana e Palazzo Chigi annuncia: i due marò tornano in India, Delhi assicura la tutela dei diritti dei due militari.
Settembre 2014: i giudici indiani danno il via libera al rientro di Latorre in Italia per problemi di salute.
Giugno 2015: l'Italia attiva l'arbitrato internazionale rivolgendosi al Tribunale internazionale del mare di Amburgo. Il Tribunale decide che “Italia e India devono sospendere ogni procedimento giudiziario e astenersi dall'iniziarne di nuovi che potrebbero aggravare o estendere la disputa”.
Agosto 2015: la Corte Suprema indiana sospende tutti i procedimenti giudiziari contro i marò.
Novembre 2015: all’Aia viene costituito il tribunale arbitrale presso la Corte permanente di arbitrato (CPA).
Gennaio 2016: il tribunale arbitrale presso la CPA stabilisce per il 30 e il 31 marzo 2016 l’udienza per decidere sulla richiesta italiana di consentire il rientro in Italia di Girone.

martedì 3 novembre 2015

Ci teniamo i terroristi e abbandoniamo i marò

Salvatore Girone e Massimiliano Latorre
Abbiamo scarcerato uno dei sospettati dell'attentato al Bardo e gli daremo asilo politico. Una tutela negata solo ai nostri fucilieri
Tra i tanti tristi primati dell'Italia, siamo l'unico Stato al mondo che ha legittimato la clandestinità, che investe le proprie risorse per farsi auto-invadere dai clandestini, che privilegia gli immigrati rispetto agli italiani nell'attribuzione delle risorse e dei servizi sociali per i più bisognosi, se ne è aggiunto un altro: siamo l'unico Stato al mondo che sta per concedere l'asilo politico a un sospetto terrorista islamico pur di non estradarlo in un Paese dove vige la pena di morte, mentre non abbiamo avuto remore a consegnare dei connazionali, dei fedelissimi servitori dello Stato, i nostri due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in un Paese dove vige la pena di morte.
I terroristi del mondo intero sanno che possono sbarcare e scorrazzare liberamente in Italia, presentandosi senza documenti, rifacendosi un identikit declinando le generalità che pare loro, pretendendo vitto, alloggio, abbigliamento, sigarette, ricarica del cellulare e assistenza medica gratuitamente, per sfuggire alle loro autorità, contattare o arruolare adepti alla guerra santa islamica, procurarsi armi, riciclare denaro sporco, essere pronti a perpetrare degli attentati nel nostro paese o all'estero.
Il caso del ventiduenne marocchino Abdelmajid Touil, clandestino, riparato dai famigliari residenti a Gaggiano, in provincia di Milano, è sconvolgente. La Tunisia ne ha chiesto l'estradizione per il suo coinvolgimento nella strage del Museo Al Bardo di Tunisi dello scorso 18 marzo, in cui furono uccisi 21 turisti tra cui 4 italiani. Gli inquirenti italiani concordano sul fatto che Touil è stato 3 giorni a Tunisi e 2 settimane in Libia, probabilmente nel territorio controllato dai terroristi dello «Stato islamico» dell'Isis, prima di sbarcare da clandestino a Porto Empedocle il 17 febbraio scorso. Ugualmente gli inquirenti italiani concordano, sulla base delle registrazioni di una scheda telefonica acquistata e attivata a Tunisi lo scorso 3 febbraio, che Touil era in contatto con i due terroristi islamici dell'Isis autori della strage del Museo Al Bardo.
Tuttavia gli inquirenti italiani sostengono che Touil li avrebbe contattati nella loro veste di «scafisti», non di terroristi. E, considerando che Touil, da quando sbarcò da clandestino a Porto Empedocle non si sarebbe mai mosso dall'Italia, è stato scagionato da qualsiasi ruolo nella strage del Museo Al Bardo. Le autorità giudiziarie italiane non si sono limitate a negare l'estradizione in Tunisia, ma si sono schierate al fianco degli avvocati di Touil per impedire che possa essere comunque espulso in quanto clandestino. Poi si è andati oltre, al di là di qualsiasi ragionevole ipotesi, considerando che abbiamo a fare con un soggetto che come minimo ha violato la nostra legge oltre ad essere accusato di terrorismo da uno Stato amico, chiedendo che gli si riconosca l'asilo politico.
Il Procuratore capo di Torino, Armando Spataro, ha spiegato che «in adesione ai principi enunciati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo», non possiamo neppure espellere Touil in quanto clandestino, perché una volta in Marocco potrebbe essere estradato in Tunisia dove è in vigore la pena di morte. Ed ecco perché, pur di sottrarci all'insistenza con cui la Tunisia lo richiede, gli avvocati di Touil hanno annunciato che richiederanno il riconoscimento dello status di rifugiato politico.
Benissimo! L'Italia si confermerà la Mecca del terrorismo islamico. Sin d'ora abbiamo dimostrato di non essere uno Stato affidabile nella lotta al terrorismo islamico globalizzato. Perché mai nel 2015 l'Italia ha espulso una cinquantina di predicatori d'odio, con la motivazione di essere collusi con il terrorismo islamico, in Paesi dove vige la pena di morte, mentre nel caso di Touil si dovrebbe fare un'eccezione? Ma soprattutto, perché mai abbiamo tradito due onesti militari italiani, in servizio per difendere lo Stato, consegnandoli per meschini interessi materiali ad uno Stato dove vige la pena di morte, mentre ora scopriamo che un sospetto terrorista islamico deve essere tutelato costi quel che costi? Vergogna!

giovedì 22 ottobre 2015

Rivelarono l'atterraggio d'emergenza dell'elicottero di Renzi. M5S: "Tre militari indagati"

La segnalazione arriva dai parlamentari 5 Stelle, che hanno presentato un'interrogazione al governo: "Roba da Corea del Nord". I tre sottufficiali dell'Aeronautica sono in servizio a Brindisi


L'elicottero del premier
Il Movimento 5 Stelle denuncia il "rastrellamento" del governo nei confronti dei sottufficiali che rivelarono dell'atterraggio di emergenza dell'elicottero col premier ad Arezzo, quando con quello che i 5 Stelle chiamarono il "renzicottero" il premier si stava recando da Roma a Firenze. "Ci aspettiamo chiarezza e trasparenza da parte del ministro Roberta Pinotti. Riferisca quanto accaduto", chiedono in un'interrogazione scritta a risposta immediata indirizzata al governo i deputati M5S della commissione Difesa.
"Veniamo a sapere che tre sottufficiali di Brindisi sarebbero stati indagati e sottoposti a procedimento disciplinare dall'Aeronautica con l'accusa, sommaria, di aver divulgato informazioni sul volo dell'elicottero che il 2 marzo scorso, con a bordo Matteo Renzi, fu costretto a un atterraggio di emergenza in provincia di Arezzo durante la tratta Firenze-Roma. Uno dei tre militari sarebbe persino stato costretto a cella di rigore. Un fatto che riteniamo gravissimo, perché se verrà confermato vorrà dire che ci troviamo di fronte a una vera e propria operazione di regime", commentano i 5 Stelle. Che giudicano il fatto "un rastrellamento in piena regola, roba da Corea del Nord, o peggio ancora una lezione di matrice maoista: punirne uno, o tre come nella fattispecie, per educarne cento".
L'elicottero fu costretto a toccare terra nei pressi di Arezzo, a Badia al Pino, nel comune di Civitella Valdichiana. "Per il maltempo", precisarono da Palazzo Chigi. C'era una pioggerella fitta sul cielo di Arezzo e una scarsa visibilità. In un primo momento si era diffusa la notizia che ci fosse stato un guasto tecnico.