VIDEO 5 GIORNI A 5 STELLE

DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

giovedì 10 settembre 2015

Alla Camera piovono euro: sì al malloppo per i partiti

LA SANATORIA
Per la legge Letta avrebbero dovuto
prima rendere trasparenti i bilanci.
Al primo voto dopo le ferie, però, ecco il blitz del Pd 
(e di tutti gli altri tranne M5S): i controlli solo in futuro



Il verdetto arriva sotto una pioggia di banconote da 500 euro. Cala dagli spalti che sovrastano l’emiciclo di Montecitorio al grido di “vergogna, vergogna” mentre il tabellone segna 319 sì, 88 no (il M5S) e 27 astenuti (Sel). Mercoledì 9 settembre, primo vero giorno di lavori d’aula , primo disegno di legge discusso e la Camera viene incontro a larga maggioranza al lamento disperato dei tesorieri dei partiti: i vecchi bilanci sono incontrollabili, ma avranno lo stesso il rimborso elettorale, un malloppo da milioni di euro (45 sulla carta, secondo i pentastellati, ma solo 20 contabilizzati quest’anno dai partiti) da spartire in base ai voti ricevuti. L’ultimo rimasuglio, si fa per dire, del finanziamento pubblico che almeno fino al prossimo anno garantirà la sopravvivenza dei partiti. Una sanatoria, chiesta e ottenuta dai responsabili delle disastrate casse dei partiti, e contestata ferocemente dai 5Stelle. Il testo è a firma Pd, presentato dall’ex Sel (ora democrat) Sergio Boccadutri. Qualche pagina, tre articoli, e un’approvazione lampo. La palla passa ora al Senato: entro un paio di settimane la partita si chiude, altrimenti i bilanci 2015 segneranno deficit da bancarotta. Premessa: un decreto voluto dal governo Letta (e convertito quando a Palazzo Chigi sedeva Matteo Renzi) ha stabilito che a partire dal 2017 i partiti dovranno fare affidamento solo sul due per mille e sui contributi dei privarti (le “erogazioni liberali”). Fino a quel momento, però, la flebo del finanziamento pubblico resta (M5S escluso, perché vi ha rinunciato) seppure con un decalage del 50% nel 2015 (45 milioni) e del 75% nel 2016 (22 milioni).
E veniamo a quest’anno. La rata è scaduta nel luglio scorso, ma i soldi sono rimasti nei conti delle Camere perché la Commissione di garanzia, controllo e trasparenza sui bilanci - prevista dalla legge - e presieduta dal magistrato contabile Luciano Calamaro non ha potuto bollinare i rendiconti del 2013 inviati dai tesorieri. Il motivo è semplice: la mole di dati è enorme, tenuto conto che si tratta di 48 partiti, e le risorse a disposizione scarse: 5 persone, senza stipendio aggiuntivo e per di più in carica da marzo, visto che i precedenti membri si sono dimessi a ottobre 2014. Riassunto: il 30 giugno scorso la Commissione ha alzato le mani e comunicato alle presidenze di Camera e Senato che senza personale in più non se ne faceva nulla. Invano Grasso e Boldrini hanno invitato i partiti a dotare la struttura del personale tecnico necessario. Il dibattito è finito in un nulla di fatto, o meglio, si è affidato a due parlamentari - Gianni Melilla per la Camera, e Antonio De Poli per il Senato - il compito di verificare le conseguenze giuridiche di una forzatura: dare lo stesso i soldi ai partiti senza l’ok della Commissione. Il verdetto è arrivato pochi giorni dopo, durissimo: “Non è possibile - si legge nella missiva spedita ai due presidenti - anche perché i rendiconti potrebbero alla fine risultare irregolari”. Tradotto: i soldi restano bloccati.
E qui si è deciso l’accrocchio: Boccadutri presenta un testo per dotare la Commissione di altre 4 unità, ma nella distrazione generale, a luglio una sconosciuta deputata Pd siciliana, Teresa Piccione, infila un emendamento - col beneplacito del relatore - che invece è una vera e propria sanatoria. Cosa dice? Che le novità sui controlli previsti dalla nuova legge, partiranno nel 2015. Per il 2013-2014 non se ne farà nulla. Niente verifica dettagliata spesa per spesa, cioè tra entrate e uscite con le singole voci, insomma, con gli scontrini alla mano. Quello che per la commissione era il fiore all’occhiello, previsto dalla legge Letta in aggiunta al semplice controllo di regolarità dei bilanci presentati dai partiti fatto finora. Il testo approvato ieri alla Camera, invece, prevede che resti solo quest’ultimo, e che quello sui bilanci 2013 vada consegnato entro 30 giorni dall’entrata in vigore delle nuove norme. In caso di irregolarità, scattano le sanzioni (che possono andare fino a due terzi della tranche spettante). Ma con il vecchio sistema non è mai successo. Non solo, la Commissione dovrebbe fare in un mese e mezzo quello che non ha fatto in quattro. E se non ce la fa, finisce tutto in un condono. Scenario non improbabile, considerato che per settimane questori e Commissione hanno litigato perfino su dove sistemare le decine di scatoloni con i dati delle 48 sigle. D’altronde, che i partiti abbiano un bisogno disperato di quei soldi lo si vede dai bilanci 2014, per gran parte in deficit. La boccata d’ossigeno, stando alle delibere approvate dalle Camere, intanto frutterà al Pd circa 8 milioni, 1,1 a Lega e Scelta Civica, 6 a Forza Italia e 700 mila euro a Sel.

mercoledì 9 settembre 2015

Incontro Movimento 5 Stelle - Guidonia, 11 e 12 settembre 2015


Legalità e Ambiente con Di Battista, Di Maio, Ruocco, Baroni e molti altri
Ci ritroveremo venerdì 11 e sabato 12 settembre per parlare dei nostri progetti per questa città, per confrontarci con tutti quelli che vorranno dare un contributo attivo a rendere Guidonia un luogo migliore sotto il profilo ambientale, della crescita economica e dello sviluppo sostenibile">> con queste parole Sebastiano Cubeddu e Giuliano Santoboni portavoce del Movimento 5 Stelle in consiglio Comunale presenta l'evento che si terrà il prossimo week end presso il Parco Caduti di Nassiria (pinetina) .
A sostenere tutto il M5S della Città di Guidonia Montecelio ci saranno i portavoce in Parlamento e Senato Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Carla Ruocco, Massimo Enrico Baroni e Roberta Lombardi che hanno seguito direttamente anche in questi ultimi mesi di "battaglie" per far rispettare la Legalità all'interno delle istituzioni comunali (tema più che mai attuale in questi giorni) ed altri amici portavoce all'Europarlamento Fabio Massimo Castaldo e Dario Tamburrano ed in consiglio regionale Devid Porrello.
Tutto ciò in un clima di cordialità, entusiasmo e semplicità accompagnati dall'ottima musica Rock degli Alive, da un buon piatto di pasta ed una birra - continuano i portavoce comunali - Tutti protagonisti in questa iniziativa perché non è possibile più delegare a nessuno il nostro futuro! Chiediamo a tutti i nostri concittadini di alzarsi dalla sedia dove la vecchia politica vuole tenerli fermi e assopiti più a lungo possibile e diventare protagonisti del cambiamento! Un cambiamento possibile, ma oggi più che mai necessario!

Airola (M5S): "Renzi liquida l'UNAR per opportunismo politico"


La leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, ha vinto un'altra battaglia e chi aveva censurato le sue espressioni, ritenute un po' troppo forti, sulla questione dei rifugiati, sarà bandito da Palazzo Chigi. Marco De Giorgi, direttore dell'Unar, l'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, il 2 settembre scorso aveva redarguito la Meloni e l'aveva invitata in una nota formale a "trasmettere alla collettività messaggi di diverso tenore". Il risultato? Una grande polemica politica e il probabile mancato rinnovo dell'incarico per quello che ormai è noto come "il censore di Palazzo Chigi".
La vicenda - Giorgia Meloni, dopo aver ricevuto l'ammonimento, aveva scritto al presidente del Consiglio Matteo Renzi facendogli notare che le sue erano opinioni già conosciute e non offensive. "Ho solo detto che l'Italia dovrebbe dire basta all'immigrazione", aveva ribadito la leader di FdI. E il Premier aveva concordato con lei che l'opinione di un parlamentare è insindacabile. La Meloni è stata poi ricevuta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella che l'ha invitata a ritenere "un'anomalia la lettera di un ufficio del governo che richiama un parlamentare per le posizioni espresse", come riportato dal Giornale. Una considerazione sulla vicenda è arrivata anche dal presidente della Camera Laura Boldrini che ha invitato la leader di FdI a ricordare che "in una fase tanto delicata della vita politica e sociale del nostro Paese e dell'europa, a coloro che ricoprono incarichi pubblici, è richiesto il massimo senso di responsabilità nell'esercizio delle proprie funzioni".
Il monito- In favore del "censore", che ora vede il rinnovo del suo mandato sfumare, si è schierata l'Arci, associazione vicina agli anti renziani del Pd. Dall'associazione è arrivato un monito:"Non prevalgano ancora una volta gli interessi della cattiva politica".

LA STRANA INTESA
Sergio Mattarella con Giorgia Meloni:
"Un anomalia il richiamo sugli immigrati"


Ai tempi del Minculpop (il ministero della Cultura popolare al quale Benito Mussolini aveva affidato il compito di controllare e organizzare la propaganda del Fascismo) sarebbe stata una funzionaria perfetta. «La xenofobia e l’intolleranza devono essere stigmatizzate anche nel Parlamento», dice la presidente della Camera, Laura Boldrini, intervistata dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Un monito, quello della terza carica dello Stato, talmente chiaro da far capire che quanto è toccato alla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che si è vista recapitare una lettera di richiamo per i toni usati in materia d’immigrazione, potrebbe non essere stato un caso, ma l’inizio della fine della libertà d’opinione. Opinione che, al netto della vera xenofobia e intolleranza che va sempre e comunque censurata, appartiene al dibattito politico e della quale i parlamentari hanno piena titolarità.
Un’idea, quest’ultima condivisa e sottoscritta anche dal capo dello Stato che ieri ha ricevuto la Meloni. «Il presidente della Repubblica ha tenuto ad incontrarmi per ribadirmi che anche dal suo punto di vista, in qualità di garante della Costituzione, considera un’anomalia che un ufficio del governo mandi a una parlamentare eletto una missiva per richiamarlo sulle posizioni espresse», dice la presidente di Fratelli d’Italia. La parlamentare aveva chiesto di essere ricevuta da Sergio Mattarella e l’uomo del Colle, particolarmente sensibile ai temi connessi alla libertà d’espressione, ha trovato subito un “buco” nella propria agenda. «Avevo chiesto l’incontro dopo aver ricevuto una curiosa lettera di censura dalla presidenza del Consiglio (l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, ndr) per le mie proposte in tema di immigrazione. Volevo sapere dal nostro capo dello Stato se in Italia c’è ancora qualcuno che difende i valori della Carta Costituzionale e quella libertà secondo la quale tutti possono esprimere il loro pensiero. Il presidente Mattarella ha accolto la mia richiesta».
E non si tratta affatto di fatto neutro, privo di conseguenze ed effetti politici, dato che quanto arriva dal Quirinale è davvero un monito per tutti. «Ora aspetto di sapere che cosa ne pensa Renzi, che anche su questa vicenda non ha avuto il tempo di esprimere un parere». Cosa che ha fatto anche la presidente della Camera, Laura Boldrini. La quale sembra pensarla diversamente dal Colle, pur dovendo essere solo arbitro e non giocatore. «Alla Camera abbiamo varie forze politiche che considerano centrali i valori dell’accoglienza e della solidarietà», dice la presidente di Montecitorio, «ma c’è anche chi esprime apertamente la propria xenofobia, e quando qualcuno utilizza un linguaggio d’odio noi non rispondiamo sempre con la necessaria fermezza». Parole, quella della terza carica dello Stato, che innescano una dura reazione da parte della Lega. «Da presidente della Camera si permette di tacciare come xenofobo e razzista chi non la pensa come lei. Inaccettabile la censura dei deputati non allineati al pensiero unico: questa è dittatura», dice il capogruppo leghista alla Camera, Massimiliano Fedriga, che annuncia «iniziative forti». Anche i senatori di Area popolare, Maurizio Sacconi e Gaetano Quagliariello, chiedono spiegazioni al presidente del Consiglio Renzi in merito alla formale censura dell’Unar.

A PORTA A PORTA

Casamonica show La figlia: “Mio padre non era un boss”




Nel salotto di Bruno Vespa ieri è andata in scena la saga dei Casamonica. Ospite la figlia del vecchio Vittorio, i cui funerali il 20 agosto scorso hanno terremotato il Comune di Roma. “Il padrino - ha detto Vera Casamonica - è un film che a lui piaceva, come gli piaceva quella musica. Da lassù mio padre è contento perché abbiamo fatto il funerale che voleva lui. Noi siamo abituati a fare i funerali così”. La figlia del boss, poi, ha negato che il manifesto affisso sulla chiesa di don Bosco con la frase “hai conquistato Roma” e la foto in versione Papa fosse un messaggio di potenza. “Lui non era vestito da Papa, lui vestiva così, gli piaceva così”. E ancora: “Rifarei il funerale tale e quale, anche con l’aereo”. Nello studio era ospite anche il giovane nipote Vittorino per il quale “non è vero che mio nonno era un boss, era il capo della famiglia a casa sua, non a casa degli altri”.

Coldiretti, il nuovo protezionismo : Renzi e Made in Italy

IL NUOVO FRONTE - L’associazione che fu di Aldo Bonomi ha bloccato per tre giorni il Brennero: gli agricoltori in crisi invocano tutele contro mozzarelle polacche o l’olio d’oliva tunisino



Non chiamateci protezionisti”. In Coldiretti non vogliono finire rubricati alla voce “nazionalista” magari un po’ filo-leghista. Per un’organizzazione nata negli anni 50 sotto la grande ala protettiva della Dc, di cui fu un puntello straordinario, il problema non si pone. Non fa nulla se Matteo Salvini li appoggia, qui sembra piuttosto un problema di sopravvivenza. Affrontato con la difesa del Made in Italy vista come un’ancora di salvezza. E trovando in Matteo Renzi, che sarà all’assemblea dell’associazione, una sponda efficace. Il messaggio della tre giorni del Brennero, dove Coldiretti ha manifestato per chiedere la difesa della produzione italiana, è quella delle mozzarelle italiane ma prodotte in Polonia, le cagliate tedesche pronte a diventare formaggi italiani, le verdure provenienti dalla Svezia, lo yogurt della Val Gardena prodotto in Germania. #bastaschifezze, è l’hashtag lanciato su Twitter con un orgoglio che rischia di sfociare nel patriottismo come quando si condannano le sanzioni alla Russia lesive dell’export nostrano. Dell’italianità, Coldiretti ha però fatto un cavallo di battaglia e si dice soddisfatta della risposta del governo che con il ministro Maurizio Martina è corso al Brennero. “Un terzo della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari contiene materie prime straniere circa”, dice il presidente Roberto Moncalvo che da giovane voleva liberarsi delle terre di famiglie studiando ingegneria ma che la madre ha inviato proprio in un campo giovani di Coldiretti. Il problema sono i prodotti venduti in Italia ed esportati con il marchio Made in Italy, all’in - saputa dei consumatori. Sul banco degli imputati finisce il “concentrato di pomodoro cinese”, “l’olio di oliva tunisino”, “il riso vietnamita”, offerti al prezzo più basso. L’Italia, invece, ha regole severissime e questo incide sui prezzi. Il prezzo, in effetti è il vero assillo del settore che in Italia è rimasto dominato da imprese medio-piccole che, però, si trovano a confrontarsi con poche aziende grandi che ampliano la quantità di terre coltivate e lavorano su scala più ampia. Nel 2014 si è avuto un forte calo dei prezzi dei prodotti venduti (-3,6%), che ha contribuito, come si legge nel rapporto dell’Istat, “alla contrazione dei redditi agricoli”. E se, nell’insieme della Ue, c’è stato un aumento della produzione agricola del 2,9% con picchi in Francia (+5,4%) e Gran Bretagna (+7,0%), l’Italia si trova insieme a quei paesi, Danimarca, Bulgaria, Ungheria, che hanno registrato i cali produttivi. Il comparto agricolo, nota ancora l’Istat, ha registrato un calo medio annuo dello 0,5% del valore aggiunto nel decennio 2000-2010, mentre tra il 2010 e il 2014 ha presentato una “dinamica altalenante, dovuta anche agli effetti climatici”. Il settore è composto all’86% da imprese piccole con meno di 50 mila euro di fatturato, preoccupate di perdere terreno sul fronte di una globalizzazione “completa” in cui le merci viaggiano alla velocità della luce. Il Made in Italy è dunque una protezione concreta a cui affidare la sopravvivenza del settore che, non potendo comprimere i costi all’inverosimile - e sempre i dati dell’Istat certificano la forte discrepanza tra prezzi, in calo, e costi di produzione, in aumento - punta decisamente sulla “distinguibilità del prodotto”. L’Italia diventa la carta d’identità per reggere all’invasione e parole come “filiera corta” o “produzione a chilometri zero”, gli slogan riconoscibili. Li trovi ovunque, anche in quei negozietti nelle zone di vacanza in cui i presìdi Coldiretti cercano di sposarsi al consumo diretto, con i locali a base di prodotti biologici o dalla tracciabilità certa. Musica per le orecchie di Matteo Renzi che con la Coldiretti condurrà un dibattito all’Expo e che non perde giorno per sottolineare la “bellezza dell’Italia” e dei suoi prodotti. Se l’anno scorso al Brennero c’er a stato posto anche per Giorgia Meloni, quest’anno la foto opportunity” è stata solo quella con il ministro Martina.
La Coldiretti non è dunque più la grande “bonomiana” - dal fondatore Aldo Bonomi - incaricata dalla Dc di allargare le clientele e portare a casa i voti rurali. Non lo è più da tempo, naturalmente. Oggi, dicono nel sindacato contadino, “non siamo più quelli che vanno a lamentarsi, a chiedere i sussidi o gli aiuti di Stato”, la Al confine Gli agricoltori della Coldiretti al Brennero a difesa del Made in Italy contro i prodotti che arrivano dall’estero Ansa protezione passa per la difesa del mercato di qualità. E in quella qualità c’è un lato di innovazione nel cogliere le esigenze dei consumatori ma anche una residua abilità nel corazzarsi contro il mare aperto della globalizzazione. Per resistere nel tempo e presentarsi ancora oggi come “la più grande organizzazione agricola italiana ed europea”, con 1,6 milioni di associati, in gran parte pensionati, 5.668 sezioni comunali, bisogna anche saper praticare l’arte del radicamento sindacale. Coldiretti non manca di strutture collaterali: patronato, Caf, Fondi professionali (For.Agri), Enti bilaterali, Fondo di previdenza (Agrifondo) e dal 2012, Creditagri, la prima banca degli agricoltori abilitata dalla Banca d’Italia. La presiede l’autorevole professor Sabino Cassese e, guarda caso, nel Consiglio di amministrazione siede il segretario generale, Vincenzo Gesmundo. Finito sotto i riflettori dopo che l’Espresso gli aveva fatto i conti in tasca: in undici anni ha guadagnato 10 milioni di euro di cui 2 milioni nel solo 2014. Anche questo è “made in Italy”.

Borsellino, chiesta l’archiviazione per i poliziotti. I pm: “Pressing investigativo”

“Il depistaggio c’è stato, ma non abbiamo prove”


A gente del Sisde per due anni con il nome in codice “Rutilius ”, Arnaldo La Barbera è stato il “protagonista assoluto dell’intera attività di depistaggio”, ma l’“equivoca doppiezza” di Salvatore Candura e le dichiarazioni contraddittorie degli altri falsi pentiti, non consentono di portare in aula le accuse di “indottrinamento e di percosse” mosse da Vincenzo Scarantino nei confronti dei tre funzionari di polizia, Salvatore La Barbera, Mario Bo e Vincenzo Ricciardi e definite dai magistrati “impalpabili e inconsistenti”. Almeno fino al 14 febbraio 2014, data in cui il picciotto della Guadagna protagonista del più clamoroso depistaggio della storia giudiziaria ha ripreso ad accusare funzionari di polizia i cui nomi sono per ora segreti. Non saranno Bo, La Barbera e Ricciardi, autori di un “forte pressing investigativo” su cui i magistrati non si pronunciano, a salire sul banco degli imputati dell’inchiesta sui misteri del depistaggio di via D’Amelio, che resta aperta, con un colpo di scena imprevisto: “Ben più complessa – scrive la procura di Caltanissetta nelle 188 pagine della richiesta di archiviazione firmata dal procuratore Lari e dai pm Paci e Luciani - degli angusti confini” in cui la restringono le dichiarazioni di Scarantino, Candura e Andriotta (anche lui un pentito). Per i magistrati è certo che gli investigatori della Questura di Palermo, “si preparassero, ben prima del comparire sulla scena” dei tre falsi pentiti “ad una rapida definizione della vicenda il cui prodest costituisce oggetto degli sforzi investigativi che quest’ufficio sta attualmente profondendo”. La prova? La nota inviata il 13 agosto del ’92 dal centro Sisde di Palermo a quello di Roma a seguito di “contatti informali con investigatori della questura di Palermo” in cui vengono indicati i nomi degli autori del furto della 126 ed il luogo in cui sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato, un dato che i magistrati definiscono “inquietante”: “Non è dato agevolmente comprendere – scrivono i pm –come a quella data, sia pur successiva alle intercettazioni dell’utenza della Valenti, gli investigatori avessero acquisito notizie sul luogo dove la vettura rubata era stata custodita”. Un dato che non è stato chiarito da nessuno dei funzionari del servizio interrogati dai pm, e che “dà la stura ad una serie di allarmanti ipotesi”: non lo hanno chiarito nè Lorenzo Narracci, all’epoca funzionario a Palermo, né Luigi De Sena, alto dirigente del Sisde, né Andrea Ruggeri, capo centro di Palermo; quest’ultimo ha riconosciuto come sua la firma in calce alla nota (“potrebbe essere”) ma ha detto che all’epoca “non vantava all’interno delle strutture investigative territoriali una forza di penetrazione di siffatta portata”. Con la richiesta di archiviare le posizioni dei tre funzionari restano senza volto quegli investigatori dalla condotta “grave e inqualificabile” che hanno “contribuito ad allontanare la verità processuale contribuendo a costruire un castello di menzogne”. I magistrati parlano di “fonti scivolose” e impiegano gran parte delle 188 pagine per spiegare perchè Andriotta, Scarantino e Candura, autori di dichiarazioni spesso contraddittorie, confuse, illogiche non sono credibili, o, quando lo sono, confermando la “vestizione del pupo”, non si possono riferire individualmente all’uno o all’altro dei funzionari. E comunque si tratta di accuse prescritte. A mantenere oggi aperto, dopo 23 anni dalla strage, il fronte investigativo sull’azione di indottrinamento del falso pentito attraverso l’aggiustamento e la correzione di rotta “in progress” delle sue dichiarazioni, sono proprio le nuove, e recenti, rivelazioni di Scarantino “senza avere potuto contare, scrivono i pm, sul contributo di chi, con ragionevole certezza appare perfettamente a conoscenza dello svolgimento dei fatti”.

DANIMARCA - La “fredda ”accoglienza - Annunci del governo sui giornali libanesi destinati ai profughi

Cartoline da Copenaghen:“Se non sapete il danese restate a casa vostra”


Quando ieri mattina i lettori dei principali quotidiani libanesi hanno iniziato a sfogliarli, devono aver pensato di essere vittime di allucinazioni a causa del continuo flusso di informazioni sull'esodo biblico di profughi, che peraltro loro conoscono bene, avendone accolti a centinaia di migliaia in questi 4 anni di conflitto nella confinante Siria. Un'intera pagina riproduceva, con tanto di timbro e firma del ministero dell'Immigrazione e integrazione danese, Inger Støjberg, una lista di restrizioni per tutti coloro che d'ora in poi intendono chiedere asilo in Danimarca. Il neo governo di minoranza di destra danese, spinto dagli xenofobi anti immigrati del Dpp, il Partito danese del popolo - risultato secondo alle consultazioni del giugno scorso - ha comprato un maxi spazio pubblicitario per scoraggiare i quasi due milioni di siriani rifugiati in Libano dall'avventurarsi verso l'evoluta terra del nord Europa, dove lo stato sociale, il welfare e l'accoglienza dei più deboli, ha finora guidato la società come una stella polare. Ora però non è più così, non sarà più così, per chi non vi è nato. Da quanto si legge, il nuovo governo non fa differenza tra immigrati economici e profughi che fuggono dalle guerre . Il primo avvertimento della lista basata sulle recenti leggi approvate dal Parlamento segnala la riduzione del 50 per cento delle agevolazioni sociali finora garantite ai rifugiati. A scanso di equivoci, il titolare del ministero ha fatto pubblicare la lista in due lingue: inglese e arabo. E a proposito di lingue si legge: “Per ottenere un permesso di residenza permanente è richiesta la conoscenza e la comprensione della lingua danese”. Inoltre per coloro che “hanno un permesso di soggiorno temporaneo non è possibile chiedere il ricongiungimento familiare durante il primo anno”. Il partito xenofobo ritiene queste norme largamente insufficienti e cercherà di spingere, grazie ai suoi 37 parlamentari, su 179, per un ulteriore inasprimento. La restrizione su cui punta maggiormente è la sospensione del Trattato di Schengen sulla libera circolazione in Europa. Pur non facendo parte della coalizione di governo, ma grazie all'exploit elettorale, il Dpp giocherà un ruolo chiave nell'orientare l'agenda politica del governo di minoranza che sarà spesso obbligato a chiedere l'appoggio esterno ai suoi deputati. Il mese scorso, questi ultimi avevano avvertito l'esecutivo di regolare quanto prima la questione della lingua, ammonendo che gli immigrati impiegati nei fast food (la maggior parte) devono smetterla di parlare in pizza danese, il modo con cui viene definito sprezzantemente il danese parlato dagli stranieri. La pagina pubblicitaria ha sconcertato i lettori libanesi che sanno bene due cose: i profughi siriani che si sono riversati in massa oltre confine difficilmente hanno tempo di leggere i quotidiani, impegnati a cercare il modo di sbarcare il lunario e, se anche ce l'avessero, non si possono permettere di acquistare giornali perchè ogni centesimo per loro è prezioso. Chi invece, tra loro, ha tempo e soldi, significa che ha trovato una sistemazione in Libano e non ha intenzione di lasciarlo, nell'attesa di tornare , prima o poi, a casa, appena al di là della frontiera.

Il buon tedesco: “Cinquecentomila migranti l’anno”

Il vicecancelliere Gabriel (Spd): ne accoglieremo milioni Gara di solidarietà ed efficienza nei Länder



Il giorno dopo aver dichiarato che “non si può andare avanti così”, il vicecancelliere socialdemocratico Sigmar Gabriel ha ufficializzato che, per qualche anno, “la Germania può accogliere 500.000 profughi”. Annelore Kraft, vicepresidente dello stesso partito e governatrice del Nord Reno Westfalia, il Land destinato a ospitare oltre un quinto dei profughi, ha chiesto risorse per regioni e comuni, sopraffatti dall'emergenza. Kraft è andata oltre: “Siamo tutti consapevoli che quest'anno il flusso non si fermerà a quota 800.000”, cioè il quadruplo degli arrivi rispetto al 2014 stimato dal governo e rivisto al rialzo appena tre settimane fa. L’Unhcr prevede che circa 400.000 persone in fuga attraverso il Mediterraneo faranno richiesta d’asilo in Europa quest’anno (oltre 366.000 i rifugiati arrivati nel sud Europa da gennaio). Nel 2016 si potrebbe arrivare a 450.000. Gli amministratori locali fanno i conti con i bilanci e, soprattutto all'est, anche con una più evidente insofferenza. Oltre agli applausi e al sostegno concreto con i quali i tedeschi hanno accolto i treni dei richiedenti asilo arrivati nel fine settimana un po' dovunque, sono stati segnalati due nuovi roghi a strutture per l'accoglienza. Un incendio certamente doloso a Ebeleben (Turingia) dove sono bruciati simultaneamente i tetti di tre abitazioni e l'altro di origini incerte a Rottenburg (Baden-Württenberg) con cinque feriti. Il partito Alternative für Deutschland (AfD) ha chiesto la chiusura delle frontiere e la sospensione del Trattato di Schengen. Le autorità cercano di individuare soluzioni dignitose per ospitare l'ultima e imprevista ondata di arrivi – 20 mila in un solo fine settimana – durante il quale la Germania ha esibito il suo volto migliore. Migliaia di volontari si sono mobilitati per aiutare, animando un’incredibile serie di iniziative dal “basso”. Angela Merkel, praticamente un'altra donna rispetto a quella che spiegava alla giovane palestinese che “non possiamo accogliere tutti” (per parlare con la ragazza e la famiglia bisogna ora passare per un legale), si è dichiarata orgogliosa del loro atteggiamento.
Quella della Germania è una mobilitazione silenziosa, fatta di abbracci a sconosciuti, di parole di conforto, gesti familiari e di regali. La redazione del tg della Ard, prima rete pubblica federale, propone una mappa interattiva di alcune delle iniziative più insolite: dal calcio che unisce a Lörrach e a Trier all'impegno per ricongiungere i nuclei familiari di Nordholz, ai corsi di tedesco di Treuchtlingen, di Thannhausen, di Passau, di Leverkusen e di Alsdorf (visita oculistica inclusa). A Dortmund, la capacità del centro di prima accoglienza è stato portato a 1.350 posti (prima erano mille) e raddoppiata la potenzialità per il disbrigo delle pratiche di richiesta di asilo: da 300 a 600 al giorno. Landshut si è risvegliata orgogliosa del servizio del Guardian sull’ospitalità riservata ai profughi, trasformando il grande tendone per la festa della birra in un ricovero, tanto che adesso il sito internet del Comune è irraggiungibile, sopraffatto dal volume di traffico. Qualcuno offre ospitalità a casa propria, almeno per regalare qualche scampolo di normalità. Naturalmente non tutto è perfetto. Ad Amburgo un servizio ha svelato le condizioni disumane dei profughi, costretti anche a dormire sui pavimenti e nel sottoscala. E le norme ancora non prevedono che le famiglie debbano necessariamente stare unite. Il ministro delle Finanze Schäuble ha assicurato al Bundestag che la Germania saprà far fronte alla situazione. Nel bilancio preventivo erano stati inseriti appena 312 milioni, ma saliranno a 6 miliardi. Kraft ha già fatto sapere che solo la “s ua” regione spenderà quest'anno 1,7 miliardi. Per ora, là dove la politica non è ancora arrivata, è arrivata la straordinaria generosità dei tedeschi, essi stessi “sorpresi” dal proprio calore umano.

MESSINA - Peculato e corruzione: la discarica in odore di mafia di Mazzarrà manda in carcere Bucolo

L’ex sindaco è molto vicino al governatore. Ai domiciliari anche l’ex senatore di Forza Italia Piccioni

 L’amico di Crocetta finisce in cella


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Per mitigare i danni ambientali derivati dall’impatto della discarica che ha trasformato Mazzarrà Sant’Andrea nella pattumiera di mezza Sicilia, avrebbero dovuto versare alle casse del piccolo Comune messinese 12,50 euro di eco-indennizzo per ciascuna tonnellata di rifiuti. Ma gli amministratori della TirrenoAmbiente, che gestisce l’impianto già sequestrato per l’inquinamento delle falde acquifere, non hanno pagato e hanno trattenuto nei bilanci aziendali 2 milioni e 800 mila euro. Per questo motivo, ieri mattina i tre manager della società a capitale misto sono finiti agli arresti con l’accusa di peculato e corruzione insieme a Salvatore Bucolo, il sindaco dell’ex cittadina dei vivai, dove una commissione prefettizia ha appena concluso i lavori per valutare lo scioglimento del consiglio comunale a causa di infiltrazioni mafiose. Nel mirino dell’ordinanza di custodia cautelare del gip Danilo Maffa sono finiti Giuseppino Innocenti, Giuseppe Antonioli, e l’ex senatore di Fi Lorenzo Piccioni, ex componente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle ecomafie. Gli ultimi due sono ai domiciliari, mentre Innocenti è finito in carcere così come Bucolo, il primo cittadino di Mazzarrà che nel profilo di Facebook sfoggia numerose istantanee con Silvio Berlusconi e un album fotografico del Capodanno 2013 festeggiato insieme al governatore Rosario Crocetta, suo amico di vecchia data. Secondo quanto emerso dall’indagine dei finanzieri, il sindaco avrebbe intascato una tangente di 33 mila euro raggirando l'anziano parroco della chiesa di Santa Maria delle Grazie, spinto a chiedere alla TirrenoAmbiente contributi per feste patronali che lo stesso Bucolo poi provvedeva ad incassare personalmente. La discarica di Mazzarrà è ritenuta al centro del business dei rifiuti gestito da Cosa nostra messinese. Nel processo sulle ecomafie denominato “Vivaio”, poco più di un anno fa, la Corte d’assise d’appello di Messina ha condannato Sebastiano Giambò, l’ex amministratore della TirrenoAmbiente a 8 anni per concorso in mafia. E nella scorsa primavera un’altra indagine ha portato all'arresto di 22 persone, tra cui Angelo Bucolo, il fratello del sindaco, considerato il “grimaldello” della mafia per incassare il pizzo dai titolari dell’impianto. Ora l’inchiesta “Riciclo” della Guardia di Finanza, coordinata dalla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), ha scandagliato i rapporti tra la società che gestisce la discarica ed il comune di Mazzarrà. Gli investigatori si sono concentrati sulle modalità di riscossione della “tariffa per opere di mitigazione ambientale”, pagata dai Comuni conferitori dei rifiuti alla TirrenoAmbiente che avrebbe dovuto girare la somma all’ente pubblico che ospita l’impianto, in questo caso proprio l’amministrazione di Bucolo. Secondo i finanzieri, però, Piccioni, Antonioli e Innocenti avrebbero omesso di versare le somme dovute, facendo lievitare il debito fino a quasi 3 milioni di euro, di cui circa 1 milione e 500 mila oggetto di un’indebita transazione stipulata proprio con il Comune di Mazzarrà. Ma non solo. Dagli accertamenti è emerso anche che nel marzo 2007 la Tirreno ambiente avrebbe illegittimamente ridotto la tariffa dell’eco-indennizzo, quasi dimezzandola sino al novembre 2014, provocando al Comune un danno di oltre 12 milioni e mezzo di euro. Le indagini hanno portato a galla anche un giro di sponsorizzazioni ad associazioni sportive con l’obiettivo di ottenere la connivenza di soggetti che avrebbero dovuto vigilare sulla gestione della Tirreno ambiente. Tra questi il finanziamento di 750 mila euro a una società sportiva di Borgo Vercelli in Piemonte, di cui Innocenti è stato rappresentante legale. Quasi 3 milioni e 500 mila euro infine il totale delle somme sequestrate agli arrestati e ad un quinto soggetto, un altro amministratore della Tirreno ambiente, anche lui indagato per peculato e corruzione.

NAPOLI - Nel rione Sanità: “Qui i nostri figli stanno morendo”

Il corteo delle mamme contro i baby camorristi


Mamme scennit. Iamme chi tene cor’ ”. Mamme scendete, chi ha cuore venga giù con noi. La Sanità, il quartiere simbolo di Napoli, scende in piazza, e questa volta ce la fa a mettersi dietro uno striscione dove ci sono scritte due parole chiare: “No camorra”. No alle bande di baby boss, no alle “paranze dei bambini” che si sentono uomini perché hanno una calibro nove infilata nelle mutande. No a questa guerra schifosa che semina morti giovani e terrore. Qui domenica alle 4 del mattino hanno ucciso Gennaro Cesarano, detto Genny, 17 anni e qualche rogna con la giustizia. Non è il primo morto giovane di questa guerra napoletana. Non sarà l’ultimo. E allora se volete capire cosa sia il terrore, la paura che ti fotte l’anima e la vita, dovete ascoltare il racconto che ci ha fatto un uomo ieri a pochi passi dal palazzo che diede i nobili natali al Principe de Curtis, in arte Totò. “E che saranno state? Le cinque del mattino, stavamo nel basso giocando a tombola con quattro amici quando è entrato un ragazzo. Nu muccusiello (un moccioso, ndr), aveva la faccia bianca che manco un morto. Si è buttato a terra e piangeva. Hanno acciso a Genny, hanno acciso a Genny, gridava. Era tutto bagnato e per un momento abbiamo pensato che pure lui era stato colpito. Ma si era solo pisciato sotto”. Alla Sanità, 32 mila anime strette in due chilometri quadrati, campano così. Vivono col terrore addosso, i ragazzi con la maglietta attillata e la barba da hipster e le “guaglione” che a 13 anni si atteggiano già a femmine. Si sentono uomini di conseguenza, ma si pisciano nei pantaloni. Non vanno a scuola, nel quartiere non c’è un asilo nido, né istituti superiori. I più fortunati dopo le medie sono destinati ai professionali. “Le discariche sociali”, le chiamano i sociologi. Il termine è odioso, ma rende l’idea. Genny campava così, con la morte nel cuore. “Non pensare ai troppi problemi. Bruciano il cervello. Pensa che ora ci siamo, domani chi sa”, aveva scritto nel suo ultimo post su Facebook. Due colpi di pistola gli hanno sfondato il petto. Per ammazzarlo i sicari venuti con le moto da “coppa Forcella” (alme - no così sussurrano voci del rione) non hanno badato a spese. 19 colpi “sparati” da una 357 magnum e da una 9,21. Come se fosse un boss. “Ma cosa dite, cosa scrivete? Stiamo parlando di un ragazzo ucciso a 17 anni, era ancora un bambino, è una vittima di una guerra assurda. Ed è vittima innocente perché è nato qui, alla Sanità, in un quartiere dove manca tutto”. La signora che ci parla sul sagrato della Basilica di Santa Mara alla Sanità, la chiesa del Munacone, per gli abitanti del rione, è una pediatra. Vive qui, tra questa gente che si prepara alla fiaccolata. “Genny vive”, c’è scritto sulle t-shirt col volto triste del ragazzo e mai parole furono più false e illusorie. “Perché la realtà è che Genny è morto, i nostri figli muoiono”. Parla Antonio, operaio. “I miei figli frequentano l’Ipsia per il turismo, la stessa scuola del ragazzo ucciso. La sera escono e io tremo. Ora la pistola la portano ragazzi che hanno ancora il latte della mamma sulla bocca. Qui è finito tutto, neppure l’a n ti s t at o funziona, i vecchi boss o sono in galera o sono morti. Ora è il tempo delle gang”. Si preparano le fiaccole. Si parla. “Genny era innocente, vogliamo giustizia”. Chi è il nemico? “Lo Stato che non ci protegge”. Da chi? E qui la risposta fa fatica ad arrivare. “Dalla camorra e dal suo potere”, risponde padre Alex Zanotelli, il missionario comboniano che da anni ha scelto Napoli e la Sanità come luogo del suo impegno religioso e sociale. Alza la voce per farsi sentire. “I vecchi boss sono in crisi, lasciano fare. E loro, i ragazzi, si ammazzano. La droga serve alla città bene, ma è qui, nella città malamente che si combatte la guerra. A Napoli scoppierà una rivoluzione e allora nessuno potrà più sentirsi tranquillo”. Partono in duemila nel corteo con le fiaccole, le mamme e i bambini. “Questi di oggi –ci dice una donna –, questi che sparano, sono solo guappi di cartone. Una volta non era così. La camorra di prima era diversa”. I Misso secoli fa, più recentemente i Sequino e i Lo Russo, sono i vecchi boss, quelli che “garantivano l’ordine” e che “con loro non si uccidevano le creature”. Vecchie nostalgie da “sindaco del Rione sanità”. Una realtà falsa come le borse “firmate ” che vediamo sulle bancarelle. Perché “la camorra è sempre la più grande truffa umana”. Parole di Sasà Striano, oggi attore di fama, ieri anche lui baby camorrista. “È la cultura camorristica che bisogna sconfiggere. Se da questa piazza non esce un no chiaro alla camorra siamo fottuti tutti”. Giuliana Di Sarno è la presidente della III Municipalità. Una donna forte. Entra in chiesa e parla con padre Zanotelli e don Antonio Loffredo, i due parroci della Basilica. Dopo poco esce lo striscione con la scritta in rosso “No camorra”.

Ennesimo richiamo sui diritti, ma il premier ora non vuole liti con Ncd

Strasburgo bacchetta l’Italia: “Fate una legge per le nozze gay”. Maggioranza divisa



L’Europa torna a chiedere tutela per le coppie gay proprio mentre la commissione Giustizia del Senato realizza un "magro bottino" sul ddl per le Unioni civili: l'esame di 50 emendamenti, tutti respinti, a fronte dei 1.260 ancora da votare. Dopo la Corte di Giustizia europea, infatti, anche il Parlamento Ue interviene sul tema e si appella a nove Paesi, tra cui l’Italia, affinché consideri "la possibilità di offrire" alle coppie gay istituzioni giuridiche come "la coabitazione, le unioni di fatto registrate e il matrimonio". La sollecitazione, inserita nel rapporto sulla Situazione dei diritti fondamentali nella Ue approvato oggi a Strasburgo, non piace ai parlamentari del centrodestra italiano che sul ddl Cirinnà "stanno facendo ostruzionismo", come ammette anche il responsabile Giustizia di Ncd Nico D’Ascola. E viene contestata da molti cattolici anche Dem (2 i no del Pd a Strasburgo). L’Europarlamento "è libero di pensarla come vuole", commenta Maurizio Lupi di Ncd, "ma non può chiedere a uno Stato sovrano di dire sì ai matrimoni gay". Ma il Pd di Renzi, nonostante sul ddl Cirinnà affermi di non voler fare "alcun passo indietro", di fatto non tenterà alcun affondo almeno fino a quando resterà aperto il capitolo riforme. Creare frizioni ora con l’alleato di governo Ncd proprio quando sul ddl Boschi si andrà alla conta al Senato non è un rischio che il premier vuole correre. Prima si punterà a votare entro il 15 ottobre il ddl costituzionale anche in aula e solo dopo si entrerà nel vivo con le unioni civili.

Buona scuola, M5S e Regioni preparano la spallata finale

Zaia fa ricorso alla Consulta, Puglia e Lombardia approvano le mozioni dei grillini



Contro la Buona Scuola il Movimento 5 Stelle spinge verso il ricorso alla Corte costituzionale. Lo fa dopo aver incassato l’a p p r ovazione delle sue mozioni in tre consigli regionali. L’ultimo ok è arrivato ieri dal Consiglio regionale della Lombardia, amministrazione guidata dal leghista Roberto Maroni, a cui bisogna aggiungere anche la decisione del governatore del Veneto Luca Zaia: dopo l’approvazione della mozione grillina il 1° settembre, ieri il presidente ha annunciato un ricorso alla Consulta contro la riforma che danneggerebbe l’autonomia della Regione nell’ambito scolastico, materia sulla quale le Reg
ioni intervengono al fianco dello Stato: “La cosiddetta riforma sulla ‘Buona scuola’ marginalizza, anzi cancella, il ruolo della Regione, vanificandone quei compiti programmatori e di gestione che la Costituzione le ha affidato”, ha detto Zaia. Per Alessandro Di Battista “Zaia ha preso un impegno pubblico, speriamo che gli altri governatori facciano altrettanto”.

Il suo invito è rivolto in particolare a Roberto Maroni e Michele Emiliano, presidenti di Lombardia e Puglia, regioni dove la mozione è stata approvata. Tre sono i profili di incostituzionalità della legge 107/2013 su cui l’avvocatura della Regione Veneto punta nel suo ricorso: la definizione dell’offerta formativa dei percorsi di istruzione e di formazione professionale erano di competenza esclusiva delle Regioni e ora, in barba all’articolo 116 della Costituzione, passano al ministero dell’Istruzione; passano inoltre agli Uffici scolastici regionali, emanazione diretta del ministero, le decisioni sulle dimensioni della rete scolastica; infine - stando al documento preparato dall’avvocatura - molte indicazioni contenute nel testo della riforma “determinano una fitta rete di interferenze con la competenza esclusiva regionale in materia di istruzione e formazione professionale e potenzialmente attribuiscono allo Stato competenza ad adottare non solo norme di principio, ma anche disposizioni di dettaglio in materia di istruzione”. Per questi motivi la riforma sarebbe incostituzionale, ma la parola spetterà ai giudici della Consulta. Intanto c’è un’altra avvocatura regionale al lavoro. È quella della Regione Puglia, dove la mozione del Movimento 5 Stelle è stata approvata il primo agosto scorso, prima della pausa estiva, grazie anche ai voti del Partito democratico. Qui il presidente Michele Emiliano, molto critico nei confronti della riforma prima della sua approvazione in parlamento, aspetta con cautela il parere dei tecnici per decidere se fare il ricorso o no. I tempi, però, sono stretti: il termine per presentare alla Suprema Corte la pregiudiziale di incostituzionalità è fissato per il 13 settembre prossimo, motivo per il quale alcuni consigli regionali che devono tornare in piena attività - come il Piemonte e la Sicilia - forse non riusciranno nemmeno a discutere la mozione: “Se si va oltre ci sarebbe una possibilità - spiega la consigliera regionale M5S del Piemonte Francesca Frediani -, cioè quella di un intervento ad adiuvandum, a sostegno del ricorso presentato da un’al - tra regione”. Oggi, invece, il documento (che è stato bocciato in Liguria e in Friuli Venezia Giulia) dovrà essere valutato dal Consiglio regionale della Toscana, mentre a Napoli gli eletti a cinque stelle manifesteranno davanti al Centro direzionale per chiedere un ricorso diretto alla Consulta.

DOPO LA BOSCHI “Playboy ” celebra Laura Boldrini: “Una dominatrice”

da IlFattoQuotidiano

Dopo la Boschi, la Boldrini. Il mensile Playboy ha una rubrica apposita, “Quando il potere ha i tacchi a spillo”, per le donne di spicco. E così, dopo aver dedicato un ritratto al ministro delle Riforme, ecco un lungo articolo sulla presidenta della Camera Laura Boldrini. Playboy ricorda come, in un recente sondaggio pubblicato sul sito di Marie Claire , Boldrini sia risultata la preferita dei camionisti battendo rivali come Alessia Marcuzzi e Sabrina Ferilli. Dei 700 autotrasportatori, nel dettaglio, il 30 per cento la riteneva “una donna bella e intrigante, perché è da scoprire, con i suoi completi che non lasciano intravedere le fo r m e ”. P l ay b oy rincara la dose, lodando la presidente di Montecitorio perché “lei gli uomini ‘li turba’ con quella sua aria apparentemente docile, in realtà dominatrice ”. Ma come ci riesce? Sempre secondo il mensile, le sue armi sono “quella conturbante aria un po’ snob e distaccata e due occhi da cerbiatta che lasciano intendere una certa predisposizione a condurre il gioco”. Chissà cosa ne penserà la Boldrini, femminista convinta.

Il Senato dei nominati avrà facce come queste

Negli ultimi anni le Regioni hanno prodotto soprattutto scandali e arrestati


Un Senato delle Regioni. Quegli enti travolti dagli scandali più clamorosi. Eppure la riforma renziana prevede che i nuovi senatori siano proprio consiglieri regionali, 74, assieme a 21 sindaci e 5 “personalità” scelte dal Quirinale.


MAFIA E CRIMINALITÀ
Lombardia - Un ex assessore di Formigoni, Domenico Zambetti è sotto processo per voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Il suo arresto nel 2012 accelerò la caduta del Governatore (14 inquisiti tra assessori e consiglieri).
Lazio - Nel mirino dell’inchiesta Mafia Capitale, Luca Gramazio, ex consigliere regionale Pdl.
Campania - L’aggravante del metodo mafioso ha colpito il consigliere Ncd Pasquale Sommese, indagato in un’inchiesta su appalti pubblici.
Calabria - Nel 2010, la casa del boss Giuseppe Pelle di San Luca era luogo di pellegrinaggio per i candidati alle regionali. L’incontro più importante tra il capocosca della Locride e l’ex sindaco di Bagnara, Santi Zappalà, eletto consigliere regionale (Pdl) e pochi mesi dopo arrestato per aver chiesto i voti della ‘ndrangheta. Zappalà è stato condannato (non in via definitiva) a 2 anni e 8 mesi per corruzione elettorale aggravata dalle modalità mafiose. Ora è in carcere per aver pagato 400 mila euro i voti per le Regionali 2010.
Sicilia - Due dei tre ultimi governatori condannati. Salvatore Cuffaro in via definitiva a 7 anni per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio. Raffaele Lombardo in primo grado a 6 anni e 8 mesi per concorso esterno.

CORRUZIONE &C .
Lombardia - L’ex governatore Roberto Formigoni è imputato per corruzione con l’accusa di aver garantito finanziamenti milionari in cambio di “utilità”, tra cui i famosi viaggi ai Caraibi. Ne dovrà rispondere con l’ex assessore alla Sanità, ciellino, Roberto Simone. Un altro ex assessore alla Sanità, il leghista Luciano Bresciani, è indagato in un procedimento collegato (coinvolto Formigoni). L’ex assessore all’Ambiente Massimo Ponzoni (Fi) è stato condannato in primo grado a 10 anni e mezzo. Franco Nicoli Cristiani, ha patteggiato 2 anni. Emilia Romagna Vasco Errani, ex governatore Pd, si è dimesso dopo la condanna in secondo grado a un anno per falso ideologico. Nel 2015 la Cassazione annulla e rinvia in appello.
Campania - Il governatore dem Vincenzo De Luca è condannato in primo grado per abuso d’ufficio. Rischia l’arresto per concorso esterno in associazione camorristica Alberico Gambino (Fli).
Calabria - Per falso in atto pubblico e abuso d’ufficio, l’ex governatore Giuseppe Scopelliti (ex Pdl e Ncd) è condannato a 6 anni (primo grado). Dall’inchiesta, emersi artifizi contabili nella gestione del Comune di Reggio, poi sciolto per mafia.
Sicilia - Truffa da 100 milioni della formazione professionale: imputato il presidente del Ciapi, ultimo arrivato all’assemblea regionale (Pd), Francesco Riggio. Con lui un senatore e 4 deputati ed ex deputati regionali di centrodestra.

SPESE PAZZE
Piemonte - Pochi consiglieri dell’era leghista di Cota si sono salvati dall’inchiesta spese pazze: 14 hanno patteggiato, 4 sono stati condannati in abbreviato, 24 a processo.
Lombardia - Ben 56 –di tutti gli schieramenti- gli ex consiglieri (5 rieletti nel 2013) rinviati a giudizio per “spese pazze”. Tra queste banchetti di nozze e pernottamenti al meeting di Cl. I nomi più noti: Renzo Bossi e Nicole Minetti.
Emilia Romagna - 39 consiglieri dell’Emilia Romagna, legislatura 2010-2014, rischiano il processo per peculato per le cosiddette “spese pazze”.
Liguria - Indagato mezzo consiglio della passata legislatura Burlando. Dal Pd al Pdl. Soprattutto l’Idv (due vicepresidenti della Giunta arrestati). Diversi gli indagati rieletti: Edoardo Rixi, assessore e braccio destro di Giovanni Toti e Matteo Salvini. Poi Francesco Bruzzone (presidente del Consiglio, Lega) e Matteo Rosso (Fli).
Lazio - L’ex capogruppo Pdl in Regione, Franco Fiorito, è stato condannato con rito abbreviato a 3 anni e 4 mesi. Il “Batman” di Anagni era accusato di peculato per essersi appropriato di oltre un milione. Si indaga anche sulle spese del gruppo Pd.
Campania - Degli indagati con richiesta di rinvio a giudizio di Rimborsopoli sono stati rieletti Carmine Mocerino (Caldoro Presidente) e Nicola Marrazzo (Pd).
Calabria - Arrestato l’assessore regionale Nino De Gaetano. Coinvolti una trentina di ex consiglieri della precedente consiliatura tra cui il senatore dell’Ncd Giovanni Bilardi: oggi si vota l’autorizzazione all’arresto.
Sardegna - Un centinaio i consiglieri sardi finiti nella prima “rimborsopoli” d’Italia che coinvolge tutte le formazioni delle legislature 2004-2009 e 2009-2014. Tra gli indagati Francesca Barracciu (Pd, per la quale è stato chiesto il rinvio a giudizio), sottosegretaria alla Cultura.

SANITÀ E AMBIENTE
Liguria - La vecchia giunta di Claudio Burlando era stata indagata in blocco nell’inchiesta sulla centrale a carbone di Vado. Ben tre ex assessori sono oggi consiglieri regionali: Giovanni Barbagallo, Raffaella Paita e Pippo Rossetti (vice-presidente del consiglio). Indagato anche Angelo Vaccarezza (capogruppo di Forza Italia).
Puglia - Raffaele Fitto, governatore dal 2000 al 2005, deve affrontare il secondo grado del processo La Fiorita sul maxi appalto da 198 milioni per la gestione di 11 residenze sanitarie assistite. Nichi Vendola (2005-2015), è stato rinviato a giudizio con l’accusa di concussione aggravata nell’ambito del processo sull’Ilva. Con lui a giudizio, accusati di favoreggiamento, gli ex assessori regionali Nicola Fratoianni e Donato Pentassuglia.

FIRME E NON SOLO
Piemonte - Con Cota aveva tenuto banco il caso del consigliere dei “Pensionati” Michele Giovine. Dopo l’elezione di Sergio Chiamparino indagati il consigliere Pd Daniele Valle, quello di Sel Marco Grimaldi.
Lombardia - Sul leghista Roberto Maroni pende una richiesta di rinvio a giudizio per induzione indebita e turbativa. Avrebbe premuto per favorire due sue collaboratrici con un posto di lavoro e un viaggio a Tokyo a spese di Expo.
Campania - Per il chirurgo Carlo Iannace (De Luca), i pm di Avellino hanno chiesto 8 anni con l’accusa di aver spacciato interventi estetici come ricostruzioni oncologiche.

Puglia - Rinvio a giudizio per illecito finanziamento ai partiti per il capogruppo del Pd Michele Mazzarano. Condanna anche per l’ex consigliere regionale, Aurelio Gianfreda, per detenzione e condivisione di materiale pedopornografico. (hanno collaborato Andrea Giambartolomei, Mario Portanova, David Marceddu, Valeria Pacelli, Vincenzo Iurillo, Mary Tota, Lucio Musolino, Giuseppe Lo Bianco, Maddalena Brunetti)

NCD SEMPRE PIÙ RECORD

Oggi la giunta vota la richiesta d’arresto sul senatore Bilardi



Dovrà essere discussa oggi in Giunta per le Immunità del Senato, la richiesta di arresti domiciliari nei confronti di Giovanni Bilardi, il senatore di Ncd coinvolto nell’inchiesta sui fondi regionali in Calabria (con l’accusa, tra l’altro, di appropriazione indebita per 357.663 euro). Lo scorso 5 agosto la relatrice Stefania Pezzopane (Pd), dopo aver avanzato la sua proposta di dire sì alla richiesta di arresti domiciliari trasmessa dalla procura calabrese, ha accolto la domanda di approfondimento avanzata dal suo collega di partito Giorgio Pagliari e da altri esponenti del centrodestra . Nella relazione della Pezzopane, come pure nella richiesta di approfondimento di Pagliari, si punta tutto sul rischio di reiterazione del reato da parte di Bilardi (secondo il gip nella sua veste di parlamentare gode della disponibilità di ingenti fondi pubblici). Tuttavia i magistrati ne hanno chiesto la detenzione ai domiciliari anche per evitare il rischio di inquinamento delle prove. Tenendo anche conto che molti altri testimoni in Calabria devono ancora essere ascoltati.

Il M5S: “Non le rinnovano perché sono merce di scambio”. E oggi arriva Grillo

La partita delle commissioni scadute


Quei rinnovi sospesi, da mesi. Da riesumare a tempo debito: magari quando a Palazzo Madama sarà l’ora dei voti pesanti, sulla riforma renzianissima tramite cui il Senato dovrebbe suicidarsi. E qualche carica in più o in meno nelle commissioni potrà fare la differenza, convincendo oppositori vari a saltare sul carro del premier. O riportando a casa qualche alleato inquieto: per esempio dell’Ncd, spaccato tra filo renziani e nostalgici di B. Alle 17 e qualcosa di un giorno da riforme, il senatore dei Cinque Stelle Vito Petrocelli va al microfono e scandisce il promemoria per l’aula di Palazzo Madama: “Ricordo alla presidenza e ai colleghi, in particolar modo del Pd, che l’articolo 21 comma 7 del regolamento dispone che le commissioni permanenti vengano rinnovate dopo il primo biennio della legislatura”. Traduzione: i ruoli dentro le commissioni sono “scaduti ” lo scorso 7 maggio. Eppure la maggioranza aspetta. “In Senato è prassi attendere metà legislatura, cioè fine settembre” replicano dal Pd. Vero, a Palazzo Madama si è sempre usato così. Ma alla Camera, dove pure vige l’obbligo di rinnovare i ruoli dopo due anni, hanno già fatto tutto a luglio. Perché c’erano da rimuovere i presidenti di Forza Italia, ridistribuendo qualche posto ad Ncd, e bisognava riconfermare i presidenti della minoranza dem, per non allargare la faglia dissidente. In più, via tutte le cariche per i 5Stelle, contrari ad accordi (hanno conservato solo le vicepresidenze alla Giustizia e all’Agri - coltura). Da qui il dubbio: la prassi vale quando non serve ignorarla. La certezza è che in aula Petrocelli insiste: “Stiamo violando un articolo e la legittimità del funzionamento delle commissioni. Il governo può procrastinare ancora, per motivi di esigenza politica, le nomine di presidenza, vicepresidenza e segreteria, ma sarebbe opportuno invece che questa assemblea arrivasse a sollecitare, attraverso la sua funzione, Presidente, un’urgentissima convocazione delle commissioni stesse perché si proceda al rinnovo”. Ovvero, a disporre agli organi di riunirsi per le nomine dovrebbe essere l'ufficio di presidenza, cioè il presidente Pietro Grasso. E proprio Grasso risponde: “La presidenza prende atto di questo richiamo al Regolamento e se ne farà portavoce”. Parole di prassi. Petrocelli, questa volta fuori aula: “Quando abbiamo sollevato il tema nelle commissioni, ci hanno risposto che c’erano altre priorità rispetto alle nomine: di prassi non ha parlato proprio nessuno. La verità è che queste cariche sono merce di scambio per il governo. Non ho sollevato il problema per caso: questo era il giorno dell’incontro tra Renzi e la minoranza”. Obiezione: voi 5Stelle reclamate posti. “No, vogliamo conservare vicepresidenze fondamentali come quelle delle commissioni Bilancio e Giustizia per mantenere un minimo di controllo. Le indennità per questi ruoli li versiamo al fondo per le pmi”. A margine, un senatore della minoranza dem: “Il tema non siamo noi, ma l’Ncd. Qualche posto in più può servire a riprendersi qualche alleato, soprattutto in caso di rimpasto”. Intanto oggi pomeriggio in Senato riapparirà Grillo, per una conferenza stampa sul reddito di cittadinanza. Possibile che con lui ci sia anche Casaleggio.

Grasso: “Basta pressioni, io rispetto la Costituzione”

Pressing: Il segretario Pd apre su composizione e funzioni

I suoi: “A Bersani siamo disposti a dare qualsiasi cosa”
La minoranza ancora non cede



Faremo un confronto all’americana”, aveva detto Matteo Renzi lunedì sera a Porta a Porta. E di fatto è esattamente quello che lancia alla riunione con i senatori dem ieri sera. Gli serve un accrocco sull’articolo 2 della riforma costituzionale (quello che riguarda l’elettività del Senato) che permetta un accordo politico. Morbido nei toni, lontano dagli ultimatum nelle parole (“sull’elettività non ci siano barricate, né prendere o lasciare”), ha lasciato aperto il dialogo, proponendo che i responsabili delle Commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato si incontrino alla ricerca di una soluzione. Chiarendo però ancora che “l’articolo 2 non si tocca”. Nessuna apertura reale sulle richieste della minoranza del Pd (che rimane sulle sue posizioni) ma il tentativo di spaccarla, convinto che il tempo giochi a su favore. Davanti ai suoi senatori, il segretario-premier ha tirato in ballo gli interventi di Giorgio Napolitano (il suo principale alleato in questa battaglia) e ha citato tutte le proposte per il superamento del bicameralismo perfetto fatte negli ultimi anni perché la “riforma Boschi è la versione soft della posizione storica italiana” (a partire da quella di D’Alema e quella dell’Ulivo che non prevedeva l’elettività del Senato). I numeri non ci sono: oltre ai 25 “ribelli Dem”, ci sono 15 di Ncd che hanno cominciato a minacciare voto contrario. I verdiniani non sono più di 10, anche se i renziani sperano che ne arrivino altri da Forza Italia. Per ora, però, non sarebbero più di 2. Il piano A resta sempre quello di fare pressioni su Pietro Grasso, il presidente del Senato che ha il potere di ammettere gli emendamenti. Grasso ancora non s’è espresso, anche se in passato ha spiegato le sue preferenze e la sua contrarietà a un Senato trasformato in un dopo lavoro per i consiglieri regionali. È diventato l’obiettivo del governo, perché se Grasso blinda il testo, la riforma Boschi transita serena.

Altrimenti sono guai. Ieri pomeriggio, palazzo Chigi e Pd hanno fatto trapelare un messaggio: le trattative con la minoranza dipendono da Grasso. L’ex magistrato ha reagito piccato: “Ogni giorno che passa senza un confronto vero tra le parti, a tavolino e non sui giornali, è un giorno sprecato, e fra un mese comincia la sessione di bilancio. Io - ha aggiunto sul tema articolo 2 - mi potrò pronunciare solo in aula, quando avrò gli emendamenti da valutare. Invece di aspettare le decisioni, solo tecniche, del presidente o di lanciare messaggi cifrati a mezzo stampa, la politica affermi il suo primato nella ricerca di una mediazione su alcuni punti della riforma, soprattutto funzioni del Senato e sua composizione”. A quali “messaggi cifrati a mezzo stampa” si riferisce la seconda carica dello Stato? Grasso avrà letto e riletto i retroscena che l’h a nn o coinvolto in quest’ultimo mese e così è più facile comprendere la dura reazione di ieri: dal Grasso che ordisce un piano contro Renzi per conquistare palazzo Chigi al Grasso che viene convocato da Mattarella al Quirinale (smentita dal Colle), dal Grasso che deve ascoltare le indicazioni di Giorgio Napolitano al Grasso che provoca conflitti istituzionali.


Allora lo stesso Grasso fa sapere al governo: “Non mi farò condizionare dalle pressioni mediatiche: deciderò solo sulla base della Costituzione, del regolamento e dei precedenti. Confido ancora nella saggezza delle parti politiche”. Se Grasso non cede, Renzi e i suoi uomini li stanno studiando tutti, i trucchetti. Grasso potrebbe decidere di rimandare la questione alla Giunta del Regolamento. Lì i renziani non hanno la maggioranza: ma va sostituito Donato Bruno di FI (deceduto). “Potrebbe essere l’occasione per il Presidente per riequilibrare”, dicono i trattativisti. E poi, i costituzionalisti vicini al governo cominciano a far girare l’ipotesi più estrema: la fiducia solo sull’articolo 2. Come ultima ratio, possibile. Prima il premier sta mettendo in campo tutte le pressioni lecite e illecite. In realtà sul Senato ha aperto su tutto, dalla composizione alle funzioni. Se non riesce a piegare i “ribelli” con le concessioni sul testo, ci prova con le lusinghe: “A Bersani diamo tutto quello che vuole”, diceva ieri un renzianissimo. L’ex segretario rifiuta sdegnato. “Ma fino a pochi giorni fa era pronto a ragionare”, dicono. Ma non basterebbe neanche lui. In corso offerte (e minacce) sulle ricandidature. E intanto Lotti ribadisce: “Possiamo rivolgerci a tutto l’arco parlamentare”.

martedì 8 settembre 2015

Conferenza stampa sulla "Buona Scuola" tenutasi alle ore 16.00 alla Camera dei Deputati

Dopo l'approvazione della cosiddetta Buona Scuola, il MoVimento 5 Stelle non ha mai pensato di arrendersi.

Per questo abbiamo studiato, come primo strumento di contrasto, quello delle mozioni: presentate in tutti i consigli regionali nei quali sono presenti portavoce e servono a chiedere il ricorso alla Corte Costituzionale sui profili di incostituzionalità della Legge 107.

E le Regioni stanno rispondendo con convinzione! Dopo l'approvazione della nostra mozione da parte del Consiglio Regionale della Puglia il 31 luglio e da parte del Veneto il 1 settembre, oggi il voto si sta svolgendo in ben 5 regioni: Friuli Venezia Giulia (mozione bocciata), Liguria (mozione bocciata) , Lombardia (mozione approvata), Molise ed Emilia Romagna, mentre domani sarà la volta della Toscana.

Nelle altre Regioni in cui il MoVimento 5 Stelle è presente, i portavoce stanno chiedendo con insistenza la rapida calendarizzazione del provvedimento, mentre per le mozioni approvate il ricorso alla Corte Costituzionale deve essere depositato entro il termine ultimo del 13 settembre 2015.

Mafia Capitale, M5s: "Appalti di Ostia ancora in mano ai clan. Scioglime...

Campania, De Luca diceva: “Incarichi? Mai mercato politico”.

Ma sceglie i ‘trombati’ (come il senatore che salvò Berlusconi)

Il presidente di Regione in campagna elettorale aveva promesso: "Non ci sarà distribuzione di incarichi". Ma ora a beneficiare delle sue designazioni sono Giulia Abbate, non eletta del Pd, Giovanni Porcelli (ex sindaco di Mugnano e ex gestore di una partecipata poi fallita) e Bruno Cesario, uno dei Responsabili che nel 2010 passò dal centrosinistra al centrodestra insieme a Scilipoti. E ora diventato amico di De Mita


In materia di nomine e rottamazione della malapolitica, c’è qualcosa che non combacia tra i buoni propositi del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca e i fatti concreti. Ecco i dati. E le date. Il 2 marzo De Luca, fresco vincitore delle primarie Pd in Campania, si presenta come il “nuovo”: “La Regione non sarà un mercato, non ci sarà distribuzione di incarichi; nessun mercato politico”. La musica cambia qualche mese dopo quando De Luca il 31 maggio vince pure le elezioni “vere” e diventa governatore. La promessa di non promuovere trombati viene infatti mantenuta durante la formazione della giunta. Ma viene violata invece quando si passa alle nomine del sottobosco.
C’è da rifare il vertice di Soresa, la partecipata della sanità campana. De Luca propone come presidente Giovanni Porcelli e come consigliera Giulia Abbate. Il primo – Porcelli – è un candidato non eletto di Campania Libera per De Luca, la lista messa su dall’ex senatore dell’Udeur Tommaso Barbato, ex braccio destro di Clemente Mastella e decisivo per la caduta del governo Prodi nel 2008, nel voto decisivo per la fiducia a Palazzo Madama: in quell’occasione, racconta la sua storia personale, sputò al collega di partito Nuccio Cusumano, colpevole di non aver seguito le indicazioni di Mastella. Porcelli in questa lista è risultato secondo dei non eletti, raccogliendo 5300 preferenze. Ex sindaco di Mugnano, 43 anni, ha anche ricoperto diversi incarichi politici, tra cui quello di presidente della Munianum spa, la società che gestiva il mercato ittico di Mugnano. La società è poi fallita sotto il peso di un paio di milioni di debiti.
La seconda – Abbate – è una consigliera regionale uscente e non rieletta del Pd. Nel 2013 era entrata in consiglio come prima dei non eletti, dopo che Umberto Del Basso De Caro fu nominato sottosegretario nel governo Letta. Nonostante fosse capolista in un collegio di Benevento e nonostante abbia raccolto oltre 6mila preferenze, la Abbate (che di lavoro fa l’avvocato) non è stata eletta. Polemiche ad alzo zero in Forza Italia e nel centrodestra: da quale pulpito, loro nel 2010 fecero esattamente lo stesso quando Caldoro nominò a capo di Soresa il consigliere non rieletto Francesco D’Ercole.
Ma il vero capolavoro di De Luca arriva con la nomina per Bruno Cesario, l’ex Responsabile che, insieme a Domenico Scilipoti e Massimo Calearo nel dicembre 2010, uscì dal centrosinistra per regalare un altro anno di vita al crepuscolare governo Berlusconi(e ne ottenne in extremis uno strapuntino da sottosegretario). Ex Ppi, Margherita, Pd, primo dei non eletti in Forza Italia in un collegio lontano dalla Campania, il trasformista Cesario è tornato al suo primo amore per Ciriaco De Mita e poche ore prima della chiusura delle liste ha accettato l’invito del leader di Nusco a candidarsi nell’Udc alleata in extremis con il Pd e De Luca. Non ce l’ha fatta, ma De Luca lo ha recuperato con un incarico di dirigente regionale di staff.
Cesario avrà il compito di guidare la sede della Regione Campania a Roma, dove curerà i rapporti con il Parlamento, il Cipe e il sistema delle conferenze. Più o meno negli stessi giorni, De Luca ha nominato una consigliera regionale uscente e non rieletta del Pd, Angela Cortese, consulente politico per il settore scuola. La delega che Cortese assunse in due vecchie giunte provinciali napoletane. A Palazzo Santa Lucia il De Luca-dottor Jekyll, rottamatore renziano, ha lasciato il posto al De Luca-mister Hyde, cinico riciclatore. Persino degli amici dell’ex nemico De Mita