VIDEO 5 GIORNI A 5 STELLE

DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

mercoledì 9 settembre 2015

Il M5S: “Non le rinnovano perché sono merce di scambio”. E oggi arriva Grillo

La partita delle commissioni scadute


Quei rinnovi sospesi, da mesi. Da riesumare a tempo debito: magari quando a Palazzo Madama sarà l’ora dei voti pesanti, sulla riforma renzianissima tramite cui il Senato dovrebbe suicidarsi. E qualche carica in più o in meno nelle commissioni potrà fare la differenza, convincendo oppositori vari a saltare sul carro del premier. O riportando a casa qualche alleato inquieto: per esempio dell’Ncd, spaccato tra filo renziani e nostalgici di B. Alle 17 e qualcosa di un giorno da riforme, il senatore dei Cinque Stelle Vito Petrocelli va al microfono e scandisce il promemoria per l’aula di Palazzo Madama: “Ricordo alla presidenza e ai colleghi, in particolar modo del Pd, che l’articolo 21 comma 7 del regolamento dispone che le commissioni permanenti vengano rinnovate dopo il primo biennio della legislatura”. Traduzione: i ruoli dentro le commissioni sono “scaduti ” lo scorso 7 maggio. Eppure la maggioranza aspetta. “In Senato è prassi attendere metà legislatura, cioè fine settembre” replicano dal Pd. Vero, a Palazzo Madama si è sempre usato così. Ma alla Camera, dove pure vige l’obbligo di rinnovare i ruoli dopo due anni, hanno già fatto tutto a luglio. Perché c’erano da rimuovere i presidenti di Forza Italia, ridistribuendo qualche posto ad Ncd, e bisognava riconfermare i presidenti della minoranza dem, per non allargare la faglia dissidente. In più, via tutte le cariche per i 5Stelle, contrari ad accordi (hanno conservato solo le vicepresidenze alla Giustizia e all’Agri - coltura). Da qui il dubbio: la prassi vale quando non serve ignorarla. La certezza è che in aula Petrocelli insiste: “Stiamo violando un articolo e la legittimità del funzionamento delle commissioni. Il governo può procrastinare ancora, per motivi di esigenza politica, le nomine di presidenza, vicepresidenza e segreteria, ma sarebbe opportuno invece che questa assemblea arrivasse a sollecitare, attraverso la sua funzione, Presidente, un’urgentissima convocazione delle commissioni stesse perché si proceda al rinnovo”. Ovvero, a disporre agli organi di riunirsi per le nomine dovrebbe essere l'ufficio di presidenza, cioè il presidente Pietro Grasso. E proprio Grasso risponde: “La presidenza prende atto di questo richiamo al Regolamento e se ne farà portavoce”. Parole di prassi. Petrocelli, questa volta fuori aula: “Quando abbiamo sollevato il tema nelle commissioni, ci hanno risposto che c’erano altre priorità rispetto alle nomine: di prassi non ha parlato proprio nessuno. La verità è che queste cariche sono merce di scambio per il governo. Non ho sollevato il problema per caso: questo era il giorno dell’incontro tra Renzi e la minoranza”. Obiezione: voi 5Stelle reclamate posti. “No, vogliamo conservare vicepresidenze fondamentali come quelle delle commissioni Bilancio e Giustizia per mantenere un minimo di controllo. Le indennità per questi ruoli li versiamo al fondo per le pmi”. A margine, un senatore della minoranza dem: “Il tema non siamo noi, ma l’Ncd. Qualche posto in più può servire a riprendersi qualche alleato, soprattutto in caso di rimpasto”. Intanto oggi pomeriggio in Senato riapparirà Grillo, per una conferenza stampa sul reddito di cittadinanza. Possibile che con lui ci sia anche Casaleggio.

Grasso: “Basta pressioni, io rispetto la Costituzione”

Pressing: Il segretario Pd apre su composizione e funzioni

I suoi: “A Bersani siamo disposti a dare qualsiasi cosa”
La minoranza ancora non cede



Faremo un confronto all’americana”, aveva detto Matteo Renzi lunedì sera a Porta a Porta. E di fatto è esattamente quello che lancia alla riunione con i senatori dem ieri sera. Gli serve un accrocco sull’articolo 2 della riforma costituzionale (quello che riguarda l’elettività del Senato) che permetta un accordo politico. Morbido nei toni, lontano dagli ultimatum nelle parole (“sull’elettività non ci siano barricate, né prendere o lasciare”), ha lasciato aperto il dialogo, proponendo che i responsabili delle Commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato si incontrino alla ricerca di una soluzione. Chiarendo però ancora che “l’articolo 2 non si tocca”. Nessuna apertura reale sulle richieste della minoranza del Pd (che rimane sulle sue posizioni) ma il tentativo di spaccarla, convinto che il tempo giochi a su favore. Davanti ai suoi senatori, il segretario-premier ha tirato in ballo gli interventi di Giorgio Napolitano (il suo principale alleato in questa battaglia) e ha citato tutte le proposte per il superamento del bicameralismo perfetto fatte negli ultimi anni perché la “riforma Boschi è la versione soft della posizione storica italiana” (a partire da quella di D’Alema e quella dell’Ulivo che non prevedeva l’elettività del Senato). I numeri non ci sono: oltre ai 25 “ribelli Dem”, ci sono 15 di Ncd che hanno cominciato a minacciare voto contrario. I verdiniani non sono più di 10, anche se i renziani sperano che ne arrivino altri da Forza Italia. Per ora, però, non sarebbero più di 2. Il piano A resta sempre quello di fare pressioni su Pietro Grasso, il presidente del Senato che ha il potere di ammettere gli emendamenti. Grasso ancora non s’è espresso, anche se in passato ha spiegato le sue preferenze e la sua contrarietà a un Senato trasformato in un dopo lavoro per i consiglieri regionali. È diventato l’obiettivo del governo, perché se Grasso blinda il testo, la riforma Boschi transita serena.

Altrimenti sono guai. Ieri pomeriggio, palazzo Chigi e Pd hanno fatto trapelare un messaggio: le trattative con la minoranza dipendono da Grasso. L’ex magistrato ha reagito piccato: “Ogni giorno che passa senza un confronto vero tra le parti, a tavolino e non sui giornali, è un giorno sprecato, e fra un mese comincia la sessione di bilancio. Io - ha aggiunto sul tema articolo 2 - mi potrò pronunciare solo in aula, quando avrò gli emendamenti da valutare. Invece di aspettare le decisioni, solo tecniche, del presidente o di lanciare messaggi cifrati a mezzo stampa, la politica affermi il suo primato nella ricerca di una mediazione su alcuni punti della riforma, soprattutto funzioni del Senato e sua composizione”. A quali “messaggi cifrati a mezzo stampa” si riferisce la seconda carica dello Stato? Grasso avrà letto e riletto i retroscena che l’h a nn o coinvolto in quest’ultimo mese e così è più facile comprendere la dura reazione di ieri: dal Grasso che ordisce un piano contro Renzi per conquistare palazzo Chigi al Grasso che viene convocato da Mattarella al Quirinale (smentita dal Colle), dal Grasso che deve ascoltare le indicazioni di Giorgio Napolitano al Grasso che provoca conflitti istituzionali.


Allora lo stesso Grasso fa sapere al governo: “Non mi farò condizionare dalle pressioni mediatiche: deciderò solo sulla base della Costituzione, del regolamento e dei precedenti. Confido ancora nella saggezza delle parti politiche”. Se Grasso non cede, Renzi e i suoi uomini li stanno studiando tutti, i trucchetti. Grasso potrebbe decidere di rimandare la questione alla Giunta del Regolamento. Lì i renziani non hanno la maggioranza: ma va sostituito Donato Bruno di FI (deceduto). “Potrebbe essere l’occasione per il Presidente per riequilibrare”, dicono i trattativisti. E poi, i costituzionalisti vicini al governo cominciano a far girare l’ipotesi più estrema: la fiducia solo sull’articolo 2. Come ultima ratio, possibile. Prima il premier sta mettendo in campo tutte le pressioni lecite e illecite. In realtà sul Senato ha aperto su tutto, dalla composizione alle funzioni. Se non riesce a piegare i “ribelli” con le concessioni sul testo, ci prova con le lusinghe: “A Bersani diamo tutto quello che vuole”, diceva ieri un renzianissimo. L’ex segretario rifiuta sdegnato. “Ma fino a pochi giorni fa era pronto a ragionare”, dicono. Ma non basterebbe neanche lui. In corso offerte (e minacce) sulle ricandidature. E intanto Lotti ribadisce: “Possiamo rivolgerci a tutto l’arco parlamentare”.

martedì 8 settembre 2015

Conferenza stampa sulla "Buona Scuola" tenutasi alle ore 16.00 alla Camera dei Deputati

Dopo l'approvazione della cosiddetta Buona Scuola, il MoVimento 5 Stelle non ha mai pensato di arrendersi.

Per questo abbiamo studiato, come primo strumento di contrasto, quello delle mozioni: presentate in tutti i consigli regionali nei quali sono presenti portavoce e servono a chiedere il ricorso alla Corte Costituzionale sui profili di incostituzionalità della Legge 107.

E le Regioni stanno rispondendo con convinzione! Dopo l'approvazione della nostra mozione da parte del Consiglio Regionale della Puglia il 31 luglio e da parte del Veneto il 1 settembre, oggi il voto si sta svolgendo in ben 5 regioni: Friuli Venezia Giulia (mozione bocciata), Liguria (mozione bocciata) , Lombardia (mozione approvata), Molise ed Emilia Romagna, mentre domani sarà la volta della Toscana.

Nelle altre Regioni in cui il MoVimento 5 Stelle è presente, i portavoce stanno chiedendo con insistenza la rapida calendarizzazione del provvedimento, mentre per le mozioni approvate il ricorso alla Corte Costituzionale deve essere depositato entro il termine ultimo del 13 settembre 2015.

Mafia Capitale, M5s: "Appalti di Ostia ancora in mano ai clan. Scioglime...

Campania, De Luca diceva: “Incarichi? Mai mercato politico”.

Ma sceglie i ‘trombati’ (come il senatore che salvò Berlusconi)

Il presidente di Regione in campagna elettorale aveva promesso: "Non ci sarà distribuzione di incarichi". Ma ora a beneficiare delle sue designazioni sono Giulia Abbate, non eletta del Pd, Giovanni Porcelli (ex sindaco di Mugnano e ex gestore di una partecipata poi fallita) e Bruno Cesario, uno dei Responsabili che nel 2010 passò dal centrosinistra al centrodestra insieme a Scilipoti. E ora diventato amico di De Mita


In materia di nomine e rottamazione della malapolitica, c’è qualcosa che non combacia tra i buoni propositi del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca e i fatti concreti. Ecco i dati. E le date. Il 2 marzo De Luca, fresco vincitore delle primarie Pd in Campania, si presenta come il “nuovo”: “La Regione non sarà un mercato, non ci sarà distribuzione di incarichi; nessun mercato politico”. La musica cambia qualche mese dopo quando De Luca il 31 maggio vince pure le elezioni “vere” e diventa governatore. La promessa di non promuovere trombati viene infatti mantenuta durante la formazione della giunta. Ma viene violata invece quando si passa alle nomine del sottobosco.
C’è da rifare il vertice di Soresa, la partecipata della sanità campana. De Luca propone come presidente Giovanni Porcelli e come consigliera Giulia Abbate. Il primo – Porcelli – è un candidato non eletto di Campania Libera per De Luca, la lista messa su dall’ex senatore dell’Udeur Tommaso Barbato, ex braccio destro di Clemente Mastella e decisivo per la caduta del governo Prodi nel 2008, nel voto decisivo per la fiducia a Palazzo Madama: in quell’occasione, racconta la sua storia personale, sputò al collega di partito Nuccio Cusumano, colpevole di non aver seguito le indicazioni di Mastella. Porcelli in questa lista è risultato secondo dei non eletti, raccogliendo 5300 preferenze. Ex sindaco di Mugnano, 43 anni, ha anche ricoperto diversi incarichi politici, tra cui quello di presidente della Munianum spa, la società che gestiva il mercato ittico di Mugnano. La società è poi fallita sotto il peso di un paio di milioni di debiti.
La seconda – Abbate – è una consigliera regionale uscente e non rieletta del Pd. Nel 2013 era entrata in consiglio come prima dei non eletti, dopo che Umberto Del Basso De Caro fu nominato sottosegretario nel governo Letta. Nonostante fosse capolista in un collegio di Benevento e nonostante abbia raccolto oltre 6mila preferenze, la Abbate (che di lavoro fa l’avvocato) non è stata eletta. Polemiche ad alzo zero in Forza Italia e nel centrodestra: da quale pulpito, loro nel 2010 fecero esattamente lo stesso quando Caldoro nominò a capo di Soresa il consigliere non rieletto Francesco D’Ercole.
Ma il vero capolavoro di De Luca arriva con la nomina per Bruno Cesario, l’ex Responsabile che, insieme a Domenico Scilipoti e Massimo Calearo nel dicembre 2010, uscì dal centrosinistra per regalare un altro anno di vita al crepuscolare governo Berlusconi(e ne ottenne in extremis uno strapuntino da sottosegretario). Ex Ppi, Margherita, Pd, primo dei non eletti in Forza Italia in un collegio lontano dalla Campania, il trasformista Cesario è tornato al suo primo amore per Ciriaco De Mita e poche ore prima della chiusura delle liste ha accettato l’invito del leader di Nusco a candidarsi nell’Udc alleata in extremis con il Pd e De Luca. Non ce l’ha fatta, ma De Luca lo ha recuperato con un incarico di dirigente regionale di staff.
Cesario avrà il compito di guidare la sede della Regione Campania a Roma, dove curerà i rapporti con il Parlamento, il Cipe e il sistema delle conferenze. Più o meno negli stessi giorni, De Luca ha nominato una consigliera regionale uscente e non rieletta del Pd, Angela Cortese, consulente politico per il settore scuola. La delega che Cortese assunse in due vecchie giunte provinciali napoletane. A Palazzo Santa Lucia il De Luca-dottor Jekyll, rottamatore renziano, ha lasciato il posto al De Luca-mister Hyde, cinico riciclatore. Persino degli amici dell’ex nemico De Mita

Denuncia i veleni, la Regione lo caccia

Vercelli - Sostituito il dirigente Arpa che ha reso noto
l’aumento dei tumori vicino all’inceneritore


Per l’Arpa Piemonte è una riorganizzazione. Una riorganizzazione che, finora, ha coinvolto soltanto un dirigente “scomodo”. Lui è Giancarlo Cuttica, 62 anni dei quali gli ultimi cinque passati al dipartimento dell’Arpa a Vercelli, terra di risaie avvelenata da pesticidi, inceneritori, scarti industriali e scorie nucleari (qui si trova il 93 per cento dei rifiuti atomici nazionali).
Un mese fa è stato allontanamento dall’incarico e da allora associazioni ambientaliste e politici locali si sono mossi in sua difesa perché, sostengono molti, Cuttica ha un pregio: “È uno dei pochi dirigenti che ha puntato il dito contro alcune aziende e ha fatto il suo lavoro - riassume Dario Roasio di Società Futura -. I poteri industriali di questa zona devono aver tirato un sospiro di sollievo dopo la fine del suo incarico”. Le sezioni vercellesi di Legambiente e Pro Natura hanno espresso apprezzamento per il suo lavoro: “Non è stato solo un direttore corretto, trasparente e oggettivo, ma ci è sembrato uno che non esita ad affrontare argomenti scomodi”. Il sindaco Pd Maura Forte ha espresso rammarico, mentre per il M5S la sua rimozione è una “preoccupante coincidenza”, sottolineata anche da altre persone: la decisione è arrivata dopo la pubblicazione - avvenuta il 30 giugno scorso - di uno studio sui rischi provocati dall’inceneritore del la Veolia a Vercelli, un impianto che ha terminato il suo funzionamento un anno fa. Dall’analisi dei dati sulla mortalità e sulle malattie dal 1997 al 2012, è emerso che a Vercelli e nella vicina Asigliano i rischi di ammalarsi di tumore aumentano del 60 per cento rispetto alle zone “non esposte” ai fumi del termovalorizzatore, una percentuale che sale al 180 per cento se si parla di tumore al polmone e al 400 per cento se si parla di tumore del colon-retto. La diffusione dei dati non è piaciuta a tutti, ad esempio all’assessore piemontese alla Sanità, Antonio Saitta, che il 9 luglio ha convocato il direttore regionale dell’Arpa Angelo Robotto per avere spiegazioni. Dopo quasi un mese Cuttica ha perso l’incarico. L’incerenitore non è stato l’unico tema affrontato di petto dal direttore del dipartimento vercellese. C’è l’inquinamento da diossina provocato dalla Sacal a Carisio, azienda che lavora alluminio; c’era la Teksid a Crescentino, acciaieria legata al gruppo Fiat in cui si erano verificati problemi ambientali e di lavoro, dove ora c’è l’impianto di bioetanolo della Ibp, “non così sicuro dal punto di vista ambientale”, sostiene Godio di Legambiente. Tutti impianti fatti monitorare attentamente da Cuttica. Dall'Arpa Piemonte smentiscono che si tratti di una manovra contro Cuttica. Il direttore regionale dell'Arpa Angelo Robotto spiega che non c’è nessun legame tra il rapporto sull'inceneritore e la fine dell'incarico: “Una cosa non c'entra nulla con l'altra”, dice. Piuttosto, precisa, “si tratta di una legge del 2015 secondo la quale il direttore generale dell’Arpa deve riorganizzare i dipartimenti territoriali passando da otto a quattro. Abbiamo accorpato quelli delle province del Piemonte orientale". Inoltre, afferma, “il mandato di Cuttica era scaduto alla fine del 2014 e prorogato fino al 5 agosto. Ora lui potrà chiedere di passare a un altro incarico”.

Il sindaco De Magistris Secondo l’ex magistrato in città “non esiste un’emergenza sicurezza”

“Serve più polizia e Renzi taglia le risorse”


A Napoli non c’è un’emergenza sicurezza, ma queste bande vanno fermate, innanzitutto con più agenti sulle strade. Il Pd, invece di speculare contro di me, dovrebbe ricordarsi che è Renzi a tagliare risorse alle forze dell’ordine”. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris è sotto pressione. La scia di omicidi e agguati ha scatenato le critiche della destra locale, ma anche quelle dei dem. E la Napoli violenta è tornata sulla stampa nazionale, a meno di un anno delle prossime amministrative.

Sindaco, perché questo sangue? La camorra ha rialzato la testa?
In questi anni i clan hanno subito duri colpi: magistratura e forze dell’ordine li hanno disarticolati. Ora abbiamo bande di giovani e giovanissimi che si contendono lo spaccio di droga e il controllo del territorio. Circolano anche in pieno giorno sulle moto, con le armi in pugno, per dimostrare che comandano loro. Imitano i boss alla Gomorra . Ma il loro stile non è certo quello della camorra classica: le mafie non vogliono il clamore nelle strade.
 Come si fermano?
Innanzitutto, con più agenti e carabinieri nelle strade, per posti di blocco e pattugliamenti. E poi serve un lavoro sociale e pedagogico: molti di questi ragazzi sono minorenni.
Lei si è lamentato per i tagli alla sicurezza. Il ministro dell’Interno Alfano le ha risposto annunciando l’invio a Napoli di altri 50 tra polizia e carabinieri. E’ soddisfatto?
È una prima risposta che giudico positiva. Anche perché riconosce la bontà del lavoro fatto in questi anni assieme al prefetto e alle forze dell’ordine. Ma serve anche altro.
Ossia?
La polizia municipale è sotto organico. Servirebbero almeno altri cento agenti, come deterrente alla microcriminalità, e per liberare agenti e carabinieri su altre zone. Noi abbiamo i soldi per assumerli, ma sono bloccati dai vincoli per il patto di stabilità.
Le opposizioni, dalla destra al Pd, le rimproverano di aver spesso rivendicato il calo dei reati in città.
Potrei rispondere che la prevenzione e la repressione della criminalità non rientrano nei poteri di un sindaco. E che il calo dei reati, dal 2013 ad oggi, è certificato dal Viminale. Dopodiché ai pezzi del Pd che mi attaccano, ricordo che al governo del Paese ci sono loro. Perché non ci aiutano ad allentare i vincoli per la stabilità per ottenere più sicurezza?
Un sindaco ha comunque una responsabilità politica.
E infatti da tempo chiedo più risorse per l’ordine pubblico a Napoli, e in primavera avevo già ottenuto l’invio di altri agenti. Ma una cosa è chiara: stiamo cambiando la città, togliendo alla camorra i legami con la politica. Qui non c’è Mafia Capitale.
Quindi?
Il Pd sa di avere responsabilità sul pregresso, come sa che Napoli è molto migliorata. Sono tornati gli investimenti. Avendo difficoltà politiche, strumentalizzano questi crimini. Fanno proprio quello che fa Salvini sull’immigrazione: sciacallaggio.
Sul Mattino , Arturo Scotto di Sel la accusa di autoisolarsi.
Scotto è un parlamentare: io ho un assessore di Sel bravissimo (Ciro Borriello, al Decoro, ndr) e un ottimo rapporto con il partito locale. E comunque non mi sono isolato, ho solo fatto una scelta di autonomia che mi ha avvicinato ai cittadini. Certo, la campagna elettorale si avvicina. E c’è chi prova a dettare condizioni per eventuali accordi.
E Renzi?
Rimanete distanti. Si vanta di ridurre le ferie ai magistrati ma intanto taglia le risorse per la sicurezza.
Di camorra e mafia il premier parla raramente. Ma serve davvero discuterne?
Io apprezzo molto che ne parli Sergio Mattarella, mentre trovo grave che Renzi non ne parli mai. Il suo governo sta facendo davvero poco contro i rapporti tra mafie e politica.

Twitter @lucadecarolis

L’ICTUS IN DIRETTA

Sposini chiede 10 milioni alla Rai “118 chiamato tardi”



Ritardo nei soccorsi. Questa la motivazione con cui il giornalista Lamberto Sposini, colpito da malore il 29 aprile 2011 quando presentava La vita in diretta, ricorre in appello con l’obiettivo di ottenere un risarcimento di 10 milioni di euro. Il ricorso sarà preso in esame il 5 luglio del prossimo anno e i giudici dovranno stabilire se sia giusta la richiesta di Sposini. In primo grado la richiesta del giornalista era stata esaminata e respinta dal giudice Mariapia Magaldi. In particolare nella sentenza del 26 febbraio scorso, tra l’altro, il magistrato dichiarò che né Rai né i primi soccorritori potevano essere responsabili di errori. Nell’imminenza del fatto furono chiamati un medico e un’infermiera. La mancanza di tempestività nei soccorsi, scrisse il giudice, è ascrivibile ai tempi attesi per l’arrivo dell’ambulanza del 118. Nessuna responsabilità può essere attribuita perciò al datore di lavoro, cioè alla Rai. Nel giudizio di secondo grado saranno presenti come ricorrenti ancora una volta la figlia di Sposini, Francesca, e Sabina Donadio, moglie del giornalista, che rappresenterà un’altra figlia minorenne. Citate anche tre compagnie di assicurazioni che erano state citate nel processo di primo grado.

Prime indiscrezioni sulle accettazioni degli incarichi fuori dalla propria Regione: solo tremila hanno detto sì all’assunzione

Scuola, per ora due su tre non si fidano dei posti di Renzi



Nonostante non ci siano dati ufficiali, e questa sia la vera anomalia, qualcosa inizia a trapelare. I docenti della cosiddetta fase B, i primi a cui è giunta una proposta di assunzione in una parte qualsiasi d’Italia, che hanno finora accettato sono 1 su 3. Circa 3 mila, sulle 9 mila domande presentate, di cui, come si ricorderà, 7 mila sono stati chiamati in un’altra regione. Sono pochi, sono molti? Si capirà meglio l’11 settembre, termine ultimo per inviare al ministero la propria risposta di accettazione. Dopodiché, i rinunciatari avranno rifiutato un posto di lavoro a tempo indeterminato. In tempi di disoccupazione galoppante e crisi economica, il fatto che una proposta di lavoro a tempo indeterminato nella Pubblica amministrazione, insomma il celebre “posto fisso”, stia inducendo due insegnanti su tre a pensarci bene, la dice lunga sul pasticcio creato. I docenti della fase B, infatti, sono stati oggetto di varie contumelie, anche da parte governativa. Ieri Matteo Renzi, intervenendo a Porta a Porta, se l’è presa con il termine “deportati” utilizzato per descrivere l’obbligo di trasferimento in altre parti d’Italia, magari dal sud al Nord come nella maggior parte dei casi. E molti, sui social network hanno rimproverato a questi precari di essere troppo schizzinosi e non capire cosa sia, davvero, trovarsi senza lavoro. Giudizi affrettati di chi non conosce il mondo della scuola perché si sta parlando di insegnanti che, nella stragrande maggioranza dei casi, insegnano da molti anni, hanno una loro vita e che all’improvviso dovrebbero trasferirsi lasciando figli, coniugi, genitori. Non si tratta di giovani neo-laureati cui si offre un’opportunità dopo gli studi. In ogni caso, comunque la si pensi, ad oggi la situazione è questa. “Penso che alla fine la maggioranza accetterà l’assunzione – spiega al Fatto Domenico Pantaleo della Flc-Cgil – ma quello che è grave è che non vengano forniti dati pubblici”. Il sindacato cigiellino, in effetti, sta chiedendo al ministero di Stefania Giannini di rendere espliciti di dati delle assunzioni proposte e delle domande presentate in modo che si possano capire i criteri con cui le posizioni nelle varie graduatorie sono state incrociate con i posti disponibili. “Noi abbiamo numerose segnalazioni di ‘incongruenze’ e vorremmo vederci meglio”. Anche perché, le proposte di assunzione ai 9 mila sono state fatte su una platea di 16 mila posti disponibili, di cui almeno 8 mila sono rimasti scoperti. E questo dà luogo a proposte di supplenze che non fanno altro che alimentare nuova confusione. Secondo il sito orizzontescuola.it, che ha pubblicato la notizia in serata, “sono in fase di elaborazione al Miur gli elenchi dei docenti che sono stati assunti in fase B”. Una notizia resa nota da un funzionario durante la trasmissione radiofonica Radio anch’io. La pubblicità dei dati permetterebbe di verificare la correttezza della proposta ricevuta. In tal caso, a conferma della complessità del mondo scuola, bisognerà capire come, dove e quando è possibile fare ricorso, con quali procedure, e così via. Un problema che riguarda anche quei docenti, attualmente in graduatoria, che hanno deciso di non presentare domanda di assunzione per non finire nel calderone nazionale e continueranno a fare le supplenze. Per i supplenti, intanto, c’è una notizia che potrebbe essere positiva: da settembre 2015, infatti, le supplenze brevi, finora pagate dalle singoli scuole, saranno invece pagate direttamente dal Mef, il ministero dell’Economia. La decisione dovrebbe evitare i ritardi e le difficoltà create dalla cronica attesa dei fondi da parte delle scuole. Le quali, infine, in base a quanto dichiarato dalla ministra Giannini al Quotidiano.net, si vedranno raddoppiare le risorse del Fondo di finanziamento: dai 110 milioni del 2014 ai 233 di quest’anno. “Pertanto – dice la ministra –i presidi devono coinvolgere i genitori per contribuire a un progetto particolare, ma non più per le esigenze come l’acquisto della carta igienica, casi di questo genere non ci saranno più”. Affermazione netta e un po’ troppo sicura di sé, a giudicare dalle cronache ordinarie che giungono dagli istituti italiani.

Mafia Capitale, i conti in nero della coop di Buzzi

Nei verbali della segretaria le uscite parallele della 29 Giugno:
“Buste piene di soldi. In un libro, segnavamo chi pagare”



Torna a rivelare i meccanismi delle mazzette e della contabilità parallela, Nadia Cerrito, la segretaria di Salvatore Buzzi, l’uomo ritenuto dalla procura di Roma braccio destro dell’ex Nar Massimo Carminati e a capo della coop 29 giugno. GIÀ dopo gli arresti di dicembre, la Cerrito aveva parlato di un giro di bustarelle. A distanza di mesi, in due interrogatori, il 26 giugno e l’8 luglio, ha aggiunto nuovi dettagli alle sue rivelazioni, e alcune conferme. A partire dal “libricino nero” nel quale annotava la contabilità parallela: “È corretto - spiega al pm Luca Tescaroli - dire che le annotazioni registrate sui manoscritti rappresentano la contabilità in nero. Non sapevo che fossero riferite alle movimentazioni finanziarie relative al pagamento di tangenti”. Poi, durante l’interrogatorio del 26 giugno, prova a spiegare il senso delle annotazioni: Carminati era “M.C” o “Car”; “la P, Paolo Di Ninno, la E è emilio Gammuto (...) C indica Claudio Caldarelli”. E così via. Per fare qualche esempio: “Il 2 dicembre vi è la sigla MC che, in questo caso, è riferita a una consegna di 20 mila euro a Carminati, da parte di Buzzi”. Ad un certo punto però il pm domanda: “È a conoscenza di lavori in nero effettuati presso le abitazioni dell’interesse di Alemanno, Panzironi e Fiscon?” E la Cerrito: “Io non potevo saperlo”. Dal punto di vista investigativo, però, non c’è nessun riscontro a questi presunti lavori di cui chiede il magistrato. La donna poi aggiunge che “in un'occasione Buzzi mi disse di prendere 15 mila euro per farli avere a Panzironi (ex ad di Ama, ndr). Ricordo di aver sentito Buzzi e Di Ninno (Paolo, ritenuto dai pm il commercialista di fiducia di Bzzi, ndr) dire che dovevano consegnare del denaro a Panzironi, parte dei quali sarebbero dovuti andare, tramite bonifico, alla fondazione ‘Nuova Italia’”. Ossia quella presieduta dall’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno. Sui politici locali invece aggiunge: “Per le ultime elezioni, Ozzimo (Daniele ex assessore dimessosi, ndr) è stato presente presso i nostri uffici e Buzzi ha invitato tutti i dipendenti a partecipare all’in - contro e a votarlo (..)”. A questo punto il magistrato chiede: “Ha mai sentito parlare della gara relativa al Cup, di Maurizio Venafro e di Nicola Zingaretti?”. La Cerrito spiega: “Ho sentito riferire della gara del Cup. Non ho mai sentito nominare Venafro (ex capo di gabinetto di Zingaretti, ndr) da Buzzi, mentre Zingaretti era un nome che circolava nella cooperativa”.

Pensioni, schiaffo a Poletti, salta l’uscita “anticipata”

Il provvedimento non è nella legge di Stabilità.
Il premier: “Se la faremo, sarà a costo zero” »


Nel dubbio, è Matteo Renzi a buttare la palla in tribuna: “La flessibilità in uscita? Si annuncia una cosa sulle pensioni quando si è sicuri. Spero di farlo nelle prossime settimane o nei prossimi mesi, ma a costo zero”, spiega il premier a Porta a Porta. L’uscita è anodina, e maschera un dietrofront che serve solo a tamponare le polemiche divampate dalla mattina, con i sindacati che attaccano il governo su quella che ormai sembra cosa certa: un ritocco alla legge Fornero non è all’ordine del giorno, non è cioè “ineludibile”, come l’aveva definito solo mercoledì il ministero del Lavoro Giuliano Poletti. “Quello a cui stiamo guardando - aveva ribadito prudente domenica a Cernobbio - è un’uscita anticipata che possa favorire nuova occupazione giovanile”.
“Al momento non ne stiamo discutendo, non fa parte del lavoro sulla legge di Stabilità”, conferma invece al Fatto il viceministro all’Economia Enrico Morando. Per una volta, insomma, il Tesoro sposa in pieno la linea di Palazzo Chigi: per lo Stato dev’essere a saldo zero. Una posizione che serve a far slittare il tutto. Flessibilità significa infatti permettere ai lavoratori di andare a riposo qualche anno prima rispetto agli attuali requisiti per la vecchiaia (66 anni e 3 mesi di età per gli uomini, 63 e 9 mesi per le donne del privato). Il tutto con delle penalizzazioni sugli assegni, che però producono risparmi per lo Stato solo nel medio-lungo periodo. Nell’immediato è un ammanco, qualsiasi strada si intraprenda. Che sia la proposta elaborata dall’ex ministro Cesare Damiano (Pd) insieme al sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta - uscita a partire da 62 anni e 35 di contributi con un taglio dell’assegno pari al 2% per ogni anno d’anticipo (fino a un massimo dell’8%) - o quella avanzata dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, che prevede il ricalcolo dell’intera pensione con il metodo contributivo (cioè sulla base dei contributi versati, più oneroso del retributivo). In questo caso, la penalizzazione è corposa: in media il taglio è del 20%, ma in molti casi arriverebbe fino al 30%. La proposta Damiano – ha stimato invece l’Inps –, costerebbe 8,5 miliardi (che salgono a 10,6 se per l’“opzione 100”, somma tra età e anni di contributi). “È un calcolo assolutamente infondato - spiega l’ex ministro - perché parte dal presupposto che andrebbero in pensione tutti e subito quelli che possono farlo. Non è così”. Un assegno più basso, e penalizzato dal taglio, poi, avrebbe l’effetto di abbassare il montante contributivo: “Di fatto, sul medio periodo sarebbe quasi a costo zero”. La differenza balla intorno ai due miliardi, ma sempre e solo sull’orizzonte lungo. I risparmi aumentano invece se si guarda all’ultima ipotesi ventilata: taglio del 2% il primo anno, per poi salire progressivamente (3% per il secondo, 5% per il terzo etc.). “Dire che la norma deve essere subito a costo zero è irrealistico. E se il governo decide di rinviare la misura sbaglia e smentisce quanto annunciato solo una settimana fa”, continua Damiano. “Se devo scegliere dove spostare risorse, preferisco farlo per ridurre la povertà assoluta”, spiega Morando. A conferma che inserire la norma in legge di Stabilità ha un costo immediato, riducibile all’osso solo con la proposta di Boeri, socialmente impercorribile per il governo. Ma toccare più a fondo la riforma Fornero non è un buon viatico per chiedere a Bruxelles più flessibilità sui conti pubblici (fuori dalle regole Ue). Flessibilità che per Matteo Renzi si otterrà ipotizzando un deficit 2016 “che non sia l’1,4% (in realtà è l’1,8%, ndr) che prevede il fiscal compact firmato dal governo itali ano ”. Qualcosa però andrà tolto. Non a caso, Morando ha abbassato l’asticella della manovra: “Al momento è di circa 25 miliardi”. Cioè i soldi necessari a disinnescare gli aumenti dell’Iva (16 miliardi) e a eliminare la Tasi (4,5 miliardi). A questi, si aggiungerebbero i 2 miliardi per il credito d’imposta alle imprese del Mezzogiorno, e poco meno per confermare –solo al Sud –gli sgravi contributivi. La stretta, invece, arriverebbe sul rinnovo degli stipendi della Pa imposto dalla Consulta: vale 1,6 miliardi, ma il governo vuole ridurli a uno.

Camera, M5S contro le pensioni da casta

Di Maio & co. Un emendamento contro la norma che regala agli onorevoli il “riposo” a 60 anni


I Cinque Stelle vogliono tagliare le pensioni dei deputati. O meglio, cancellare un privilegio che si annida in un comma, il 2 dell’articolo 2 del Regolamento del trattamento previdenziale della Camera: “Per ogni anno di attività parlamentare l’età pensionistica viene ridotta di un anno fino a un massimo di 60 anni”.
Il Vicepresidente di Montecitorio, Luigi Di Maio, batte il tamburo su Facebook: “Vogliamo abolire un’altra vergogna: bastano cinque anni in Parlamento perché i politici maturino la pensione. E c’è pure lo sconto: per ogni anno da parlamentari, vanno in pensione un anno prima”. Tradotto con un esempio: con un paio di anni di lavoro si scende già a 63 anni. E se si è al secondo mandato? “In quel caso, basta un altro giorno in Parlamento per avere il diritto di andare in pensione a 60 anni”, spiega la deputata Claudia Mannino. Sarà lei, assieme a Di Maio e all’altro 5Stelle Riccardo Fraccaro, a presentare all’ufficio di presidenza della Camera un emendamento per abrogare la norma. “Chiederemo di metterlo all’ordine del giorno nella prima riunione utile” aggiunge. E dire che il regolamento era già stato migliorato nel 2012, prevedendo l’obbligo dei cinque anni di mandato per godere della pensione. Prima, bastava anche un solo giorno da onorevole (e c’è più di un caso in archivio) per garantirsi una buona vecchiaia. Mannino osserva: “Può darsi anche che il comma sia un refuso, ma io credo che non lo abbiano lasciato a caso”. La certezza è che ora la palla passa all’ufficio di presidenza, composto ovviamente dalla presidente della Camera Laura Boldrini e da altri 19 membri: i quattro vice, più tre questori e gli altri segretari. Per ora, da Montecitorio nessuna reazione ufficiale. Mentre Di Maio picchia duro sul web: “In questi palazzi servirebbe una cura choc per fargli capire quanto siano distanti dalla realtà. Vorrei vederli vivere con una pensione minima, sentire cosa provano a rovistare tra i banchi del mercato per mettere un piatto in tavola”.

“Accoglierli è il Vangelo le famiglie ci aiutino”

Le reazioni dei parroci dopo l’appello di Francesco.
In tutto alloggi per 108 mila



Serve l’intervento di papa Francesco per spronare le parrocchie a fare di più nell’accoglienza dei profughi. Dopo l’Angelus di domenica molti vescovi e parroci si sono dati da fare per ospitare alcune persone in arrivo da Siria, Eritrea e altri Paesi in conflitto. “Le parrocchie sono circa 27mila e l’appello del Papa potrà allargare questa rete di solidarietà e accoglienza”, ha detto ieri monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes. Già, si può fare di più: “I profughi ospitati sono al momento circa 15mila, ovviamente con un turn over per coloro che vengono ospitati e poi riprendono il cammino verso altri Paesi e altre comunità o per i ricongiungimenti familiari”. In Italia il numero dei profughi accolti potrebbe essere dieci volte più alto rispetto a quello attuale, meno di uno a parrocchia: “Se sono 27mila le parrocchie, la capacità, rispondendo a questo appello, potrebbe essere di 100mila persone”, continua monsignor Perego.
Un calcolo simile è stato fatto anche dal cardinale Angelo Bagnasco. L’arcivescovo di Genova e presidente della Cei ha ricordato che in Italia le parrocchie sono 27.133 e che se ciascuna ospitasse una famiglia di quattro persone oltre 108 mila persone troverebbero un alloggio e una sistemazione: “Spero che si realizzi questo auspicio, che è un po' contabile ma che dà l’idea delle possibilità che ci sono nel nostro Paese”.
Così se alla fine di agosto l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia aveva chiesto alle parrocchie e ad altre istituzioni cattoliche della sua diocesi di accogliere almeno cinque profughi, un appello giunto anche dal cardinale di Milano Angelo Scola il 3 settembre (“In un paese di 3-4mila abitanti avere qualche gruppetto di ospiti non porta nessun tragico disagio”) e poi, il 4 settembre, dal patriarca di Venezia Francesco Moraglia, adesso a spronare le parrocchie ci pensa direttamente il pontefice: “Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa ospiti una famiglia, incominciando dalla mia diocesi di Roma”. Le reazioni non tardano. Si muovono il vicariato di Roma per voce del cardinale Agostino Vallini, l’arcidiocesi di Firenze Giuseppe Betori, ma anche i vescovi di Padova, Treviso, Bergamo, Arezzo-Cortona-Sansepolcro, Avezzano, Pompei, Potenza e quelli della Calabria. In molti ieri hanno preso carta e penna e hanno scritto alle loro parrocchie chiedendo di creare reti di accoglienza, centri Caritas e unità pastorali.

A Torino , l’appello dell’arcivescovo Nosiglia ha già portato alcuni risultati: sono disponibili ad accogliere alcuni profughi una sessantina di famiglie e una decina di parrocchie. Tra i parroci torinesi che hanno subito dato la loro disponibilità c’è anche padre Mario Azzario, che regge la parrocchia di San Carlo Borromeo, in centro città: “Io sono favorevole ad accogliere tutti i profughi. Sotto l’aspetto cristiano è fondamentale, è coerente con il vangelo - spiega -. Vorremmo ospitare in parrocchia due o tre giovani che possano intraprendere un percorso di studi, come avevamo già fatto in passato. In questa maniera è più facile favorirne l’integrazione”, dice. Secondo padre Azzario quest’appello del papa e dei vescovi dipende dall’emergenza drammatica di questi mesi: “In questi ultimi tempi è aumentata moltissimo l’ondata di profughi. È la realtà stessa che ci spinge in questa direzione: fino all’anno scorso si poteva pensare che la situazione potesse essere risolta in altri modi, ma ora invece c’è un’urgenza e le forze che erano in campo non bastano più”. Certo, l’impegno delle parrocchie potrebbe non bastare. Per questo ieri padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, ha ricordato che papa Bergoglio non si è rivolto alle parrocchie solo come struttura fisica abitata dai preti, ma comune comunità di fedeli.

Regione Sicilia

La procura indaga sui “cambi di casacca” dopo esposto M5s



Io sono uno dei pochi che non ha avuto niente. Molti di quelli che hanno cambiato casacca in questo Parlamento hanno avuto nomine a iosa di parenti, di amici e amici degli amici”. Su questa frase pronunciata lo scorso aprile dal deputato regionale siciliano Udc Giuseppe Sorbello (in foto) indaga la magistratura. Le indagini sono scattate a seguito di una segnalazione fatta alla Procura della Repubblica dal deputato del Movimento Cinque Stelle Giorgio Ciaccio. “Allora ci stupimmo che frasi di una gravità inaudita come queste potessero quasi passare sotto silenzio – dice Ciaccio – Siamo stati noi a segnalarle, oltre che alla magistratura anche alla stampa. Nessuno degli altri parlamentari fece una piega. Evidentemente la spartizione delle poltrone è diventata talmente la norma a Sala d’Ercole che nemmeno una pesantissima denuncia pubblica viene presa in considerazione. Ora speriamo che vengano fuori nomi e cognomi dei beneficiari delle nomine”. Il deputato grillino spera anche che Sorbello possa fare chiarezza “se, come potrebbe far intendere, le nomine siano il prodotto di un accordo che ha portato alcuni parlamentari a cambiare casacca in cambio di un tornaconto personale”.

Riforma, l’accordo non c’è. Ora Renzi prende tempo

Apre sulle competenze.
Pressing sulla minoranza del Pd, in ballo le ricandidature.
Emendamenti sull’elettività, il premier spera in Grasso



Non entro nelle tecnicalità, dico che con le riforme dobbiamo fare un Paese più semplice. Punto. Entro il 15 ottobre si decide al Senato ”. Abito scuro e cravatta nera, ospite della prima puntata della ventesima stagione di Porta a Porta, Renzi relega alla fine il discorso sulle riforme. “Il mio autunno tra tasse e immigrazione”, recita il cartello dietro di lui. Una precisa scelta comunicativa. Perché la trattativa con la minoranza dem è in corso, ma l’accordo non c’è e neanche la decisione del presidente di Palazzo Madama, Grasso, sull’ammettere o meno in Aula gli emendamenti all’articolo 2 (quello sull’elettività). E dunque, il premier per prima cosa sposta la data più in là. Negli scorsi giorni aveva parlato di un voto entro la fine di settembre, adesso la dead line è il 15 ottobre. Oggi riapre la commissione Affari costituzionali. Niente voto però, si va alla prossima settimana. Ci saranno solo audizioni dei governatori. Un modo per prendere tempo. E poi, la maggioranza, al netto dei 3 della minoranza Pd, che non sono compensati dal verdiniano, Riccardo Mazzoni e Patrizia Bisinella, la fuoriuscita leghista che sarebbe pronta a votare sì, non c’è: 14 a 13. “Per Renzi è una gran fortuna che ci siano tutti quegli emendamenti”, spiega un dissidente. Perché gli permette di dare mandato al relatore e andare direttamente in Aula. Stasera, c’è l’assemblea del premier con i senatori del Pd. Ieri il sottosegretario Pizzetti ha provato con una proposta: lasciare inalterato l’articolo 2, e prevedere nella legge ordinaria che diventino senatori i consiglieri regionali più votati. La minoranza non ci sta. Ma Renzi su questo non ha intenzione di cedere, non può cedere. Anche perché sia Lotti (che punta ad estromettere completamente dal gioco la minoranza dem) che la Boschi (che vuole che ad essere approvata sia la “sua” riforma) sono più rigidi di lui. Il premier spera ancora che in Aula Grasso dichiari inemendabile l’articolo 2. Ma lui non ha deciso. Anzi, continua a dire che la sua è una decisione tecnica e vuole che sia preceduta da un accordo politico. Secondo gli uomini di Renzi Grasso sarebbe pronto ad ammettere solo due voti sull’ articolo 2: uno sul comma 5, modificato all’ultimo passaggio alla Camera in una sola preposizione (“nei” invece che “dai”) e uno su tutto l’articolo. Ma il Presidente del Senato in realtà prende tempo. Renzi ieri un’apertura sul piatto l’ha messa: “Nella prima lettura di Palazzo Madama, al Senato venivano lasciate competenze che alla Camera sono state tolte. Io sono favorevole a rimetterle ma questa volta i parlamentari li chiamiamo a un confronto all’americana per cui si decide insieme cosa si fa”. Intanto continua il lavorìo ai fianchi di Bersani, chiamato in ballo un giorno sì e l’altro pure (gli si fa balenare un posto da ministro) e le “interlocuzioni” con la minoranza. Più che altro, raccontano, pressioni: voti in cambio di candidatura futura.

Capitano Ultimo a tv svizzera: “Vittima? No, ma nessuno potrà impedirmi di combattere”

Sollevato dalle funzioni investigative del Noe lo scorso 4 agosto, il colonnello Sergio Di Caprio preferisce non interrogarsi sulle motivazioni che hanno spinto il Comando generale dell’Arma a giustificare la decisione come “cambiamento strategico nell’organizzazione dei reparti”. Intervistato da Raffaella Fanelli per la Radiotelevisione Svizzera, il Capitano Ultimo, che rimane vicecomandante del Noe ma senza svolgere funzioni di polizia giudiziaria, non vuole essere considerato una vittima. Né intende tornare ai toni della sualettera di commiato dai suoi reparti del 18 agosto, nella quale parlava di “servi sciocchi” che abusando “delle attribuzioni conferite e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere”. “Il perché non mi interessa, sono un servitore, non decido io”, risponde oggi. “Ma nessuno potrà impedirmi di rimanere attaccato al mio popolo, ai miei uomini e di combattere nel nome e insieme all’Arma”. E ancora: “Dobbiamo dare fiducia ai cittadini, stare accanto ai più deboli, perché credano in una lotta per la giustizia che dev’essere soprattutto equità contro i privilegi”. Innegabili i grattacapi che il lavoro di Di Caprio ha causato a personaggi noti della politica. In un’inchiesta tra le più recenti, quella sulla cooperativa Cpl Concordia, compare anche l’intercettazione tra Renzi e il generale della Gdf Adinolfi, dove l’allora segretario del Pd e non ancora premier sembra candidarsi a sostituire Enrico Letta a Palazzo Chigi. “I fastidi dati alla politica c’entrano qualcosa con la sua vicenda?”, domanda la giornalista. “Non dobbiamo parlare di me. Dobbiamo parlare della gente, quella piccola, che sta nell’ombra, che fa sacrifici. Di quella che ha fame, sia di cibo che di giustizia”

lunedì 7 settembre 2015

Profughi, la mossa del Papa per disarmare i politici

E da Vienna 140 auto di volontari vanno a Budapest a prendersi i migranti


E ora provate a dire di no al Papa. Sorpassando a sinistra, ancora un volta, tutte le silenziose voci nostrane –che semmai invocano la Fase 2 del programma immigrazione: “Bombardiamoli” –Bergoglio ieri si è appellato “alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa: esprimete – ha detto durante l’Angelus – la concretezza del Vangelo e accogliete una famiglia di profughi”. E non importa se i governanti alzano i muri e danno i numeri, sembra dire il Papa: “Mi rivolgo ai miei fratelli vescovi d’Europa, veri pastori, perché nelle loro diocesi sostengano questo mio appello, ricordando che Misericordia è il secondo nome dell’Amore”. Con il Giubileo alle porte, il messaggio ai leader europei non poteva essere più chiaro. Le prime due parrocchie, ed è l’esempio dato dal Pontefice, che apriranno le porte per accogliere due famiglie di profughi saranno quelle di Sant’Anna e di San Pietro in Vaticano. Una chiesa di frontiera, la prima, giusto al confine tra Italia e Stato Pontificio, che da molti anni grazie all’impegno degli agostiniani accoglie poveri e senza tetto. Lo stesso Ordine gestisce anche l’altra parrocchia: “Vedremo nel concreto cosa fare –ha spiegato il parroco, padre Mario Bettero –, ma faremo il meglio possibile”.
L’appello di Francesco va ad alimentare la sensazione che – Merkel a parte – nelle ultime ore i popoli si stiano riprendendo la scena rispetto ai politici. Almeno quella della solidarietà. Ieri pomeriggio un convoglio di circa 140 auto si è mosso da Vienna alla volta dell’Ungheria, per andarsi a prendere i migranti uno a uno e portarli in Austria e Germania. Tutti volontari, cittadini europei – anche italiani del progetto Melting Pot –che, via Facebook, hanno messo a disposizione le proprie vetture e hanno portato cibo, bevande, prodotti sanitari e vestiti pesanti. La polizia li ha avvertiti del rischio di incorrere nella violazione delle leggi sul traffico di esseri umani, ma poi si è messa al lavoro per dirigere il traffico e garantire la sicurezza. Di fronte a una massa umana così disperata, meglio non mettersi a fare i fiscali: la stessa Ungheria sta lasciando salire sui treni persone senza biglietto. Budapest non organizza pullman, ma ormai passare di là è diventato molto più semplice. Mentre molti sindaci francesi hanno dato la propria disponibilità ad accogliere immigrati e sui social network proliferano le offerte di singoli cittadini, ieri mattina decine di persone hanno accolto i 700 migranti giunti alla stazione di Monaco offrendo loro frutta e cioccolata. La scelta della Merkel di far entrare tutti ha creato tensione all’interno del suo blocco conservatore e gli alleati bavaresi della Csu l’hanno accusata di aver preso decisioni senza consultare gli Stati federali (nella sola Baviera sono arrivate in due giorni 11 mila persone). Ma difficilmente d’ora in avanti i popoli d’Europa potranno non riconoscerle la leadership, anche perché invece da oltre Manica si è levato il no di Cameron ad accogliere più di 15 mila profughi (scelti direttamente dai campi africani). Il premier britannico è l’unico –insieme con i nostri Pinotti e Gentiloni, ma per fortuna non contiamo così tanto – che ipotizza un intervento militare. E nel giorno in cui altri 329 disperati sbarcano a Pozzallo e altri 114 a Cipro, solo Salvini continua a non vedere e parla di “chiacchiere ” austriache e tedesche: “Anda - te a fare gli applausi in stazione centrale a Milano e vedete”.

domenica 6 settembre 2015

#5giornia5stelle del 6 marzo 2015 #microcredito5stelle


Questo video risale al 6 marzo scorso ma, ahime, è ancora di attualità.

Intervista a Rossella Orlandi, Direttore dell'Agenzia delle Entrate

Rossella Orlandi “Questo spiega perché è un fenomeno di così vasta scala. Le agenzie fiscali autonome, però, funzionano per contrastarla”

 “In Italia l’evasione serve a finanziare la corruzione”


Rossella Orlandi, lei dirige l’Agenzia delle Entrate: può sembrare che in Italia la lotta all’evasione non si sia mai fatta perché costerebbe milioni di voti.
Non sono d’accordo, ma almeno non è a noi che lo si può rinfacciare. Senza l’Agenzia , gli evasori dormirebbero sonni molto più tranquilli.

Lei ha stimato, dal 2006, un incremento del recupero da evasione del 220%. Prima non si recuperava nulla?
Il calcolo non distingueva l’effettiva riscossione. Il dato però è significativo: siamo passati da 4,4 miliardi nel 2006 a 14,2 miliardi nel 2014. Un risultato di tutto rispetto.

A cui hanno contribuito anche Equitalia e la riscossione coattiva però...
Senza il versamento spontaneo non andiamo da nessuna parte. Dei 14,2 miliardi di incassi nel 2014, 10,1 arrivano da cittadini che, per un motivo o per un altro, hanno accettato la nostra pretesa impositiva: solo 4,1 miliardi dalla riscossione coattiva.

L’Agenzia, però, è accusata di tartassare i piccoli contribuenti, mentre i grandi gruppi la fanno franca.
L’immagine di un Fisco vampiro coi piccoli e inerte coi grandi è stata costruita, spesso con l’aiuto di chi aveva interesse a diffonderla. Ma solo l’anno scorso i controlli sui “grandi contribuenti”, con fatturato sopra i 100 milioni (circa 3.200 soggetti), hanno riguardato 1.280 società, il 40% dei soggetti. Nello stesso periodo, invece, sul totale di professionisti e imprese di piccole e medie dimensioni (circa 5,4 milioni) sono stati effettuati accertamenti su 120mila soggetti, solo il 2,2%. L’azione di controllo sui grandi contribuenti ha “fruttato” oltre 2 miliardi di euro, il 26% di quanto riscosso lo scorso dai controlli.

Per l’ex pm Bruno Tinti, la legge italiana è fatta per salvare chi froda il Fisco.
Di leggi in Italia ce ne sono fin troppe: un eccesso di regolamentazione che, invece di frenare l’evasione, offre una sponda al verificarsi del fenomeno. Di recente, per dire, abbiamo individuato casi di evasione da centinaia di milioni di euro, congegnate in maniera molto semplice, ma rese possibili proprio dalla complessità del sistema normativo. C’è poi un aspetto culturale: è l’intreccio che viene a crearsi con il malaffare. Lo dico chiaro e senza paura: in Italia spesso l’evasione fiscale è solo un pretesto per finanziare reati ben più gravi, come la corruzione. Questo spiega perché è di così vasta scala.

Su 20 milioni di 730 precompilati, solo 1,4 sono stati inviati online.
È un bilancio positivo, se consideriamo il carattere sperimentale e i tempi ristretti. I risultati si vedranno in 3 anni.

Il rapporto tra contribuenti e fisco resta complicato.
È nella natura delle cose. Sta a noi inaugurare una nuova stagione di dialogo.

La voluntary disclosure, invece, si è trasformata in un semi-condono per chi detiene i capitali all’estero. E con poche adesioni.
Non è un condono, ma un accertamento con un contraddittorio. A mio avviso, però, è una tappa intermedia. E ora le rivelo la nostra ultima rilevazione: siamo a 10 mila richieste. A maggio erano mille.

Si è parlato di un eccesso di autonomia dell'Agenzia, di riportarla sotto un controllo più forte del Tesoro.
L’istituzione di agenzie fiscali dotate di autonomia organizzativa ha rappresentato invece un balzo in avanti nell’efficienza della Pa.

La nuova convenzione tra Tesoro e Entrate prevede riduzioni dei controlli e meno soldi da lotta all’evasione. Una revisione al ribasso?
In realtà non c’è stata. L’obiettivo per il 2015 era già stabilito nella convenzione di settembre 2014: 10,2 miliardi l’anno per il triennio 2014-2016. L’anno precedente lo abbiamo superato di 4 miliardi.

La revisione delle sanzioni penali con l’innalzamento delle soglie di punibilità e la depenalizzazione di elusione e abuso del diritto preoccupa i magistrati. Avrà effetti sul recupero?
Mi auguro di no. La scelta su dove posizionare l’asticella è una scelta delicata che però spetta esclusivamente al legislatore. È sicuramente molto difficile, perché se da un lato limiti troppo alti possono vanificare l’effetto deterrente, dal l’altro limiti troppo bassi portano a un intasamento dei tribunali. È fondamentale stabilire cosa è prioritario e distinguere tra varie tipologie di reato in base alla differente pericolosità sociale.

Però l’elusione fiscale delle grandi multinazionali continua a sottrarci miliardi.

Il nuovo regime di tassazione su marchi e brevetti punta proprio a contenere la delocalizzazione di questi beni in Paesi a bassa fiscalità.

Il governo si scorda il "nero": così Renzi&Co. salvano gli evasori

Delega fiscale - Legge inutile: penale svuotato e soglie assurde.
Ma B. non c’è più e nessuno protesta

Sottrarre al Fisco 300 mila euro non è reato,
rubarne 1.000 costa da 1 a 6 anni di galera


Delle cose stupide e velleitarie contenute nella delega fiscale ho già scritto. Il “nero”, responsabile di un'evasione fiscale di 130 miliardi circa all'anno, è considerato un peccato veniale, dunque un reato minore (dichiarazione infedele) punito da 1 a 3 anni, il che significa prescrizione assicurata e comunque certezza, in caso di condanna, di non fare nemmeno un giorno di prigione. E sono previste assurde soglie di punibilità che, proprio per il "nero", sono pari a 150.000 euro di imposta evasa; con il che mettersi in tasca ogni anno 300.000 euro (questo è il “nero” corrispondente a un'imposta di 150.000 euro) non è reato mentre rubare un portafogli con 1000 euro dentro costa da 1 a 6 anni di galera.

Tutto ciò non è ritenuto rilevante da Renzi&C che perseverano nel loro progetto di liberalizzazione dell'evasione fiscale. Però, siccome questa legge-vergogna si differenzia da quelle analoghe di Berlusconi perché non prevede un beneficiario ben individuato, è difficile capirne il perché. Gli uomini non sono buoni per loro natura. Forte è la loro inclinazione a commettere azioni malvagie, per ira, odio, convenienza personale. Questa tentazione è frequente. Un marito picchia abitualmente la moglie: lei stessa e i familiari sono impotenti. La giustizia non aiuta, con la sua inefficienza. Presto o tardi nelle vittime montano l'ira e l'odio. Lo ucciderebbero volentieri questo bruto. Ma raramente lo fanno. Perché? Perché ad ammazzare un uomo si va in prigione. È la paura della sanzione che li trattiene. Non sempre ma spesso. E quanti, in situazione di estrema indigenza, hanno la tentazione di rubare? Si vedono circondati da persone abbienti, che hanno tutto, e loro non hanno niente. Ma la prospettiva della prigione li trattiene. La sanzione è lo strumento dello Stato per garantire controllo sociale. Cosa succederebbe se omicidi, rapine, furti, violenze fossero privi di sanzione? Molti li commetterebbero. Perché questo elementare sinallagma - trasgressione/sanzione - non dovrebbe valere per l'evasione fiscale? Perché la minaccia del castigo (più o meno concreta) è ritenuta necessaria per ogni tipo di illecito ma è considerata superflua per l'illecito tributario? Complicità legata a vantaggi politici o assoluta insipienza? Questa seconda ipotesi pare avvalorata dalle velleitarie previsioni in materia di interpello, che si intende potenziare oltre misura, dedicandovi una cospicua quantità di risorse.

L'idea è che il contribuente può chiedere in anticipo il parere del Fisco. Va bene così? Se il Fisco gli risponde di sì, tutto a posto; in caso contrario deve rinunciare al suo progetto e rispettare le indicazioni che gli sono date. Una cosa che più sciocca non potrebbe essere stata pensata. I contribuenti non hanno nessuna voglia di raccontare al Fisco i fatti propri. Se pensano che ci sia una strada per pagare meno imposte, non vanno certo a chiedere prima se si può fare. Confidano sul fatto che gli accertamenti sono inferiori al 10 % delle dichiarazioni presentate e che dunque un controllo è poco probabile. Non per niente il consiglio dei commercialisti è sempre: guarda che se poi ti dicono di no sei fregato; facciamo come meglio ci conviene e incrociamo le dita. Questa cosa della "tax compliance" (che sarebbe l'adempimento spontaneo della normativa tributaria da parte del contribuente) in un Paese come l'Italia è semplice illusione. Prima di tutto per i motivi di cui all'inizio: se evadi e ti beccano (cosa rarissima) non ti succede niente: dunque .... E poi perché la cultura dominante considera l'evasione fiscale un vero e proprio diritto del cittadino cui va generalizzata solidarietà.


Certo, fossimo in Svizzera, dove gli imprenditori concordano con il Cantone dove vivono e con il Governo Federale, l'ammontare delle tasse che pagheranno nei prossimi cinque o sei anni, l'interpello funzionerebbe di sicuro. Ma questa è la patria del “nero”; se a una partita IVA parli di “compliance”, ti risponde: de che?