Spero che Berlusconi ci ripensi su Bertolaso. Sarebbe
sbagliato il contrario. La posta in gioco è troppo alta”. Parole di Giorgia
Meloni, candidata a sindaco di Roma di Fratelli d’Italia e della Lega di Matteo
Salvini, a “In 1/2 ora”, la trasmissione di Rai 3 condotta da Lucia Annunziata.
“Io spero di recuperare anche Forza Italia –ha detto l’ex ministra –poi io la
invito a guardare i sondaggi che parlano di una partita a tre tra me, Giachetti
e Raggi”. Sull’ex capo della Protezione civile, Meloni ha aggiunto: “Credo che
in cuor suo Berlusconi si renda conto che io sono un candidato più forte di
Bertolaso. Lui ha un curriculum straordinario ma che si può applicare solo se
riuscisse ad arrivare a fare il sindaco. Invece Bertolaso con i romani ha un
problema di empatia. E comunque non era un candidato unitario, la Lega su di
lui non ci sarebbe stata”. La Meloni ha negato un eventuale appoggio al
ballottaggio alla candidata dei 5 Stelle, Virginia Raggi. Infine ha parlato
delle sue origini politiche: “Non ho bisogno di definirmi con qualcosa del
secolo scorso, io sono italiana. Sono nata nel 1977, quindi non sono mai stata
fascista. Quando guardo piazza Venezia non penso al duce ma agli automobilisti
che inorridiscono per le buche”.
Il Fatto Quotidiano – 21 marzo 2016 – pag. 3VIDEO 5 GIORNI A 5 STELLE
DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO
11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo
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lunedì 21 marzo 2016
martedì 15 marzo 2016
“C’è un Paese ancora misogino Ma io non voglio quote rosa”
Le frasi contro Patrizia Bedori e Giorgia Meloni confermano
che c’è ancora molto da fare contro la misoginia. Ma io faccio parte di un
movimento che in tante città ha candidato delle donne: se non poni ostacoli
alla partecipazione, la rappresentanza femminile trova il suo giusto spazio. E
allora non c’è neppure bisogno delle quote rosa”. Chiara Appendino, 31 anni,
dal 19 gennaio scorso mamma di Sara, è la candidata sindaco a Torino dei Cinque
Stelle. Bocconiana, ex imprenditrice, bella.
L’ormai ex candidata del M5s a Milano, Patrizia Bedori, si è ritirata “per la troppa pressione”. Ma in un post su Facebook se la prende anche con alcuni del Movimento: “Avete usato termini come casalinga e disoccupata per offendermi, per darmi della sfigata”.
Ho letto, mi ha colpito molto. Chi le ha rivolto certe offese va assolutamente condannato.
Le hanno dato anche della “brutta e grassa”. E la Bedori lo dice chiaro, se non sei bella paghi dazio. È d’accordo?
Purtroppo ormai l’aspetto conta in politica, sia per gli uomini che per le donne: viviamo in una società mediatica. Ma non dovrebbe accadere. Cosa c’entra la bellezza con la capacità di amministrare?
Ha parlato in queste settimane con la Bedori? Le aveva confidato questi problemi?
Ci siamo sentite solo via telefono, su temi di programma. Non mi aveva mai parlato di questi fatti, non ci sarebbe stato tempo e modo. Mi dispiace molto per quanto le è accaduto, ma con questo sfogo Patrizia ha dimostrato la sua sincerità, la sua qualità umana: spero che la metta a frutto per la comunità, anche in futuro.
Lei è una bella donna. Il suo aspetto l’ha aiutata?
No, io sono stata scelta sul territorio per il lavoro fatto in questi anni. E non valuto le persone in base al loro aspetto.
Guido Bertolaso ha invitato Giorgia Meloni a non candidarsi “perché deve fare la mamma”.
C’è una parte del Paese ancora convinta che una donna debba scegliere tra lavoro e famiglia. Un modo di pensare vecchio.
Anche lei è madre da poche settimane. A novembre, quando è stata scelta da 250 grandi elettori del M5s a Torino, non le hanno posto il problema?
Mi hanno solo chiesto se me la sentivo di candidarmi. Non volevano costringermi, caricarmi di un peso. E io ho risposto che me la sentivo. Del resto sono stata fortunata: ho avuto una gravidanza serena, la mia famiglia mi ha aiutata, ho una sicurezza economica. E poi, guardi, tante mamme lavorano, magari svolgendo professioni usuranti. Perché non lo dovrebbe fare una donna impegnata in politica?
L’Italia è un paese misogino?
C’è ancora molto da fare. Un rapporto di Open Polis appena uscito dimostra come siano ancora poche le donne che ricoprono ruoli apicali in politica o nella pubblica amministrazione. E poi le retribuzioni femminili sono mediamente più basse. La vera parità è ancora lontana.
Anche nel M5s? Lo sfogo della Bedori può essere una spia.
No. A queste Comunali il Movimento ha tante donne candidate come sindaco, in grandi città. E poi la mia storia racconta che non esiste discriminazione: nel 2011 nel Consiglio comunale di Torino siamo entrati io e un collega, e nelle circoscrizioni municipali il M5s è rappresentato per il 40 per cento da donne.
Però il problema generale esiste. Come si rimedia, magari con le quote rosa?
Non le amo. Se la partecipazione è libera, come nel Movimento, non penso siano necessarie. Devono essere uno strumento limite, magari da imporre per certi consigli di amministrazione.
Lei ha varato una sorta di bando per scegliere la giunta, prima del voto. Quante donne si sono proposte?
In un mese sono arrivati 250 curricula, quasi la metà da donne.
E in giunta quante saranno?
La mia intenzione è garantire la piena parità di genere, metà e metà. Ora posso salutarla? Vado a vedere se la bimba dorme.
L’ormai ex candidata del M5s a Milano, Patrizia Bedori, si è ritirata “per la troppa pressione”. Ma in un post su Facebook se la prende anche con alcuni del Movimento: “Avete usato termini come casalinga e disoccupata per offendermi, per darmi della sfigata”.
Ho letto, mi ha colpito molto. Chi le ha rivolto certe offese va assolutamente condannato.
Le hanno dato anche della “brutta e grassa”. E la Bedori lo dice chiaro, se non sei bella paghi dazio. È d’accordo?
Purtroppo ormai l’aspetto conta in politica, sia per gli uomini che per le donne: viviamo in una società mediatica. Ma non dovrebbe accadere. Cosa c’entra la bellezza con la capacità di amministrare?
Ha parlato in queste settimane con la Bedori? Le aveva confidato questi problemi?
Ci siamo sentite solo via telefono, su temi di programma. Non mi aveva mai parlato di questi fatti, non ci sarebbe stato tempo e modo. Mi dispiace molto per quanto le è accaduto, ma con questo sfogo Patrizia ha dimostrato la sua sincerità, la sua qualità umana: spero che la metta a frutto per la comunità, anche in futuro.
Lei è una bella donna. Il suo aspetto l’ha aiutata?
No, io sono stata scelta sul territorio per il lavoro fatto in questi anni. E non valuto le persone in base al loro aspetto.
Guido Bertolaso ha invitato Giorgia Meloni a non candidarsi “perché deve fare la mamma”.
C’è una parte del Paese ancora convinta che una donna debba scegliere tra lavoro e famiglia. Un modo di pensare vecchio.
Anche lei è madre da poche settimane. A novembre, quando è stata scelta da 250 grandi elettori del M5s a Torino, non le hanno posto il problema?
Mi hanno solo chiesto se me la sentivo di candidarmi. Non volevano costringermi, caricarmi di un peso. E io ho risposto che me la sentivo. Del resto sono stata fortunata: ho avuto una gravidanza serena, la mia famiglia mi ha aiutata, ho una sicurezza economica. E poi, guardi, tante mamme lavorano, magari svolgendo professioni usuranti. Perché non lo dovrebbe fare una donna impegnata in politica?
L’Italia è un paese misogino?
C’è ancora molto da fare. Un rapporto di Open Polis appena uscito dimostra come siano ancora poche le donne che ricoprono ruoli apicali in politica o nella pubblica amministrazione. E poi le retribuzioni femminili sono mediamente più basse. La vera parità è ancora lontana.
Anche nel M5s? Lo sfogo della Bedori può essere una spia.
No. A queste Comunali il Movimento ha tante donne candidate come sindaco, in grandi città. E poi la mia storia racconta che non esiste discriminazione: nel 2011 nel Consiglio comunale di Torino siamo entrati io e un collega, e nelle circoscrizioni municipali il M5s è rappresentato per il 40 per cento da donne.
Però il problema generale esiste. Come si rimedia, magari con le quote rosa?
Non le amo. Se la partecipazione è libera, come nel Movimento, non penso siano necessarie. Devono essere uno strumento limite, magari da imporre per certi consigli di amministrazione.
Lei ha varato una sorta di bando per scegliere la giunta, prima del voto. Quante donne si sono proposte?
In un mese sono arrivati 250 curricula, quasi la metà da donne.
E in giunta quante saranno?
La mia intenzione è garantire la piena parità di genere, metà e metà. Ora posso salutarla? Vado a vedere se la bimba dorme.
Luca De Carolis – Il Fatto Quotidiano – 15 marzo 2016 – pag.
3
martedì 20 ottobre 2015
Meloni e 5 stelle si giocano Roma
Sondaggio Datamedia per Il
Tempo.
La leader di FdI prima nella corsa a sindaco.
M5S la lista preferita ma
Marino è terzo
Mancano sette mesi alle
elezioni per scegliere il nuovo inquilino di Palazzo Senatorio dopo le
dimissioni di Ignazio Marino da sindaco di Roma. I papabili candidati
mantengono un profilo basso, ma le intenzioni di voto degli elettori appaiono
già abbastanza chiare. Il sondaggio realizzato da Datamedia Ricerche per Il
Tempo fornisce già due indicazioni precise: Giorgia Meloni, leader di Fratelli
d’Italia, è la preferita dei romani per indossare la fascia tricolore (26,4%),
mentre il Movimento 5 Stelle è la lista politica destinata a far man bassa di
consensi (32,4%). Un voto disgiunto che fa capire quanto sia aperta la corsa al
Campidoglio.
In questo intricato scenario si inseriscono gli
altri attori in campo, uno su tutti l’imprenditore outsider Alfio Marchini,
ancora in attesa di capire quali forze politiche saranno disponibili a
sostenere la sua candidatura. Ma andiamo a vedere, nel dettaglio, cosa dice il
sondaggio. Per quanto riguarda le liste, al primo posto, come detto, c’è il M5S
che prenderebbe 20 punti percentuali in più del 2013. Un’occasione d’oro
favorita dall’harakiri Marino-Pd. Secondo c’è proprio il Partito democratico,
distaccato però di dieci punti (22,2%). La lista FdI-An, con l’8,1%, otterrebbe
meno consensi della sua ipotetica candidata sindaco Meloni ma, al tempo stesso,
toglierebbe voti importanti a Forza Italia (9,4%, nel 2013 il Pdl prese il
19,2%). La lista Marchini, invece, si attesterebbe a quota 7% (-0,4% rispetto
alla scorsa tornata elettorale) anche se in altre rivelazioni la percentuale
cresce. Segue la lista Marino col 4,5%. Decisivi saranno, infine, i voti della
lista Noi Con Salvini (5,2%) e di Sel (6,7%).
Nelle elezioni comunali, però, fondamentali sono i
voti che sono in grado di racimolare i candidati sindaco. Ed è questa la
battaglia decisiva. Al secondo posto, dietro la Meloni, c’è il grillino
Alessandro Di Battista (21,5%), il quale da mesi ripete di non avere alcuna
intenzione di scendere in campo (al suo posto il Movimento potrebbe puntare su
Virginia Raggi, avvocato e consigliera capitolina). Sul gradino più basso del
podio c’è Ignazio Marino. Già, proprio lui, il sindaco dimissionario che con il
16,7% dei consensi potrebbe giocare un brutto scherzo al Pd, il partito che
fino all’altro giorno lo ha sostenuto con malavoglia. Seguono Alfio Marchini
(10%), il deputato dem Roberto Giachetti (4,8%) e il presidente
dell’Anticorruzione Raffaele Cantone (3,8%). Questi sono i numeri su cui si
confronteranno le forze politiche nelle prossime settimane. Il centrosinistra
ha ancora le idee confuse, anche se il premier Renzi ha assicurato che la
scelta del candidato passerà dalle primarie. Il prefetto Gabrielli, figura
caldeggiata da molti, proprio ieri ha spiegato le sue intenzioni: «Se mi
dovessi candidare sputatemi in faccia». Quindi, chi resta? Oltre a Giachetti, i
nomi che circolano sono quelli del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, il
ministro per la Pubblica amministrazione Marianna Madia e l’attuale assessore
capitolino alla legalità ed ex magistrato Alfonso Sabella. Anche il
centrodestra è lontano dal trovare la quadra. La Meloni - che finora ha sempre
frenato sull’ipotesi di una sua candidatura - è spinta da FdI, dal leader de La
Destra Francesco Storace e potrebbe ottenere l’appoggio del salviniani. Il
problema è che è invisa ad una parte di Forza Italia e, soprattutto, a Ncd.
Berlusconi e il partito di Alfano, infatti, starebbero lavorando a portare dalla
loro parte Marchini, che non dispiace ad un’ampia fetta del Pd e del mondo
cattolico. Proprio lui, l’imprenditore romano che vuole arruolare i «300 romani
migliori». Alfio, però, non ha ancora scelto, consapevole del fatto che attorno
alla sua figura potrebbero convergere tutti i moderati.
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