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DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

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martedì 10 maggio 2016

“Ecco la nuova Costituzione” Il libro che fa infuriare i prof

Segnalazione urgente: la casa editrice Simone, nella linea Simone per la scuola, ha pubblicato un compendio che spiega ai ragazzi come sarà la Costituzione riformata, quella post referendaria. Così, come se la cosa fosse già fatta, senza tener conto del referendum di ottobre e di quale sarà il suo esito. L’allarme sui social network è circolato rapidamente: si parlava di una diffusione gratuita, di una distribuzione propagandistica per il Sì, di una lettura forzata negli istituti. Esagerazioni, certo. Nelle scuole ancora non c'è traccia di questo volume dal titolo La nuova Costituzione spiegata ai ragazzi e nessuno sta costringendo nessuno a comprarlo. Però, sul web è in vendita. Ed è già nelle mani dei rappresentanti di libri che in questi giorni vanno di scuola in scuola per convincere i docenti ad adottare, per il prossimo anno scolastico, i libri che promuovono. Il volume ha 162 pagine, è un susseguirsi di analisi e commenti degli articoli della Costituzione italiana. Fino allo scorso anno il titolo del libro era La Costituzione spiegata ai ragazzi, prima ancora c'era La Costituzione esplicata. Quest'anno è stata aggiunta la parola “nuova” perché la seconda parte della Carta viene commentata alla luce della riforma costituzionale, assumendone quindi l'entrata in vigore e dimenticandosi del referendum di ottobre che potrebbe avere anche esito negativo. Tanto che riquadri aggiuntivi, in cima, riportano la frase “Come sarà”.
L’ALLARME può essere giustificato: “La novità della presente edizione –si legge nella presentazione e su ogni sito che lo vende – è una prima introduzione, con opportuni box in calce ai singoli articoli, al testo della revisione della Parte II della Costituzione”. Il superamento del bicameralismo perfetto con la trasformazione del Senato in un’assemblea di rappresentanti delle istituzioni territoriali, la nuova disciplina per il Titolo V con la cancellazione delle province, la ridefinizione delle competenze delle Regioni: c'è tutto. “Il testo – si legge – costituisce un valido strumento didattico e favorisce un primo approccio con la ‘rivoluzione’ che l’anno prossimo probabilmente investirà il nostro ordinamento costituzionale”. Rivoluzione. Al telefono risponde Federico Del Giudice, 70 anni, autore del volume e docente universitario in pensione che ha insegnato diritto pubblico comparato all'Università Orientale di Napoli. Dimentica di dire che è anche il socio di maggioranza – con il 93 per cento delle azioni – della casa editrice napoletana (gli altri quattro soci sono tutti suoi parenti) famosa per i manuali giuridici-economici e per i compendi per l'università e la preparazione a concorsi di ogni tipo. “C'è scritto la nuova Costituzione? – dice sorpreso –. Spero proprio che non ci sia il mio nome su una cosa del genere”. Verificato che invece il suo nome c’è, chiede di aspettare. “Cerco di capire quale testa deve cadere”, poi riaggancia. Richiamerà nel pomeriggio per spiegare il malinteso: “È stato causato dal redattore della sezione scolastica. Sa, le esigenze di marketing portano a mettere titoli che possano invogliare i docenti a decidere di adottare il volume. La parola nuovo attrae sempre. E qui hanno pensato di farlo così”. Poi si dissocia. Dice che non ne sapeva nulla, che è stata un’iniziativa del settore che si occupa della scolastica. “Sicura - mente la titolazione è impropria e fuorviante: ne faccio ammenda – dice, difendendo però l’autonomia della scelta –. Il volumetto non ha, per motivi didattici e adozionali, alcuna pretesa critica sui contenuti della riforma, ma si limita a illustrare i valori dell’attuale Costituzione e quello che potrebbe succedere se la riforma fosse approvata”. Poi, però, si infiamma, si definisce un “an - ti-sistema”, i suoi discorsi sono tutti in difesa della Carta e della democrazia. Ripete spesso le parole “premier, amici del premier, distruzione della Costituzione, parla dell'importanza della democrazia popolare”. Dice che sarebbe bastato sfogliare i suoi numerosi scritti per comprendere la sua posizione come costituzionalista e strenuo difensore dei valori della Repubblica: “Mi sono più volte espresso in maniera critica verso una riforma che penalizza fortemente la centralità del Parlamento, avviando quella che con un neologismo è definita una dittatura della maggioranza”.
BISOGNERÀ vedere se questa spiegazione placherà le critiche: “Sarebbe bastato aggiungere delle note a margine, come stanno già facendo molti libri di testo - spiega al Fatto Marina Fassina, che insegna diritto nelle scuole superiori - e magari non scegliere quel titolo”. I professori sanno che l’intenzione era battere sul tempo gli altri editori. “La casa editrice è intervenuta a gamba tesa nel bel mezzo della campagna referendaria, dando per scontata la vittoria del Sì – scrive Caterina Abbate –. Mi auguro che i docenti non cadano nella trappola e non adottino il testo. E, soprattutto, mi auguro la vittoria del No. Così il libro della Simone andrà al macero”. A noi, intanto, del Giudice lo ha promesso: lo ritirerà oggi stesso. Vedremo.
Il F.Q. del 10 maggio 2016 – pag. 4

domenica 14 febbraio 2016

Un Parlamento di nominati che cambia la Costituzione

La Consulta ha dichiarato incostituzionale il Porcellum con cui abbiamo votato. Quello che la Corte ha sentenziato non può e non deve essere disatteso e stravolto dalla politica becera. Se il Porcellum ha violato la Costituzione togliendo ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti, è indubbiamente una violazione di enorme gravità. Fermo restando il principio della governabilità voluto da Re Giorgio, tutti vorremmo sapere come è possibile e in base a quale norma statutaria un Parlamento di nominati dai partiti, e delegittimato dalla Consulta, ha titolo per legiferare e mettere mano alla Costituzione per stravolgerla. Quando esponenti degli stati europei dicono che l’Italia non ha interlocutori con cui discutere dicono una sacrosanta verità. Infatti oggi in Italia non esistono parlamentari o organi di governo regolarmente legittimati dalla Costituzione che hanno titolo per interloquire con i rappresentanti degli altri paesi. Esistono solo imbonitori e cialtroni del tutto abusivi che nessuno vuole ascoltare. Questa, purtroppo, è l’Italia voluta da Napolitano che avrebbe dovuto sciogliere il Parlamento e non l’ha fatto. Agli italiani onesti non rimane altro che rivolgersi a quel vero galantuomo del presidente della Repubblica che è l’unico esponente legittimato, per suo esclusivo merito, a poter fare la voce grossa e mettere dei paletti al fine di ostacolare le orride brame politiche.
Nino Malfi, il Fatto Quotidiano del 14.2.2016 – “Piazza Grande” – pag. 12

mercoledì 27 gennaio 2016

Sondaggio sulle riforme: il referendum è a rischio

Secondo l’Ipsos, il 55 per cento degli italiani non andrebbe alle urne. E solo il 22 per cento dei votanti direbbe sì all’abolizione del Senato
Sulle riforme Matteo Renzi non potrà dormire sonni tranquilli. Un sondaggio Ipsos di Nando Pagnoncelli, presentato ieri sera a “DiMartedì”, la trasmissione su La 7, racconta tutta un’altra partita rispetto alla narrazione fin qui sciorinata dal presidente del consiglio. Che in più occasioni si è detto tranquillo sull’esito finale del referendum confermativo. Tanto da legare la sua permanenza a Palazzo Chigi proprio all’esito della consultazione. “Se non passa ce ne andiamo tutti a casa”, ha detto il premier.
Secondo quest’ultimo sondaggio però il 55 per cento degli italiani non andrebbe a votare al referendum. Tra il restante 45 per cento, il 22 per cento voterebbe a favore del ddl Boschi e il 15 contro. Percentuale davvero molto bassa, che però basterebbe a far approvare la riforma. Il sondaggio tuttavia descrive il 60 per cento degli italiani contrario o disinteressato. E solo il 22 favorevole. Numeri allarmanti. Nell’ultima puntata di “Piazza Pulita” un sondaggio sullo stesso tema dava la percentuale di affluenza al 45 per cento, con i Sì al 60 per cento e i No al 28. Ma, sempre in questi giorni, un’altra rilevazione, raccontata da “La Stampa” segnava un risultato opposto, con i contrari alla riforma al 31 per cento e i favorevoli al 22. Insomma, siamo alle prime scintille e le cifre sono ballerine. Ma se Renzi si aspettava una passeggiata di salute sulle riforme costituzionali, queste prime ricerche dimostrano che non sarà così. Tutt’altro. Qualche campanello d’allarme, del resto, deve essere suonato anche dalle parti di palazzo Chigi.
La settimana scorsa su alcuni giornali on line sono comparsi i primi banner pubblicitari targati Pd in favore del Sì. Nonostante la riforma non abbia ancora visto l’approvazione definitiva e il referendum si terrà verosimilmente a ottobre, il Pd ha già iniziato la sua campagna. “Se sono partiti prima, vuol dire che hanno una gran paura di non farcela”, è stato il commento di Sandra Bonsanti, una delle protagoniste del comitato del No. Che si sta organizzando e vede diverse personalità in campo, assolutamente bipartisan, di centrodestra e centrosinistra. Insomma, se i partiti di opposizione alla riforma (Sel, Cinque Stelle, Forza Italia e Fdi) faranno il loro dovere organizzando una campagna contraria, e i comitati per il No riusciranno a coinvolgere le persone non politicizzate, questo cocktail potrebbe risultare indigesto per il premier. Secondo un’altra voce del sondaggio di Ipsos di ieri, per il 62 per cento degli italiani Renzi sta vivendo un momento di difficoltà. Se poi ci mettiamo che, sempre secondo le rilevazioni, la fiducia nel premier continua a scendere, così come anche le intenzioni di voto per il Pd, il quadro per il governo sembra farsi sempre più fosco.

giovedì 21 gennaio 2016

Distrutta la Costituzione col voto-ricatto di Verdini Governo senza maggioranza. Denis decisivo pretende di cambiare l’Italicum

Clic. È Denis Verdini che spegne la luce. Lui ha la firma sulla nuova Costituzione, lui è il principio e la fine del governo, l’ombra e il riparo del premier. I numeri sono crudeli, ma sinceri: i verdiniani sono decisivi (e adesso pretendono un nuovo Italicum su misura), Pd e Ncd sono andati sotto la soglia di maggioranza e se i bersaniani in futuro si sfilassero il governo sarebbe appeso a un filo. Il Senato si spegne alle sette di sera e ringrazia per la sua morte Matteo Renzi con un bell’applauso quando il premier dice: “Il Paese vi deve gratitudine”. I senatori trapassati piegano nell’indifferenza. “A me non interessa, io tanto non voto, l’ho detto e lo ripeto”, riferisce Antonio Azzollini. Scampò all’arresto qualche mese fa, oggi si presenta con una coppola di lana e nel taschino due matite e due penne. Sembra soddisfatto di quello che ha avuto. “Sapesse che analfabetismo qui dentro. Quando presiedo l’aula do un occhio al senatore che interviene, ma senza farmi scorgere prendo sotto mano un libro di poesie. Qua dentro la mente si atrofizza caro mio. Bisogna convincersene, è davvero venuto il momento che questo palazzo chiuda. Sarà un’altra cosa, finalmente”. È il commiato di Valeria Fedeli, vicepresidente dell’aula. Era sindacalista della Cgil e il mondo le pareva dritto, poi l’hanno eletta senatrice e si è accorta che è storto.
Aldilà della morte c’è la vita, abbiate fede. Nel caso di Denis Verdini si deve effettivamente parlare di gloriosa resurrezione. La stazza del boss ce l’ha e in serata naviga nel Transatlantico di Palazzo Madama come il rompighiaccio nei mari dell’Alaska. Motivatore professionista, ha appena persuaso l’ex grillina Adele Gambaro ad affidarsi alle sue cure. È una scena insieme tragica e comica. Questa signora cinquantenne sbuca da un lato del palazzo e si concede agli sguardi e ai sorrisi del boss che l’aspetta a braccia aperte. E la bacia. E le dice: “bravissima”. Lei: “Grazie”, come una scolaretta. “Siamo 18 oramai, e nel numero già bastiamo ma altri quattro sono in arrivo nel gruppo”. Mi chiama: vieni, ascolta anche tu. Vivissimi complimenti senatore. Lui: “Meglio parlare con i pm che con voi. Il magistrato detta, legge, accusa in modo circostanziato. E io rispondo, replico, mi difendo e metto a verbale. Con voi invece…Mi avete fatto dire che sono l’idraulico di Renzi. E che il mio gruppo si affilia al Pd. Invece io ho detto ‘si affianca’, c’è una bella differenza”. Affiliato, affiancato: “Oggi si apre una fase nuova, e sono convintamente con Renzi. Cambia la storia in modo epocale grazie anche a noi”. Il vestito a righe blu, la cravatta di Hermes, la pancia da grande e ricco allevatore del Montana. È lui che gioisce, è il vincitore che avanza e avvisa Renzi: gli starà incollato come un’ombra, anzi di più.
Pistacchi e banane, mandorle e spremute. Dietro di lui la coppia dei trapassati remoti, Manuela Repetti e Sandro Bondi. Si amano e si tengono per mano. Nella gioia e nel dolore. Dice lei: “Per me oramai politicamente è finita. Il percorso si conclude così”. C’eravamo tanto amati con Berlusconi però cambia il mondo e bisogna guardare in faccia alla realtà. Un trio dell’Ncd dietro un angolo. Il primo si chiama Guido Viceconte e spiega alla collega Fedeli: “Devi sempre ricordarti che Matteo Renzi vive grazie a noi. Tienilo a mente”. Il secondo si chiama Tonino Gentile. Voleva il Nobel per Silvio, ma non è stato possibile. Oggi è in attesa di riavere la poltrona di sottosegretario ai Trasporti a cui ha dovuto rinunciare per una dannatissima storia calabrese. Lui è di Cosenza, un giornale lo attaccò, il senatore si infuriò e fece bloccare le rotative. Scoppiò un casotto, Gentile perse la poltrona ma non la speranza di ritornare in sella.
Ma insomma qui dentro a chi frega della Costituzione? Miguel Gotor, sconsolato: “Sembra proprio che non freghi a nessuno. Il ritorno degli indifferenti, come i protagonisti del romanzo del barone Ponticelli della Gatta: I moribondi di palazzo Carignano. Sono oramai fantasmi”. Fantasmi, sì. C’è Barani, il tizio col garofano nel taschino, c’è Anna Finocchiaro nella funzione dell’infermiera pietosa che ha iniettato la siringa per l’eutanasia. Si aspetta un grazie da Maria Elena Boschi. La madrina delle Riforme veste di rosso e di nero e avanza col sorriso. Almeno le riforme oggi e non l’Etruria, il papà che da persona perbene sta cambiando status, e la storiaccia di Carboni e quella dei massoni. Che inferno e che colpo alla dieta. Il nervosismo accalora, dilata, porta in dono la gastrite. Ma il potere è fatica e la carriera costa.

martedì 17 novembre 2015

Ma cosa ci stiamo mettendo in testa?

Fabio Angeletti
La guerra non ha mai risolto nulla, ovvero, ha riempito solo le tasche di chi costruisce, vende e traffica in armi. Fare la guerra ad un paese o ad un altro ci espone maggiormente a ritorsioni e questo, credetemi, non ce lo possiamo permettere. I nostri "padri", che di conflitti mondiali, di povertà, di miseria hanno avuto modo di toccarla con mano, presero la giusta decisione di inserire nella Carta Costituente il disprezzo per la guerra. Allora cosa possiamo fare? Come possiamo difenderci da uno "Stato" che come obiettivo si è prefissato quello di far convertire all'ISLAM l'intera Europa pena la morte? Io agirei in questi termini:
1) rivedere il nostro ruolo all'interno della NATO;
2) ritirerei i nostri soldati da tutti i teatri operativi (Balcani, Libano e Afghanistan);
3) cesserei di avere rapporti commerciali (vendita di armi) con i paesi del medio oriente e, comunque, con tutti quei paesi in "odore" di rapporti con terroristi;
4) investirei in sicurezza: più soldi alle forze di polizia e all'intelligence;
5) abbandonerei l'idea di chiudere le frontiere, servirebbe solo a fomentare ancora di più gli animi dei fondamentalisti, ma procederei ad un profondo censimento di tutti gli extracomunitari presenti nel nostro territorio memorizzando in un database anche le loro impronte digitali. Se per questo occorre modificare o fare una legge.... abbiamo visto che in due/tre settimane si può fare di tutto.

Il nostro Paese non ha bisogno di nessuno. Siamo di gran lunga autosufficienti, e questo all'economia mondiale rode di parecchio. Vogliono strozzare la nostra bella Italia: hanno iniziato con le quote latte e finiranno per farci mandare giù il boccone amaro del TTIP. 

Noi non siamo l'America (per fortuna), non siamo ne poliziotti e ne sceriffi del mondo e.... non ci obbliga nessuno ad andare dove vanno gli altri (la storia ci ha insegnato che facendo così ci facciamo solo del male). Abbiamo un Paese che è stupendo, è invidiato da tutti, perchè non impariamo (e qui mi scappa la parolaccia... scusatemi) A FARCI UN PO' DI CXXXI nostri?
Fabio Angeletti

mercoledì 14 ottobre 2015

SENATRICE A VITA - La Cattaneo si astiene e attacca i colleghi “opportunisti”



Sono seduti uno a fianco all’altro: la senatrice a vita, Elena Cattaneo, e colui che l’ha nominata, Giorgio Napolitano. Lui benedice le riforme, lei le boccia senza appello. Si astiene, ma a palazzo Madama equivale a votare contro. “Questo testo mi è estraneo”, ha detto lei, proprio mentre Napolitano si allontanava dal suo scranno. Per la Cattaneo il ddl Boschi ha “disegnato un ircocervo istituzionale”. “Continua ad essere per me incomprensibile - ha detto - che si sia accettato che una riforma costituzionale di questa portata potesse essere da subito dettata fuori da quest’aula. (...) Mi risulta difficile individuare nelle scissioni e nelle ricomposizioni dei gruppi presenti in quest'aula, in prossimità delle votazioni decisive, l'interesse del Paese ad avere una buona riforma. In questa riforma, colleghi, i vostri commenti le vostre dichiarazioni private e pubbliche sono state la mia bussola. Alla domanda sul perché avremmo dovuto votarla, la maggior parte di voi ha addotto ragioni per gran parte estranee all'assetto costituzionale da realizzare, e basate piuttosto sull'opportunità e la contingenza politica che stiamo vivendo".

martedì 13 ottobre 2015

Riforme, Palazzo Madama vota la legge Boschi: ecco cosa cambia con la nuova Costituzione

Dal superamento del bicameralismo perfetto, al nuovo sistema per l’elezione del presidente della Repubblica. Piccola guida alle novità introdotte con il ddl Boschi. I senatori eletti con i consiglieri regionali. Solo 100 ma con l’immunità. Aumentano le firme per i referendum abrogativi e per le leggi di iniziativa popolare. Cambiano le regole per i 5 giudici costituzionali, scelti separatamente da Camera e Senato. Abolito il Cnel  


La Ministra Maria Elena Boschi
La novità principale è la fine del bicameralismo perfetto. Ma non è l’unica. C’è la riduzione del numero dei senatori, che passano da 315 a 100 (95 dei quali eletti dalle Regioni); la modifica del quorum per l’elezione del presidente della Repubblica; l’abolizione del Cnel (il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro); l’innalzamento del numero delle firme necessarie per la presentazione delle leggi di iniziativa popolare. Non solo. Fanno ingresso in Costituzione anche i referendum popolari propositivi e di indirizzo. Sono i punti fondamentali del disegno di legge di riforma costituzionale che porta il nome della ministra Maria Elena Boschi e che ha provocato fibrillazioni all’interno della maggioranza e scontri durissimi con le opposizioni, scaduti persino nell’insulto sessista. Ma come cambia nel dettaglio la Carta del 1948?

Farà tutto la Camera (o quasi)
Di fatto, con il varo della riforma, il Senato perde buona parte delle sue prerogative. I nuovi inquilini di Palazzo Madama, per esempio, non voteranno più la fiducia al governo: solo la Camera manterrà la funzione di controllo sull’operato dell’esecutivo e potrà autorizzare a procedere nei confronti di premier e ministri (anche se cessati dalla carica) per i reati commessi nell’esercizio del loro mandato. Anche per quanto riguarda le leggi la musica cambia: i nuovi senatori avranno voce in capitolo solo su quelle costituzionali, le ratifiche dei trattati internazionali che riguardano l’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, le leggi elettorali degli enti locali e quelle sui referendum popolari. Per il resto, la palla passerà completamente nelle mani di Montecitorio. Un paletto però c’è: ogni disegno di legge approvato dalla Camera verrà subito trasmesso al Senato che entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, potrà disporne l’esame. Nei trenta giorni successivi l’Aula di Palazzo Madama potrà deliberare a maggioranza assoluta proposte di modifica del testo sulle quali, in seguito, la Camera si pronuncerà in via definitiva. Ma Montecitorio potrà rispedire al mittente, bocciandole, le proposte di Palazzo Madama. Non solo. Ai nuovi senatori spetterà anche il compito di esprimersi sulle leggi di bilancio, ma avranno a loro disposizione solo 15 giorni e dovranno raggiungere la maggioranza assoluta. Ma anche in questo caso, l’ultima parola spetterà sempre alla Camera. Infine, il governo potrà chiedere alla Camera che un provvedimento ritenuto fondamentale per l’attuazione del suo programma sia esaminato in via prioritaria e votato entro 70 giorni (con possibilità di proroga per altri 15).

Meno senatori ma con l’immunità
Il ddl Boschi riduce, e di molto, il numero dei senatori che scendono da 315 a 100. Di questi, 95 saranno eletti dalle Regioni (74 consiglieri e 21 sindaci) “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Si tratta di una delle novità principali rispetto al testo uscito a marzo dalla Camera, introdotta per effetto di un compromesso tra maggioranza e minoranza del Pd, che si opponeva alla non eleggibilità dei nuovi senatori minacciando di non votare la riforma. L’intesa è stata raggiunta grazie all’emendamento firmato dalla senatrice dem Anna Finocchiaro, in base al quale sarà una legge quadro, che verrà recepita dalle Regioni entro tre mesi dall’approvazione definitiva della riforma, a stabilire se la selezione avverrà tramite preferenze, listino bloccato o a scorrimento. I restanti 5 inquilini di Palazzo Madama verranno invece nominati dal capo dello Stato e rimarranno in carica per 7 anni, senza la possibilità di essere rinominati. Non scompaiono invece i senatori a vita: saranno gli ex presidenti della Repubblica che non verranno conteggiati nel numero dei senatori scelti dal Colle. I nuovi inquilini di Palazzo Madama non riceveranno alcuna indennità aggiuntiva ma godranno dell’immunità parlamentare: nessun arresto, perquisizione o intercettazione potrà avvenire senza il via libera dell’Assemblea.


Cambia il quorum per il Colle 
Un’altra novità fondamentale della riforma del duo Renzi-Boschi riguarda le modalità di elezione del presidente della Repubblica. Nel nuovo assetto scompaiono i delegati regionali, che saranno sostituiti dai ‘nuovi’ senatori, ma soprattutto cambia il quorum. Nelle prime tre votazioni resta dei due terzi dei componenti dell’Assemblea, come nell’attuale stesura della Costituzione. Dalla quarta, invece, il quorum si abbassa a tre quinti dei componenti e dalla settima ai tre quinti dei votanti. E poi, in caso di impedimento permanente, morte o dimissioni sarà il presidente della Camera, e non più quello del Senato, a sostituire il presidente della Repubblica “ad interim”. Diventando di fatto la seconda carica dello Stato

Referendum in salita
Si preannunciano tempi duri per coloro che vorranno presentare un referendum o un progetto di legge di iniziativa popolare. Nel primo caso non basteranno più 500 mila firme ma ne serviranno 800 mila. Di più: dopo le prime 400 mila la Corte costituzionale dovrà dare un parere di ammissibilità. Nel secondo caso, invece, il numero di firme necessarie viene triplicato: da 50 mila a 150 mila. Vengono però introdotti in Costituzione i referendum popolari propositivi e di indirizzo: le Camere dovranno varare una legge che ne stabilisca le modalità di attuazione.

Nomine separate per i giudici della Consulta
Un altro dei punti principali oggetto del provvedimento è quello che riguarda la nomina parlamentare dei 5 giudici della Consulta: questi non saranno più eletti dal Parlamento riunito in seduta comune ma verranno scelti separatamente dalle due Camere. Al Senato ne spetteranno due e alla Camera tre. Per la loro elezione è richiesta la maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi due scrutini, mentre dagli scrutini successivi è sufficiente la maggioranza dei tre quinti.

Il Cnel chiude i battenti
Il premier l’aveva definito “un antipasto della semplificazione della Pubblica amministrazione”. E così la riforma costituzionale prevede l’abrogazione totale dell’articolo 99 della Costituzione, quello riguardante il Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Non tutto e subito, però: entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge verrà nominato un commissario straordinario a cui sarà affidata la liquidazione e la ricollocazione del personale presso la Corte dei Conti. Dal testo della Costituzione viene eliminato anche il riferimento alle Province. Ma sono previste anche delle premialità per le Regioni ‘virtuose’, quelle cioè con i conti a posto, che avranno la possibilità di devolution su questioni come l’istruzione e la formazione professionale. Vengono inoltre eliminate le materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni: al primo viene attribuita la legislazione esclusiva in alcuni ambiti come, per esempio, la politica estera, l’immigrazione e la difesa.

Palla alla Consulta sulla legge elettorale
Il provvedimento prevede anche che prima della loro promulgazione le leggi che disciplinano l’elezione dei parlamentari, tanto a Montecitorio quanto a Palazzo Madama, potranno essere sottoposte al giudizio preventivo di legittimità costituzionale da parte della Corte. Il ricorso motivato dovrà essere presentato da almeno un quarto dei componenti della Camera o almeno un terzo dei componenti del Senato entro 10 giorni dall’approvazione della norma. La Consulta si pronuncerà entro 30 giorni: in caso di dichiarazione di illegittimità la legge non sarà promulgata.

Maggiore equilibrio nella rappresentanza
Il ddl Boschi prevede infine la composizione di uno statuto delle opposizioni e comprende i principi fondamentali per promuovere l’equilibrio di genere tra uomini e donne nella rappresentanza. E ancora: oltre al buon andamento delle amministrazioni, le leggi che regolano gli uffici pubblici dovranno assicurare la loro trasparenza.
Twitter: @Antonio_Pitoni @GiorgioVelardi

Senato, ultima fermata: oggi il governo straccia la Carta

Il sì al ddl Boschi. Rodotà: “È una legge nata male
e gestita ancora peggio”

Se si votasse ora col nuovo sistema, Palazzo Madama sarebbe quasi tutto del Pd



Il giorno in cui il governo di Matteo Renzi porta a casa la riforma del Senato è dunque arrivato. Dopo oltre un mese di scontri sugli emendamenti, polemiche sui voti e sugli “aiutini” alla maggioranza, scambi non proprio istituzionali con Pietro Grasso, verso le cinque del pomeriggio ci sarà il voto finale sul ddl Boschi (che poi tornerà alla Camera per la conferma definitiva) con cui il premier riporta l’ennesima vittoria sulla minoranza del Pd. Che si è accontentata di una modifica all’articolo 2 su un’ambigua elettività dei futuri senatori per alzare bandiera bianca. E infatti la riforma, nonostante le minacce iniziali, è filata via piuttosto liscia. Anche per merito del neo gruppo di Denis Verdini – Ala – che si è aggiunto alla maggioranza, con l’ex azzurro tornato prepotentemente al centro della scena. “La riforma è nata male ed è stata gestita anche peggio. L’accoppiata tra riforma costituzionale e Italicum ha degli effetti molto evidenti, un moto ascendente che va dal Parlamento al governo e dal governo al presidente del Consiglio senza più strumenti di controllo”, ha detto ieri Stefano Rodotà. Che parla anche di “una scarsa legittimazione”, perché “il modo in cui i voti vengono acquisiti delegittima le riforme agli occhi di una parte dell’opinione pubblica”. Si è sprecata l’opportunità di uscire “dal bicameralismo perfetto in maniera seria e non truffaldina”.

Tra l’altro, secondo le simulazioni, se si votasse oggi con la nuova legge, avremmo un Senato a stragrande maggioranza Pd, che potrebbe contare su circa una settantina di parlamentari, compresi i cinque nominati dal presidente della Repubblica, mentre verrebbero penalizzati i grillini perché non fanno alleanze. Poi c’è la questione delle tappe. La riforma, infatti, sarà in vigore non prima dell’autunno del 2016. Così, se si andrà a votare per le Politiche nel 2018 saranno solo sei le Regioni in cui i cittadini potrebbero scegliere i consiglieri da mandare a Palazzo Madama: Lombardia, Lazio, Molise, Val d’Aosta, Friuli (dove si voterà nel 2018) e Sicilia (al voto nel 2017). Nelle altre, finché non si andrà alle urne (dal 2019), i senatori saranno scelti dai consigli regionali. In Senato, insomma, ci sarà un turn over continuo di consiglieri regionali e sindaci, dove quelli a fine mandato saranno sostituiti dai nuovi eletti. In aula oggi non ci saranno sorprese. I senatori della maggioranza sono stati precettati per superare quota 170. Mentre il centrodestra si presenta spaccato: se la Lega non parteciperà al voto, Forza Italia voterà contro, ma con numerose defezioni.

sabato 3 ottobre 2015

Il funerale della Costituzione: parenti sistemati e gesti osceni

Barani e il gesto alla Lezzi: “Ha mimato sesso orale”

Senato oltraggiato. Lui si difende così: “Invitavo i colleghi cinquestelle a ingoiare fascicoli, era un gesto istintivo”. Paola Taverna: “Porco maiale”


Filava tutto liscio per Matteo e Denis. C’erano i numeri giusti per il partito della Nazione, c’era rassegnazione tra le opposizioni, c’erano i sorrisi di Maria Elena Boschi tra i banchi del governo e Luca Lotti sul fondo della sala, a tessere ancora fili. Poi, attorno alle 17.40, il futuro padre costituente Lucio Barani, ora capogruppo dei verdiniani ma per sempre craxiano, rovina la festa: soprattutto, offende una donna. Nel giorno in cui la maggioranza esce indenne da decine di votazioni, scrutinio segreto compreso (ma crollando a 160 voti), è lui il volto del partito della Nazione che riscrive la Carta per riformare (svuotare) il Senato.
Proprio lui, Barani, che siede accanto a Verdini con perenne garofano sulla giacca a ricordare il Psi. In Aula, dal suo scranno, fa un gesto rivolto verso la senatrice del M5s Barbara Lezzi. Da lontano si scorge il senatore che chiude le dita e muove la mano verso la propria bocca, spalancata. Una, due, più volte. “Mimava un rapporto orale” accusano i 5Stelle, parecchi testimoni e una senatrice leghista. “Li invitavo a ingoiare fascicoli, un gesto istintivo” si difenderà l’accusato. Di certo dopo ore di noia scoppia l’incendio. La scintilla è un duello verbale tra il 5stelle Vito Crimi e il verdiniano Ciro Falanga. L’ex forzista chiede di intervenire a titolo personale, il presidente del Senato Pietro Grasso tentenna, i 5Stelle insorgono (“si può fare solo a fine seduta”). Poi irrompe Barani. E muove quella mano. Qualcuno vede anche un altro verdiniano che si sfiora le parti basse. Ma la tempesta si chiama Barani. La Lezzi (che aspetta un bimbo) è una furia: “Noi vogliamo che Barani venga espulso, chieda scusa o non si può andare avanti”. Paola Taverna piange di rabbia, urla: “Porco, maiale”. Il capogruppo Gianluca Castaldi corre verso i seggi di Ala, il gruppo dei verdiniani. Sibila a Barani: “Hai fatto schifo ”. Scende e passa davanti alla Boschi: “Lei è un ministro, prenda posizione”. La Dem rimane interdetta. Grasso non ha visto. Invita Barani a spiegarsi, e lui nega: “Non ho fatto nessun gesto”. I 5Stelle cantano “fuori”, la leghista Erika Stefani conferma: “Ho visto quel gesto”. Condanne anche dalle senatrici dem. Non si può andare avanti: sospensione di dieci minuti. Si riparte senza il verdiniano. Grasso convoca l’ufficio di presidenza per lunedì alle 13. Si rivedranno i filmati interni e si sentiranno testimoni, per decidere l’eventuale sanzione per Barani (rischia dall’interdizione fino a 10 giorni di sospensione). Intanto lui rimane fuori. C’è invece la maggioranza. In tutte le votazioni sull’articolo 2 del cammina tra i 169 e i 177 voti, salvo un calo con cui scende a quota 157. Bocciato anche un emendamento soppressivo di tutto l’articolo 2. Non si può sbagliare. E infatti arriva il renzianissimo sottosegretario Lotti. Parla a lungo: con il forzista Bernabò Bocca, con vari di Ncd, con i verdiniani. Compare anche Angelino Alfano.
L’unica paura è per i voti segreti. Pd e alleati ne temono sei, ma Grasso riduce tutto a un unico voto. Mario Mauro (Gal) è duro: “Accuso il presidente del Senato di essere un partigiano di Renzi, ha cambiato idea dopo aver incontrato la Boschi”. Dalla presidenza respingono: “Due emendamenti non erano ammissibili, quattro sono stati accorpati perché erano uguali”. Si vota a scrutinio segreto, sull’emendamento di Roberto Calderoli sulle minoranze linguistiche: 160 contrari, 116 favorevoli, 3 astenuti. Boschi pare delusa: si è scesi sotto la maggioranza assoluta (161), non necessaria ma simbolica. Ma il Pd celebra: “Avevamo quattro assenti, e il gruppo delle Autonomie, che pure è in maggioranza, ha votato a favore”. Ma Miguel Gotor (minoranza dem) avverte: “Il tentativo di sostituire trenta senatori del Pd con le truppe di Verdini e degli amici di Cosentino era velleitario”. Lotti e Verdini escono assieme, da vecchi amici. Oggi si vota l’emenda - mento Finocchiaro, quello d el l’accordo interno al Pd: prevede che consiglieri regionali e sindaci, componenti del nuovo Senato, saranno scelti dai cittadini e poi ratificati dai Consigli regionali

giovedì 1 ottobre 2015

Renzi e Verdini, la riforma 'prostituzionale' approvata con i voti di indagati e condannati.

Nel 1946 a scrivere la nostra Costituzione furono persone del calibro di Calamandrei, Croce, De Gasperi; oggi a metterci le mani per riscriverla è una maggioranza di personaggi in cerca di autore e di poltrone, una maggioranza che vive grazie al sostegno di parlamentari coinvolti in inchieste giudiziarie come Azzollini, Formigoni, Verdini, Bilardi, Aiello, Caridi, Barani, Conti, Scavone, Di Biagio, Gentile. Sono tutti o condannati o indagati o coinvolti in varie inchieste giudiziarie per reati come associazione a delinquere, corruzione, frodi, voto di scambio politico, bancarotta, concussione, finanziamento illecito, omesso versamento all'erario, abuso d'ufficio, peculato e tanto altro ancora. La prima persona a cui il PD, già sostenuto dall'Ncd di Alfano, è andato a chiedere soccorso è un uomo rinviato a giudizio e plurindagato per concorso in corruzione, truffa, bancarotta fraudolenta, appalti e finanziamenti illeciti, indebita percezione di fondi per l'editoria come Denis Verdini, fino a ieri vassallo di Silvio Berlusconi e oggi novello Caronte che a colpi d'ALA trasporta i suoi parlamentari sulla sponda della maggioranza. A questi bisogna aggiungere anche i voti dei senatori Pd Valentini, Scalia, Moscardelli, Lucherini, Astorre, coinvolti anche loro in inchieste giudiziarie come la "rimborsopoli" alla Regione Lazio, quelli del senatore Luigi Cucca, indagato per peculato in Sardegna, o ancora Claudio Broglia indagato per mancata denuncia per truffe dopo il sisma del 2012. Potete immaginare oggi le facce inorridite dei nostri Padri Costituenti come Pertini, Calamandrei, Einaudi, Togliatti, Croce, Iotti, Moro, Dossetti, De Gasperi, Nenni, Parri, La MalfaCosa urlerebbero al mondo intero se avessero la possibilità di assistere allo sfascio della Costituzione, dei nostri principi e dei nostri valori e a tutto quello che sta accadendo in Parlamento? Ve lo diciamo noi: fermatevi! No alla 'riforma prostituzionale' della Costituzione. Trova le differenze. Piero Calamandrei, Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza. Milano, 26 gennaio 1955 :"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità della nazione, andate là, o giovani, col pensiero, perché là è nata la nostra Costituzione". Denis Verdini, 27 settembre 2015"Tutti mi chiedono cosa ci guadagnano a venire con me. Gli rispondo che sono il taxi. Vuoi rimanere al potere? Solo io ti conduco in dieci minuti da Berlusconi a Matteo".

lunedì 21 settembre 2015

Vecchi ricordi. Gli ex deputati che con Re Giorgio firmarono un ddl a tutela del testo

“Napolitano voleva blindare la Carta, temeva Berlusconi”


Era un periodo molto delicato. Il governo Berlusconi era caduto da appena due mesi, ma B. era ancora molto forte. C’era nell’aria il terrore che il Cavaliere potesse rivincere le elezioni e mettere mano alla Costituzione”. Sandra Bonsanti, giornalista ed ex deputata del Pds, ricorda il clima in cui nacque la proposta di legge 2115, presentata il 28 febbraio 1995 con Franco Bassanini come primo firmatario, per rendere più difficili le modifiche alla Carta. Innanzitutto, stabilendo la maggioranza dei due terzi per ogni revisione costituzionale. Tra i firmatari, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. E, appunto, la Bonsanti. Tra gli ex Pds si ricorda come questo timore riguardasse anche Napolitano. Tanto che tra i firmatari c’era anche il suo figlioccio politico, Umberto Ranieri, che per anni è stato il principale consigliere di Re Giorgio. L’ex capo dello Stato era molto preoccupato dalla possibile ripresa del potere da parte dell’uomo di Arcore.
Apprensione che riguardava anche Mattarella, che aveva già sperimentato sulla sua pelle la tracotanza berlusconiana, tanto da dimettersi da ministro, nel 1990, in polemica verso l’approvazione della legge Mammì sul sistema radiotelevisivo. Per non parlare dell’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro. Bonsanti osserva: “Napolitano nel corso degli anni deve aver cambiato idea, visto che oggi è tra i maggiori sponsor della riforma renziana. Purtroppo a volte anche la difesa della Costituzione si piega agli interessi momentanei e strumentali dei partiti o dei politici di turno. Per questo poi le riforme non funzionano”. Insomma, quella proposta di legge venne partorita per la grande paura che Berlusconi tornasse al potere e cambiasse la Carta a suo piacimento. Così pensava anche Franco Bassanini, ora uno dei principali consiglieri di Renzi a Palazzo Chigi dopo essere stato silurato dalla presidenza della Cassa depositi e prestiti. Chissà se la riscriverebbe oggi, quella legge, Bassanini. “Era un’iniziativa in anticipo sui tempi. Dettata anche dal fatto che, contrariamente al pensiero diffuso, la Costituzione italiana è una tra le più riformate e modificate d’Europa. Come ha ricordato anche Michele Ainis, non è affatto immobile come qualcuno ci vuol far credere”, afferma Fabio Mussi, anch’egli tra i firmatari, all’epoca dirigente del Pds e oggi membro della presidenza di Sel. “Ci si voleva mettere al riparo dal rischio che ogni maggioranza cambiasse a modo suo la Carta - continua Mussi - Alla luce di quello che sta accadendo in questi giorni, con un avventurismo politico allo stato puro, sarebbe stato utile approvarla”.

A porre la loro firma in calce, tra gli altri, c’erano anche Veltroni, Fassino, Bindi, Angius, Russo Jervolino e Dalla Chiesa. E pure l’ex socialista Valdo Spini, che ricorda: “Ogni iniziativa legislativa è figlia del periodo in cui nasce, questa si proponeva, tra le altre cose, di mettere dei contrappesi al sistema elettorale maggioritario, verso cui si stava andando”. Spini si ritiene fortunato a non sedere oggi in Parlamento: “Io sono per le riforme chiare. O il maggioritario o il proporzionale. O il sistema francese o il tedesco. Non i pastrocchi che si fanno in Italia. E sul metodo del prendere o lasciare, poi, meglio stendere un velo pietoso”.

sabato 19 settembre 2015

Mattarella e Napolitano Una proposta di legge del 1995 firmata dai futuri capi dello Stato contraddice la riforma Boschi

“La Carta non si può cambiare con maggioranze pro tempore”


Archivio di Montecitorio, Camera dei deputati. Proposta di legge di riforma costituzionale numero 2115. Con il sistema elettorale maggioritario in vigore, la Carta va schermata e protetta per annullare le eventuali derive autoritarie con una maggioranza dei due terzi. Sempre e comunque. Il preambolo:

“È opinione diffusa, se non pressoché pacifica, che l’adozione di sistemi elettorali maggioritari debba essere accompagnata da una riconsiderazione del sistema delle garanzie costituzionali. Una democrazia maggioritaria matura si fonda sulla comune e diffusa convinzione che il principio maggioritario debba dispiegarsi appieno per quanto riguarda le scelte di governo, ma trovi un limite invalicabile nel rispetto dei principi costituzionali, delle regole democratiche, dei diritti e delle libertà dei cittadini: princìpi, regole, diritti, libertà che non sono e non possono essere rimessi alle discrezionali decisioni delle maggioranze pro tempore”.


In calce, le firme di 65 parlamentari, indipendenti, ex comunisti, ex democristiani: Franco Bassanini, Leopoldo Elia, Sergio Mattarella, Giorgio Napolitano, Walter Veltroni, Antonello Soro, Rosy Bindi, Piero Fassino, Sandra Bonsanti. Era il 28 febbraio 1995. Qualcuno ha lasciato Montecitorio, non il potere. Qualcuno è rimasto fedele a se stesso, strenuamente. Qualcuno è scomparso, rimpianto. E qualcuno ha cambiato idea, totalmente. E l’ultimo esempio riguarda Napolitano. Sergio accanto a Giorgio, assieme sul frontespizio del documento della Camera. I futuri presidenti della Repubblica suggerivano una legge per salvare la Costituzione dal berlusconismo (ancora agli albori, seppur già sospeso). A Palazzo Chigi c’era Lamberto Dini, si votava con il Mattarellum (l ’autore è proprio l’attuale presidente). Oggi il renzismo ha plasmato l’Italicum (maggioritario spinto con nominati) che (mal) si combina con la riforma costituzionale che rende inutile il Senato e disintegra il bicameralismo. Maggioranza pigliatutto, minoranza ininfluente. Adesso che al governo c’è Matteo Renzi, che per approvare la sua riforma a Palazzo Madama promuove la pesca a strascico dei senatori con la regia del mozzo Denis Verdini, Napolitano non avverte pericoli. Il contrario: il senatore a vita trama per il buon esito in aula. E neanche Bassanini, che peraltro ha suggerito un lodo, appare in allarme. Non di certo Soro, già comodo da tempo all’Autorità per la privacy. Chissà Mattarella, ancora taciturno. Il testo del ‘95 aveva l’ambizione di imporre sempre la maggioranza dei due terzi degli aventi diritto al voto per approvare le modifiche costituzionali, per eleggere l’inquilino del Quirinale e avrebbe rafforzato lo strumento del referendum (di fatto, in qualsiasi caso possibile). L’atto n. 2115 ha vent’anni, ma non li dimostra: “Appare necessario e urgente sottoporre a una riconsiderazione il sistema delle garanzie costituzionali, a partire dai meccanismi di tutela della rigidità della Costituzione, e dalle norme volte a tutelare l’indipendenza e l’imparzialità degli organi di garanzia. Come è noto, questo sistema fu concepito in correlazione con la prevista adozione di un sistema elettorale proporzionale. (…) Un adeguamento delle garanzie costituzionali è una condizione essenziale perché ogni futura competizione elettorale possa svolgersi in condizioni di serenità e certezza democratica: la certezza che le regole non saranno riscritte a suo piacimento dalla maggioranza che uscirà dalle urne; che i diritti e le libertà dei vinti (e di tutti i cittadini) non saranno alla mercé della volontà dei vincitori. E una garanzia che la destra deve dare alla sinistra e che la sinistra deve dare alla destra”. Oggi, vent’anni dopo, Renzi minaccia di trasformare Palazzo Madama in un museo non ancora definito (segue smentita tattica), procede incurante dei dissenzienti interni al suo partito e fa sapere a Pietro Grasso, presidente di un Senato da tramutare in dopolavoro per i consiglieri regionali, che non può intralciare l’avanzata delle truppe. Mattarella e colleghi avevano già pensato a un antidoto, valido all’epoca per Berlusconi e magari ora per Renzi: “Proponiamo di elevare a due terzi la maggioranza costituzionalmente prescritta per approvare leggi costituzionali o di revisione della Costituzione, per riformare i regolamenti parlamentari, e per eleggere i principali organi di garanzia (presidente della Repubblica e giudici costituzionali di designazione parlamentare). Si ristabilirebbe così, nelle nuove condizioni create dalla legge elettorale maggioritaria, il principio del necessario confronto fra maggioranza e opposizione nella definizione delle regole”.

venerdì 18 settembre 2015

La Costituzione non si cambia da soli

di Sergio Mattarella

Ripubblichiamo il testo dell’intervento di Sergio Mattarella pronunciato alla Camera contro la riforma costituzionale del governo Berlusconi il 20 ottobre 2005.

Tra la metà del 1946 e la fine del 1947, in quest'aula, si è esaminata, predisposta ed approvata la Costituzione della Repubblica. Con l’attuale Costituzione, che vige dal 1948, l'Italia è cresciuta, nella sua democrazia anzitutto, nella sua vita civile, sociale ed economica. In quell'epoca, vi erano forti contrasti, anche in quest'aula. Nell'aprile del 1947 si era formato il primo governo attorno alla Democrazia Cristiana, con il Partito comunista e quello socialista all'opposizione. Vi erano contrasti molto forti, contrapposizioni che riguardavano la visione della società, la collocazione internazionale del nostro paese. Vi erano serie questioni di contrasto, un confronto acceso e polemiche molto forti. Eppure, maggioranza e opposizione, insieme, hanno approvato allora la Costituzione. Al banco del Governo, quando si trattava di esaminare provvedimenti ordinari o parlare di politica e di confronto tra maggioranza e opposizione, sedevano De Gasperi e i suoi ministri. Ma quando quest’aula si occupava della Costituzione, esaminandone il testo, al banco del Governo sedeva la Commissione dei 75, composta da maggioranza ed opposizione. Il Governo di allora, il Governo De Gasperi, non sedeva ai banchi del Governo, per sottolineare la distinzione tra le due dimensioni: quella del confronto tra maggioranza ed opposizione e quella che riguarda le regole della Costituzione. Questa lezione di un Governo e di una maggioranza che, pur nel forte contrasto che vi era, sapevano mantenere e dimostrare, anche con i gesti formali, la differenza che vi è tra la Costituzione e il confronto normale tra maggioranza ed opposizione, in questo momento, è del tutto dimenticata. Le istituzioni sono comuni: è questo il messaggio costante che in quell’anno e mezzo è venuto da un’Assemblea costituente attraversata – lo ripeto – da forti contrasti politici. Per quanto duro fosse questo contrasto, vi erano la convinzione e la capacità di pensare che dovessero approvare una Costituzione gli uni per gli altri, per sé e per gli altri. Questa lezione e questo esempio sono stati del tutto abbandonati.

OGGI, VOI DEL GOVERNO e della maggioranza state facendo la “vostra” Costituzione. L’avete preparata e la volete approvare voi, da soli, pensando soltanto alle vostre esigenze, alle vostre opinioni e ai rapporti interni alla vostra maggioranza. Il Governo e la maggioranza hanno cercato accordi soltanto al loro interno, nella vicenda che ha accompagnato il formarsi di questa modifica, profonda e radicale, della Costituzione. Il Governo e la maggioranza – ripeto – hanno cercato accordi al loro interno e, ogni volta che hanno modificato il testo e trovato l’accordo tra di loro, hanno blindato tale accordo. Avete sistematicamente escluso ogni disponibilità ad esaminare le proposte dell'opposizione o anche soltanto a discutere con l'opposizione. Ciò perché non volevate rischiare di modificare gli accordi al vostro interno, i vostri difficili accordi interni. Il modo di procedere di questo Governo e di questa maggioranza – lo sottolineo ancora una volta – è stato il contrario di quello seguito in quest’aula, nell’Assemblea costituente, dal Governo, dalla maggioranza e dall’opposizione di allora. Dov'è la moderazione di questa maggioranza? Non ve n'è! Dove sono i moderati? Tranne qualche sporadica eccezione, non se ne trovano, perché la moderazione è il contrario dell’atteggiamento seguito in questa vicenda decisiva, importantissima e fondamentale, dal Governo e dalla maggioranza. Siete andati avanti, con questa dissennata riforma, al contrario rispetto all’esempio della Costituente, soltanto per non far cadere il Governo (...). Ebbene, questa modifica è fatta male e lo sapete anche voi. Con questa modifica dissennata avete previsto che la gran parte delle norme di questa riforma entrino in vigore nel 2011. Altre norme ancora entreranno in vigore nel 2016, ossia tra 11 anni. Per esempio, la norma che abbassa il numero dei parlamentari entrerà in vigore tra 11 anni, nel 2016! Sapete anche voi che è fatta male, ma state barattando la Costituzione vigente del 1948 con qualche mese in più di vita per il Governo Berlusconi. Questo è l’atteggiamento che ha contrassegnato questa vicenda. Ancora una volta, in questa occasione emerge la concezione che è propria di questo Governo e di questa maggioranza, secondo la quale chi vince le elezioni possiede le istituzioni, ne è il proprietario. Questo è un errore. È una concezione profondamente sbagliata. Le istituzioni sono di tutti, di chi è al Governo e di chi è all'opposizione. La cosa grave è che, questa volta, vittima di questa vostra concezione è la nostra Costituzione.