VIDEO 5 GIORNI A 5 STELLE

DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

domenica 6 settembre 2015

Il Movimento 5 stelle alla festa del IlFattoQuotidiano

Alessandro Di Battista Il volto M5S alla festa del Fatto spiega perché crede che ci saranno elezioni anticipate:
“Hanno paura di noi”

“Di Maio, l’uomo giusto per convincere i moderati” 


Il volto più noto del M5S è appena tornato dalla Grecia. “Due settimane, la seconda l’ho passata da solo in tenda in un’isola sperduta. Pochissimi italiani, qualcuno ha creduto di riconoscermi”. Creduto? “L’ultimo giorno si sono avvicinati: ‘Sa, lei somiglia proprio a Di Battista’”. Io ho fatto finto di nulla: ‘Sa che me lo dicono in tanti? E pensare che a me quel Di Battista lì sta proprio sulle palle, io voto Pd’. Ci hanno creduto”. Sul palco della festa del Fatto alla Versiliana, Alessandro Di Battista si scontra molto più con Simona Bonafè che con Giovanni Toti: “Oggi è Renzi il nemico più pericoloso: è al governo e ha consenso. Il centrodestra è al minimo storico, ormai è quasi marginale”.

Però c’è Salvini
Con lui non c’entriamo niente. Al massimo condividiamo qualche battaglia. La Lega finge di combattere quel che lei stessa ha creato, penso alle ricette sull’immigrazione di Maroni. E Salvini è l’avversario perfetto per Renzi: sono complementari.

Cosa proponete sull’emergenza immigrazione?
Bloccare le risorse per gli F-35 e dirottarle verso programmi per salvare vite in mare. Non dobbiamo risolvere i conflitti con le bombe: è questo che genera flussi migratori. Mi dà il voltastomaco l’ipocrisia di chi, come Renzi, la domenica si commuove per la foto del bambino e il lunedì continua ad armare chi lo ha ucciso.

Il M5S è senz’altro credibile come forza di opposizione. Resta il dubbio di sempre: siete pronti a governare?
La Bonafè ha detto: "Vorrei capire chi finanzia il M5S". Dal pubblico si sono alzate decine di persone dicendo: "Io, io, io". Tutti micro-donatori che ci sostengono liberamente. È meraviglioso. Possiamo governare il Paese: metteteci alla prova.

“Metteteci alla prova” è già meglio del tafazziano “Vinciamo noi” delle Europee.
Spesso abbiamo sbagliato: era inevitabile. Io stesso di errori ne ho fatti tanti, e il più grave è stato politicizzare troppo il voto delle Europee. Lo abbiamo trasformato in un’elezione nazionale e Renzi ne ha approfittato.

Sull’operato di Napolitano sei durissimo.
Assolutamente.

Una volta saltato (purtroppo) Rodotà, sarebbe bastato appoggiare Prodi nel 2013.
Ero in Parlamento da due mesi. Al mattino Civati mi dice che di sicuro Prodi a fine giornata sarebbe stato il nuovo Presidente. Che dovevo fare? Mi sono fidato. Ancora non conoscevo i piddini. A tarda sera ricordo la Moretti piangere. Mi chiese singhiozzando: “E ora che faccio?”. Le dissi: “Votate Rodotà domani”.

E lei?
Disse sì. Poi, il giorno dopo, votarono Napolitano. Ricordo gli applausi e i loro sguardi di sfida, come a dire: “Visto? Vi abbiamo fregato”. Lì ho capito chi sono quelli del Pd.
  
Che una volta hai votato.
Sì, ma poi ho smesso. Mi sono disintossicato. Preferisco una renziana della prima ora come la Bonafè che la cosiddetta minoranza dem, quella che finge di essere in disaccordo e poi vota ogni porcata. Sono ancora più colpevoli.

Proprio alla festa del Fatto, tu hai firmato i referendum di Civati
Non condivido tempi e forme dei referendum, Civati non ha coinvolto le associazioni (per esempio quelle degli insegnanti) e credo che lo abbia fatto solo per essere il primo a mettere il cappello su quelle battaglie, ma se un cittadino mi chiede di firmare per cause giuste io firmo.

Grillo, a Brescia, ha detto che nel 2013 avete imbarcato di tutto. D’ora in poi la selezione della vostra classe dirigente cambierà?
No, resteranno le Parlamentarie. Cercheremo solo di evitare che si inserisca qualche furbetto che poi non vuole restituire i soldi. Nessun ripensamento drastico. Qualcuno ha anche scritto che smetteremo di restituire i soldi e cancelleremo il vincolo dei due mandati: follie.

Confermi che non ti candiderai come sindaco di Roma?
Sono stato eletto per stare alla Camera fino al 2018, la politica non è un autobus e io non sono la Bonafè o Toti. Comunque, proprio perché temono una nostra vittoria, il Pd non permetterà ai romani di tornare a breve al voto.

Di Maio sarà il candidato premier ?
Luigi è il migliore, in grado di convincere anche i moderati. È quello che ha il profilo più “istituzionale”, ma non è l’unico bravo parlamentare.

Sul palco del Fatto hai detto che, secondo te, Renzi andrà al voto nel 2016.
Non lo escludo. L’Italicum è stato fatto per danneggiare noi, ma premiando la lista e non la coalizione potrebbe paradossalmente avvantaggiare noi. Ce li vedi Renzi e Berlusconi che si prendono un rischio simile? Andando al voto adesso userebbero il Consultellum, una legge perfetta per fare un grande governo di coalizione e continuare così.

Su quali fronti darete più battaglia a Renzi?
Su tutto. Le “riforme costituzionali” sono una grande distrazione di massa: vogliono il nostro voto? Aboliscano i vitalizi e dimezzino i parlamentari. Sarebbe facile. A noi interessano i temi che cambiano la vita alle persone: legalità, questione morale, reddito di cittadinanza.

Prima non andavate in tivù, ora ci andate sempre.
In questi giorni sto traslocando, i mobili me li faccio da solo. Non metterò la tivù neanche nella nuova casa: non ce l’ho da sette anni. Da politico rinunciare alla tivù è stato un errore. Grazie a noi, adesso, si parla sempre più di temi e sempre meno di gossip.

Vuol dire che da ora in poi andrai da chi spesso hai attaccato come Formigli e Telese?

Formigli è un bravo giornalista di politica estera, ma come padrone di casa è stato spesso scorretto. Per esempio con Nicola Morra. Non escludo però di andarci. Telese? In tutta onestà, neanche sapevo che ancora facesse televisione.

Cantone boccia l’Alta velocità sotto Firenze: tangenti e mafia

Relazione di 30 pagine che smonta la grande opera: “Materiali scadenti, falda idrica messa a rischio e smaltimento illecito dei rifiuti degli scavi”


Mafia, politici corrotti, tecnici venduti, società fittizie, scavi abusivi, ripetuti passaggi illegali di appalti e subappalti, carenza e omissioni nella vigilanza, sindaci inefficienti: tutte le zavorre dell’arretratezza d’Italia sono racchiusi in appena trenta pagine di relazione sull’alta velocità di Firenze stilata dall’autorità nazionale anticorruzione e firmata da Raffaele Cantone lo scorso 4 agosto 2015. E su ogni macigno di quella zavorra c’è un nome. Da quello dell’ex presidente dell’Umbria, Maria Rita Lorenzetti – arrestata nel settembre 2013 – al dominus delle infrastrutture Ercole Incalza, in manette lo scorso marzo, che ha trascinato alle dimissioni l’ex ministro Maurizio Lupi. Dalla società Coopsette – che è riuscita a rimanere nell’appalto seppure avesse dichiarato due volte il fallimento e abbia visto finire in carcere i suoi vertici –alla Nodavia e a Condotte, coinvolta anche nell’inchiesta di Venezia sul Mose. Politica, imprenditori. Tangenti, affari. Il Tav di Firenze sembra una Cornice nel Purgatorio del malaffare nazionale: non esiste l’Inferno e il Paradiso è sempre (e di nuovo) a portata di mano.

L’opera è stata assegnata nel 1999 e doveva essere interamente conclusa nel maggio 2015. “Termini che evidentemente non risultano più perseguibili – scrive Cantone – per cui si appalesano rilevanti ritardi nell’esecuzione”. Esecuzione che è al momento ferma: sono scaduti i permessi, i vertici delle società sono stati arrestati, chi per corruzione chi per associazione a delinquere, chi per abuso d’ufficio, chi per tutti e tre i reati e per altri ancora. L’opera doveva costare poco più di 500 milioni, è lievitata fino a 750 prima di essere bloccata e “registrerà ulteriori incrementi”. Ma il dato più allarmante tra i tanti indicati da Cantone è riferito alla sicurezza dell’opera: il materiale utilizzato è “privo della qualità richiesta”. E, ricorda il presidente dell’anticorruzione, l’opera “sotto attraversa il centro cittadino, interferendo con la falda idrica” e ha già causato “dissesti che hanno interessato la scuola Rosai (chiusa a causa di crepe e smottamenti subiti dai lavori sotterranei, n dr ) confermando la delicatezza del contesto”. È evidente che i “comportamenti dei soggetti preposti all’esecuzione sono finalizzati a conseguire maggiori utili a discapito di una minore qualità dell’opera”. Certo i lavori al momento sono fermi. Ma le aziende interessate vorrebbero portarli a termine, per questo l’autorità presieduta da Cantone è dovuta intervenire. Ha sentito Rete Ferrovie Italiane –che ha affidato l’appalto – e le società coinvolte: Italferr e Nodavia in particolare.
La prima era quella guidata dalla Lorenzetti, la seconda è rimasta coinvolta in almeno tre inchieste giudiziarie. Per carità, ha sempre rinnovato i propri vertici e allontanato i “beccati”, come scrive Cantone ripercorrendo l’iter complessivo dell’opera. La magistratura interviene già nel 2010 per smaltimenti illeciti dei materiali provenienti dagli scavi. Nel 2013 di nuovo. Nodavia, riporta Cantone, “avrebbe attuato lo smaltimento in modo illecito, con accordi occulti con soggetti formalmente incaricati dello smaltimento, finalizzati a corrispondere agli stessi somme inferiori a quanto stabilito dai contratti stipulati, con retrocessione in nero a favore di Nodavia di ingenti somme di denaro”. Il classico schema. Ma non basta. Prosegue la relazione: “In realtà tali ditte non avrebbero provveduto allo smaltimento in quanto l’attività sarebbe stata gestita da una ditta, da quanto indicato dalla procura, legata ad ambienti della criminalità”. E dove saranno andati i quintali di rifiuti speciali? E una volta individuata l’attività illecita si è interrotta? No. “è perdurata la gestione abusiva” svolta, fra l’altro , “senza alcuna autorizzazione e con modalità tipiche riconducibili a un trattamento di rifiuto con scarichi non autorizzati, stoccaggi in piscine e dispersione dei fanghi sui piazzali e in falda”. Le 30 pagine di relazione sono un epitaffio all’opera pubblica. Cantone scrive, fra le altre cose, che sono mancati gli “adeguati controlli”, che le “criticità emerse dalle indagini della Procura non possono ritenersi del tutto superate” ancora oggi, che ci saranno “ulteriori richieste economiche” e molto altro ancora. Appare dunque una buona notizia scoprire l’inefficienza amministrativa di Palazzo Vecchio. Le società hanno fretta di riprendere i lavori, l’opera è ritenuta fondamentale da Rfi (che, scrive Cantone, potrebbe essere l’unica parte lesa: oltre il Paese) e per questo serve una nuova autorizzazione, chiesta il 2 dicembre 2013. Ma per il via libera servono numerosi pareri tra cui quello del Comune di Firenze oggi guidato da Dario Nardella. Questo è “ad oggi non ancora pervenuto”.

La Corte dei conti condanna Salerno, ma De Luca si salva

Nove assunzioni illegittime, tra cui quella del dirigente che diede un incarico in teatro al figlio di Giuliano Amato



Disse “il sindaco d’Italia” Matteo Renzi in piena campagna per le elezioni regionali: “Di che cosa ha bisogno la Campania? Secondo me di un sindaco che faccia funzionare le cose. Credo che Enzo (Vincenzo De Luca, ndr) possa essere il sindaco della Campania”. E tra sindaci, ci si intende al volo. Il modello Firenze a Palazzo Chigi, il modello Salerno a Palazzo Santa Lucia. La Corte dei conti però non condivide questo sfrenato entusiasmo, e dopo aver bacchettato l’amministrazione comunale di Firenze per quattro anni di bilanci irregolari, ha messo nel mirino la giunta di Salerno per nove assunzioni illegittime che hanno stabilizzato i contratti a tempo determinato di alcune figure chiave per la gestione e la comunicazione del potere deluchiano. Il 3 settembre la sezione giurisdizionale della Campania presieduta dal giudice Fiorenzo Santoro ha condannato sette assessori comunali di De Luca, il segretario comunale e il direttore del personale a risarcire 67 mila euro ciascuno per colmare un danno erariale di quasi 600 mila euro. L’ormai ex sindaco De Luca no, è uscito indenne dal procedimento contabile (nemmeno citato nelle 24 pagine di motivazioni) perché come affermò un suo avversario interno nei Ds “anche durante i peggiori acquazzoni certe volte Vicienzo passa tra una goccia di pioggia e l’altra senza bagnarsi ”. Infatti De Luca – ricorda Cronache del Salernitano, il quotidiano locale che ha anticipato la notizia – era assente quando fu approvata la delibera incriminata, la 813 del 2008. Fu la vice sindaco Eva Avossa a presiedere la seduta. La giunta De Luca colse al volo un’opportunità offerta dalle ultime leggi finanziarie e stabilizzò nove contratti co.co.co.. Ma secondo i magistrati contabili, i professionisti promossi all’assunzione a tempo indeterminato erano privi del requisito della “subordinazione” all’ente comunale, senza il quale avrebbero dovuto superare una procedura selettiva “aperta sia agli interni che agli esterni con una riserva del 60 per cento agli interni”. Tra i casi citati, un paio sono particolarmente interessanti. Il primo è quello della web content manager del sito del Comune di Salerno: prima di essere stabilizzata si era impegnata a lavorare “in forma autonoma” seguendo le direttive “impartite dal responsabile dello staff del sindaco in sinergia col direttore dei sistemi informativi”. Il secondo è quello del direttore di produzione del teatro comunale Verdi: lo schema di convenzione impegnava la professionista “ad espletare la prestazione in forma autonoma”. La web manager è stata sentita come teste al processo concluso con la condanna di De Luca a un anno per la nomina illegittima di Alberto Di Lorenzo a project manager di un mai costruito termovalorizzatore. La signora ha dovuto spiegare come mai quella nomina, l’ordinanza numero 4 del commissario straordinario De Luca, fu occultata dal sito istituzionale: era in rete solo come “modifica e integrazione dell’ordinanza numero 3” e chissà perché nessuno infilò nel titolo il nome di Di Lorenzo. Il direttore di produzione del Verdi, poi, ricevette l’incarico grazie a una delibera del 2007. Lo stesso anno in cui Lorenzo Amato divenne direttore artistico della stagione di prosa del teatro comunale salernitano, nel quale – come affermò il direttore di questo giornale in un’intervista a Repubblica Napoli – non fu possibile mettere in scena lo spettacolo di Marco Travaglio, a date già fissate. Chi è Lorenzo Amato? Un ottimo attore e regista. Figlio dell’ex premier Giuliano Amato, giudice della Consulta che a fine ottobre si pronuncerà sulla costituzionalità della Legge Severino nella parte in cui sospenderebbe il condannato De Luca. Il modello Salerno arriva ovunque.

Berlusconi e il buco di Forza Italia: ci rimetterà 118 milioni

Berlusconi continua a ripagare alle banche i mutui del partito che aveva garantito negli anni scorsi: ha già sborsato 105 milioni


La politica costa, si sa. L’uomo che lo sa meglio in Italia è Silvio Berlusconi. Al momento l’ha già pagata, all’ingrosso, 105 milioni di euro tra Pdl e Forza Italia e il conto potrebbe salire facilmente a circa 118 milioni. È anche vero, però, che oggi la sua generosità consente a Silvio di fregiarsi del titolo non solo di leader e fondatore, ma pure di maggior creditore di Forza Italia: il partito gli deve già 90,5 milioni, conto che potrebbe salire in tutto a 102,2 milioni (il totale delle garanzie bancarie che B. ha rilasciato al suo partito nei decenni scorsi). In realtà, l’ex Cavaliere sa già di essere uno di quei creditori che non vedrà più i suoi soldi: sono mesi che, mestissimo, “adempie alle fideiussioni ”, come si dice in gergo. In sostanza paga alle banche i debiti di Forza Italia visto che il partito è sostanzialmente in bancarotta e non potrà mai farvi fronte: al netto dei debiti, il bilancio 2014 s’è chiuso con un passivo di 11,8 milioni, l’anno prima erano 15 e più.

Il commovente elenco di Silvio, il fideiussore
Che Berlusconi – dopo il tentativo di rilanciare il fundraising azzurro e far pagare le quote ai parlamentari – si sia ormai rassegnato a rimetterci del suo è scritto tanto nei bilanci quanto nel tabulato della Camera che registra le donazioni ai partiti (per ora copre i primi sei mesi del 2015): 90 milioni e mezzo in tutto sono usciti dalle tasche del fu Caimano tra ottobre 2014 e marzo 2015 verso le casse assetate di varie banche italiane. L’elenco è commovente: 10,3 milioni di fidi rimborsati alla Popolare di Sondrio firmati tra il 1998 e il 1999; 10,2 milioni alla Banca del Fucino concessi nel 2000; l’anno dopo, il 2001 del suo trionfo elettorale, Berlusconi aveva firmato 39,2 milioni di fideiussioni con Unicredit e 23,2 milioni a Monte dei Paschi (pagati anche questi); l’ultimo conto saldato dall’ex Cavaliere entro lo scorso giugno è quello col Banco Popolare (7,2 milioni per un fido del 2002). Alla fine di questa splendida performance, si legge nel bilancio del partito, Berlusconi “è divenuto il nuovo creditore di Forza Italia ”. A meno che non voglia fare un’operazione di recupero crediti stile mafia, difficile che veda anche solo un euro. E l’emorragia potrebbe non essere finita: le fideiussioni a favore di Forza Italia di Berlusconi ammontano complessivamente a 102,27 milioni di euro e, come detto, il bilancio del partito continua ad essere in rosso.

Pure il Pdl fa piangere l’ex Cavaliere
Alla fine del 2013 - condannato per frode, fuori dal governo, fuori dal Parlamento - l’aveva capito anche lui che una stagione era finita: per rottamare il Pdl e ricreare Forza Italia, Berlusconi aveva comunque dovuto accontentare le banche - meno pazienti rispetto ai tempi d’oro - staccando un assegno da 15 milioni di euro per coprire le garanzie fornite al movimento nato sul predellino di un’auto cinque anni prima. Quale sia lo stato del fu Popolo della libertà - partito ancora esistente in vita per via dei soldi e delle pendenze legali - è presto detto: Forza Italia ha rinunciato a 18 milioni sui 22 di crediti totali che vantava sul suo spin off  politico. Il bilancio corrente del Pdl nel 2014 - nonostante il partito non faccia niente e abbia sfruttato a piene mani la cassa integrazione straordinaria concessa ai movimenti politici - è negativo per 3,3 milioni di euro e dal 2015 niente rimborsi elettorali. I conti dei due partiti disegnano un futuro nero: Berlusconi non potrà sfidare Matteo Renzi con una campagna elettorale ricca come quelle a cui è abituato. La nuova legge, infatti, vieta contributi annuali da singoli o imprese superiori ai 100 mila euro l’anno anche sotto forma di fideiussioni: il 2xmille è andato male, le donazioni liberali non bastano a pagare i conti (nonostante i 100mila euro a testa dei figli Marina e Pier Silvio), il berlusconismo è finito. Costava troppo.


DAL 2017 finisce il contributo pubblico
Come funziona la nuova legge: tutto in mano a chi raccoglie fondi


La legge con cui il governo Letta ha abolito progressivamente il finanziamento pubblico ai partiti li consegna in definitiva alle strutture di fundraising (raccolta fondi) interne e peraltro non costa sensibilmente meno all’erario. Primo punto: i rimborsi elettori spariranno dal 2017, nel frattempo - rispetto ai 91 milioni iniziali - quest’anno sono dimezzati e nel 2016 ridotti del 75%. In compenso i partiti - almeno quelli che decidono di registrarsi presso l’apposita commissione della Camera, cosa che il M5S non ha fatto - hanno avuto la possibilità di avere il 2xmille dalla dichiarazione dei redditi dei cittadini che decidano di concederglielo: la spesa ha un limite (9,6 milioni nel 2015; 27,7 milioni nel 2016; 45,1 milioni dal 2017 in poi). L’altra fonte di finanziamento privilegiato sono le cosiddette erogazioni liberali dei privati, che beneficiano di una detrazione fiscale del 26% fino a una spesa massima per l’erario di 15,65 milioni. Infine i partiti hanno diritto a Cassa integrazione e contratti di solidarietà straordinari per 11,25 milioni di euro l’anno a decorrere dal 2016.

Caccia al finanziatore

Imprese, sanità e lobby: chi paga i partiti e i politici

Ex Cavaliere a parte, finora nel 2015 alla Camera sono state
registrate donazioni per 39 milioni di euro


Al netto delle complesse, e sempre narrativamente gustose, vicende che riguardano Forza Italia (vedi la pagina accanto), il flusso di denaro tra cittadini e aziende da un lato e partiti e singoli politici dall’altro –registrato dall’apposito ufficio della Camera dei deputati nel 2015 – riguarda la non piccola cifra di 39 milioni di euro (il totale, Silvio Berlusconi compreso, fa 131 milioni e mezzo, un’enormità). Roba, comunque, che fa impallidire i 9,6 milioncini assegnati ai partiti attraverso il 2xmille nelle dichiarazioni dei redditi. Il fundraising (la raccolta fondi) è ormai uno sport estremo quanto necessario. Ovviamente sono parlamentari o eletti in genere a versare la maggior parte dei soldi – con annessa detrazione Irpef al 26%, peraltro – ma qui e lì si scoprono piccole storie curiose: la politica – com’è e come forse è sempre stata –vista dal lato del finanziamento è ancora “sangue e merda ”, come voleva Rino Formica, ma con sempre meno sangue. Il fortunato Giorgetti: 235mila euro in un colpo Nel gennaio 2014, Serti Spa ha acquistato il ramo d’azienda di Tributi Italia, una società di riscossione dei tributi locali. All’epoca, Alberto Giorgetti aveva scelto il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano (ora è tornato in Forza Italia) per restare al governo come sottosegretario all’Economia. Per il suo fabbisogno politico, sempre l’anno scorso, Giorgetti ha dichiarato un contributo di 20 mila euro da parte di Serti. Ora Giorgetti non è più al governo, è deputato semplice, e l’attività di Serti – con un accordo sancito dal Tesoro lo scorso maggio - è stata ceduta ad Arianna 2001 della potente Federazione dei Tabaccai. L’ex sottosegretario di Verona aveva la delega ai giochi e al tabacco. Dai tabulati della Camera risulta che, a giugno, Giorgetti ha comunicato di aver incassato 235 mila euro, spalmati su tre versamenti, da Serti Partecipazioni. Quando uno fa bene il suo lavoro, succede. Noi Sud ti risolve la questione meridionale Ci sono due aziende in Campania che hanno capito chi può risolvere l’annosa “questione meridionale”: Libertà e Autonomia - Noi Sud, movimento politico su cui giganteggia il senatore oggi “fittiano” Antonio Milo, ex sindaco di Agerola. Capito questo, la General Plastic di Pomigliano d’Arco (produce sacchetti dell’immondizia) l’anno scorso ha versato ai “su d is t i” 65 mila euro, mentre nel 2015 la C.M.O srl di Napoli (azienda della sanità) gliene ha dati addirittura 100 mila. D’a l tr o n d e , ricorda il senatore Milo in una sua breve biografia, i suoi interventi politici in campo medico si sprecano, compreso “il pressante appello” all’ex governatore Stefano Caldoro per il “pagamento dei debiti sanitari pregressi, attuali e futuri verso i soggetti della sanità privata”. Il senatore, sia detto en passant, è pure indagato per una vicenda di rimborsi non dovuti in un’inchiesta sul centro sanitario Fisiodomus.

 Moby: cuore e traghetto. I ricchi Ds di Ferrara
La Moby spa – che nel 2012 ha inglobato l’ex azienda pubblica Tirrenia e le sue preziose rotte verso Sardegna e Sicilia – è oggi la prima compagnia di navigazione italiana sulle rotte del Mediterraneo. Anche se la sua sede legale è a Milano, però, Moby mantiene i suoi uffici in Toscana, per la precisione a Portoferrario, Isola d’Elba: non sorprende, dunque, che abbia sentito la necessità di finanziare con 30 mila euro la sezione del Pd di Val di Cornia - Elba. Questioni di cuore, forse le stesse che hanno spinto i Ds di Ferrara – evidentemente ancora vivi, vegeti e abbastanza ricchi – a versare 100 mila euro al locale circolo Pd.

La “luce di Nola” e Bonino aiuta Pannella
Paolo Russo è uomo amato sul territorio. Alle ultime regionali, per dire, la zona nolana è rimasta fedele al centrodestra nonostante la vittoria in regione di Vincenzo De Luca. Si può dire che il deputato di Forza Italia è la luce di Nola: giustamente la Snie Spa, che fornisce elettricità al comune (con cui ha peraltro un vecchio contenzioso), gli ha versato 10mila euro. Il rapporto fra Emma Bonino e Marco Pannella è sempre burrascoso. Ma nel 2014 l’unico donatore della lista Pannella (26 mila euro) è proprio Bonino.

Passera scommette su Passera: io siamo
In attesa di conoscere gli elettori del movimento Italia Unica di Corrado Passera, l’autore di Io siamo, scopriamo che l’ex banchiere e ministro tecnico non disdegna di dare il suo denaro alla sua creatura. Poche donazioni per Italia Unica, ma molto esclusive: così ha raccolto 309 mila soltanto nei primi sette mesi dell’anno. Non è certo un’impresa difficile se il maggior finanziatore è il fondatore, ma tant’è: l’ex ministro ha versato 100 mila euro. Passera crede in Passera. E un po’ ci credono pure Santo Versace (21 mila) e Maria Jacaranda Falck Caracciolo di Melito (70 mila). Non proprio ex frequentatori delle case del popolo.

Toti regna in Liguria. Ed è subito porto
Il toscano Giovanni Toti s’è ambientato subito in Liguria. O meglio, le imprese che lavorano al porto di Genova l’hanno sostenuto in campagna elettorale con apprezzabile chiaroveggenza. Aldo Spinelli, patron del Livorno calcio, ha speso 15 mila euro; da T. Mariotti, invece, un piccolo obolo (5 mila). In totale, il comitato dell’allora candidato governatore ha incassato 80.000 euro, di cui 15mila offerti dall’ex Mediaset.

Nelle Marche la sanità sta con Ceriscioli
Il governatore marchigiano Luca Ceriscioli, già sindaco Pd di Pesaro che di professione fa l’insegnante, è molto amato dai medici. Sarà che la sanità, per una Regione, rappresenta sempre la spesa più consistente. Bonifico su bonifico, pochi euro alla volta, Ceriscioli in campagna elettorale ha ricevuto quasi 40mila euro (39.550 per l’esattezza). Tutti con piccoli contributi, ma spesso di cliniche private e laboratori di analisi convenzionati col pubblico.

Sc, un tesoro di tesoriere. Udc, Caltagirone amaro
Scelta Civica è ormai dissolta, pochi deputati, pochissimi voti. Però resiste un munifico e ancora appassionato tesoriere. Più che un tesoriere, un tesoro. L’imprenditore e deputato Gianfranco Librandi, che cura i conti del partito già smunti per le incessanti partenze, è la manna per i reduci montiani. A distanza di qualche mese, Librandi ha donato 58 mila euro a Sc: 18 mila con una sottoscrizione personale e 40 mila attraverso la sua Tci di Saronno. Tempi magri per l’Udc, l’altro agglomerato di centro alleato con Ncd. Gaetano Francesco Caltagirone, lontani dal voto, non finanzia più il genero Pier Ferdinando Casini. Nel 2015 il partito non ha dichiarato un euro.

Polemiche e Casamonica

Marino provoca Alfano: “I cieli di Roma non sicuri”


Dopo settimane di silenzio, in cui è stato al centro delle polemiche, ora parla Ignazio Marino. E passa al contrattacco su un terreno molto delicato: la sicurezza di Roma che si prepara a ospitare il Giubileo. “In una città in cui lo Stato non è stato nelle condizioni di garantire la sicurezza dello spazio aereo, con l’intrusione di oggetti volanti non identificati, credo sia giusta la decisione di responsabilizzare prefetto e governo“: risponde così a una domanda sull'affiancamento del prefetto Franco Gabrielli per la preparazione dell’Anno Santo. E il riferimento è chiarissimo: l’elicottero che si alzò il volo durante il funerale show di Vittorio Casamonica per lanciare petali di rosa, il 20 agosto. L’affondo non troppo velato di Marino nei confronti del Viminale arriva all'indomani di un botta e risposta sulla vicenda Mafia Capitale con il ministro dell’Interno. “Quanto riferito il 27 agosto dal ministro Alfano è una fotografia” di Roma “datata che risale al 2014”, aveva detto il sindaco. Parole alle quali il titolare del Viminale non aveva fatto mancare la sua replica: “Marino ha assolutamente ragione, la mia foto su Roma è datata 2014, mentre gli ricordo che lui è stato eletto nel 2013.”



sabato 5 settembre 2015

Scuola: interrogazione M5S al Miur sul "cervellone" seleziona-docenti


ROMA, 4 settembre 2015 - "Non riteniamo accettabile questa totale mancanza di trasparenza da parte dell'amministrazione pubblica rispetto al procedimento automatizzato adottato dal Miur che, attraverso la selezione e incrocio di dati, ha definito i criteri di assegnazione delle cattedre ai docenti. Si tratta di un meccanismo che incide sulla viva pelle di decine di migliaia di persone e di cui gli italiani sono tenuti all'oscuro. Per questa ragione presenteremo un'interrogazione in Parlamento al ministro dell'Istruzione".
Lo affermano i parlamentari del MoVimento 5 Stelle in commissione Cultura di Camera e Senato.
"Siamo oltre la soglia della decenza: non solo il Miur ha proceduto alle assunzioni senza ricorrere a procedure pubbliche, ma si è affidato a un 'cervellone' che, assicurano da viale Trastevere, avrebbe funzionato perfettamente. Francamente le rassicurazioni del Ministero non solo non bastano, ma non ci interessano: quello che vogliamo è trasparenza sulle procedure, che devono essere di dominio pubblico. Tra l'altro il Miur, che molto avrebbe da chiarire anche circa alcune assunzioni al suo interno, dopo la raccolta iniziale delle domande da parte dei docenti, avrebbe dovuto rendere pubbliche le graduatorie". Fonte

La selezione dei candidati del M5S alle politiche

La selezione dei candidati per le prossime elezioni politiche che si spera arrivino quanto prima per la salvezza dell'Italia manterrà lo stesso metodo di quelle del 2013. Cittadini incensurati scelti da cittadini attraverso la Rete, cittadini con non più di un mandato elettorale. Per i dettagli si può consultare il regolamento. Nel M5S non vengono "imbarcati" condannati ne' politici di professione che portano in dote voti di scambio. Non ci sono nomine dall'alto da parte di un segretario di partito che decide per tutti, ma soltanto cittadini eletti da cittadini che si impegnano in politica per dovere civico.
VIDEO L'onestà tornerà di moda!

Tragedie indicibili sia via mare che via terra

In questo spezzone di intervento a #‎SkyTG24 introduco il tema Immigrazione a livello europeo. Siamo di fronte ad un esodo di proporzioni epocali a cui non sipuò rispondere a suon di slogan...
Una fase storica di dimensioni così grandi può essere affrontata solo in maniera unitaria, in questo senso l'Europa (intesa come UE) si gioca tutto il suo futuro.

Ma io mi domando: Perchè dopo che la Merkel ha aperto le porte della Germania ai profughi si è svegliato anche il premier inglese? Perchè la Germania accoglie solo immigrati siriani? E gli altri? Sono forse figli di un dio minore?



La Corte dei Conti: “Renzi , quattro anni di bilanci falsi”

I giudici contabili contestano all’ente toscano l’impiego di fondi di riserva per le spese correnti non ricostituiti alla fine del mandato e di aver rinviato 152 milioni di crediti diventati oggi “inesigibili




E quattro. Il Comune di Firenze è costretto ancora una volta a ricevere i rilievi della Corte dei conti. Per il quarto anno consecutivo. L’intera gestione firmata Matteo Renzi. Ma questa volta ai giudici contabili non sono bastate le rassicurazioni di Palazzo Vecchio e non è stato sufficiente neanche l’intervento riparatore della giunta di Dario Nardella, che si è visto costretto a rimediare alla pesante eredità ricevuta. Per i giudici contabili rimangono “gravi irregolarità” che generano “oltre all’inosservanza dei principi contabili di attendibilità, veridicità e integrità del bilancio, anche violazioni in merito alla gestione dei flussi di cassa e alla loro verificabilità”. Per questo la Corte, il 31 luglio come già il 22 maggio, ha recapitato a Palazzo Vecchio un’ordinanza con cui invita l’ente “ad adottare entro 60 giorni i provvedimenti idonei a rimuovere le irregolarità e a ripristinare gli equilibri di bilancio”. L’erede di Renzi, il fidato Nardella, sapeva che con la poltrona di primo cittadino avrebbe ricevuto in consegna anche qualche guaio. Ma non di tale entità. La percezione reale l’ha avuta lo scorso dicembre quando ha saputo che anche da Roma l’amico Matteo avrebbe regalato altri guai. Con esattezza minori entrate dallo Stato per 22 milioni. Il 27 dicembre 2014, dopo aver faticosamente chiuso la discussione sulla Finanziaria, Nardella ha ammesso: “Sappiamo solo che c’è uno sbilancio di 50 milioni di euro, dobbiamo trovare 50 milioni”. Aggiungendo sconsolato: “Ci stiamo lavorando anche in questi giorni di ferie”. Non è servito. Non secondo i giudici contabili che a fine luglio hanno contestato alcuni punti al sindaco seppure prendendo atto che l’erede ha risolto qualche falla lasciata dal predecessore. Il primo riguarda “la gestione di cassa nel triennio 2011-2013” che “ha evidenziato l’impiego di fondi aventi specifica destinazione per spese di parte corrente, non ricostituiti al termine dell’esercizio”. In pratica, come tutti i Comuni, anche quello di Firenze ha delle “riserve” che devono essere usate per specifiche necessità. La legge prevede una sorta di deroga e quindi permette di utilizzarli per altre spese ma a condizione che poi quelle riserve vengano ricostituite. Renzi se n’è dimenticato. La cifra? 45.888.216 euro. Fondi che “potevano essere ricostituiti integralmente con gli incassi avvenuti nei primi mesi del 2014”. Ed elenca: “Somme correnti depositate nei conti correnti 5,5 milioni”, “trasferimenti ministeriali per il funzionamento degli uffici giudiziari per il 2011 e il 2012 per 28,6 milioni” e, infine, i “contributi erariali per 5,7 milioni”. Invece, bacchettano i giudici, li avete spesi in altro denotando “una sostanziale difficoltà nella gestione dei flussi di cassa” e mettendo a rischio “l’equilibrio e la stabilità finanziaria dell’ente”. Altro capitolo dolente: la “presenza consistente di residui attivi vetusti”. Si tratta di crediti che ogni ente spera di recuperare prima o poi: multe, tasse e così via. Crediti che trascorsi alcuni anni devono essere trasformati in inesigibili. I “residui attivi vetusti” di Palazzo Vecchio per la Corte sono troppi e troppi vecchi: risalgono a prima del 2009.
Quindi vanno riconteggiati perché “la loro elevata incidenza percentuale comporta un potenziale rischio per la tenuta degli equilibri di bilancio negli esercizi successivi”. A Nardella non è rimasto che correre ai ripari. Ed eseguire: la Giunta l’8 maggio 2015 ha deliberato il “riaccertamento straordinario dei residui” e portato il “fon - do crediti di dubbia esigibilità e difficile esazione” a 152 milioni di euro. Il fondo svalutazione crediti nel rendiconto di gestione 2014 era 13,7 milioni. Ma Firenze è una città ricca. Come spiega l’assessore al bilancio, Lorenzo Perra. “Noi siamo in grado di restituire debiti per 30 milioni l’anno, purtroppo siamo frenati dal rispetto del solito e fastidioso patto di Stabilità”. I rilievi della Corte dei conti? “So - no inviti a spiegare, correggere, migliorare e da quando siamo a Palazzo Vecchio noi lo stiamo facendo: abbiamo chiuso il bilancio con un avanzo di 30 milioni e non ravvedo grandi elementi problematici per il futuro”. Ma i giudici contabili sollevano dubbi. Come l’opposizione in aula. In particolare Tommaso Grassi che ritiene possa essere “colpa della corsa di Renzi a Palazzo Chigi”. Ma l’erede non sta sistemando le cose? “La Corte dice una cosa diversa: i fondi destinati a investimenti che sistematicamente a fine anno venivano utilizzati per pagare i fornitori (che invece pesano sulla spesa corrente, ndr) e non peggiorare il patto di stabilità, nel 2014 non sono stati sistemati. Così come, nonostante il riaccertamento straordinario dei crediti inesigibili effettuato a maggio, la magistratura contabile ritiene ancora troppo elevata la percentuale dei residui (attivi, ndr) e teme che questo possa falsare i conti del Comune”

Il PD si intasca 5,5 milioni di finanziamento pubblico

da il Blog di Beppe Grillo

Il finanziamento pubblico ai partiti non è stato abolito. Non è stato abolito dopo il referendum del 1993 nonostante la volontà di milioni di italiani e non è stato abolito dai tweet di Letta. Ha semplicemente cambiato nome e forma. Ora si chiama due per mille ai partiti, ma sono soldi pubblici, non libere donazioni. Sono tasse già pagate dal cittadino tramite la dichiarazione dei redditi che vedrà rinnovata la sede del partito vicino casa e la scuola che invece crolla in testa al figlio. Il Pd ha esultato perchè si è intascato 5,5 milioni di soldi pubblici che potevano essere usati per istruzione, sanità, trasporti, per rimpinguare le sue casse.

Video: Il M5S smaschera Renzi sul finanziamento pubblico




Quest'anno il totale a cui possono attingere i partiti è di circa 10 milioni di euro, saliranno a 27,7 milioni nel 2016 e 45 nel 2017. Nel 2018 se il M5S sarà al governo non ci sarà un centesimo pubblico destinato ai partiti. Il M5S ha rinunciato al due per mille per lo stesso motivo per cui ha rifiutato 42 milioni di euro di rimborsi elettorali nel 2013: non vuole soldi pubblici e sostiene le sue iniziative con le libere donazioni di attivisti e simpatizzanti, come sta accadendo in questi giorni perItalia 5 Stelle che si terrà il 17 e 18 ottobre a Imola.
Soldi, soldi, soldi. Il Pd ha bisogno di soldi. Toglietegli i soldi e non rimane più nulla.

venerdì 4 settembre 2015

E' solo tutta colpa nostra

di Fabio Angeletti

Qualche giorno fa, in un blog aperto nel sito del Movimento 5 Stelle avente il titolo “Solidarietà ai migranti” ho avuto modo di esprimere un mio personale pensiero su come, in un prossimo governo a 5 stelle, si potrebbe far fronte al problema dell’immigrazione. Avendo inquadrato come cause dell’immigrazione la povertà, la miseria e la guerra, scrissi che secondo me sarebbe stato meglio smetterla di vendere armi ai paesi del terzo mondo e di portare invece investimenti come scuole, ospedali, vie di comunicazione, energia elettrica, sistema idrico e fognario ecc.. trasformandone così la popolazione in termini di cultura, ricchezza e salute.

Tra i componenti del forum, Claudio Mondini (che ringrazio pubblicamente su questa pagina), mi ha fatto notare che tra le cause dell’immigrazione che ho accennato sopra c’è anche il disastro ecologico. In particolare quello presente nel Golfo del Niger. Gli chiesi gentilmente di fornirmi la documentazione di tale causa. Mi fu presto fornita tutta la documentazione al riguardo e, quello che ho trovato nella sua disamina, è alquanto allarmante e sconcertante.
Ebbene, l’origine di questo grande flusso di immigranti è solo colpa dei Paesi industrializzati, Italia compresa. Questi esseri umani fuggono dai propri paesi anche per colpa delle grosse multinazionali petrolifere che influenzano corrompendo i governi locali facendosi autorizzare a smembrare i loro territori.
Corruzione e violenza regnano a discapito degli abitanti di quelle terre.
La Nigeria fornisce alle multinazionali circa 2,4 milioni di barili di petrolio al giorno. Questo viene raffinato in altri Paesi, soprattutto in Europa, per poi essere rivenduto al Niger.
I colossi del petrolio si avvalgono di manodopera non nigeriana, non indigena, determinando una disoccupazione, nella sola regione del Delta, che oscilla tra il 75% e il 95%, mentre l’aspettativa di vita non supera i 40 anni.
Cosa significano questi dati:
-    la percentuale di disoccupazione indica chiaramente che le multinazionali presenti sul territorio non si avvalgono della manodopera del posto quindi non distribuiscono ricchezza, potere d’acquisto agli abitanti dei territori;
-    la mancanza di denaro, di ospedali, di medicine, di un’adeguata rete elettrica, idrica e fognaria, la mancanza totale di igiene e profilassi sia nei villaggi che in città, fanno il resto.

A quanto sopra esposto si aggiunge il totale inquinamento delle falde acquifere che non permette ai contadini di coltivarsi la terra in quanto questa è contaminata, e  le continue ed inarrestabili fuoriuscite di greggio dalle PIPE LINE (più di 6.800 registrate tra il 1976 e il 2001).

Per la scarsa se non totale assenza di manutenzione, l’inquinamento di fiumi e laghi hanno ucciso l’unica fonte di sostentamento: il pesce. Quando fu chiesto alle compagnie di riparare i danni creati dalle fuoriuscite, di bonificare i terreni, loro risposero che trattandosi di sabotaggi non intendevano risarcire nessuno. Una scusa alquanto grottesca se si pensi ai danni che queste fuoriuscite provocano sulla salute di chi vive in quei posti.
Ad Akala Olu invece gli abitanti convivono con questo paesaggio infernale. Sotto accusa, la pratica del gas flaring, cioè l’uso di bruciare i gas che si trovano nello strato più alto del giacimento di petrolio. Migliaia di fuochi alimentati da una fortissima pressione interna surriscaldano l’aria già torrida del Delta. Una parte di gas non brucia, si spande nell'aria, viene inalato, entra nei polmoni. Il rumore e il calore non fanno dormire di notte. I più giovani non hanno mai visto il buio della notte.
Il gas flaring è vietato in Nigeria. E’ una mostruosità, è un abuso, è un attacco ai diritti umani… deve essere bloccato, non si può gasare la gente. Negli ultimi 40 anni la popolazione è stata completamente intossicata. Pensate che nella zona del Delta del Niger ci sono più di 50 impianti di gas flaring.
Le emissioni di Co2 derivate da esso derivate al Delta del Niger rappresentano quasi il 3% dell’emissioni di Co2 a livello globale, ossia di tutto il pianeta. Questo gas viene oggi bruciato nell'aria provocando impatti sulla salute e sull'ambiente che sono devastanti ed inimmaginabili. In realtà se venissero utilizzati per la produzione di energia potrebbero garantire l’accesso all'energia all'intera popolazione del continente africano sotto il Sahara, se escludiamo il Sud Africa. Quindi la sicurezza energetica di un intero continente potrebbe essere garantita solamente dal gas che oggi si brucia.

Ma allora perché non lo fanno…  Non possono perché l’interesse delle compagnie in Nigeria è quello di estrarre la risorsa ed esportarla. Nel momento in cui il gas, essendo gas associato, non può essere trasportato, lo bruciano. La legge vieta alle compagnie questa pratica, ma ben 5 governi nigeriani non sono riusciti ad imporre la soluzione del problema.
I governi consentono tutto questo per interessi personali e sono tutti così, dal primo all’ultimo, dal presidente all’ultimo governante… sarebbe stato sufficiente dire alle multinazionali: se non smantellate il gas flaring noi non vi diamo più il petrolio… questo hanno proposto, ma come risposta sempre il silenzio.
La gente del Delta si chiede perché queste multinazionali agiscono in un certo modo diciamo sostenibile in Europa e non fanno lo stesso in Nigeria. La risposta è che il governo in Nigeria non chiede le stesse garanzie che chiederebbe un governo Europeo. Per le compagnie è una buona scusa possono rispondere che nessuno chiede loro nulla più di quanto già fanno.
La violenza è la naturale conseguenza dei comportamenti delle multinazionali e della corruzione dei governanti.

Nasce il MEND (Movimento per l’Emancipazione Delta del Niger) fondato principalmente per portare il paese fuori dal disastro. E’ un’associazione di persone che servono la causa volontariamente, quindi la responsabilità delle loro azioni non è di qualcuno in particolare, ma di tutta l’organizzazione. Vengono pianificati e portati a termine rapimenti di alti dirigenti delle compagnie petrolifere presenti sul territorio. Il 7 dicembre 2006 vengono rapiti tre tecnici dell’Agip (Francesco Arena, Cosimo Russo e Roberto Dieghi) per poi essere rilasciati dopo 98 giorni di prigionia. Boyloaf, leader del MEND: “Li abbiamo rapiti per dare una lezione all’Agip. Lo abbiamo fatto, per farci ascoltare per far capire cosa succede in quest’area… e cosa dobbiamo subire”.

Con il passare del tempo al MEND si sono affiancati altri gruppi di briganti che, spacciandosi per il Movimento per l’Emancipazione Delta del Niger, fanno ostaggi per chiedere denaro. Poi ci sono gruppi nel MEND che considerano lecita ogni azione per destabilizzare il paese e cacciare le compagnie. La verità è che in quei territori, tutti, anche le multinazionali con le loro milizie armate hanno capito che non ci sarà mai pace se non viene ristabilita la giustizia sociale.

L’Arcivescovo di Benin City e Warri, Mons. Richard Burke, riferisce i dati forniti da SHELL alla fine del gennaio 2009. La compagnia ha annunciato di aver avuto nel 2008 i profitti più alti di tutti i tempi per una società europea: 31 miliardi di dollari, il 14% in più rispetto all'anno precedente. Parliamo di 85 milioni di dollari di profitti al giorno e un aumento del dividendo per gli azionisti dell’11% sull'ultimo trimestre del 2008.
La Shell è in Nigeria dagli anni ‘40, nel 2006 è stata condannata dalla corte federale a non bruciare più gas a cielo aperto perché immette in atmosfera tonnellate di anidride carbonica e solforosa ed è causa di malattie alle popolazioni locali. Non lo ha fatto, e il governo (corrotto), tollera.

Quello che ho voluto descrivere, grazie al materiale messo a disposizione da Claudio, è solo una delle molteplici cause di questa immigrazione.
La responsabilità di questi "viaggi della speranza", di questi morti in mare e di quelli che giungono sulle nostre coste è tutta nostra. Nostre sono state le politiche coloniali in questi paesi, che li hanno depredati. Nostri sono stati gli appoggi a dittatori e criminali di ogni sorte, che oltre ad arricchire se stessi, hanno sempre fatto i nostri interessi. Nostre sono state le politiche economiche e monetarie che hanno fatto crescere il debito pubblico oltre ogni controllo. Nostre sono le complicità nell'assassinare le poche menti illuminate che potevano cambiare, veramente, le sorti di quei paesi. Nostri sono i capitali delle multinazionali che sfruttano il sottosuolo, le risorse e gli uomini in quei paesi. Nostre sono le armi che tengono in piedi sanguinosi conflitti. Nostre sono state le politiche dello sviluppo, che hanno prodotto di tutto fuorché un miglioramento della vita reale della gente. Nostra è quella Comunità Internazionale, incapace di prevenire o gestire le crisi che continuamente si ripetono. Nostri sono i soldi sporchi del sangue di donne, uomini e bambini versato per soddisfare i nostri capricci. Nostri sono gli uomini che comprano minuti di piacere da giovani prostitute sfruttate dal racket della tratta di essere umani. Nostre sono le politiche sull'immigrazione fatte con i piedi e non con la testa. Nostre sono le responsabilità quando non ci indigniamo con forza a fronte di dichiarazioni razziste e xenofobe.
Queste morti, ha ragione Papa Francesco, sono una vergogna. Una vergogna per tutti noi, sono un pugno allo stomaco, sono il frutto della nostra inazione, del nostro torpore.
Abbiamo permesso per troppi anni che le politiche sull'immigrazione fossero centrate solo sul contenimento. Come se fosse possibile fermare l'acqua con un sacchetto di sabbia. Abbiamo ignorato che la Somalia è da 20 anni senza un governo, che in Etiopia ed Eritrea si muore di fame, che nella Repubblica Democratica del Congo vengono stuprate migliaia di donne al giorno, che in Siria prima ancora che per il gas, la gente moriva per una guerra sanguinosa, che in Libia dopo le bombe serviva dell'altro o che il Sahel non ha più acqua.
Provate a chiudere gli occhi. Immaginatevi si essere da giorni in un barcone affollato, come quello della foto, dove perfino respirare è difficile. Immaginate di essere quasi a terra e che qualcuno vi spinga in acqua. Voi non sapete nuotare. Eppure vi spingono, perché la vostra vita valeva qualcosa solo prima del viaggio.
Questo accade, ogni giorno. Questo accadeva agli schiavi secoli fa, durante la tratta, in più vi erano solo le catene.
Ora immaginate che sulla barca vi siano i vostri figli, i vostri mariti, le vostre mogli e che il colore della pelle non sia nera, ma bianca. Cambierebbe qualcosa?

Ora vi lascio alla visione del Report effettuato in Niger dalla Rai ricordandovi che in Nigeria a causa del "nostro" petrolio abbiamo distrutto un ecosistema unico al mondo e ora è la causa dell’alto tasso di prostituzione presente nel nostro paese e, da qualche tempo, anche di presenze sui barconi dei “viaggiatori della speranza” che attraversano il Mediterraneo per giungere sulle nostre coste. 

CELENTANO CON GRILLO

“Merkel, mantieni la promessa di integrarli tutti”



Sul suo blog Adriano Celentano ha criticato la cancelliera: “Cara Merkel! Fra i premier che in Germania ti hanno preceduto, devo dire che tu (a parte gli errori, ma nessun premier è perfetto, neanche Renzi nonostante il vantaggio della sua giovane età) sei la più simpatica. Mi ricordi mia sorella Rosa che aveva sempre voglia di ridere e giocare. Però. Ha ragione Grillo. Tu, la scorsa settimana avevi fatto una promessa importante quando annunciasti che la Germania avrebbe BLOCCATO il trattato di Dublino. Ma ieri il portavoce del governo tedesco ha dovuto ammettere che chiunque arrivi in Ungheria, deve registrarsi lì, e lì sottoporsi alla procedura di richiesta di asilo. Perché non mantieni la promessa? Così facendo si rischia di far alzare i famosi MURI del triste e avvilente rifiuto alla disperazione della povera gente che scappa dalla guerra. Mentre invece sarebbe così bello se l’Europa TUTTA, assestasse un sonoro schiaffo a tutti quelli che uccidono. I quali non hanno ancora capito che non basta farla franca in questa di vita. I guai per loro, anche se vivessero 150 anni, cominceranno proprio quando la fine è vicina. Ed è un vero peccato".

Il precario è il ministro Giannini

#LANONBUONASCUOLA La titolare dell’Istruzione è il bersaglio da offrire a fischi e contestazioni. E il premier sta pensando di sostituirla. Intanto sulle assunzioni la propaganda tace



Cara ministro, lei e il suo governo siete bocciati”. Festa dell’Unità di Torino, mercoledì sera. Nel giorno in cui escono i dati della fase “b” delle assunzioni per la scuola, sul palco a metterci la faccia c’è lei, Stefania Giannini, il ministro dell’Istruzione. È sempre lei che affronta la conferenza stampa nel pomeriggio. È lei che va a prendersi i fischi la sera. I contestatori stavolta sono gli Studenti indipendenti. Uno di loro legge un comunicato, direttamente dallo smartphone. Quando lei abbozza una difesa (“esprimiti con parole tue”), la interrompono, arrivano sotto al palco. Ma è un copione già visto più o meno a tutte le Feste dell’Unità a cui il ministro ha partecipato. Costretta ad abbandonare la festa a Bologna, ad aprile, fischiata a Roma, a luglio, fischiata a Torino. C’è da aspettarsi che sarà contestata anche stasera, alla Festa nazionale di Milano, che ieri ha fischiato il sottosegretario Enrico Zanetti, mentre difendeva gli 80 euro e ha accolto con calore Pier Luigi Bersani, all’attacco di Renzi, come al solito. In questa fase, la Giannini ha il ruolo di bersaglio, di scudo umano. Tanto la propaganda renziana è partita all’attacco martedì, dopo l’uscita dei dati Istat sul lavoro, con video messaggio del premier, grafici, tabelle, batteria di tweet firmati Nomfup (alias Filippo Sensi, il portavoce del premier), con l’hashtag #theysaid contro tutti quelli che avevano mostrato perplessità e pessimismo, tanto mercoledì si notava una decisa assenza di dichiarazioni trionfaliste. Sparito dai radar l’hashtag #labuonascuola. Giannini canta vittoria, come da “contratto”, ma Renzi si guarda bene dal farlo. Perchè, visto che la riforma è stata per lui un boomerang e pure un disastro comunicativo, potrebbe servire un agnello sacrificale. Sempre lei, il ministro dell’Istruzione. “Per fare il rimpasto, Renzi aspetta l’inizio dell’anno scolastico”, spiegava un fedelissimo. Perché potrebbe decidere di sostituire anche lei. I posti da riassegnare (ora mancano il ministro degli Affari regionali, il vice ministro degli Esteri e un sottosegretario allo Sviluppo Economico) potrebbero aumentare. Anche per essere offerti come merce di scambio nel voto delle riforme e per rafforzare la maggioranza. Per iniziare, il premier potrebbe aver bisogno di offrire un colpevole agli insegnanti in rivolta. Tutti voti in caduta libera. Della Giannini il premier non sì è mai fidato: aveva provato a commissariarla, con il sottosegretario, Davide Faraone. E soprattutto, nei momenti cruciali della stesura del testo e della trattativa con i sindacati le aveva affiancato Maria Elena Boschi. Era stata lei a prendere in mano il dossier, sia dal punto di vista dei contenuti, che da quello della mediazione. Adesso, si è del tutto allontanata dalla vicenda: è un volto da proteggere, non è proprio il caso di associarla a una riforma perdente. Evidentemente, questa scuola non è tanto buona.

“Pronti a fare ricorso, il Comune andava sciolto”

L'INTERVISTA a Paola Taverna (Movimento Cinque Stelle)

Il sit-in antimafia a Roma è pura ipocrisia. Il PD manifesta contro se stesso e fa di tutto per evitare il voto. Ma il M5S è pronto a fare ricorso contro la relazione di Alfano: come si può sciogliere un Municipio e tenere in piedi il Campidoglio?”. La senatrice dei Cinque Stelle Paola Taverna, romana, spara a zero contro la manifestazione antimafia dei democratici.
Voi del Movimento non siete andati. Abbiamo fatto tante manifestazioni e loro non si sono mai presentati. Chiedevamo che il PD romano ammettesse di essere coinvolto in dinamiche mafiose e consentisse il ritorno al voto. Ma dopo mesi in cui hanno arrestato e indagato decine dei loro, i democratici oggi hanno avuto la sfrontatezza di scendere in piazza. Per di più, pochi giorni dopo aver consentito ai Casamonica di celebrare funerali in pompa magna.
Però hanno commissariato il partito e sospeso dirigenti ed eletti. L’hanno fatto quando ormai era già scoppiato lo scandalo. Alcune delle persone presenti in piazza saranno state anche in buona fede. Ma non basta.
Ignazio Marino ha fatto argine a pratiche e personaggi sospetti, non crede? Togliamoci dalla testa questa idea del sindaco che non sapeva nulla. Buona parte della sua giunta e delle persone che ha scelto sono state arrestate. E anche se era davvero all'oscuro, vuol dire che non è capace, perché non si rende conto di chi lo circonda.
Tra Renzi e Marino è sempre guerra aperta. Per ora è stato commissariato. Renzi gli ha messo come badante Gabrielli (il prefetto, ndr), e si è servito del burattino Alfano per evitare le urne.
È convinta che vincereste? Io so che i cittadini vogliono il voto. Il Pd può anche prendere tempo: ci fanno un favore, perché più vanno avanti, più si vedrà chi sono.
Alessandro Di Battista non si candiderà a sindaco. Non rischiate di scontare la mancanza di un nome forte? Alessandro non può candidarsi, perché il nostro regolamento non lo consente. Noi crediamo nel nostro metodo, che prevede trasparenza e opportunità anche per persone meno conosciute. Se il nome fosse così decisivo, vorrebbe dire che i romani ritengono più importante l’apparenza che la sostanza. Ma non penso.
Ma quando si voterà a Roma? Non lo so. Aspettiamo di leggere la relazione di Alfano, perché riteniamo che ci possano essere gli estremi per un ricorso. Come è possibile sciogliere un solo Municipio, pur grande come quello di Ostia, senza sciogliere l’intero Comune? Non si possono scaricare tutte le responsabilità sul presidente municipale.
Contesterete il mancato scioglimento del Campidoglio. Valuteremo. Ci sono incongruenze, anche nelle norme citate nel testo.
Beppe Grillo ha ventilato nuove regole per il M5S. Poi è arrivata una smentita. Non ci sono state mai riunioni tra di noi su un mutamento di regole, né per le Parlamentarie né per le restituzioni. Un prodotto vincente non va cambiato.
Grillo ha ammesso di “aver imbarcato di tutto”. In una certa misura è fisiologico. E comunque invito a guardare dentro gli altri partiti, nessuno ha mantenuto invariato il proprio organico.
Ma la selezione... È un processo che sta già migliorando da solo. E poi anche i cittadini devono assumersi responsabilità nella scelta.
Si parla di nuove norme per i meet up. Hanno scritto che sono stati declassati ma non è vero: si sono sempre chiamati “Amici di Beppe Grillo”. La gente si deve avvicinare a un’idea, non a un partito.
Sta per riprendere la partita sulla riforma in Senato. Pietro Grasso sarà l’arbitro. Ogni volta che si è trovato sotto pressione, Grasso ha favorito la maggioranza. Credo che in questo momento sia in conflitto soprattutto con se stesso.

Ma la legge passerà? È in corso la campagna acquisti, con scambio reciproco di favori. È il loro metodo.

“Jobs Act, il ricatto a Mattarella: firma a scatola chiusa”

COSTITUZIONALISTA Gianluigi Pellegrino
di Stefano De Agostini

Un grave vulnus contro le prerogative del presidente della Repubblica", che lo mette "davanti a un ricatto: o firma a scatola chiusa oppure salta il termine di esercizio della delega". Gianluigi Pellegrino, avvocato costituzionalista, commenta così l'ultimo passo falso in cui è incappato il governo in tema di Jobs act, svelato ieri dal Fatto Quotidiano. Dopo l'errore sui numeri dei contratti stabili attivati nei primi sette mesi dell'anno, ecco il nuovo scivolone dell'esecutivo in tema di lavoro. Ma stavolta la situazione appare ben più grave: dietro quello che può sembrare un banale ritardo burocratico, si cela una violazione della legge che compromette gli equilibri dei poteri istituzionali, in particolare con il Colle. L'Esecutivo, infatti, entro lo scorso 26 agosto doveva consegnare al Quirinale i testi degli ultimi quattro decreti della riforma del lavoro. A stabilirlo è una norma del 1988, la legge 400: "Il testo del decreto legislativo adottato dal governo è trasmesso al presidente della Repubblica, per la emanazione, almeno venti giorni prima della scadenza”. L'ultimo giorno utile per l'entrata in vigore dei decreti del Jobs act è fissato al 16 settembre e, andando a ritroso di venti giorni, si arriva al 26 agosto. Il termine è stato ampiamente superato, ma il governo ha ritoccato i testi fino all'ultimo momento: solo oggi, il Consiglio dei ministri, a meno di nuove sorprese, dovrebbe approvarli in via definitiva. Tra l’altro, con un possibile nuovo scontro con il Parlamento che ha proposto alcune modifiche. Così, di fatto, i decreti non sono ancora sulla scrivania di Sergio Mattarella. E l'esecutivo Renzi ha violato una norma dello Stato. "La legge 400 – spiega Pellegrino – impone quel termine per consentire al Presidente della Repubblica un esame serio e dargli il tempo di eventuali osservazioni in punto di costituzionalità anche quanto al rispetto della legge delega. Violare quei termini vuol dire mortificare le prerogative del Capo dello Stato". Insomma, se i decreti saranno approvati oggi, il Quirinale avrà a disposizione solo dodici giorni, praticamente la metà del tempo previsto, per esaminare ben quattro testi legislativi. E stiamo parlando della riforma del lavoro che, nel bene e nel male, toccherà i destini di tutti gli italiani. "Ciò che è gravissimo è il vul - nus al presidente della Repubblica –prosegue l'avvocato – In termini oggettivi, è un modo per innescare una sorta di ricatto istituzionale: o firmi così come è o sei tu a far scadere la delega". Il governo Renzi, sostiene il costituzionalista, ha di fatto messo il Colle con le spalle al muro e ne ha svilito il ruolo stesso: "L'esecutivo in tal modo finisce con il ridurre a orpello le prerogative del presidente della Repubblica". In poche parole, il governo trasforma la firma della prima carica dello Stato in un autografo, un abbellimento superfluo sul cavallo di battaglia di Matteo Renzi. "Mi meraviglia –afferma Pellegrino – che Mattarella non se ne lamenti, soprattutto riguardo a un atto di particolare importanza come questo sulla disciplina sindacale e del lavoro. È davvero singolare che non difenda le sue prerogative, che poi sono nell'interesse dei cittadini e della legge, affinché il governo non abusi del potere delegato. È una questione di fondamentale equilibrio tra poteri che è persino più rilevante di singoli profili di costituzionalità". Al di là dei rapporti tra il Colle e Palazzo Chigi, la questione va considerata anche sotto il profilo della validità dei decreti, a rischio di illegittimità ancora prima di venire alla luce. Il ministero del Lavoro, interpellato dal Fatto Quotidiano sulla possibile invalidazione dei decreti legislativi, ha risposto: “Per quanto ci risulta, è un rischio che non esiste”. Ma la questione è tutt'altro che chiusa e la senatrice Paola De Pin, ex M5S passata ai Verdi, ne ha chiesto conto al governo con un'interrogazione parlamentare: il timore è quello di una valanga di ricorsi per sollevare la questione di incostituzionalità. "Il mancato rispetto di quella norma –precisa l'avvocato Pellegrino – non è una causa di per sé di incostituzionalità dei decreti che verranno varati, perché una legge non può violare la legge. Piuttosto, si tratta di uno sgarbo al presidente della Repubblica in danno di prerogative poste a tutela di tutto il Paese".