Spero che Berlusconi ci ripensi su Bertolaso. Sarebbe
sbagliato il contrario. La posta in gioco è troppo alta”. Parole di Giorgia
Meloni, candidata a sindaco di Roma di Fratelli d’Italia e della Lega di Matteo
Salvini, a “In 1/2 ora”, la trasmissione di Rai 3 condotta da Lucia Annunziata.
“Io spero di recuperare anche Forza Italia –ha detto l’ex ministra –poi io la
invito a guardare i sondaggi che parlano di una partita a tre tra me, Giachetti
e Raggi”. Sull’ex capo della Protezione civile, Meloni ha aggiunto: “Credo che
in cuor suo Berlusconi si renda conto che io sono un candidato più forte di
Bertolaso. Lui ha un curriculum straordinario ma che si può applicare solo se
riuscisse ad arrivare a fare il sindaco. Invece Bertolaso con i romani ha un
problema di empatia. E comunque non era un candidato unitario, la Lega su di
lui non ci sarebbe stata”. La Meloni ha negato un eventuale appoggio al
ballottaggio alla candidata dei 5 Stelle, Virginia Raggi. Infine ha parlato
delle sue origini politiche: “Non ho bisogno di definirmi con qualcosa del
secolo scorso, io sono italiana. Sono nata nel 1977, quindi non sono mai stata
fascista. Quando guardo piazza Venezia non penso al duce ma agli automobilisti
che inorridiscono per le buche”.
Il Fatto Quotidiano – 21 marzo 2016 – pag. 3VIDEO 5 GIORNI A 5 STELLE
DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO
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lunedì 21 marzo 2016
giovedì 24 dicembre 2015
Boschi, non c’è conflitto: grazie alla legge di Berlusconi
Maria Elena Boschi si è
mossa in conflitto di interessi sul caso Banca Etruria? Il deputato del
Movimento Cinque Stelle Alessandro Di Battista ha chiesto informazioni ieri,
l’Antitrust sta rispondendo oggi. La
risposta è no. Ma solo grazie al dispositivo della legge Frattini, voluta da
Berlusconi per sterilizzare il proprio conflitto di interessi. Boschi,
infatti, ha potuto giovare del meccanismo dell’uscita dalla stanza che
consente, secondo la Frattini, di non influenzare le decisioni. E comunque con qualche
dettaglio che può creare comunque imbarazzo al ministro delle Riforme.
L’Autorità guidata da
Giovanni Pitruzzella deve pronunciarsi sulla base della legge Frattini del 2004. Che fu fatta dal governo
Berlusconi, quindi non certo particolarmente stringente.
L’articolo 3 della Legge
Frattini stabilisce che c’è conflitto di interessi in capo a una carica di
governo quando il titolare di una carica di governo partecipa a un atto o
omette un atto che ha “Un’incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del
titolare (cioè del ministro, ndr) del coniuge, o dei parenti entro il secondo
grado” e, secondo requisito, “con danno per l’interesse pubblico”.
Gli atti a cui ha
partecipato la Boschi hanno queste caratteristiche. Il decreto 180 del 16
novembre, quello che recepisce la normativa europea sul bail-in, in particolare
l’articolo 35 comma 3 che stabilisce l’esercizio dell’azione di responsabilità
. Se c’è un danno, è il
commissario speciale della Banca d’Italia che deve attivarsi per chiedere
risarcimento. In questi giorni si è parlato di uno “scudo” per il padre
della Boschi, Pier Luigi, quando era vicepresidente della Popolare
dell’Etruria, anche se la norma è sostanzialmente identica a quella del testo
unico bancario relativa alle banche in liquidazione coatta amministrativa.
Sotto il primo profilo,
quello dell’incidenza specifica e preferenziale, si limita a specificare e
regolare le modalità in cui si fanno valere le responsabilità verso gli organi
amministrativi e di controllo. Quanto al requisito del danno, sempre ai sensi
dell’art. 5 del regolamento attuativo della legge Frattini, l’atto deve essere
idoneo “ad alterare il corretto funzionamento del mercato”. Questa circostanza,
secondo gli uffici dell’Antitrust, non si riscontra nel caso specifico.
Il
primo provvedimento sensibile è quello del gennaio 2015: la riforma delle banche popolari (misure
urgenti per il sistema bancario e gli investimenti) che diventano società per
azioni. L’Antitrust, sulla base delle informazioni trasmesse dalla presidenza
del Consiglio dei ministri, ha verificato che la Boschi non era presente alla
riunione del 20 gennaio, dove è stato deciso il decreto pubblicato sulla
gazzetta ufficiale quattro giorni dopo.
Se palazzo Chigi ha detto la
verità su quel Consiglio non spetta all’Antitrust stabilirlo.
Per quanto riguarda il
decreto del 22 novembre, il
famigerato decreto salva Banche, in base alle informazioni fornite dal
segretario generale della presidenza del Consiglio, la Boschi non ha
partecipato.
Poi c’è il decreto 180 del 16 novembre, quello
che recepisce nell’ordinamento italiano le norme europee sul bail-in. Il 10
settembre c’è una prima seduta del Consiglio dei ministri dove viene approvato
lo schema preliminare del decreto legislativo da inviare alle commissioni
parlamentari. A questa riunione, la Boschi risultava presente.
Non ha partecipato invece
alle sedute successive del 6 novembre e del 13 novembre in cui il provvedimento
legislativo fu prima esaminato nel merito e poi approvato in via definitiva. In base allo spirito della legge Frattini,
partecipare è il primo requisito per poter influire sulle decisioni e quindi
manifestare il conflitto di interesse.
Di Battista ha chiesto anche
se la Boschi, quando fu nominata ministro, compilò le dichiarazioni sul suo
patrimonio e dei famigliari: sono arrivate all’Antitrust nei tempi previsti il
21 maggio 2015, dopo richiesta del 3 aprile 2015. Ma qui c’è un dettaglio
rilevante: nella comunicazione all’Antitrust la Boschi non comunicò il possesso
delle azioni di Banca Etruria.
mercoledì 14 ottobre 2015
LOMBARDIA - Tre arresti Concussione e corruzione: in cella il forzista Mantovani, vice di Maroni in Regione. Il giudice: “Spiccata capacità criminale” Coinvolto assessore leghista
“Affari d’oro sui dializzati e l’architetto come tangente”
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| Il Presidente della Regione Maroni e il suo Vice Mantovani |
Milano Martedì 13 ottobre doveva aprire, in Regione
Lombardia, la “Giornata della Trasparenza”. Invece è stato arrestato con le
accuse di corruzione, concussione, turbativa d’asta. Mario Mantovani, dirigente
di Forza Italia, vicepresidente e assessore regionale nella giunta di Roberto Maroni,
è accusato, con altre 11 persone, di aver truccato gare d’appalto, di avere
esercitato pressioni su funzionari, di essersi fatto realizzare lavori privati
pagati con incarichi pubblici.
L’indagine sul “sistema Mantovani”, sviluppata dal Nucleo di
polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano, era stata condotta
dall’allora procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dal sostituto Giovanni
Polizzi, che nel settembre 2014 avevano chiesto al giudice delle indagini
preliminari Stefania Pepe di procedere agli arresti. Il gip ha studiato le
carte per 13 mesi e ieri finalmente ha disposto la custodia cautelare in
carcere per tre persone, di cui segnala la “spiccata capacità criminale”: oltre
a Mantovani, Giacomo Capua, da anni suo fedele collaboratore e oggi capo di
gabinetto dell’assessorato alla Sanità, e Angelo Bianchi, ingegnere del
Provveditorato alle opere pubbliche per la Lombardia e la Liguria. La Procura
di Milano, nelle sue richieste d’arresto, passa in rassegna fatti avvenuti tra
il giugno 2012 e il giugno 2014, quando Mantovani era sindaco di Arconate
(Milano), senatore e assessore regionale alla salute.
Ma il pm Polizzi ha
continuato le indagini anche nei mesi seguenti, scoprendo altri fatti che
confermano le ipotesi d’accusa e delineano il “sistema Mantovani”: una fitta
rete di pressioni, connessioni e scambi in cui la tangente classica, fatta di
buste e valigette piene di soldi, è sostituita con lavori fatti nelle residenze
e nelle strutture di Mantovani, che in questa storia recita molte parti in
commedia, intervenendo via via come sindaco, come assessore, come senatore,
come sottosegretario. Coinvolto nelle indagini anche Massimo Garavaglia (Lega),
assessore all’economia della Regione Lombardia: per un appalto da oltre 11
milioni di euro per il trasporto di pazienti che devono essere sottoposti a
dialisi. Giovanni Tomasini, vecchio politico passato a gestire la onlus Croce
Azzurra Ticinia, teme di essere escluso dalla gara indetta dalla Regione
insieme alle Asl di Milano e Pavia. Non ha neppure presentato un’offerta. Si
rivolge allora ai suoi santi in paradiso: gli assessori Mantovani e Garavaglia.
Detto fatto: si mette in moto Di Capua, che attiva Giorgio Scivoletto
(direttore generale dell’Asl di Milano) e Sergio Finazzi (dell’Asl di Legnano),
entrambi indagati. A vincere la gara sono Croce Amica One e altre onlus. Ma
Scivoletto si “dimentica” di informarle e nel giugno 2014, come se niente fosse
accaduto, firma una delibera che proroga le convenzioni precedenti alle
associazioni che già assicuravano il servizio, tra cui quella di Tomasini. È
solo uno delle miriade di fatti, gare e pressioni in cui si manifesta il “sistema
Mantovani”. Quello con l’accusa più grave (concussione) riguarda Angelo
Bianchi, rup (responsabile unico del procedimento) negli interventi di edilizia
scolastica gestiti dal provveditorato opere pubbliche di Lombardia e Liguria.
Bianchi è stato arrestato a Sondrio e poi rinviato a giudizio per altre vicende
di corruzione. Allora il provveditore vicario Alfio Leonardi gli toglie
mansioni e ridimensiona il suo ruolo. Non lo avesse mai fatto: Mantovani e Di
Capua intervengono presso il provveditore, Pietro Baratono, per farlo
reintegrare, ventilando che, senza Bianchi, i lavori si sarebbero fermati. “Lui
non ha neanche il rinvio a giudi... non ha niente, niente di niente ”, dice
(mentendo) Mantovani al telefono (intercettato). Leonardi denuncia le pressioni
subite, il pm procede. Altri fatti contestati a Mantovani e alla sua banda
riguardano l’architetto Gianluca Parotti: “al servizio pressoché esclusivo” di
Mantovani, scrive la gip. Con Parotti il patto è: lavori privati in cambio di
incarichi pubblici. L’architetto lavora per Mantovani e la sua famiglia,
progetta, tra l’altro, un edificio residenziale, un appartamento, una serie di
palazzine ad Arconate, ristruttura, progetta una casa di riposo a Casorezzo,
recupera una mansarda alla Cascina Vittoria di Arconate, dirige i lavori alla
Villa Clerici di Rovellasca. In cambio, Mantovani gli fa avere incarichi
professionali pagati con soldi pubblici: la progettazione di Palazzo Taverna ad
Arconate, la messa in sicurezza di edifici scolastici, la progettazione e
ristrutturazione di strutture ospedaliere a Magenta, Voghera, Vigevano e in
provincia di Pavia. Altri fatti, i più recenti, sono ancora nelle carte coperte
dei magistrati.
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| Berlusconi e Mantovani |
mercoledì 23 settembre 2015
Sì della Camera - Il governo disciplinerà gli ascolti “in contraddittorio” con gli indagati e senza stampa. Il forzista Sisto: “È la nostra riforma”
Delega-bavaglio sulle intercettazioni FI applaude Renzi
Il bavaglio che Silvio Berlusconi non è riuscito a mettere ai giornalisti, lo metterà il governo di Matteo Renzi, che prosegue una delle sue battaglie predilette. Non è solo la tesi dei grillini o di Sel. È soprattutto la confessione, con toni trionfalistici, di Francesco Paolo Sisto, ex presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, che ieri a Montecitorio, prima del voto sulla delega al governo, ha scandito: “N oi questa riforma abbiamo cercato di farla in passato ma non ci è stato consentito. L’arrivo in aula di questo tema è un riconoscimento al lavoro svolto in passato da Forza Italia”. Sembra la rievocazione, e la rivendicazione, del Nazareno. Cosa ne sarà delle intercettazioni, che tipo di responsabilità avranno i magistrati che devono riportarle in un’ordinanza di custodia cautelare e il diritto di cronaca che fine farà? Tutti quesiti aperti dopo il voto di ieri che ha approvato a maggioranza una delega in bianco al governo.
Rispetto al testo dei giorni scorsi, la nebulosità del contenuto è addirittura aumentata: sparisce l’udienza filtro, tanto sbandierata, durante la quale era previsto uno stralcio, con il contraddittorio delle parti, delle intercettazioni ritenute irrilevanti penalmente. La maggioranza, e in particolare la presidente della commissione Giustizia, Donatella Ferranti del Pd, si è resa conto che sarebbe stato impossibile tenere un’udienza simile alla vigilia di un provvedimento restrittivo, come era ovvio per tutti: non si può certo avvertire il destinatario. E, dunque, sparisce il riferimento all’udienza e viene inserito un non meglio precisato “processo di selezione” di intercettazioni, da avviare non si sa in che momento. Si legge nella delega: “Prevedere disposizioni dirette a garantire la riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni telefoniche e telematiche oggetto di intercettazione… attraverso prescrizioni che incidano anche sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle captazioni e che diano una precisa scansione procedimentale per la selezione di materiale intercettativo nel rispetto del contraddittorio delle parti, e fatte salve le esigenze di indagine, avendo speciale riguardo alla tutela della riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni delle persone occasionalmente coinvolte nel procedimento, in particolare dei difensori nei colloqui con l’assistito, e delle comunicazioni comunque non rilevanti a fini di giustizia penale”.
Dunque, il governo dovrà inventarsi un modo per garantire la sparizione delle intercettazioni, spesso politicamente imbarazzanti, sia pure penalmente irrilevanti, che i giornalisti pubblicano, esercitando il diritto a informare i cittadini. Magari colpendo al cuore l’informazione. “È giusto che le intercettazioni vengano pubblicate ma ci sono dei limiti che sono quelli della Costituzione e quelli attinenti alla rilevanza penale”, ha dichiarato Ferranti. Il dibattito in aula ieri è stato alquanto vivace, i deputati di M5S sono intervenuti in massa. “Quando nel 2008 a Palazzo Chigi c’era Berlusconi – ha detto il relatore di minoranza Vittorio Ferraresi – il Pd accusava il centrodestra di voler mettere il bavaglio all’informazione... Oggi il Pd sta facendo molto peggio di quanto aveva intenzione di fare Berlusconi”. E Sisto se n’è vantato. M5S, con Mattia Fantinati, accusa: “Incalza e Lupi, Renzi e Adinolfi, Mafia Capitale, Berlusconi e Tarantini... le intercettazioni che hanno svelato i casi della mala politica sono davvero tanti. Lasciare a questo governo la delega in bianco sulle intercettazioni è come incaricare un ladro di scrivere la legge sul furto”. Il capogruppo del Pd in commissione Giustizia, Walter Verini, non ci sta: “È una balla sostenere che vogliamo bloccare le indagini della magistratura o limitare la libertà di stampa, vogliamo coniugare informazione e privacy”. Gli dà manforte Rocco Buttiglione di Ncd, partito ricco di inquisiti intercettati: “Maurice de Tayllerand che era un farabutto ma capiva bene le cose del mondo, diceva: ‘Datemi il controllo della corrispondenza e farò impiccare anche il cittadino più onesto’”. Esulta il viceministro della Giustizia, Enrico Costa, Ncd: “Questa è la volta buona”. La sparizione dell’udienza filtro non piace alle Camere penali degli avvocati: “Si priverebbe la difesa di ogni contraddittorio sulle scelte in merito allo stralcio di conversazioni”. Ieri il sì alla mano libera per il governo, da oggi via alle manovre e ai veti incrociati.
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