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DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

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mercoledì 14 ottobre 2015

CRISI DI ROMA M5s: “Marino, viaggi da 44.000 euro non 27”

Gdf in Campidoglio



Ignazio Marino
“Avevamo avanzato la nostra richiesta di verifica lo scorso 11 settembre e oggi abbiamo ricevuto risposta dall’Oref, una risposta che conferma i nostri sospetti e che evidenzia evidenti criticità. Ad esempio le spese sostenute da Marino durante il suo mandato. Andiamo per punti: nella sua rendicontazione, apparsa sul sito del Comune di Roma subito dopo il blitz condotto dai consiglieri 5Stelle, Marino dichiarava di aver speso, dal 2013 ad oggi, 27 mila euro per i suoi viaggi. Nel report dell’Oref si elenca invece un totale di 44.074,92 euro”. Lo si legge nel post, pubblicato sul sito web del gruppo M5s Roma. “Nessuna voce nelle dichiarazioni delle spese effettuate da Marino riguarda invece quelle di rappresentanza del sindaco –si legge ancora – vale a dire quelle spese effettuate allo scopo di promuovere l’immagine o l’azione di Roma. Nel 2013, sempre secondo l’Oref, sono ammontate a 91.465,45 euro; nel 2014 a 142.195,41 euro (il 2015 non è contabilizzato). Per un totale, dunque, di 233.660,86 euro”. Ieri la Guardia di finanza era in Campidoglio per acquisire tutti gli scontrini delle cene e delle spese di Marino. Non è escluso poi che sulle firme ci potrà essere una perizia calligrafica.

martedì 13 ottobre 2015

Altro che fatture Il povero Pontefice molestato dai messaggini del chirurgo

Ignazio, il persecutore di Papa Bergoglio


Papa Francesco
Ci mancava pure questa. Gli hanno detto ladro, bugiardo, incapace, debole, ridicolo, inadeguato e cazzaro, ora è andata a finire che Ignazio Marino è anche uno stalker. E mica lo dice la segretaria del Comune o una hostess del Roma-Philadelphia, lo direbbe il Papa.
I fatti, secondo Dagospia, sarebbero questi: papa Bergoglio qualche mese fa, dà il suo numero di cellulare all’ex sindaco di Roma, il quale comincia a chiamare Bergoglio giorno e notte per accertarsi del suo stato di salute (con l’intenzione di diventare il suo medico personale). Il Papa si irrita e chiede al segretario di Stato Parolin di fargli cambiare numero. Parolin gli spiega che non si può perché quello è il numero che possiedono tutti i capi di Stato e amen. Questa è la ricostruzione dei fatti senza dettagli, ma grazie a fonti interne al Vaticano, sono in grado di rivelarvi come sono andate realmente le cose. Partiamo da come Marino s’è procurato il numero del Papa.
Pare che a un incontro ufficiale, l’ex sindaco abbia utilizzato la vecchia tecnica del “Santo Padre, non trovo il telefonino, mi può fare uno squillo così vedo se magari è in qualche tasca?”. Papa Bergoglio abbocca all’amo. Il telefonino, caduto misteriosamente dietro a un crocifisso d’ottone, comincia a squillare, Marino ringrazia e salva nella rubrica il numero del Santo Padre sotto il nome “Franci”.
A questo punto torna a casa e dopo cena, quando la moglie ha la palpebra calata sul divano, manda il primo messaggino al Papa che vede online su Whatsapp . “Santo padre, alla sua età ancora sveglio? Si riguardi!”. Papa Bergoglio recita venti Padre nostro per espiare la colpa di aver pensato “ma questo perché non si fa i cazzi suoi?” e si mette a dormire. La mattina dopo, il Santo Padre si sveglia, manda un buongiorno su Whatsapp al nipote in Argentina e due minuti dopo riceve un messaggio di Marino: “Santo Padre, che fa, è online e non mi risponde? Tutto bene?”. A quel punto il Santo Padre estrae da una teca un rosario da mezzo chilo dono dei seminaristi in Terra Santa e recita quarantacinque Ave Maria per aver pensato: “Ma questo perché non si fa gli stracazzi suoi?”. Marino non vedendo risposta gli manda l’emoticon con la faccina che piange. Poi quella con gli occhi a cuore. Poi ha un’illuminazione: gli invia quella con le mani giunte in preghiera.

Il Papa, mosso a compassione, gli risponde: “Sto bene, grazie”. Marino fa lo screen-shot del messaggio e lo manda a Veltroni con la scritta “Ah bello, te sarai pure amico di Clooney, ma io whatsappo con il papa”. Poi incalza: “Santo Padre, mi mandi un selfie che io dal bianco dell’occhio le dico come va la cistifellea! ”. Bergoglio, in preda a una crisi di nervi, lo blocca su Whatsapp. Due ore dopo il Papa è affacciato al balcone che recita l’Angelus e sente vibrare la veste. È Ignazio Marino che lo sta chiamando. Allora Bergoglio convoca il Segretario di Stato Parolin e gli chiede di impostare il trasferimento di chiamata sul telefono di Alemanno. Marino richiama: “Sono il sindaco Marino. Allora, come andiamo oggi?”. “Ah Marì, ma vaffanculo!”. Marino, intimamente ferito nella sua dignità, va alla Taverna degli Amici e si beve un litro di Amarone. Per quello mentirà sullo scontrino: non era lì con la moglie, era lì con lo psicoterapeuta. Nel frattempo Parolin comunica a Bergoglio che anche Putin ha provato a chiamarlo sul suo cellulare e Alemanno ha sfanculato anche lui, per cui se vuole che il presidente russo faccia abbassare i due missili nucleari puntati sulla cupola di San Pietro, è bene che torni a rispondere al suo telefono. Per qualche giorno Marino tace, papa Francesco pensa di essersi finalmente liberato del suo stalker e invece l’amara scoperta. Atterra a Philadelphia e scopre che Marino è lì. Insomma. Ora finalmente sappiamo la verità su quel famoso viaggio: Marino non è andato lì per incontrare il sindaco, ma per stalkerare il Papa. P.s. Non date il mio numero a Marino, grazie.

domenica 11 ottobre 2015

Stefano Esposito “Il Pd è unito. Ma, se serve, chiediamo anche le firme dell’opposizione”

“Se ne vada o lo sfiduceremo in aula”

Non è un delinquente, ma Ignazio deve fare chiarezza su quegli scontrini. Le primarie? Hanno già fatto troppi danni


Mi auguro vivamente che tutto questo finisca al più presto. Ma se serve ricorreremo alla mozione di sfiducia”. Il senatore del Pd Stefano Esposito, ormai ex assessore ai Trasporti del Comune di Roma, non usa sfumature. Marino pare deciso a resiste re . Voglio sperare che non sia così, saremmo alla follia politica. Auspico che lunedì arrivino le dimissioni, e che si usino i restanti venti giorni per perfezionare le delibere sui cantieri relative al Giubileo, per poi chiudere questa esperienza. E se le dimissioni non arrivassero? Sarà mozione di sfiducia? È uno strumento previsto, spero non necessario. Mi auguro che Marino rispetti gli accordi assunti giovedì pomeriggio, quando aveva detto di voler subito rassegnare le dimissioni. Lo aveva detto nell’incontro con Marco Causi e Alfonso Sabella in Campidoglio? Esattamente. La mozione rimane una possibilità. Probabilmente dovreste chiedere aiuto anche alle opposizioni per avere i 2/5 dell’assemblea previsti dalle norme. Certo, si dovrebbe chiedere anche a loro di sottoscriverla. E credo che sarebbero disponibili. Il gruppo del Pd pare spaccato. A me risulta che sia compatto, a fianco del partito. Dopodiché, se ci fosse davvero una spaccatura, vorrebbe dire che il Pd romano non ha capito cosa è successo negli ultimi due anni. Raccontano che Marino si aspetti da Renzi un riconoscimento, l’onore delle armi. Io se sbaglio mi assumo le mie responsabilità, e non cerco l’onore delle armi da parte di nessuno. E poi Marino non ne ha bisogno, non è mica un delinquente. Oggi però Orfini è stato durissimo nei confronti del sindaco, parlando di “vicende inquietanti”. Ha fatto bene a scriverlo. Marino ha commesso degli errori, questa vicenda degli scontrini è davvero inquietante. Speriamo che presto possa chiarire: io al suo posto l’avrei già fatto. Parlare di fatti inquietanti è davvero duro. Per un uomo di sinistra la trasparenza è in cima al codice etico. Come vuole che definisca una vicenda in cui le note spese vengono motivate in un certo modo, e poi i soggetti chiamati in causa smentiscono? Il governo di centrosinistra ha esponenti indagati e rinviati a giudizio. Mentre Marino non ha ricevuto neppure un avviso di garanzia. Questo rientra nella polemica politica del Fatto Quotidiano. Io rispondo delle mie azioni all’interno di una giunta. Sono stato chiamato in un’amministrazione, ma non potevo continuare a lavorare con quest’ombra sulla testa. Si dice che il sindaco minacci di svelare misfatti vari. Ci crede? Trovo questi veleni schifosi. Se uno come lui avesse mantenuto nel cassetto informazioni su pressioni indebite per così tempo, si squalificherebbe. Credo non sia vero, e che siano solo boutade giornalistiche. È vero che a Roma non farete le primarie? Io non le farei, né a Roma né nel resto d’Italia. Le primarie hanno già fatto troppi danni: serve un pausa di riflessione.

venerdì 9 ottobre 2015

L’ordine di Renzi all’alba: “Cacciatelo” Voto in primavera

Nel Pd c’è chi punta su Giachetti, ma non tramonta
l’ipotesi Alfio Marchini 
(corteggiato anche da Berlusconi)


Marino se ne deve andare. Cacciatelo”. Matteo Renzi al l’alba di ieri ha dato l’ordine. “Noi ce l’abbiamo messa tutta per aiutarlo. La nuova Giunta stava funzionando. Ma poi, le menzogne sul l’invito negli Usa, il Papa che l’ha scaricato e queste spese con la carta di credito: è una scelta politica ineludibile”. La versione ufficiale renziana, riportata dai vicinissimi del premier, suona così. Ma come, il sindaco che ha denunciato Mafia Capitale? “Quella è una roba che non c’entra niente con noi”, si difendono ancora i Renzi boys, che Marino non lo hanno mai tollerato.
“Si vota in primavera”. Sono passati sì e no cinque minuti da quando il sindaco si è dimesso “con riserva” quando Lorenzo Guerini, vice segretario dem chiarisce che la battaglia stavolta è finita per sempre. E annuncia pure che l’idea di Renzi di rimandare le elezioni all’autunno è tramontata. Ora, verrà nominato un commissario: il premier avrebbe voluto prolungarlo. Il voto fa paura, la sconfitta è data quasi per scontata e rischia di impattare negativamente su una tornata amministrativa importante (in primavera si vota anche a Torino, Bologna, Milano e Napoli). Per questo Renzi ha cercato un cavillo, una legge, che gli permettesse di spostare la data. Sono girate le ipotesi più strampalate, dalla modifica della Costituzione a fare appello a un ipotetico dissesto finanziario. Ma la legge è (ancora) legge: non si può fare. Per il commissario, circolano i nomi del prefetto Vito Rizzi, del vice capo della polizia Alessandro Marangoni e dell’ex prefetto Mario Morcone. Sarà uno di loro ad affiancare Franco Gabrielli, che ha i poteri sul Giubileo. Si tratta di individuare un candidato sindaco. Già al vaglio una serie di nomi. Il primo è il deputato Roberto Giachetti, che però non lo vuole fare assolutamente. Poi c’è Marianna Madia, ministro della Pa. Fuori dalla politica, si parla del presidente del Coni, Giovanni Malagò, che potrebbe, con tanto di Olimpiadi a Roma, mettere totalmente le mani sulla Capitale. E lo stesso Gabrielli, anche lui tiepido. Da valutare il caso Alfio Marchini, l’imprenditore che è già in campo con una lista civica. Pare che abbia già chiuso l’accordo con Berlusconi e Salvini (e anche con la Meloni), ma tra le tentazioni del segretario-premier c’è anche quella di portarlo dalla sua parte. Battuta di un renziano: “Così, il partito della Nazione si realizza a Roma”. Marchini parte favorito. E se dovesse vincere, per Renzi sarebbe un problema grave. Perché tra le considerazioni che si fanno in queste ore tra Nazareno e Palazzo Chigi c’è anche quella che, in caso vincesse un grillino, dopo un anno il Movimento mostrerebbe tutta la sua incapacità di governare, fornendo un traino al Pd per le politiche.

Il movimento, intanto, ci pensa: il candidato sarà scelto dalla Rete. Potrebbe essere Marcello De Vito, che a Roma si era già candidato. Alessandro Di Battista e Roberta Lombardi (che ieri prima è parsa candidarsi e poi s’è smentita) hanno fatto un passo indietro. Nel Pd è anche l’ora delle accuse: a metterci la faccia sul rimpasto in Giunta quest’estate era stato il commissario Pd di Roma, Matteo Orfini. A fare muro anche con Renzi rispetto all’ipotesi di cacciarlo. È stato lui alla fine a chiamare il premier e a dirgli che era d’accordo a mollarlo. Ma sono già in molti a volere la sua testa. Roma è il problema numero 1, ma non il solo: a Torino, dovrebbe ricandidarsi sindaco Fassino, che non è entusiasta. A Napoli, si punta a presentare alle primarie Bassolino, pur sapendo che va a perdere. A Milano si faranno le primarie, ma si stenta a individuare un profilo. A Bologna, la ricandidatura di Merola per Renzi sarebbe un ripiego. Ma non ha chiare le alternative. Il segretario-premier non ha uomini suoi su cui puntare. Lo stesso copione delle ultime Regionali.

giovedì 8 ottobre 2015

PALAZZO CHIGI - Il premier vorrebbe le elezioni solo nel 2017 ma Ignazio è appeso a un filo

Renzi non ne può più di lui ma attende la Procura
E ha paura del voto a Roma

Marino? È genovese. E quindi è tirchio: è attaccato ai suoi soldi, per quello ha speso quelli pubblici”. Era questa la battuta che circolava ieri in Campidoglio dopo la giunta e la decisione del sindaco di Roma di restituire tutto il denaro speso con la carta di credito del Comune di Roma. Cercando di evitare così le dimissioni. Marino vuole restare, ad andarsene non ci pensa proprio. Ma al Pd e a Palazzo Chigi basta la restituzione dei soldi per tenerlo in piedi? Evidentemente no, ma in questo momento la exit strategy non è chiara. Nonostante l’insofferenza conclamata da mesi da parte del premier, Matteo Renzi e la progressiva presa di distanza da parte del commissario del partito a Roma, Matteo Orfini. Il rimedio, per i vertici democratici, potrebbe essere peggiore del male. Ma è il deputato Pd Michele Anzaldi, in un’intervista all’Huffington post a rompere gli indugi e sparare a zero: “Roma merita questo stillicidio? E tutto questo quanto danneggia i dem nazionali?”. Due domande che potrebbero farsi in molti e non solo in Campidoglio. A breve dovrebbe arrivare la linea dai vertici nazionali del partito. Intanto le opposizioni vanno all’attacco e invocano le dimissioni. “Marino deve lasciare e Roma deve tornare al voto”, tuona Beppe Grillo. Renzi si sta interrogando in queste ore su come uscire da questa situazione. Perché il suo progetto era lasciarlo alla guida del Campidoglio almeno fino alla fine del Giubileo, possibilmente fino a scavallare la finestra elettorale di primavera e poi farlo cadere dopo. “Il Pd farà un talent per cercare un candidato alternativo”, la battuta che circolava ieri in Parlamento. Perché fino ad ora il primo cittadino è rimasto dov’è per evitare risvolti negativi sul Giubileo con il commissariamento. E poi i Dem non saprebbero con chi sostituirlo e sono convinti che perderebbero le elezioni.
Ma adesso le cose potrebbero cambiare e anche rapidamente: prima di tutto il procuratore Pignatone potrebbe incriminare il sindaco per le spese della carta di credito. A quel punto, lui sarebbe automaticamente fuori. A cercare una soluzione è Orfini, insieme al vice segretario dem, Lorenzo Guerini. Tra le voci che circolano, quella che per mandare via Marino non si parla più di un anno ma di un mese di tempo. A novembre si voterà il bilancio del Comune e, nel caso in cui non dovesse essere approvato, il Campidoglio può essere commissariato per poi tornare al voto nel 2017. Questo sarebbe uno dei possibili scenari, che il Pd sta vagliando. Nel frattempo, Renzi tace. A questo punto, con il sindaco scaricato platealmente pure da Bergoglio, basterebbe anche una sua parola. Ma fino a che Palazzo Chigi non valuta bene mosse e conseguenze ufficialmente non si parla. Il sindaco però sembra più debole di ieri.

Marino, aragoste e bugie “Restituisco i soldi delle cene”

Dichiarazioni inesatte su pranzi e viaggi.
Lui nega: “Ma pagherò 20 mila euro di tasca mia”


L’ultima dichiarazione di Ignazio Marino che non corrisponde al vero è quella firmata il 5 maggio del 2015: “Con riferimento al pagamento di euro 125,00 effettuato in data 4 maggio 2015 in favore del ristorante ‘Tre Galli’ di Torino, con la carta di credito per la carica di sindaco, dichiara sotto la propria responsabilità che detto pagamento è relativo a una cena offerta per motivi istituzionali a don Damiano Modena incontrato ad Alessandria in occasione della presentazione del suo libro. In fede. Prof. Ignazio R. Marino”. Peccato che la cena fosse a Torino e don Damiano Modena, dopo la presentazione, abbia dormito ad Alessandria. Marino, ha raccontato il prelato al Corriere della Sera ieri, andò via prima della fine dell’incontro. Al ristorante di Torino “I tre Galli” raccontano: “Marino quella sera era con 4 persone. Uno di loro prese solo un tè perché non stava bene. Gli altri hanno mangiato con lui”.


Chi ha bevuto il Gattinara Tre vigne da 37 euro? Chi ha mangiato i due piatti di agnolotti e i due sottofiletti di fassona più una selezione di formaggi per un conto di 125 euro? Mistero, buffo certo, ma mistero. Se Ignazio Marino pensava di fermare le polemiche sollevate dal M5S con la pubblicazione on line sul sito del Comune delle sue note spese, ha sbagliato strategia. Marcello De Vito, già candidato sindaco del M5S, con altri tre colleghi ieri ha depositato alla Procura di Roma un esposto di sette pagine nel quale segnala ai pm quattro episodi sospetti: la cena del 26 dicembre 2013 al Girarrosto Toscano con un conto da 260 euro pagata dai contribuenti nonostante Marino (come dichiarato dal ristoratore al Corriere della Sera e poi ritrattato e poi riaffermato al Tg4 davanti a una telecamera nascosta) fosse con la famiglia; la cena del 5 ottobre 2013 presso il Ristorante Archimede di Sant'Eustachio (104 euro) al quale avrebbe dovuto partecipare un esponente dell'ospedale San Filippo Neri e quella del 26 ottobre 2013 al Sapore di mare (150 euro) alla quale avrebbero dovuto partecipare rappresentanti della Comunità di Sant'Egidio che però ai giornali dicono di non saperne nulla. Il M5S invoca un’indagine anche sulla trasferta americana per la quale non è stata fornita ancora la documentazione. Non basta: l’avvocato del M5S, Paolo Morricone, presto tornerà in Procura a integrare l’esposto. Ogni giorno spuntano nuove cene sospette. Oltre ai Tre Galli di Torino c’è da aggiungere la Taverna degli amici, a Roma, il 27 luglio 2013, un mese dopo l’elezione. Per giustificare la spesa di 120 euro Marino dichiara “sotto la propria responsabilità che detto pagamento è relativo a una cena offerta per motivi istituzionali a un rappresentante del Who”, cioè l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Però il ristoratore ‘Maurizio’ avrebbe detto al Corriere che in realtà avrebbe bevuto un Jermann Vintage Tunina da 55 euro con la moglie. Altro che Who.


Quando c’è a tavola la pregiata cantina Jermann Marino perde i freni inibitori: il 10 agosto 2014 al Sapore di Mare ha innaffiato una cena a base di pesce per tre persone con una bottiglia di Capo Martino da 80 euro. Il 16 novembre raddoppia pagando 160 euro due bottiglie di Capo Martino. Il primo novembre del 2014 ordina un Were dreams e il 14 dicembre torna al Vintage Tunina brindando ai miliardi di debito di Roma Capitale con una bottiglia da 80 euro che accompagna 10 spaghetti all’aragosta. Una somma che, per giunta per un vino bianco, è un’enormità. C’è poi una stranezza: Marino il 25 febbraio 2015 cena all’Archimede Sant’Eustachio con quattro persone e paga alle 23 e 42 con la carta del comune ben 304 euro. Sostiene di ospitare “operatori del settore turistico”. E sia. Però non basta. Un minuto dopo striscia ancora la carta per altri 141 euro per altri tre pasti. Per ottenere il rimborso di questa seconda ricevuta sostiene si tratti di “una cena del 11 settembre 2014 offerta per motivi istituzionali a due esperti di bandi e finanziamenti europei”. Marino dichiara che alla cena avrebbe spedito all’ultimo momento l’assessora Alessandra Cattoi perché lui era impegnato. Dall’entourage del sindaco spiegano che probabilmente il conto era rimasto aperto per sette mesi.
La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per ora senza ipotesi di reato e contro ignoti. La prima mossa è l’acquisizione del regolamento comunale che disciplina l’uso della carta del sindaco. Poi bisognerà ascoltare i ristoratori che smentiscono le note spese e solo alla fine il sostituto procuratore Roberto Felici dovrebbe sentire la versione di Marino. Intanto il sindaco con un gesto a sorpresa ha annunciato che pagherà di tasca sua tutte le spese sostenute con la carta. “In questi due anni – fa sapere Marino – ho speso con la carta meno di 20 mila euro per rappresentanza e nell’interesse della città. È di questo che mi si accusa? Bene, ho deciso di regalarli tutti di tasca mia a Roma e di non avere più una carta di credito del Comune a mio nome”. Alessandro Di Battista, nella conferenza stampa del M5S non si accontenta: “È una questione morale. Marino si deve dimettere”.

giovedì 24 settembre 2015

Le spese del sindaco L’organismo di revisione dei conti del Comune chiede i documenti alla Ragioneria del Campidoglio

Cene, aerei e caffè Ignazio giramondo e il “suo” bancomat


Lui, strano ma vero, è in volo per gli Stati Uniti. È rimasto agli uffici del Campidoglio il compito di rispondere ai chiarimenti sollevati dal Movimento Cinque Stelle. La risposta, per la verità, è piuttosto netta: fare le pulci alle spese di rappresentanza del sindaco giramondo, annunciano, sarà un buco nell’acqua. Tutto è documentato, dicono dallo staff del sindaco, tutto è già pubblico sul sito di Roma Capitale, i Cinque Stelle che hanno richiesto l’accesso agli atti saranno accontentati e l’istruttoria avviata dall’Organismo di revisione economico finanziaria del Comune di Roma non è che un atto dovuto, normale conseguenza della richiesta di chiarimenti da parte di un gruppo consiliare.
EPPURE , passare una giornata da “bancomat” di Ignazio Marino è un viaggio, nel vero senso della parola. Perché è vero che le spese di rappresentanza annue del sindaco di Roma sono in linea con quelle delle altre grandi città e che a ogni uscita corrisponde una - più o meno discutibile - esigenza istituzionale. Ma è vero pure che non tutti i rimbalzi tra Philadelphia e Vienna, Londra e San Francisco finiscono chiari e tondi nei rendiconti pubblicati sul sito, specie in quelli relativi alle missioni. Per esempio, almeno stando a ll ’allegato 10 accessibile via web, della trasferta americana di settembre 2014 non c’è traccia. Non che fosse un viaggio di piacere: proprio come in questi giorni, Ignazio Marino era “vo - lato in California alla ricerca di mecenati e risorse per rifare il look ai monumenti della Capitale” (e pure per prendere esempi dalla città che ha raggiunto l’ambizioso traguardo dei “rifiuti zero”, beati loro). In quella trasferta, con la carta di credito che il Comune gli mette a disposizione per spese impreviste (che quindi non possono rispettare le lungaggini della burocrazia amministrativa) ha speso circa 700 euro in servizi di catering, altri 1.000 li ha dati a una società di eventi, altrettanti li ha spesi per noleggiare un auto alla Bay Area Limousine (ma, precisiamo, in catalogo ci sono pure berline e minivan). Aggiungi una cena e una notte al Four Season e altri 500 euro se ne sono andati. Tutto documentato, sia chiaro. Ma apparentemente fuori dal radar della trasparenza vantata dall’amministrazione capitolina. Nulla di illecito, lo ribadiamo, al netto delle valutazioni che farà l’organismo del Comune di Roma: semplicemente prendiamo atto che, al di là di quanto si possa conoscere agilmente con un clic, il portafogli del sindaco ha delle uscite meno facilmente intellegibili. Quando non è in giro per il mondo, il posto del cuore di Ignazio Marino è la terrazza di Palazzo Manfredi, favoloso albergo affacciato sul Colosseo. Il sindaco li porta tutti lì: medici trapiantologi, ambasciatori del Kuwait, magnati uzbeki. Obiettivo: convincerli che la Capitale d’Italia è il luogo giusto per fare investimenti. Per carità, la tecnica a volte funziona: Alisher Usmanov, alla fine ha staccato un assegno da 900 mila euro per restaurare una sala dei Musei capitolini e pure una fontana del Quirinale. Per ringraziarlo vuoi non invitare lui e altre 11 persone al Manfredi e spendere 3.540 euro? Sulla serie di cene romane, al momento, non risultano altrettanti successi: comunque al ristorante con vista Colosseo, Marino ci va una volta al mese e quando va male il conto è di 780 euro.
SE NON VENGONO a trovarlo, è lui che si muove. Il sindaco-ambasciatore, per dire, a giugno, appena rientrato dal “solito” viaggio a Philadelphia, si è messo su un aereo, direzione Londra per andare a incontrare l’amministratore delegato di Google Art. “L’idea è quella di arrivare a una digitalizzazione del patrimonio artistico non esposto dei musei comunali e conservato nei sotterranei”. Un drink da Imli street, a Soho, poi cena da 282 euro al tempio del giapponese, Matsuri. Al mattino, un caffè. Tre sterline e sessanta, striscia la carta.

mercoledì 23 settembre 2015

Il M5s vuole l’inchiesta sulle spese di Marino

Il sindaco di Roma con la carta di credito in un hotel ristorante di lusso al Colosseo


La richiesta, per il momento è una delle migliaia che si affollano negli uffici comunali della Capitale d’Italia: accesso agli atti, strumento base per avere notizie e chiarimenti sulla trasparenza della pubblica amministrazione. È solo che stavolta, a finire sotto la lente di ingrandimento, non è un cittadino qualunque. E nemmeno un amministratore qualunque. È il primo cittadino, Ignazio Marino. Su di lui pende la possibilità di una richiesta di istruttoria: il gruppo capitolino del Movimento Cinque Stelle è pronta a depositarla perché vuole sapere tutto delle spese che il sindaco di Roma ha sostenuto utilizzando i fondi del Campidoglio.
La notizia arriva proprio mentre il chirurgo, già provato dai complicati mesi successivi all’inchiesta su Mafia Capitale, è in partenza per Filadelfia, dove il primo cittadino di Roma incontrerà Papa Francesco. Una scelta, quella del sindaco, che ha attirato polemiche e ironie delle opposizioni: il chirurgo è da poco tornato dalle lunghe vacanze proprio negli Stati Uniti, mentre Roma rischiava il commissariamento. Per incontrare il Pontefice, sottolineano i maligni, gli sarebbe bastato attraversare il Tevere nella città che amministra, senza dover andare così lontano.
Il fatto, dicevamo, è che al ritorno a Roma il sindaco rischia di trovare una situazione ancora più pesante, l’ennesimo problema di una legislatura che è diventata peggio di una corsa a ostacoli. Quello che lo attende è una vera e propria radiografia del “suo” deposito in banca, una richiesta di verifica su tutte le movimentazioni che il primo cittadino ha effettuato sul conto corrente intestato al Comune. Quello su cui l’opposizione vuole vedere chiaro è l’uso delle risorse che il sindaco ha a disposizione per lo svolgimento del suo incarico. Il primo cittadino, infatti, ha accesso diretto ad una serie di fondi, di cui può usufruire per tutte quelle spese che non vengono coperte dalla macchina amministrativa. Da una banale cena di lavoro alla necessità di pagare uno spostamento imprevisto, da un taxi fino a un aereo da prendere al volo. Tutto quello che, in sostanza, non si è potuto preventivare sfogliando l’agenda del primo cittadino e che, soprattutto, il cerimoniale del Campidoglio non ha avuto modo di mettere in conto.

In particolare, per fare fronte ad incombenze dell’ultimo minuto, il sindaco ha nel portafogli una carta di credito direttamente collegata alla tesoreria del Campidoglio, seppur con un plafond stabilito. Marino, così come i suoi predecessori, ne ha diretto utilizzo, sia in Italia che all’estero. Nulla di illecito, sia chiaro. Spetta però al sindaco farne buon uso. È proprio su questo che i Cinque Stelle vogliono vedere chiaro, allarmati da indiscrezioni. Una, soprattutto, farebbe riferimento a una lussuosa location nel centro di Roma, un hotel con annesso ristorante con vista Colosseo che tornerebbe di frequente nelle uscite del primo cittadino. E in quell’albergo, sarebbero stati spesi sino a 1500 euro al mese.

giovedì 30 luglio 2015

Le inchieste e gli arresti non fermano Mafia Capitale

Come riporta Huffington Post, infatti, "le società del gruppo La Cascina – la coop bianca coinvolta nell'inchiesta su Mafia Capitale commissariata dal prefetto di Roma Franco Gabrielli il 6 luglio – hanno continuato a stipulare contratti di appalto con l'amministrazione capitolina guidata dal sindaco Ignazio Marino fino allo scorso 25 giugno"
  


"Dovevamo garantire i servizi essenziali". Con questa motivazione, il Campidoglio, per bocca dell'assessora alle Politiche sociali, Francesca Danese, si è difeso dalle evidenze.

Quali? Il fatto che il comune di Roma ha continuato a dare appalti alla Coop di Mafia Capitale. Come riporta Huffington Post, infatti, "le società del gruppo La Cascina – la coop bianca coinvolta nell'inchiesta su Mafia Capitale commissariata dal prefetto di Roma Franco Gabrielli il 6 luglio – hanno continuato a stipulare contratti di appalto con l'amministrazione capitolina guidata dal sindaco Ignazio Marino fino allo scorso 25 giugno. Questo, nonostante il fatto che già il 4 giugno quattro manager della cooperativa fossero finiti agli arresti nella seconda tranche dell'indagine condotta dalla procura di Roma. E nonostante il nome della cooperativa emergesse dalle carte allegate all'inchiesta su Mafia Capitale già dal dicembre 2014: in alcune intercettazioni Luca Odevaine, a giudizio dei pm uno degli uomini di riferimento di Salvatore Buzzi, parlava di tangenti a lui pagate da questa coop per entrare nell'appalto per la gestione del Cara di Mineo, in Sicilia, appalto poi finito commissariato per sospetta corruzione".