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11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

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lunedì 8 febbraio 2016

Il Pentagono diffonde 200 foto di torture e abusi su prigionieri dei militari Usa in Iraq e Afghanistan

Gli scatti si riferiscono al periodo 2003-2006 sotto la presidenza di George W. Bush 
Il Dipartimento della Difesa statunitense ha reso pubbliche 198 foto di prigionieri maltrattati e abusati dalle forze Usa in Iraq e Afghanistan tra il 2003 e il 2006 dopo aver perso una battaglia legale durata circa dieci anni.
La maggior parte degli scatti mostrano lividi ed escoriazioni su corpi di prigionieri il cui volto è rimasto oscurato e provengono da indagini militari interne e sono relative al periodo subito successivo all’invasione dell’Iraq voluta da George W. Bush. Secondo quanto riporta il portavoce del Dipartimento della Difesa Usa, nei casi accertati di abusi, 65 militari sarebbero stati condannati con pene che vanno da lettere disciplinari alla prigione.
Le foto sono state pubblicate dopo una lunga battaglia legale condotta dall’American Civil Liberties Union (Aclu) iniziata nel 2004. In realtà l’associazione puntava a rendere pubbliche 2000 fotografie in possesso del Pentagono e, dopo questo primo passo, continuerà a spingere perché anche le restanti vengano diffuse. «Le foto pubblicate oggi rappresentano solo una piccola parte della storia di orrore nella prassi del governo degli Stati Uniti in termini di torture» spiega in un comunicato Naureen Shah, direttore del Security and Human Rights Program statunitense di Amnesty International. 
Gli avvocati del Pentagono sostengono che la pubblicazioni di questo tipo di immagini può rappresentare un «grave rischio per la sicurezza nazionale» perché i terroristi potrebbero utilizzarle come forma di propaganda contro gli Stati Uniti.  
Il presidente Barack Obama aveva già previsto di pubblicare tutte le immagini nel 2009, ma poi cambiò idea dopo le obiezioni ricevute dal governo iracheno e dai vertici militari statunitensi.

sabato 26 dicembre 2015

Un'altra vittima dell'uranio impoverito. 44 anni, lascia una moglie e una figlia di un anno

Il Maresciallo Gianluca Denise, 44 anni
Tra le mie preghiere di questo Natale ce n'è sicuramente una per il maresciallo dell'Aeronautica Gianluca Danise, morto martedì scorso all'età di 44 anni. Gianluca aveva un tumore causato dall'uranio impoverito con cui era entrato in contatto durante le sue missioni militari: è la 321esima vittima tra i nostri servitori dello Stato. 
Gianluca aveva partecipato a numerose missioni internazionali come Kosovo, Iraq e Afghanistan. Faceva parte dei corpi speciali e il 13 novembre 2003, in occasione dell'attacco alla nostra base, era a Nassiriya dove ha saputo ricomporre - a 40 gradi all'ombra - i resti dei suoi colleghi, evitando che le bare fossero riempite di pesi.
A Gianluca e alla sua famiglia lo Stato non ha riconosciuto praticamente nulla. Io e Gianluca Rizzo abbiamo provato a sbloccare la sua situazione con alcuni interventi istitu-zionali http://goo.gl/7X1SfQ.
Nell'estate del 2014 anche il Ministro della Difesa Pinotti in persona ha telefonato a Gianluca, promettendo un intervento, ma si è rivelato un bluff. Sarebbe bastata una telefonata tra Boeri e Pinotti per riconoscergli una pensione dignitosa. Ma si è preferito insabbiare tutto, così da non accendere i riflettori sugli effetti devastanti prodotti dalle armi delle industrie belliche. 
L'uranio impoverito è lo scarto della produzione di energia nucleare. Viene utilizzato per costruire le bombe perché costa poco ed è pesante: gli ordigni uccidono e devastano meglio. Se ciò è accaduto ai nostri soldati che hanno vissuto alcuni mesi a contatto con questo metallo, provate a pensare cosa sta succedendo ai civili che abitano da dieci o venti anni nei territori colpiti da quei bombardamenti. Si stima che l'incidenza dei tumori aumenti del 700 per cento. Ovviamente a noi non dicono nulla: abbiamo un Governo che sostiene le industrie belliche, certamente non i nostri uomini in divisa. 
Gianluca lascia una giovane moglie e una figlia di un anno. È l'ennesima vittima di un meccanismo assurdo e mortifero.
Bisogna fermarlo: tra uccidere e morire c'è una terza via. Vivere.
Non ci fermeremo finché ai familiari di Gianluca e dei suoi colleghi - a cui lo Stato ha riservato questo trattamento - non verrà garantita un'esistenza dignitosa.
Ciao Gianluca, che la terra ti sia lieve.

Contributo personale all'articolo: L'ebetino fiorentino dovrebbe prima conoscere i valori e i sacrifici a cui va incontro il personale che indossa una uniforme mimetica come quella che lui sfoggia con spavalderia in occasione delle sue "gite" nei Teatri Operativi. Lui, che non ha nemmeno fatto il militare, non merita di indossare una uniforme ne tanto meno di respirare l'aria dei luoghi dove, ogni giorno, Servitori dello Stato rischiano la propria vita con estremo sacrificio e disprezzo del pericolo.
Fabio ANGELETTI

martedì 17 novembre 2015

Ma cosa ci stiamo mettendo in testa?

Fabio Angeletti
La guerra non ha mai risolto nulla, ovvero, ha riempito solo le tasche di chi costruisce, vende e traffica in armi. Fare la guerra ad un paese o ad un altro ci espone maggiormente a ritorsioni e questo, credetemi, non ce lo possiamo permettere. I nostri "padri", che di conflitti mondiali, di povertà, di miseria hanno avuto modo di toccarla con mano, presero la giusta decisione di inserire nella Carta Costituente il disprezzo per la guerra. Allora cosa possiamo fare? Come possiamo difenderci da uno "Stato" che come obiettivo si è prefissato quello di far convertire all'ISLAM l'intera Europa pena la morte? Io agirei in questi termini:
1) rivedere il nostro ruolo all'interno della NATO;
2) ritirerei i nostri soldati da tutti i teatri operativi (Balcani, Libano e Afghanistan);
3) cesserei di avere rapporti commerciali (vendita di armi) con i paesi del medio oriente e, comunque, con tutti quei paesi in "odore" di rapporti con terroristi;
4) investirei in sicurezza: più soldi alle forze di polizia e all'intelligence;
5) abbandonerei l'idea di chiudere le frontiere, servirebbe solo a fomentare ancora di più gli animi dei fondamentalisti, ma procederei ad un profondo censimento di tutti gli extracomunitari presenti nel nostro territorio memorizzando in un database anche le loro impronte digitali. Se per questo occorre modificare o fare una legge.... abbiamo visto che in due/tre settimane si può fare di tutto.

Il nostro Paese non ha bisogno di nessuno. Siamo di gran lunga autosufficienti, e questo all'economia mondiale rode di parecchio. Vogliono strozzare la nostra bella Italia: hanno iniziato con le quote latte e finiranno per farci mandare giù il boccone amaro del TTIP. 

Noi non siamo l'America (per fortuna), non siamo ne poliziotti e ne sceriffi del mondo e.... non ci obbliga nessuno ad andare dove vanno gli altri (la storia ci ha insegnato che facendo così ci facciamo solo del male). Abbiamo un Paese che è stupendo, è invidiato da tutti, perchè non impariamo (e qui mi scappa la parolaccia... scusatemi) A FARCI UN PO' DI CXXXI nostri?
Fabio Angeletti

martedì 22 settembre 2015

Guerra in Afghanistan, Nyt: “Soldati locali stupravano bambini, militari Usa costretti al silenzio: era usanza culturale”

Il New York Times racconta in un reportage che gli alleati afghani usavano i minorenni come schiavi sessuali. "I vertici ci dicevano di voltarci dall'altra parte, i colpevoli non erano mai puniti", hanno detto alcuni militari americani. Non vedo, non sento e non parlo: la regola valeva anche quando gli ufficiali locali portavano le vittime nelle basi condivise con gli americani


“Di notte li sentiamo urlare, ma non ci è permesso intervenire”. L’ultima telefonata del caporale dei Marines Gregory Buckley Jr., di stanza in Afghanistan, è diretta al padre. Il militare racconta di essere turbato: gli è stato ordinato di ignorare i tanti casi di pedofilia commessi dagli ufficiali della polizia e dell’esercito afghano loro alleati. La consegna è tassativa: Se si vede un “bacha bazi”, letteralmente “giocare coi bambini”, bisogna voltarsi dall’altra parte.
A svelare uno dei lati oscuri della guerra in Afghanistan è un reportage del New York Times, che ha intervistato alcuni dei militari Usa che hanno disobbedito, e sono intervenuti per fermare gli abusi: in alcuni casi hanno subito provvedimenti disciplinari o sono stati costretti a lasciare l’esercito.
L’ordine di non ostacolare questi episodi veniva definito come un modo per non interferire in un aspetto che, anche se odioso, è radicato nella cultura locale, soprattutto tra gli uomini di potere. Il quotidiano americano ha interpellato il colonnello Brian Tribus, portavoce del comando Usa in Afghanistan: “Generalmente, le accuse di abusi sessuali su minori da parte del personale dell’esercito o della polizia afghani riguarderebbero la giustizia locale. Per il personale militare Usa non ci sarebbe nessun obbligo di denunciarli”, ha spiegato. Un’eccezione, ha concesso il colonnello, potrebbe essere fatta nel caso in cui lo stupro venisse usato come un’arma di guerra.
Questo modo di agire, o meglio, non agire, avrebbe avuto lo scopo di mantenere buoni rapporti con l’esercito e la polizia afghani, armati e addestrati dagli Usa e dagli alleati della Nato per combattere i talebani. Dall’altro lato ha certamente contribuito ad aumentare la diffidenza degli abitanti dei villaggi da cui i bambini venivano portati via.
Non vedo, non sento e non parlo: la regola valeva anche quando gli ufficiali afghani portavano i bambini nelle basi condivise con gli americani. Probabilmente anche in quella di Buckley Jr., ucciso nel 2012. Il padre del caporale, Gregory Buckley senior, è convinto che la morte di suo figlio sia legata, almeno in parte, a queste vicende: lui e altri due marines sono stati uccisi, in una base militare nel sud del paese, da un ragazzino afghano che faceva parte di un gruppo di adolescenti che vivevano all’interno della base insieme ad un comandante della polizia afghana, Sarwar Jan. Buckley senior ha avviato un’azione legale per chiedere al Pentagono di fare chiarezza sulla morte del figlio.
Jan era noto per la sua pessima reputazione. Nel 2010 due ufficiali dei Marines erano riusciti a farlo arrestare dalle autorità afghane per corruzione e pedofilia. Ma due anni dopo, Jar era di nuovo al comando di un’altra unità di polizia che operava dalla Base avanzata Delhi, la stessa del caporale Buckley. Quando Jar si trasferì all’interno della base, portò con sé un entourage di ragazzini afghani, ufficialmente da impiegare come domestici, detti “tea boys”, ma in realtà sfruttati come schiavi sessuali.
Buckley ne parlò al telefono con il padre, e i due ufficiali che nel 2010 erano riusciti a far arrestare Jar informarono immediatamente i comandanti della base Delhi della sua pericolosità. Dopo due settimane, l’omicidio di Buckley e degli altri due soldati. L’unico ufficiale Usa che venne punito fu il maggiore Jason Brezler, lo stesso che aveva fatto arrestare Jar nel 2010 e aveva poi allertato i comandanti della base Delhi sulla pericolosità del loro alleato. Brezler venne accusato di aver rivelato informazioni riservate sul conto di Jar. Quanto a Jar, sembra che abbia fatto carriera e ricopra una nuova posizione di comando nella provincia dell’Helmand.
“Mettevamo al potere gente che faceva cose peggiori di quelle fatte dai talebani. Era questo che mi dicevano gli anziani del villaggio”, ricorda Dan Quinn, ex comandante delle Forze speciali Usa nella provincia di Kunduz. Quattro anni fa Quinn ha picchiato un comandante afghano, Abdul Rahman, che teneva un ragazzino incatenato al letto del suo alloggio come schiavo sessuale: successivamente ha deciso di lasciare le forze armate. Insieme a lui c’era anche Charles Martland: l’esercito sta tentando ancora di fargli abbandonare la divisa.
Nell’estate del 2011 Quinn e Martland iniziarono a ricevere delle lamentele riguardo il comportamento della Afghan Local Police. Prima vennero a sapere di una ragazzina di 14 o 15 anni che era stata violentata: decisero quindi di informare il capo della polizia locale: “L’uomo scontò un giorno di prigione, e poi la ragazza fu costretta a sposare il suo stupratore”, ha raccontato Quinn.
In seguito un comandante afghano uccise la figlia 12enne per aver baciato un ragazzo. “Non c’erano mai ripercussioni“, ha ribadito l’ex comandante.

Afghanistan, soldati Usa costretti al silenzio per abusi su minori. Gli ordini: "È la loro cultura"

Inchiesta del New York Times. Marines americani hanno l'ordine di ignorare le violenze sessuali che vengono compiute regolarmente dagli alti ufficiali della polizia del Paese, in alcuni casi anche quando avvengono nelle stesse basi militari


Soldato USA di vedetta in Afghanistan
KABUL - Sono orrori di guerra, e a rivelarne una parte oggi è il New York Times. L'Inchiesta parte dal racconto di un padre che ha perso il figlio, soldato americano in Afghanistan. Nella sua ultima telefonata a casa, Gregory Buckley Jr., gli aveva detto che alti ufficiali afgani abusavano sessualmente di ragazzi che, spesso, si portavano alla base. Aveva raccontato di sentire le urla dalla sua postazione. Era turbato, ma non poteva intervenire. Gli ordini erano quelli di voltare il viso dall'altra parte.
"Di notte siamo in grado di sentirli urlare, ma non siamo autorizzati a fare nulla", queste le parole che ricorda il padre, Gregory Buck Sr., del soldato colpito a morte nel 2012. Ucciso proprio da uno dei ragazzi che vivono alla base con un comandante di polizia afgana, Sarwar Jan. Il padre l'aveva esortato a dirlo ai suoi superiori. "Ma ha risposto che i suoi ufficiali gli avrebbero detto di voltarsi dall'altra parte, perché è la loro cultura".
L'abuso sessuale dei bambini e adolescenti è un problema in Afghanistan, in particolare tra i comandanti che controllano gran parte dei territori e spesso della popolazione. Per gli uomini potenti essere circondati da giovani può essere un segno di status sociale. La pratica si chiama Bazi Bacha, letteralmente "play boy", e soldati e marines americani sono stati incaricati di non intervenire, in alcuni casi neanche quando gli alleati afgani abusano dei ragazzi nelle stesse basi militari.
Dan Quinn, ex Comandante delle Special Forces USA
Le forze americane hanno reclutato e riorganizzato le milizie afgane per tenere sotto controllo il territorio e fronteggiare i talebani. Ma la denuncia dell'ex comandante delle forze speciali Dan Quinn è aspra: "La ragione per cui siamo qui è per contrastare i talebani", ha dichiarato "ma poi mettiamo al potere persone che sono anche peggio". Quinn ha disobbedito agli ordini, ha picchiato un comandante afgano che aveva incatenato un ragazzo al suo letto per usarlo "come schiavo del sesso". Ora non ha più una carriera militare, le misure disciplinari prese dall'esercito hanno comportato la perdita di grado e il ritiro dall'Afghanistan. Quinn ha lasciato l'esercito ormai quattro anni fa. L'esercito adesso sta cercando di forzare alla pensione il sergente Charles Martland, un membro delle forze speciali che si era unito al capitano Quinn nel pestaggio del comandante afgano. Il portavoce del comando Usa in Afghanistan, colonnello Brian Tribus, spiega che "le accuse di abusi sessuali su minori da parte di personale militare o di polizia afgana sono una questione di diritto penale nazionale. I soldati americani non sono obbligati a segnalare casi del genere, l'unica eccezione è se lo stupro viene utilizzato come arma di guerra".

Ma le testimonianze sono tante. Una volta lasciato l'esercito Quinn ha denunciato i comportamenti delle milizie afgane alle quali veniva affidato il controllo dei villaggi liberati dai talebani. Stupri, violenze, prevaricazioni. Ma non dai talebani, dai loro alleati. E le mani restavano legate, le teste girate dall'altra parte, i comportamenti impuniti.
Nel settembre 2011, una donna afgana, con segni chiari di percosse, si era presentata alla sua base con il figlio, zoppicava. Aveva chiesto aiuto raccontando che uno dei comandanti di polizia della zona, Abdul Rahman, aveva preso il ragazzo e lo aveva incatenato al suo letto. Quando era andata a cercarlo, anche lei era stata picchiata. Suo figlio poi era stato rilasciato, ma lei aveva paura che potesse accadere di nuovo. Quinn aveva convocato Rahman che aveva ammesso il fatto. Sprezzante, sorridendo. "L'ho preso e buttato a terra", racconta Quinn. Poi era entrato il sergente Martland e insieme l'avevano picchiato. Infine erano stati denunciati.
Abdul Rahman è stato ucciso due anni fa in un agguato dei talebani. Suo fratello ha detto in un'intervista che non aveva mai violentato il ragazzo, ma che era stato vittima di una falsa accusa. Un capro espiatorio. L'esercito, conclude il NYT, continua a non commentare le accuse.