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DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

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giovedì 15 ottobre 2015

LE GRANDI MANOVRE - I sondaggi vedono il Pd tallonato dai Cinque Stelle e comincia il lavoro per modificare l’Italicum: premio alla coalizione e non al partito. Decisive le Amministrati ve

Matteo & Re Giorgio contro Grillo


Facciamo le riforme costituzionali e poi parliamo dell’Italicum. E se c’è qualcosa da cambiare ci pensiamo”. Matteo Renzi nelle ultime settimane l’ha detto a molti dei suoi interlocutori. Da Angelino Alfano a Denis Verdini. E il messaggio l’ha fatto arrivare a Paolo Romani (Forza Italia) come a Pier Luigi Bersani. La modifica da mettere in campo è quella che vogliono praticamente tutti (a parte i Cinque Stelle): ovvero assegnare il premio di maggioranza previsto dalla nuova legge elettorale, non alla lista, ma alla coalizione. Tutti hanno qualcosa da guadagnare. Ncd e Ala ci vedono una possibilità di “contare” qualcosa, Forza Italia punta sull’alleanza con la Lega per avere qualche chance di vittoria, la composita (e indecisa a tutto) sinistra Pd vuole mantenere un rapporto con Sel. L’M5s, invece, che fermamente correrà da solo, nella sua vittoria ad un eventuale ballottaggio ci crede.
E qui sta il punto. Promesse da marinaio, quelle di Renzi ad alleati e non, per portare a casa le riforme, la legge di stabilità e ogni provvedimento del suo governo? Dipende. Perché la tentazione di cambiare l’Italicum il premier ce l’ha, soprattutto guardando i sondaggi, che vedono i Cinque Stelle avvicinarsi pericolosamente. Martedì sera Bruno Vespa a Porta a porta ha fatto vedere un sondaggio di Ipr, che mostrava una crescita del 2% per il M5s, che si attesta così al 28% a soli 4 punti dal Pd, che cresce solo dello 0,5%. Decisamente inquietanti in casa democrat soprattutto i sondaggi sulle intenzioni di voto a Roma: sia secondo Ipr che secondo Tecnè, la prossima sfida per il Campidoglio la vince il M5s: al 35 o al 33%. Mentre il Pd resterebbe al 17 o 19%. Ancora una volta, in questa battaglia l’alleato più fedele per Renzi, quello pronto ad aiutarlo, legittimarlo, consigliarlo e indirizzarlo è Giorgio Napolitano. Nel suo intervento in Senato martedì l’ha detto senza mezzi termini: “Dobbiamo dare risposte nuove a situazioni stringenti e bisognerà dare attenzione a tutte le preoccupazioni espresse in queste settimane in materia di legislazione elettorale e diritti costituzionali”. Nelle intenzioni dell’ex inquilino del Colle era anche un assist a Forza Italia, un invito ad aprire il dibattito sulla legge elettorale, che però non l’ha colto. Marginalizzare i Cinque Stelle è sempre stato uno dei progetti (neanche incoffessati) di Re Giorgio. Ed ecco che a ll ’occorrenza ritorna. Ieri dalla maggioranza negavano che la modifica della legge elettorale fosse all’ordine del giorno. Meglio evitare problemi durante la discussione della manovra. Tradotto: meglio tenere ancora buoni tutti tra promesse e minacce. La strana coppia Matteo & Giorgio sulla questione discute e riflette. Anche se una data cruciale potrebbe essere quella delle amministrative di primavera: se il Movimento vince Roma e arriva bene in qualcuna delle altre città più importanti (Torino, Milano, Napoli e Bologna), Renzi si vedrà confermare l’incubo che per adesso tiene a bada: un voto alle politiche che lo vede perdere al ballottaggio. Perché già oggi il Pd del 40,8% che l’aveva spinto a insistere per un premio che scattasse a un primo partito al 40% è un ricordo. “Matteo, pensaci bene, ti conviene rischiare?”: sarà Napolitano a quel punto a convincerlo. Lo stesso Napolitano che vorrebbe vedere realizzare altre parti delle sue riforme costituzionali: come quella di accentrare tutti i poteri a Palazzo Chigi. Per la verità, un’ipotesi in questo senso c’è nel gruppo che sta intorno a Marianna Madia al ministero della Pa (il capo di gabinetto, Bernardo Mattarella e Giulio Napolitano, coordinati dal loro maestro Sabino Cassese): ma più che a una riforma dell’articolo della Costituzione in questione (il 95) si pensa a una riorganizzazione che passi per i decreti delegati alla riforma della Pa.
Per l’abrogazione dell’Italicum, intanto, domani verranno presentati due quesiti referendari, dal Coordinamento della difesa costituzionale (tra gli altri, Sandra Bonsanti e Domenico Gallo): uno per cancellare premio di maggioranza e ballottaggio, l’altro per eliminare i capilista bloccati e le candidature multiple.

mercoledì 14 ottobre 2015

Giorgio & Denis, la foto sulla tomba della Costituzione

L’abbraccio tra Napolitano e Verdini.
Il presidente emerito ordina:
“Ora cambiare la legge elettorale”


Arriva con undici minuti di ritardo. Alle 15 e 11 di questo martedì grasso del renzismo, il Carnevale delle riforme. Ha un abito grigio, il bastone nella mano destra, la borsa nella sinistra. Giorgio Napolitano non va direttamente al suo posto. Si dirige verso i banchi del Pd, per salutare il suo coetaneo novantenne Sergio Zavoli. Al colloquio assiste, in estasi sorridente nemmeno fosse il suo fidanzato spogliarellista, l’abruzzese Stefania Pezzopane. Poi, nella cerimonia barocca, ostentata, lenta dei saluti tocca a Pier Ferdinando Casini, che siede dietro al suo posto. Finalmente si accomoda, Napolitano, e si materializza un triangolo perfetto, il marchio funebre e cupo della giornata, la foto da mettere sulla tomba della Costituzione. Denis Verdini, dai banchi dell’estrema destra, lascia il suo scranno, accanto a Lucio Barani, e si precipita da Re Giorgio. Verdini si china, gli stringe la mano, inizia a parlottare e in quel momento entra nell’aula di Palazzo Madama Maria Elena Boschi, in total black da vedova nera della democrazia. Verdini, Napolitano, Boschi. Il triangolo della morte della Carta.
L’ex comunista ma eternamente togliattiano Giorgio Napolitano ha le spalle larghissime. È stato l’unico a essere eletto due volte capo dello Stato. Ha svitato e avvitato ben tre governi non eletti dal popolo (Monti, Letta, Renzi). Ha resistito nel Pci, da riformista leninista, alla tormenta immane di due invasioni sovietiche (Budapest e Praga). Figuriamoci se si scompone quando Grasso gli dà la parola e il redivivo Domenico Scilipoti, icona dei Responsabili ai tempi di Verdini berlusconiano, spunta come un folletto davanti a lui e mostra a getto continuo un foglio-cartello. Sopra c’è scritto “2011”. L’anno dello spread e delle dimissioni di Silvio Berlusconi. Scilipoti, che è un senatore di Forza Italia, realizza a modo suo lo sfogo dell’ex Cavaliere di poco prima, alla riunione dei parlamentari azzurri: “Non fatelo parlare quello lì, è un golpista. Ma vi rendete conto che a me non ricordo per quale processo hanno dato cinque anni. A uno che ha fatto un colpo di Stato quanti ne dovrebbero dare?”. “Quello lì”, alias “il golpista” è Re Giorgio. Grasso tenta di stroncare lo show di Scilipoti, che peraltro ha un doppio cognome. “Senatore Scilipoti Isgrò”. Poi solo “senatore Isgrò, senatore Isgrò, la richiamo all’ordine e irrogo la censura, la prossima sarà l’espulsione”. Napolitano è immobile. Si muove solo per chiedere uno di quei fogli a Scilipoti. Proprio così. Come souvenir. Napolitano si alza, ma il trambusto non finisce. Se ne vanno in tanti. I leghisti già sono fuori. Adesso è il turno del Movimento 5 Stelle e di Forza Italia. È un Aventino ad personam. Il presidente emerito interviene a nome del suo gruppo, che assembla un po’di sigle impronunciabili delle autonomie. Ampolloso e pignolo e autocelebrativo, comincia così: “Se nelle ultime settimane non mi avete notato al mio banco, è perché ho ritenuto più appropriato alla condizione di senatore di diritto, attribuita dalla Costituzione a chi è stato presidente della Repubblica, il non intervenire, dopo aver dato il mio contributo in Commissione, in una fase di aspro scontro politico in assemblea, su un terreno tra i più delicati”.

Re Giorgio dà fondo a tutto il suo realismo togliattiano per “pittare”, come si dice a Napoli, questo obbrobrio di riforma costituzionale. Se ne intesta la paternità; la lega ai momenti topici dei suoi due mandati al Quirinale; fa come Proust e va alla ricerca del tempo perduto, citando la Bicamerale del ’98; piazza infine il colpo a sorpresa, da capofazione o capo della maggioranza che parla a un’aula mezza vuota: “Al di là dell’approvazione del disegno di legge costituzionale in discussione, bisognerà altresì dare attenzione a tutte le preoccupazioni espresse in queste settimane in materia di legislazione elettorale e di equilibri costituzionali”. In pratica, Napolitano si fa garante con tutti, dalla minoranza dem a Ncd, finendo ai verdiniani, che l’Italicum cambierà, con il ritorno al premio di coalizione. Un altro colpo da re. Applaude anche Gaetano Quagliariello, ormai ex Ncd, che chiede una crisi di governo ed è pronto a tornare con Berlusconi.

lunedì 21 settembre 2015

Vecchi ricordi. Gli ex deputati che con Re Giorgio firmarono un ddl a tutela del testo

“Napolitano voleva blindare la Carta, temeva Berlusconi”


Era un periodo molto delicato. Il governo Berlusconi era caduto da appena due mesi, ma B. era ancora molto forte. C’era nell’aria il terrore che il Cavaliere potesse rivincere le elezioni e mettere mano alla Costituzione”. Sandra Bonsanti, giornalista ed ex deputata del Pds, ricorda il clima in cui nacque la proposta di legge 2115, presentata il 28 febbraio 1995 con Franco Bassanini come primo firmatario, per rendere più difficili le modifiche alla Carta. Innanzitutto, stabilendo la maggioranza dei due terzi per ogni revisione costituzionale. Tra i firmatari, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. E, appunto, la Bonsanti. Tra gli ex Pds si ricorda come questo timore riguardasse anche Napolitano. Tanto che tra i firmatari c’era anche il suo figlioccio politico, Umberto Ranieri, che per anni è stato il principale consigliere di Re Giorgio. L’ex capo dello Stato era molto preoccupato dalla possibile ripresa del potere da parte dell’uomo di Arcore.
Apprensione che riguardava anche Mattarella, che aveva già sperimentato sulla sua pelle la tracotanza berlusconiana, tanto da dimettersi da ministro, nel 1990, in polemica verso l’approvazione della legge Mammì sul sistema radiotelevisivo. Per non parlare dell’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro. Bonsanti osserva: “Napolitano nel corso degli anni deve aver cambiato idea, visto che oggi è tra i maggiori sponsor della riforma renziana. Purtroppo a volte anche la difesa della Costituzione si piega agli interessi momentanei e strumentali dei partiti o dei politici di turno. Per questo poi le riforme non funzionano”. Insomma, quella proposta di legge venne partorita per la grande paura che Berlusconi tornasse al potere e cambiasse la Carta a suo piacimento. Così pensava anche Franco Bassanini, ora uno dei principali consiglieri di Renzi a Palazzo Chigi dopo essere stato silurato dalla presidenza della Cassa depositi e prestiti. Chissà se la riscriverebbe oggi, quella legge, Bassanini. “Era un’iniziativa in anticipo sui tempi. Dettata anche dal fatto che, contrariamente al pensiero diffuso, la Costituzione italiana è una tra le più riformate e modificate d’Europa. Come ha ricordato anche Michele Ainis, non è affatto immobile come qualcuno ci vuol far credere”, afferma Fabio Mussi, anch’egli tra i firmatari, all’epoca dirigente del Pds e oggi membro della presidenza di Sel. “Ci si voleva mettere al riparo dal rischio che ogni maggioranza cambiasse a modo suo la Carta - continua Mussi - Alla luce di quello che sta accadendo in questi giorni, con un avventurismo politico allo stato puro, sarebbe stato utile approvarla”.

A porre la loro firma in calce, tra gli altri, c’erano anche Veltroni, Fassino, Bindi, Angius, Russo Jervolino e Dalla Chiesa. E pure l’ex socialista Valdo Spini, che ricorda: “Ogni iniziativa legislativa è figlia del periodo in cui nasce, questa si proponeva, tra le altre cose, di mettere dei contrappesi al sistema elettorale maggioritario, verso cui si stava andando”. Spini si ritiene fortunato a non sedere oggi in Parlamento: “Io sono per le riforme chiare. O il maggioritario o il proporzionale. O il sistema francese o il tedesco. Non i pastrocchi che si fanno in Italia. E sul metodo del prendere o lasciare, poi, meglio stendere un velo pietoso”.

sabato 19 settembre 2015

Mattarella e Napolitano Una proposta di legge del 1995 firmata dai futuri capi dello Stato contraddice la riforma Boschi

“La Carta non si può cambiare con maggioranze pro tempore”


Archivio di Montecitorio, Camera dei deputati. Proposta di legge di riforma costituzionale numero 2115. Con il sistema elettorale maggioritario in vigore, la Carta va schermata e protetta per annullare le eventuali derive autoritarie con una maggioranza dei due terzi. Sempre e comunque. Il preambolo:

“È opinione diffusa, se non pressoché pacifica, che l’adozione di sistemi elettorali maggioritari debba essere accompagnata da una riconsiderazione del sistema delle garanzie costituzionali. Una democrazia maggioritaria matura si fonda sulla comune e diffusa convinzione che il principio maggioritario debba dispiegarsi appieno per quanto riguarda le scelte di governo, ma trovi un limite invalicabile nel rispetto dei principi costituzionali, delle regole democratiche, dei diritti e delle libertà dei cittadini: princìpi, regole, diritti, libertà che non sono e non possono essere rimessi alle discrezionali decisioni delle maggioranze pro tempore”.


In calce, le firme di 65 parlamentari, indipendenti, ex comunisti, ex democristiani: Franco Bassanini, Leopoldo Elia, Sergio Mattarella, Giorgio Napolitano, Walter Veltroni, Antonello Soro, Rosy Bindi, Piero Fassino, Sandra Bonsanti. Era il 28 febbraio 1995. Qualcuno ha lasciato Montecitorio, non il potere. Qualcuno è rimasto fedele a se stesso, strenuamente. Qualcuno è scomparso, rimpianto. E qualcuno ha cambiato idea, totalmente. E l’ultimo esempio riguarda Napolitano. Sergio accanto a Giorgio, assieme sul frontespizio del documento della Camera. I futuri presidenti della Repubblica suggerivano una legge per salvare la Costituzione dal berlusconismo (ancora agli albori, seppur già sospeso). A Palazzo Chigi c’era Lamberto Dini, si votava con il Mattarellum (l ’autore è proprio l’attuale presidente). Oggi il renzismo ha plasmato l’Italicum (maggioritario spinto con nominati) che (mal) si combina con la riforma costituzionale che rende inutile il Senato e disintegra il bicameralismo. Maggioranza pigliatutto, minoranza ininfluente. Adesso che al governo c’è Matteo Renzi, che per approvare la sua riforma a Palazzo Madama promuove la pesca a strascico dei senatori con la regia del mozzo Denis Verdini, Napolitano non avverte pericoli. Il contrario: il senatore a vita trama per il buon esito in aula. E neanche Bassanini, che peraltro ha suggerito un lodo, appare in allarme. Non di certo Soro, già comodo da tempo all’Autorità per la privacy. Chissà Mattarella, ancora taciturno. Il testo del ‘95 aveva l’ambizione di imporre sempre la maggioranza dei due terzi degli aventi diritto al voto per approvare le modifiche costituzionali, per eleggere l’inquilino del Quirinale e avrebbe rafforzato lo strumento del referendum (di fatto, in qualsiasi caso possibile). L’atto n. 2115 ha vent’anni, ma non li dimostra: “Appare necessario e urgente sottoporre a una riconsiderazione il sistema delle garanzie costituzionali, a partire dai meccanismi di tutela della rigidità della Costituzione, e dalle norme volte a tutelare l’indipendenza e l’imparzialità degli organi di garanzia. Come è noto, questo sistema fu concepito in correlazione con la prevista adozione di un sistema elettorale proporzionale. (…) Un adeguamento delle garanzie costituzionali è una condizione essenziale perché ogni futura competizione elettorale possa svolgersi in condizioni di serenità e certezza democratica: la certezza che le regole non saranno riscritte a suo piacimento dalla maggioranza che uscirà dalle urne; che i diritti e le libertà dei vinti (e di tutti i cittadini) non saranno alla mercé della volontà dei vincitori. E una garanzia che la destra deve dare alla sinistra e che la sinistra deve dare alla destra”. Oggi, vent’anni dopo, Renzi minaccia di trasformare Palazzo Madama in un museo non ancora definito (segue smentita tattica), procede incurante dei dissenzienti interni al suo partito e fa sapere a Pietro Grasso, presidente di un Senato da tramutare in dopolavoro per i consiglieri regionali, che non può intralciare l’avanzata delle truppe. Mattarella e colleghi avevano già pensato a un antidoto, valido all’epoca per Berlusconi e magari ora per Renzi: “Proponiamo di elevare a due terzi la maggioranza costituzionalmente prescritta per approvare leggi costituzionali o di revisione della Costituzione, per riformare i regolamenti parlamentari, e per eleggere i principali organi di garanzia (presidente della Repubblica e giudici costituzionali di designazione parlamentare). Si ristabilirebbe così, nelle nuove condizioni create dalla legge elettorale maggioritaria, il principio del necessario confronto fra maggioranza e opposizione nella definizione delle regole”.