VIDEO 5 GIORNI A 5 STELLE

DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

Visualizzazione post con etichetta referendum. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta referendum. Mostra tutti i post

giovedì 5 maggio 2016

E vissero felici e immuni. Ecco il Senato “alla Boschi”

Consiglieri regionali, governatori e sindaci. Tra loro, secondo la riforma Boschi, saranno scelti i senatori. L’unico modo per impedirlo è il No al referendum di ottobre.
PIEMONTE - Il consigliere Daniele Valle (Pd) ha patteggiato sei mesi per le liste elettorali irregolari. Giovanni Corgnati è imputato con il sindaco di Vercelli, Maura Forte (Pd), per falso ideologico.
LOMBARDIA - Il governatore Roberto Maroni (Lega) è imputato per presunte pressioni in favore di due collaboratrici per un viaggio a Tokyo a spese di Expo. Il consigliere Mario Mantovani (Forza Italia) è indagato per corruzione e altri reati legati alla Sanità. Sempre la Sanità ha portato in carcere il leghista Fabio Rizzi (sospeso dal Consiglio). Tra i rinviati a giudizio per spese pazze: Raffaele Cattaneo e Alessandro Colucci (Ncd), Stefano Galli, Massimiliano Romeo e Angelo Ciocca (Lega nord), Luca Gaffuri (Pd), Elisabetta Fatuzzo (Pensionati). Luca Daniel Ferrazzi (Maroni presidente) è a processo per consulenze fantasma. Arrestato il sindaco di Lodi Simone Uggetti (Pd) per turbativa d’asta, a Como Mario Lucini (Pd) è indagato per le paratie sul lungolago.
LIGURIA - Rinviati a giudizio per spese pazze i consiglieri leghisti Edoardo Rixi e Francesco Bruzzone, nonché Matteo Rosso (Fd’I). Per l’alluvione 2014 Raffaella Paita ha ottenuto l’abbreviato. Nell’inchiesta sulla centrale di Vado Ligure sono indagati: Paita, Pippo Rossetti, Giovanni Barbagallo (centrosinistra) e Angelo Vaccarezza (centrodestra).
EMILIA ROMAGNA - Rimborsi gruppi in Regione: Galeazzo Bignami ed Enrico Aimi (FI) indagati per peculato. A Bologna il sindaco Virginio Merola (Pd) indagato per omissione d’atti d’ufficio per uno sgombero non fatto. Il sindaco di Rimini, Andrea Gnassi (Pd) indagato per associazione a delinquere e truffa nel caso Aeradria.
TOSCANA - Il sindaco di Siena, Bruno Valentini, è indagato per concorso in falso e omessa denuncia.
UMBRIA - Il vicegovernatore Fabio Paparelli sta affrontando un processo per abuso d’ufficio. Il sindaco di Terni, Leopoldo Di Girolamo è indagato nell’inchiesta sulla discarica di Vocabolo Valle.
MARCHE - Per le spese pazze sono indagati gli attuali consiglieri dem Gianluca Busilacchi, Enzo Giancarli, Gino Traversini e Angelo Sciapichetti. Indagato anche l’assessore Moreno Pieroni, eletto con “Uniti per le marche”. Indagati Luca Marconi dell’Udc e Mirco Carloni di Ap. Nel processo per le spese pazze è indagato il sindaco di Ascoli Piceno, Guido Castelli.
LAZIO - Il consigliere Mario Abbruzzese (Forza Italia) è indagato per le spese pazze. Michele Baldi (Zingaretti) è a processo a Perugia per firme false alle regionali 2010. Marco Vincenzi (Pd) è accusato di aver favorito finanziamenti alle coop di Salvatore Buzzi. Giancarlo Righini (FdI) è stato condannato in primo grado a 4 anni per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta. Francesco Storace condannato a sei mesi in primo grado per vilipendio al capo dello Stato (Napolitano). Il sindaco di Latina, Giovanni Di Giorgi (Fdi) rischia il processo per corruzione. Simone Petrangeli (Sel), sindaco di Rieti, è indagato per concorso in falso e turbativa d’asta.
MOLISE - Il consigliere Massimiliano Scarabeo (Pd) è indagato per truffa e frode fiscale.
PUGLIA - Il consigliere Michele Mazzarano è rinviato a giudizio per finanziamento illecito ai partiti. Donato Pentassuglia è imputato nel processo sull’Ilva con l’accusa di favoreggiamento. Fabiano Amati è condannato in appello a sei mesi per tentato abuso d’ufficio ed Ernesto Abaterusso condannato in primo grado ad un anno e sei mesi per truffa all’Inps. Mauro Vizzino è accusato di aver intascato 1.192 euro di ticket per prestazioni sanitarie mai eseguite.
BASILICATA - Il governatore Marcello Pittella (Pd) è indagato per corruzione elettorale; è rinviato a giudizio per i rimborsi come i consiglieri Paolo Castelluccio e Michele Napoli (Fi), Franco Mollica (Udc), Nicola Benedetto (Cd).
CAMPANIA - Luigi Bosco (De Luca) è indagato per turbativa d’asta. Il governatore Vincenzo De Luca è rinviato a giudizio per abuso d’ufficio. La consigliera Maria Grazia Di Scala (Forza Italia) è indagata ed è stata raggiunta nei mesi scorsi da un provvedimento cautelare per una vicenda di pressioni al titolare di un albergo di Ischia. Aniello Fiore (Campania Libera) è a giudizio per il Crescent e indagato per piazza della Libertà. Alberico Gambino (Fd’I) è condannato in primo grado per concussione. Carlo Iannace (De Luca) è condannato in primo grado a sei anni: da chirurgo avrebbe truccato cartelle cliniche per camuffare interventi estetici. Vincenzo Maraio (Psi) è indagato per Crescent e piazza della Libertà. Tra i rinviati a giudizio per Rimborsopoli: Nicola Marrazzo (Pd) e Carmine Mocerino (Caldoro Presidente). Pasquale Sommese (Ncd) è indagato per turbativa d’asta con l’aggravante del metodo mafioso.
CALABRIA - Rimborsopoli vede coinvolti i consiglieri Carlo Guccione (candidato a sindaco di Cosenza), Vincenzo Ciconte e Antonio Scalzo (Pd). Scalzo è stato rinviato a giudizio nel processo sull’Arpacal assieme a Giuseppe Graziano. Pino Gentile (Ncd, fratello del sottosegretario Tonino) è indagato nel l’inchiesta sull’edilizia sociale cosentina, mentre Orlandino Greco (Partito democratico) è indagato per corruzione elettorale e voto di scambio politico-mafioso. Il consigliere Michelangelo Mirabello è stato rinviato a giudizio per concorso in bancarotta. Mimmo Tallini (Forza Italia) è indagato nell’inchiesta Multopoli, in cui è coinvolto anche il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo.
SICILIA - Il consigliere Mario Alloro (Pd), Paolo Ruggirello, Santi Formica, Baldo Gucciardi, sono accusati di abuso di ufficio. Francesco Cascio (Ncd) è indagato per voto di scambio politico mafioso, e Salvatore Cascio è indagato per le visite in carcere a Totò Cuffaro. Nino Dina e Roberto Clemente sono finiti ai domiciliari per voto di scambio politico mafioso. Federico Pino è indagato per voto di scambio. Giuseppe Picciolo è indagato per simulazione di reato. Giovanni Di Mauro per omissione di atti d’ufficio. Nino D’Asero (Ncd) per le promozioni facili al Comune di Catania. Per i corsi d’oro della formazione professionale a Messina è imputato il consigliere Francesco Rinaldi, insieme al cognato Fracantonio Genovese (Fi). Giovanni Lo Sciuto è indagato per truffa. A Pippo Nicotra la Finanza ha sequestrato beni per 90mila euro nell’ambito di una truffa ai danni dello Stato. Marcello Greco è a giudizio per truffa e falso. Gaetano Cani è indagato per estorsione e ricettazione. Giuseppe Laccoto per falso e abuso di ufficio. Filippo Panarello, Bruno Marziano, Salvatore Lentini sono indagati per le spese pazze in Regione.
SARDEGNA - Giovanni Satta (Uds), accusato di traffico di droga, ha fatto il suo ingresso in Consiglio ieri. Satta ha condiviso la cella con il vice presidente del Consiglio Antonello Peru (Fi), arrestato per presunte tangenti. Indagati il presidente del Consiglio Gianfranco Ganau (Pd, per la realizzazione di un centro commerciale), i consiglieri Roberto Deriu (Pd, per l’alluvione) e Ugo Cappellacci (Fi, vicenda P3). Spese pazze: Franco Sabatini e Gavino Manca (Pd), Oscar Cherchi e Alberto Randazzo (Fi), Mario Floris (Uds), Giorgio Oppi e Christian Solinas (Psd’az).
Il F.Q. del 5 maggio 2016 – pag. 4

domenica 27 marzo 2016

Rai, cinque ore in un mese Il bavaglio tv alle trivelle


Le rilevazioni dell’Authority sullo stato dell’informazione sul referendum: praticamente il vuoto totale
È “l’oscurantismo” dei media, come detto da Piero Lacorazza, presidente Pd del Consiglio regionale della Basilicata, capofila delle Regioni che hanno chiesto il referendum sulle trivelle del prossimo 17 aprile. Il commento era riservato al silenzio dei talk show e dei programmi generici sulla consultazione, prima che fossero pubblicati i dati ufficiali dell’Agcom che mostrano in modo inequivocabile come, dal servizio pubblico alle reti privati, di referendum si parli ben poco. Telegiornali compresi.
L’analisi parte dalla Rai, con monitoraggi sulle trasmissioni di Rai1, Rai2, Rai3 e RaiNews. Il periodo di riferimento va dal 16 febbraio al 20 marzo: 34 giorni durante i quali nei tg Rai si è parlato del referendum per sole 3 ore e 51 minuti in totale. È come se, in media, su ogni canale fosse andato in onda un solo servizio di un minuto e mezzo, una volta al giorno, a orario variabile. E basta. Rai1, ad esempio, dal 16 al 4 marzo non ha speso neanche un secondo per informare sul voto. “In Rai, all’inizio, non si parlava per niente di referendum - spiega Mirella Liuzzi, in commissione Vigilanza per il M5s - Prima ci sono stati i comunicati e le delibere dirette al direttore editoriale Verdelli.
Poi, quando informalmente ci sono arrivati dati sulle tribune elettorali, ci siamo accorti che erano solo 9, disposte in orari assurdi come le 9.30 mattina o la sera tardi”. A lamentarsi, non è stato solo il presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai Roberto Fico, ma anche le associazioni. Su loro pressione, almeno le tribune sono aumentate, sono diventate 13 e disposte sull’arco della giornata. Problematica anche l’informazione ‘extra tg’: nei programmi non strettamente giornalistici, l’informazione sul referendum ha raggiunto il traguardo di un’ora e 35 minuti. Il totale fa 5 ore e 26 minuti. Monitorati anche Mediaset, La7, Sky e Nove Dj. I tg dell’azienda del Biscione hanno riservato alle trivelle 2 ore e 14 minuti in totale e neanche un secondo nel periodo tra il 16 febbraio e il 6 marzo. Fuori dall’informazione giornalistica, praticamente il nulla: solo 15 minuti. Tra La7 e La7D, i minuti nei telegiornali sono stati 15, fuori non più di un paio. Un po’meglio Sky che arriva a 1 ora e 18 minuti nei telegiornali (Tv8, Cielo, Skytg24 sul digitale e sul satellite) mentre, a parte 42 minuti sul canale all news non c’è traccia di approfondimenti extra-giornalistici. Ancora assenti dalla rete pubblica, poi, gli spot autogestiti. Sarebbero dovuti partire il 19 marzo, ma così non è stato. Ora, la data della messa in onda ufficiale in Rai è stata prevista per il 29 marzo, 18 giorni prima del voto. “Nei giorni scorsi abbiamo voluto evitare polemiche per rispettare le tragedie delle ragazze in Spagna e dell’attentato di Bruxelles - spiega Lacorazza - però ormai siamo di fronte alla necessità di verificare e tenere alta l’attenzione per capire se tutti i Tg del servizio pubblico parlano del referendum e in che modo. È propaganda quando diciamo che c’è paura del quorum? I dati Agcom dimostrano obblighi di legge rispettati con molta flessibilità da parte del sistema informativo”. Quello del 17 aprile, poi, è un referendum che sta generando un grande movimento di opinione, soprattutto sui social network. “Non si spiega perché il servizio pubblico ne parli così poco: a ben vedere è controproducente per qualsiasi azienda”. 
Virginia Della Sala – Il Fatto Quotidiano – 27 marzo 2016 – pag. 9

venerdì 18 marzo 2016

#AcquaNonSiVende - Leggi e nomine: ecco come si smonta un referendum

Norme che aggirano o contraddicono il voto, funzionari nei posti chiave che provengono dal settore privato: se lo fai notare, però, Renzi & C. s’arrabbiano
Ieri Matteo Renzi ha ritwittato un articolo per l’Unità di uno dei suoi consulenti economici, Luigi Marattin. Titolo: “La bufala del referendum tradito”. La cosa, al netto di certe spiacevoli semplificazioni delle posizioni che intende criticare, ha un suo elemento ironico: Marattin era contrario ai referendum nel 2011, quand’era assessore a Ferrara, e scriveva cose tipo “Il grande bluff dei referendum sull’acqua”, oggi ce ne spiega la corretta interpretazione cambiando un po’ le parole. Su Repubblica, invece, Stefano Rodotà - giurista che quei quesiti contribuì a scrivere - dedicava un pezzo proprio al “referendum tradito”, cioè alla bufala di Marattin e Renzi: oggi, scrive, “si cerca di cancellare quel risultato importantissimo, approvando norme che sostanzialmente consegnano ai privati la gestione dei servizi idrici”.
In realtà, l’opera di demolizione di quei referendum è iniziata un minuto dopo la scoperta che li avevano appoggiati 26 milioni di italiani. Breve riepilogo: con il sì a due quesiti furono abrogati 1) il decreto che imponeva la messa a gara dei servizi pubblici locali (acqua compresa) e metteva molti paletti alla gestione pubblica; 2) la voce della bolletta dell’acqua che prevedeva “adeguata remunerazione del capitale investito dai gestori”. Il combinato disposto di quei due “sì” e l’impostazione stessa dell’iniziativa referendaria erano chiare: il servizio idrico va sottratto al mercato. La politica doveva solo prendere atto, eppure quella volta come altre non lo ha fatto: al referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti, ad esempio, si reagì inventando il rimborso pubblico ai partiti. Ecco, allora, come è stato smontato il referendum sull’acqua. Erano passati due mesi dal voto quando il governo Berlusconi approvò un decreto (agosto 2011) che riproponeva la stessa legge abrogata: la Corte costituzionale lo ha cancellato l’anno successivo. A dicembre il governo Monti, nel cosiddetto “Salva Italia”, fece una cosa meno rumorosa ma più efficace: sciolse la Commissione di vigilanza sui servizi idrici (Coviri) di Palazzo Chigi e passò le competenze all’Autorità per l’energia. Spiega Roberto Passino, ultimo presidente del Coviri: “Il passaggio fu rapidissimo e assecondò tutte le richieste dei gestori. L’Autorità non aveva le competenze e infatti pescò tra le risorse di Federutility (le imprese del settore, ndr). Una roba da Paese delle banane”. L’Authority ribatte che “le competenze vanno cercate dove si trovano”. È il caso di Lorenzo Bardelli, capo della Direzione servizi idrici: ci arriva nell’ottobre 2012, fino a un mese prima era capo dell’area giuridica e legislativa di Federutility. Questo andazzo, peraltro, è generale: la responsabile “acqua” del ministero dell’Ambiente, Gaia Checcucci, nominata a novembre, arriva direttamente dal privato e risulta ancora nel cda di Intesa Aretina Scarl, società di Suez e Acea (la nomina sembra proprio violare un dlgs del 2013). Cos’è successo dal 2011? Ce lo spiega ancora Passino, peraltro non un pasdaran della gestione pubblica dell’acqua: “Noi stavamo mettendo in piedi un database con cui fotografavamo i gestori, che erano ostili: l’Autorità non l’ha mai preso in considerazione. Eppure senza comparazione come si incentiva l’efficienza? I nuovi sistemi tariffari lo fanno molto poco e invece concedono norme finanziarie favorevoli ai gestori, come la remunerazione di tutti gli investimenti pubblici pregressi. Una cosa scandalosa. Così il pubblico paga due volte: con le tariffe e pagando investimenti fatti con fondi statali. È incomprensibile”. Risultato: si dice che abbiamo le tariffe idriche più basse d’Europa, ma in questi anni stiamo rapidamente colmando lo svantaggio per raggiungere quelle di gas ed energia, che sono le più alte.
Infine ci sono le scelte legislative che aggirano quanto deciso dai cittadini. Per restare a quelle del governo Renzi se ne contano almeno quattro. Lo “Sblocca Italia” del 2014, ad esempio, indica l’obiettivo dell’esecutivo nella concentrazione dei servizi pubblici locali nelle mani di poche grandi multi-utility e stimola le concentrazioni prevedendo che “gestore unico” (obbligatorio per ogni ambito territoriale) divenga chi ha già in mano il servizio “per almeno il 25% della popolazione” (ridono A2A, Iren, Hera, Acea, etc). La legge di Stabilità, poi, incentiva i Comuni a privatizzare i servizi pubblici a rete (acqua inclusa) attraverso sconti sul Patto di Stabilità interno. Un decreto attuativo della riforma Madia della P.A. prevede persino che le tariffe tengano conto della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito, coerente con le prevalenti condizioni di mercato”. Proprio ciò che fu abrogato da 26 milioni di voti. Infine, c’è il voto della Camera che martedì - con parere favorevole del governo - ha svuotato la legge scritta dall’intergruppo parlamentare sull’acqua pubblica: ne facevano parte anche molti parlamentari Pd. Così si smonta un referendum: con pazienza, pelo sullo stomaco e Twitter.
Marco Palombi - Il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2016 – pag. 7

mercoledì 24 febbraio 2016

#REFERENDUM CONTRO LE TRIVELLE, SI VOTA IL 17 APRILE: LE INDICAZIONI

Il quesito referendario chiede di abrogare la norma che prevede, per le autorizzazioni a esplorazioni e trivellazioni dei giacimenti già rilasciate, una durata pari alla vita utile del giacimento
Nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana Serie Generale, n. 38 del 16 febbraio 2016 è stato pubblicato il decreto del Presidente della Repubblica del 15 febbraio 2016 con il quale è stato convocato, per domenica 17 aprile 2016, un referendum popolare, abrogativo previsto dall'articolo 75 della Costituzione che ha la seguente denominazione: "Divieto di attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in zone di mare entro dodici miglia marine. Esenzione da tale divieto per titolo abilitativi già rilasciati. Abrogazione della previsione che tali titoli hanno la durata della vita utile del giacimento".
Il quesito è così formulato: "Volete voi che sia abrogato l'art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, "Norme in materia ambientale", come sostituito dal comma 239 dell'art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)", limitatamente alle seguenti parole: "per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale"?".

Queste le indicazioni
Per il suddetto referendum le operazioni di votazione si svolgeranno nella sola giornata di domenica, dalle ore 7 alle ore 23, ai sensi dell'art. 1, comma 399, primo periodo, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (legge di stabilità 2014). Le operazioni di scrutinio avranno inizio subito dopo la chiusura della votazione e l'accertamento del numero dei votanti. 
Per questo referendum trovano applicazione le modalità di voto per corrispondenza di cui alla Legge 27/12/2001 n. 459 e decreto di attuazione D.P.R. 02/04/2003 n. 104 e successive modifiche. 
Coloro che si trovano momentaneamente all'estero possono optare per l'esercizio di voto per corrispondenza tramite il modulo riportato sull'Home page del sito della Prefettura di Ravenna, entro il 26 febbraio 2016. L'opzione dovrà pervenire all'Ufficio consolare operante nella circoscrizione di residenza dell'elettore (mediante consegna a mano, o per invio postale o telematico, unitamente a copia fotostatica non autenticata di un documento d'identità del sottoscrittore) entro il termine suddetto. L'opzione può essere revocata con le medesime modalità ed entro gli stessi termini previsti per il suo esercizio. Qualora l'opzione venga inviata per posta, l'elettore ha l'onere di accertarne la ricezione, da parte dell'Ufficio consolare, entro il termine prescritto. 
Per quanto riguarda invece gli elettori residenti all'estero, gli stessi ai sensi dell'art. 1, comma 3, della legge n. 459 del 2001, devono esercitare l'opzione entro il decimo giorno successivo all'indizione del referendum - intendendo riferito tale termine alla data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto di indizione - e cioè entro il prossimo 26 febbraio 2016. L'opzione dovrà pervenire all'Ufficio consolare operante nella circoscrizione di residenza dell'elettore (mediante consegna a mano, o per invio postale o telematico, unitamente a copia fotostatica non autenticata di un documento d'identità del sottoscrittore) entro il termine suddetto. L'opzione può essere revocata con le medesime modalità ed entro gli stessi termini previsti per il suo esercizio. Qualora l'opzione venga inviata per posta, l'elettore ha l'onere di accertarne la ricezione, da parte dell'Ufficio consolare, entro il termine prescritto. Il modulo d'opzione potrà essere reperito dai nostri connazionali residenti all'estero anche presso i Consolati, i patronati, le associazioni, i "Comites" oppure in via informatica, sia sul sito di questa Prefettura, che sul sito del predetto Ministero o su quello del proprio Ufficio consolare.
Fabio Angeletti

sabato 13 febbraio 2016

Trivelle, assedio al Colle: “Salviamo il referendum” Ecologisti e Grillo: appello a Mattarella per la tornata unica con le Comunali

"Guardi, ora sono con delle persone, risentiamoci più tardi”. Clic. Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali, poi per tutto il giorno risulterà irraggiungibile. La domanda che gli avevamo fatto era sul mancato election day. Ovvero cosa ne pensa del fatto che il governo ha deciso di far tenere il referendum sulle trivellazioni in mare per il petrolio il 17 aprile, senza invece accorparlo al primo turno delle elezioni amministrative, consentendo così di risparmiare oltre 300 milioni di euro. Cifra poco inferiore ai 402 milioni di euro raccolti dallo Stato nel 2014 per le royalties sulle attività petrolifere. La domanda l’abbiamo rivolta a Franceschini perché fu lui, nel 2011, a sostenere con forza l’election day in occasione dei quattro referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento. A Palazzo Chigi c’era Silvio Berlusconi e il Pd chiese con forza di accorpare i quesiti alle amministrative di primavera. “Dire no all’election day significa buttare dalla finestra almeno 300 milioni di euro, in un momento in cui le imprese e le famiglie italiane sono in grande difficoltà. E unicamente per impedire che il referendum sul legittimo impedimento raggiunga il quorum”, diceva allora l’attuale ministro dei Beni culturali.
Quando i dem gridavano allo scandalo
Oggi molto deve essere cambiato, perché non è stato emesso nemmeno un fiato. E anche in questo caso l’intento dell’esecutivo – di cui però ora Franceschini fa parte – sembra essere lo stesso: sabotare il raggiungimento del quorum. In Parlamento, nel 2011, fu addirittura presentata una mozione firmata, tra gli altri, da Ventura, Maran, Calipari, Boccia, Quartiani, Giachetti, Rosato. Già proprio Ettore Rosato, l’attuale capogruppo a Montecitorio, che ora invece, come tutti suoi colleghi, tace. La mozione fu poi bocciata per un solo voto, con grande disappunto di Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, che criticò le troppe assenze in Parlamento nelle file del Pd al momento del voto. Ma non è la prima volta che accade. Anche nel 2009 il Pd si scagliò contro il mancato accorpamento di elezioni e referendum. All’epoca, sempre governo Berlusconi, si chiedeva di unire elezioni europee e referendum abrogativo sul Porcellum, che la Lega osteggiava in tutte le maniere. Alla fine non se ne fece nulla, con grande arrabbiatura del Pd. “Si tratta di una scelta immorale e vergognosa”, tuonava Rosato, sempre lui. “Lanciamo un appello al premier perché faccia una scelta di buon senso, anche alla luce del terremoto a L’Aquila”, gli faceva eco Anna Finocchiaro. E riecco Franceschini. “Berlusconi ci tiene sempre a dimostrare che è lui che comanda, salvo poi piegarsi sempre ai ricatti di Bossi”, diceva l’allora segretario del Pd, da poco succeduto a Walter Veltroni.
Tante associazioni contro l’esecutivo
Insomma, andava così. Oggi, i tempi sono cambiati. Se una scelta la fai tu, va bene, sprechiamo pure 300 milioni. Quando invece la facevano gli altri, si gridava allo scandalo. Sul fronte della protesta, intanto, ieri si sono moltiplicati gli appelli di ambientalisti a governo, Corte Costituzionale e anche al presidente della Repubblica. A Sergio Mattarella si rivolge direttamente il M5S: “Chiediamo al capo dello Stato di intervenire affinché si faccia l’election day, sia per garantire il quorum, sia per far risparmiare 300 milioni di euro”. Tutta una serie di associazioni No Triv chiedono al presidente della Repubblica di non firmare il decreto del governo. “Anche perché – sostengono – così facendo gli italiani sarebbero chiamati alle urne tre volte nel giro di pochi mesi: ad aprile sulle trivellazioni, a giugno sulle amministrative e a ottobre per il referendum confermativo sulle riforme costituzionali”. Inizialmente i quesiti referendari erano sei. Poi, dopo alcune norme approvate nella legge di stabilità, ne è rimasto in piedi uno solo, mentre su due grava un conflitto di attribuzione. Il quesito ammesso si pone l’obbiettivo di abrogare la norma che prevede che le trivellazioni per cui sono già state rilasciate delle concessioni non abbiano una scadenza. Il referendum vuole invece limitare la durata delle concessioni alla loro scadenza naturale, ovvero all’esaurimento dei giacimenti. Altri due quesiti, invece, sono stati dichiarati decaduti dalla Cassazione, ma sei Regioni hanno presentato un conflitto di attribuzione.