VIDEO 5 GIORNI A 5 STELLE

DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

martedì 15 settembre 2015

QUELL’AEREO SI CHIAMA PECULATO


Non c'è niente da fare. Riforme, reati, sanzioni vecchie (interdizione dai pubblici uffici) e nuove (decadenza, ineleggibilità), tutto è inutile. Nel nostro Paese le regole non servono. Perché sono tutti d’accordo nel non rispettarle. Immaginate una partita di calcio: un giocatore è in fuorigioco, l’arbitro fischia, lui tira comunque e fa goal. Secondo la regola, l’arbitro lo annulla. Palla al centro e si ricomincia. Ma se giocatori e tifosi se ne infischiano della regola, aggrediscono l’arbitro, lo buttano fuori dal campo e pretendono di considerare valido il goal; e se questo in effetti succede; la regola sul fuori gioco è del tutto inutile. Se la Figc emanasse una norma più chiara e stringente ma, alla prossima partita, la reazione della squadra e dei tifosi fosse la stessa, anche questa sarebbe inutile.
DUNQUE le regole, da sole, non servono: occorre che i cittadini abbiano un “minimo etico” che li induca a rispettarle. Ma in Italia così non è. Renzi in visita a New York ne è l’esempio lampante. La regola da rispettare è l’art. 314 del codice penale: il pubblico ufficiale (Renzi) che, avendo per ragione del suo ufficio la disponibilità di cosa mobile altrui (l’aereo di Stato), se ne appropria e ne fa uso momentaneo, restituendola immediatamente, è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni. Secondo la Cassazione (Sez. 6, 41587, 19/6/2013) il peculato si caratterizza principalmente per le finalità di tutela del patrimonio della Pubblica amministrazione e dell’interesse alla legalità, efficienza e imparzialità della sua attività. Ritenere che la presenza di Renzi alla finale degli Us Open tra due italiane sia funzionale alla legalità e all’efficienza dell’attività della PA è dissennato. I costi dell'operazione, come documentato da Il Fatto, sono pari a un ammontare tra i 150.000 e i 200.000 euro. La trasferta ha comportato la rinuncia del presidente del Consiglio a presenziare alla Fiera del Levante, evento strategico per l’economia del Sud. La sua presenza alla finale del torneo era irrilevante sotto il profilo istituzionale. Dunque Renzi ha commesso un reato, non ha rispettato le regole e, prova evidente di carenza del “mi - nimo etico”, si è autoassolto con arroganza. Su un altro piano, non è probabile che Renzi abbia avuto la faccia di bronzo di volare a New York perché tifoso di tennis: il gioco non valeva la candela. Ma lo spot pubblicitario sì che la valeva. Milioni di persone che lo vedono, ascoltano i suoi commenti scontati (gli Usa parlano italiano...), lo considerano uno sportivo (da poltrona) dinamico ed entusiasta, proprio come loro. Tutto questo conterà al momento delle elezioni.
POSTO CHE il ragionamento sia esatto, questa strategia non ha nulla a che fare con “l’interesse della PA alla legalità, efficienza e imparzialità della sua attività”; molto invece con un suo interesse privato. Altra circostanza che qualifica l’illegalità delle sue azioni. Per finire. Probabilmente in Italia certe iniziative alla Casamonica sono paganti. L’arroganza, la superficialità, la mancanza di una cultura istituzionale, invece di costituire un handicap garantiscono popolarità. Però non riesco a non pensare alla stima e alla commozione che ha suscitato nel mondo intero Pepe Mujica, presidente dell’Uruguay, che ha rinunciato al 90% del suo stipendio, ha continuato a vivere nella sua casetta di campagna, ha utilizzato nei suoi spostamenti istituzionali la sua vecchia Volkswagen e, quando è venuto in visita ad alcune città Italiane, è arrivato con un treno delle FFSS. Il suo popolo lo ha amato e non è stato il peggiore dei presidenti. Anche per questo, prima di pensare alle regole e alle sanzioni, bisognerebbe valutare la nostra classe dirigente con il criterio del "minimo etico".

Parte la Buona Scuola: supplenti moltiplicati e aule che cadono a pezzi

Finita la ricreazione Nonostante le belle parole di Renzi, ricomincia l’anno con i professori tappa buchi aumentati di tre volte e le proteste da Nord a Sud


Se Matteo Renzi non ci mettesse sempre quella dose di propaganda non staremmo qui a parlarne. Ma la lettera inviata via Facebook nel primo giorno di scuola non sfugge alla retorica. Sicurezza: “Alla fine abbiamo stanziato 3,7 miliardi per le scuole, per realizzare un totale di 6 mila interventi nel prossimo triennio. Di questi, seicento sono stati realizzati in questi mesi. Migliaia di ragazzi entreranno in scuole più sicure”. Passano pochi minuti e Save the Children presenta il suo rapporto Illuminiamo il futuro: “In Italia - si legge - il 45% delle scuole è priva di un certificato di agibilità e/o abitabilità, il 54% degli edifici non è in regola con la normativa anti-incendio e il 32% non rispetta le norme anti sismiche, configurando una condizione di pericolo dato che il 40% degli edifici si trova in zone a rischio sismico”. Palazzo Chigi precisa che il rapporto non tiene conto delle “novità” ma nella sostanza non smentisce i dati della Ong.
NELLA SUA LETTERA Renzi assicura che da quest’anno i fondi di finanziamento alle scuole sono raddoppiati: da 110 a 223 milioni. Quindi, “niente carta igienica da casa”. Su questo si vedrà nel corso dell’anno ma va registrata la previsione del sindacato Gildache ricorda che, avendo la legge di Stabilità bloccato le supplenze brevi, l’avvio dell’anno avverrà con classi sovraffollate per fare fronte alla mancanza di docenti. Sugli insegnanti, invece, scrive ancora Renzi, “il tempo è galantuomo e i prossimi mesi dimostreranno che la Buona Scuola non era il mostro paventato”. La prova? “Il 97% dei docenti ha accettato il ruolo che gli è stato proposto. Migliaia di precari hanno adesso un lavoro stabile. Alla fine della fase di assunzioni ogni scuola avrà in media sette insegnanti in più, meno classi numerose, più attività per integrazione, approfondimenti, sostegno”. Una pacchia. Qui, invece, i dati sono volontariamente gonfiati. Il 97% di cui parla Renzi, infatti, si riferisce agli 8.500 insegnanti cui è stato proposto una cattedra fuori dalla propria Regione. Ma il grosso degli insegnanti, per ora, circa 30 mila, insegnerà con le vecchie regole. Avendo diviso il piano assunzioni in quattro fasi - fase Zero, A, B e C - il governo tende sempre a mescolare i numeri non offrendo il quadro di insieme. Il Movimento 5 Stelle, ad esempio, ha fatto due conti e ha scoperto, agilmente, che al momento le assunzioni di Renzi sono appena un migliaio in più di quelle previste a normativa vigente. La differenza la faranno le assunzioni che scatteranno a novembre. Quello che è più complicato è che il meccanismo del governo ha gonfiato incredibilmente le supplenze alla faccia della fine della “supplentite”. Gli insegnanti che, infatti, hanno una proposta di assunzione lontano da casa per quest’anno potranno ancora scegliere la supplenza nella propria provincia. E, come confermano i sindacati, si sono gettati in massa su questa opportunità. Quindi, per quest’anno faranno ancora i supplenti e la loro cattedra sarà coperta da altri supplenti. Lo stesso per le assunzioni che scatteranno da novembre: fino a quella data i posti saranno coperti da supplenti che dovranno però lasciare il posto ai nuovi arrivati a meno che, questi, avendo già accettato un’altra supplenza non rinviino l’assunzione dell’ in - carico. Come si vede, molta confusione. “Siamo in una fase di transizione” ripete la ministra Stefania Giannini, la riforma ha bisogno di tre anni per andare a regime”. Forse era meglio dirlo subito.
IL PREMIER non ha ovviamente dimenticato di citare il “piccolo bonus di 500 euro netti” a disposizione da quest’anno per gli insegnanti “per acquistare libri, biglietti per teatri e concerti, corsi di approfondimento, formazione personale permanente”. “È la prima volta che accade”, sottolinea ma sono ormai anche sei anni che gli insegnanti sono privi del rinnovo del contratto e ancora ieri Giannini ha dovuto ammettere che i docenti “guadagnano troppo poco”. L’anno nuovo, quindi, vedrà ancora proteste e manifestazioni. I sindacati Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda hanno annunciato una manifestazione unitaria ad ottobre mentre, tra gli studenti, Rete studenti e Uds hanno promesso di mobilitarsi già dal primo giorno di scuola. Così come faranno anche i sindacati in un luogo simbolico, vista la provenienza del premier. A Firenze, Lucca, Massa e Livorno i sindacati Flc Cgil, Cisl Scuola, Snals Confsal, Gilda Unams e Cobas Scuola hanno indetto assemblee di tutto il personale con assemblea alle 8 al Teatro Obihall. Lo stesso istituto in cui prenderà servizio la moglie di Renzi, Agnese Landini, l’Istituto Balducci di Pontassieve, ha annunciato sul suo sito che “a causa dell’assemblea sindacale indetta per martedì 15 settembre 2015 le lezioni saranno garantite dalle ore 8:15 alle ore 10:15 e solo per le classi sotto indicate”, e via l’elenco delle poche classi garantite.
IL SINDACO DI FIRENZE Dario Nar della ha commentato: “Penso che perdiamo tutti da questa decisione che di fatto blocca il primo giorno di scuola". Ma i sindacati hanno risposto: "Nel 2010 abbiamo fatto un’identica iniziativa, sempre il primo giorno di scuola, a cui portò il suo sostegno l’allora assessore del Comune Rosa Maria Di Giorgi, oggi senatrice del Pd, perché condivideva le nostre posizioni sulla riforma Gelmini". I tempi cambiano.

Sul blog Il leader M5S: “Andrò in galera come Pertini e Mandela

“Diffamò un prof pro-nucleare”
Grillo rischia un anno in carcere


Un anno di carcere, senza la sospensione condizionale della pena, per aver diffamato un docente di Ingegneria dell’Università di Modena. Questa la condanna inflitta ieri dal Tribunale di Ascoli Piceno a Beppe Grillo. I giudici hanno ritenuto fondata la denuncia di Franco Battaglia. La vicenda risale al 2011, quando il leader del M5s, durante un comizio per il referendum sul nucleare, attaccò le posizioni di Battaglia che pochi giorni prima era stato ospite della trasmissione Rai Annozero. “Vi invito a non pagare più il canone, io non lo pago più - aveva detto Grillo - perché non puoi permettere a un ingegnere dei materiali, nemmeno del nucleare, parlo di Battaglia, un consulente delle multinazionali, di andare in televisione e dire (...) che a Chernobyl non è morto nessuno. Io ti prendo a calci nel culo e ti sbatto fuori dalla televisione, ti denuncio e ti mando in galera”. Oltre alla condanna, i giudici hanno accordato al professor Battaglia una provvisionale di 50 mila euro. Verdetto severo, anche alla luce della richiesta del pm, appena 6 mila euro e niente carcere.

IMMEDIATA la risposta del comico genovese. “Beppe Grillo condannato a un anno di prigione!”. Questo il titolo con cui ha aperto il suo blog. Appena sotto la risposta: “Se Pertini e Mandela sono finiti in prigione potrò andarci anch’io per una causa che sento giusta e che è stata appoggiata dalla stragrande maggioranza degli italiani al referendum”. Franco Battaglia ha commentato così: “Immagino che Grillo farà appello e cercherà di arrivare alla prescrizione, che sarà nel 2020. In quattro anni avrebbe potuto chiedermi scusa e invece non lo ha fatto. Ora mi auguro che si faccia un po’ di servizi sociali, come Berlusconi...”. Quella di ieri non è la prima condanna per diffamazione. Anche per questo i giudici hanno aggiunto l’aggravante delle recidiva. Nel 2003 Grillo ha patteggiato una causa con il premio Nobel Rita Levi Montalcini che chiamò “vecchia p...”. Nel 2012 il comico è stato condannato in secondo grado per aver diffamato la Fininvest. Nel 2013, infine, la Cassazione ha reso definitiva la sentenza per aver diffamato nel 2003 l’allora sindaco di Asti e parlamentare di Forza Italia, definendolo “tangentista”.

Mafia Capitale si poteva scoprire cinque anni prima

Cantone: nel 2010 l’Autorità dei Lavori pubblici aveva
rilevato gli appalti senza gara alle Coop di Buzzi.
Senza muovere un dito


Mafia Capitale ha prosperato anche grazie al l’inerzia delle autorità di controllo. Con il deposito di migliaia di carte “nuove” del fascicolo dei magistrati romani emerge anche la lettera inviata da Raffaele Cantone al procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone. Il capo dell’Autorità Anticorruzione segnala che gli uffici della disciolta Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici, poi confluita nell’Anac, avevano segnalato al Comune di Roma tutto quello che non andava negli affidamenti senza gara alle coop sociali.
LA SEGNALAZIONE risaliva al 2010. Nulla era accaduto. Tanto che la lettera di Cantone a Pignatone si chiude con l’annuncio di un’ispezione interna. “Dopo che la stampa ha dato notizia dell'indagine su Mafia Capitale, ho fatto fare una verifica per accertare se sugli appalti relativi ai servizi sociali erano stati effettuati in passato, accertamenti da parte dell'Autorità di vigilanza dei contratti pubblici (Avcp)”, scrive Cantone a Pignatone. “Grazie alla collaborazione di un dirigente, ho ricostruito una vicenda che, credo, potrà essere utile per le indagini ma che potrebbe meritare da parte della S.V. un approfondimento su eventuali possibili omissioni negli anni 2010/2011 da parte di dipendenti dell'Avcp”. Il Comune di Roma si era di fatto autodenunciato chiedendo all’Autorità un parere sulla cassa integrazione dei lavoratori dell’assistenza agli immigrati. Ma la gara stessa vinta dalla cooperativa che li impiegava, per l’Avcp, era illecita. “Il 3 settembre 2010”, scrive Cantone, “il vice segretario generale dell’Avcp evidenziò al Dipartimento citato che l’appalto per il quale era stata avanzata richiesta di chiarimenti non era stato ‘affidato conformemente alle disposizioni normative in materia di contratti pubblici' e individuò una lista di appalti affidati con medesime modalità, chiedendo di fornire spiegazioni. Il 19 ottobre 2010, il dipartimento del Comune di Roma precisava che la totalità dei servizi era stata affidata a cooperative sociali di tipo A o di tipo B e si individuavano le ragioni per cui si era proceduto sostanzialmente in deroga al codice dei contratti –in particolare perché si trattava di 'risolvere una situazione di grave disagio ed emergenza sociale, per ovviare a problemi di ordine pubblico ed igienico sanitario'”. Cantone sottolinea che “nell’atto trasmesso dal Comune era contenuto un elenco di cooperative beneficiarie degli affidamenti, in cui risultano fra l’altro la Coop sociale 29 giugno e Eriches 29 giugno”. L’Autorità rispose il luglio 2011 segnalando “'criticità emerse nel settore esaminato che riguardavano 'il mancato esperimento da parte del comune di procedure di confronto concorrenziale', in assenza dei necessari presupposti normativi ed il frequente ricorso ad affidamenti diretti”. Cantone segnala che ciononostante l’Autorità, invece di intervenire con un provvedimento contro il Comune, preferiva ipotizzare ispezioni in tutta Italia e un confronto tra Roma e altre città. La ragione? Le difficili condizioni finanziarie della Capitale. Conclude Cantone: “Nessuna attività di successiva ispezione è stata effettuata né in alcun modo è stata effettuata comparazione con altre città né che le irregolarità, comunque emerse, siano state comunicate al Comune di Roma, alla Corte dei Conti o alla Procura della Repubblica”. Al termine della lettera Cantone chiude minaccioso: “L’anomalia della procedura evidenziata sarà evidentemente oggetto di ulteriori accertamenti ispettivi interni i cui esiti saranno prontamente comunicati alla Procura”.
NELLE CARTE compare anche un’intercettazione in carcere di Massimo Carminati che parla con un altro detenuto: “Quando avevo 16 anni andavo in giro armato di pistola, quando poi i miei amici sono tutti morti ammazzati, io mi sono specializzato in quello che loro dicono e mi accusano. Ma non hanno capito che gli piscio in testa se voglio”. Carminati non collabora con i pm, a differenza dell’uomo ritenuto il suo braccio destro, Salvatore Buzzi. Il ras della cooperativa 29 giugno ha parlato tante volte con i pm e i compagni di detenzione non hanno gradito. Buzzi, in una lettera alla Procura, scrive che “l’ambiente della sezione, sebbene sia stato tollerante dopo i due interrogatori, ora è diventato ostile nei miei confronti, salvo alcune eccezioni. Ieri sera dopo i telegiornali, i detenuti della sezione hanno iniziato a gridare nei miei confronti: ‘andiamo a fare i pentimenti religiosi, i pentimenti li facciamo all’aria’”. E chiede l’isolamento. Intanto ieri è tornato agli arresti domiciliari Daniele Pulcini, l’imprenditore romano arrestato anche lui con l’accusa di concorso in turbativa d’asta. Dal 4 giugno scorso era ai domiciliari, poi però è stato portato in carcere dopo che la Procura ha scoperto che organizzava cene e party a bordo piscina durante la detenzione. In una lettera ai pm, riconosce “di aver sbagliato”.

Anche il Papa vuole l’Imu ai preti

LA SFIDA - Bergoglio spiazza le Congregazioni alla
vigilia del Giubileo, nel pieno del contenzioso con il
Comune di Roma:
“Un convento è esentato, ma se lavora come un hotel deve pagare le tasse”



Dare a Cesare ciò che gli tocca, separandolo da ciò che è di Dio: è il concetto che sta dietro le parole di papa Francesco, quelle che molti aspettavano da decenni. "Un convento religioso è esentato dalle imposte – ha detto Bergoglio durante un’intervista all'emittente portoghese Radio Renascença – però se lavora come un albergo è bene che paghi le tasse, altrimenti l'impresa non è molto sana”. Si riferiva al fatto che a Roma il 40 per cento delle strutture alberghiere gestite da religiosi non abbia mai versato l’Imu, al fatto che il 20 per cento lo versi irregolarmente e che un terzo non paghi né Tasi, né Tari. “Ci sono conventi che sono quasi vuoti – ha detto Bergoglio - e anche lì può esserci la tentazione del Dio denaro. Alcune congregazioni dicono: ora il convento è vuoto, facciamolo diventare un albergo e possiamo ospitare persone, mantenerci e guadagnare denaro. Bene, se desideri questo, allora paga le tasse”. E, per fa passare meglio il messaggio, lo ha ripetuto di nuovo: “Un collegio religioso è esente dalle imposte, ma se lavora come un hotel è giusto che le paghi”.
Secondo un elenco elaborato dal dipartimento delle Risorse economiche del Comune di Roma, infatti, le 280 strutture ricettive gestite dagli ordini religiosi in città sono controllate da 246 diverse congregazioni e, di queste, 93 non hanno mai versato l’Imu, mentre 59 l’hanno versata in maniera irregolare. Una situazione che genera un ammanco fiscale per le casse capitoline di circa 19 milioni di euro. A sollevare la questione, nelle scorse settimane, era stato il consigliere comunale romano e presidente dei Radicali Riccardo Magi. Grazie a lui è stato stilato l’elenco dei presunti debitori e Il Fatto Quotidiano ha bussato alla porta delle varie strutture per capire come mai non paghino le tasse sugli immobili, soprattutto ora che il Giubileo di ottobre porterà nella capitale milioni di turisti e, quindi, potenziali clienti. Le piccole Ancelle di Cristo Re, la Congregazione delle Mantellate Serve di Maria, le suore Oblate del Bambin Gesù, le suore Pallottine e molte altre: ci sono contenziosi che risalgono anche a dieci anni fa e che valgono centinaia di migliaia di euro. E che, a quanto pare, non si risolveranno con la rivoluzione di Bergoglio. Gli ordini dicono di aver diritto all’esenzione, negano i servizi offerti o giustificano i prezzi con l’elevata pressione fiscale imposta loro dal Comune di Roma. Oppure si appellano a una normativa poco chiara. Prima del 2012 (anno del decreto Monti), infatti, erano esenti dal pagamento delle tasse sugli immobili le strutture che prevedevano una zona adibita ad altre attività, come quelle di culto. Dal 2012, invece, è riservata solo alle strutture in cui si svolgono attività con modalità non commerciali e a condizione che non siano aperti tutto l’anno. A patto che i servizi siano offerti gratuitamente o a un prezzo inferiore alla metà di quello di mercato nella zona. Cosa che raramente avviene, nonostante le strutture dichiarino di non avere scopi commerciali. E il Papa lo sa. Oggi, come due anni fa quando, durante la visita a Lampedusa e l’emergenza migranti, aveva detto che i conventi vuoti non dovevano servire come alberghi, ma essere destinati ad ospitare i rifugiati. “Bergoglio ha dimostrato di essere più evoluto dello Stato e del Comune – ha detto ieri Magi –, ha squarciato il velo d’ipocrisia dietro cui, da decenni, si sono nascosti sia gli alti prelati, che ci hanno sempre accusato di voler penalizzare il terzo settore, sia molti amministratori locali e politici”. Le strutture, infatti, autocertificano il loro status di attività no profit, il Comune controlla la corrispondenza tra le dichiarazioni e la realtà. Controlli che, secondo Magi, non sono mai stati svolti in modo efficace.
 “Gli accertamenti sulle dichiarazioni del 2014 sono in corso – ha detto al Fatto l’assessore al Bilancio del Comune di Roma, Marco Causi – . Molti contenziosi sono stati aperti perché c’era incertezza normativa, una linea sottile tra cosa si dovesse considerare remunerativo e cosa no. Ma non è più così, già dal decreto attuativo del 2014: si può dire basta agli scontri ideologici fra i laicisti accaniti e i difensori a priori del no profit. Chi deve pagare, pagherà. E ben vengano le parole del Papa”. Causi, però, tira in ballo l’Agenzia delle Entrate: “Non solo il Comune, ma anche il Fisco deve fare le sue verifiche”. Resta l’urgenza: il Giubileo è alle porte e le spese saranno a carico del Comune perché il Governo non ha previsto fondi straordinari. E la certezza di 20 milioni potrebbe fare comodo.

Bavaglio, ci risiamo: stop a stampa e giudici

Oggi alla Camera comincia l’iter della nuova disciplina
sulle intercettazioni. Dall’udienza filtro al carcere:
così si mettono a tacere le notizie scomode


L’allievo potrebbe superare il maestro. Silvio Berlusconi non riuscì a imporre il bavaglio alla stampa, fermato da girotondi e dubbi del Quirinale. Matteo Renzi invece è (quasi) a metà dell’opera. Oggi pomeriggio nell’aula della Camera arriva il disegno di legge sulla riforma penale, che contiene la delega al governo per riscrivere le norme sulla pubblicazione delle intercettazioni. Delega quasi in bianco, con una decina di righe generiche nel contenuto ma chiare nell’intento: vietare la diffusione delle intercettazioni “non penalmente rilevanti”. Spesso, scomode per partiti e accoliti vari. E dentro c’è anche l’emendamento Pagano, che prevede il carcere per chi effettui registrazioni di nascosto. La maggioranza, con in testa il Pd, vuole approvare tutto in prima lettura entro giovedì. Perché il tema è caro agli alleati inquieti del Nuovo Centrodestra. Dichiaratamente contro, solo i Cinque Stelle. Promettono “battaglia in aula”, dove hanno presentato 300 emendamenti. “Ma avremo solo un’ora e 11 minuti per presentarli, i tempi sono contingentati”, lamenta Giulia Sarti. Ieri ha tenuto una conferenza stampa assieme a Vittorio Ferraresi, a cui il M5s aveva invitato tutti i giornalisti. Si sono presentati in quattro: il presidente dell’Ordine Enzo Iacopino, Marco Lillo del Fatto, Antonino Monteleone di Piazza Pulita e Liana Milella di Repubblica.
Mani libere per l’esecutivo
La mordacchia che verrà si annida nell’articolo 29 del ddl. Poche righe che delegano al governo di stabilire “prescrizioni che incidano sulle modalità di utilizzazione cautelare” delle intercettazioni, e che “diano precisa scansione all’udienza di selezione del materiale intercettato”, per tutelare “la riservatezza di persone occasionalmente coinvolte”. Tradotto, si punta a un’udienza filtro. Sul Fatto di due giorni fa, Walter Verini (Pd) spiegava: “L’orientamento è quello di un’udienza dove l’avvocato della difesa, il pm e il giudice (dell’udienza preliminare, ndr) valutino quali siano le intercettazioni di rilevanza processuale. Se non lo sono, vengono messe in una ‘cassaforte ’ sotto la responsabilità del magistrato”. Ma le modalità restano nebulose, come le sanzioni per i giornalisti che violassero il blocco. Mentre sono già evidenti i rischi. Con una norma del genere, non sarebbero comparse sui giornali le intercettazioni che riferivano del dono di un Rolex da 10 mila euro al figlio dell’ex ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, da parte di un imprenditore arrestato nell’inchiesta della procura di Firenze sulle Grandi Opere. E non si sarebbero lette le conversazioni tra Matteo Renzi e il generale della Finanza Michele Adinolfi, in cui il segretario dem bollava Enrico Letta come “un incapace”. “La norma - aggiunge Ferraresi - potrebbe favorire ricatti da parte dei pochi che apprenderanno il contenuto delle intercettazioni”.
Quell’emendamento ancora pericoloso
Il Pd l’ha subito cambiato. Ma l’emendamento Pagano, che prende il nome dal deputato di Ncd, resta una mina. Il testo originario prevedeva: “Chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni”. I programmi tv d’inchiesta, che con le registrazioni nascoste hanno svelato scandali in serie, erano insorti. E il ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva espresso “forti riserve”. Così i dem hanno reso non punibili “le registrazioni ai fini di diritto di cronaca e uso processuale”. Ma l’emendamento rimane un forte deterrente per i cittadini che vogliono denunciare crimini, magari registrando il ricatto di un mafioso. Perché non è affatto automatico che una registrazione dia luogo a un processo.
Non solo censura: le altre ombre
Il ddl impone ai pubblici ministeri il termine tassativo di tre mesi dalla scadenza formale dei tempi d’indagine, entro cui chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione di un ’inchiesta. E i magistrati già protestano: in indagini di dimensioni medio-grandi, come quelle sulla mafia, dover chiudere entro 90 giorni può essere un macigno.

Grandi Navi, il Pd dice sì ai mostri in Laguna

Venezia, la dem Moretti firma il progetto del sindaco Brugnaro


Sulle grandi navi il Pd veneto sposa la linea Brugnaro: sì ai giganti del mare in Laguna attraverso l’allargamento del Canale Vittorio Emanuele. A comunicarlo sono stati il capigruppo in consiglio regionale, Alessandra Moretti, e quello in Comune a Venezia, Andrea Ferrazzi: la “soluzione del canale Vittorio Emanuele, su cui punta anche il sindaco Brugnaro” è quella in grado di “coniugare e tutelare la salvaguardia ambientale” e “indotto economico”. Ancor più significativo il fatto che la svolta che fa tornare il Pd lagunare sulle posizioni dell’era Orsoni arrivi dopo un incontro di Moretti con i tecnici del ministero delle Infrastrutture. Che sia stato proprio il confronto con gli uomini del dicastero guidato da Graziano Delrio a determinare la svolta? Il ministero non si sbilancia e rivendica il proprio ruolo di “solo coordinamento”, mentre Moretti si trincera dietro un “chiedetelo a loro: Io ho fatto un incontro ricognitivo e mi sono fatta un’opinione”. La riunione si è tenuta lo scorso venerdì mattina, peraltro poche ore dopo la cena dell’esponente dem con Alberto Dell’Utri, il gemello di Marcello.
Per la prima volta Regione, Comune, autorità portuale e perfino le opposizioni dem si ritrovano concordi con un progetto che, al momento, esiste solo nella testa di Brugnaro e del presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa. Si sa però che prevede l’allargamento di un vecchio canale lagunare, il Vittorio Emanuele, a cui dovrebbe seguire lo sdoppiamento del Canale dei Petroli, quello usato oggi per le navi commerciali. Le criticità sono elencate nel Libro bianco delle grandi navi, una sorta di bibbia per i comitati, e persino in una lettera del 2012 inviata da Paolo Costa alla Nuova di Venezia, (all’epoca l’autorità portuale sosteneva un altro progetto ancor più invasivo). Per consentire il passaggio delle grandi navi il fondale andrebbe portato dagli attuali 5-6 metri di profondità fino a 10. I fanghi che lo ricoprono sono però, scrive lo stesso Costa, “del grado più alto di tossicità e nocività” e il loro smaltimento in discarica comporterebbe un aggravio extra di 30 milioni di euro. Inoltre il Canale dei Petroli risulta già oggi congestionato. Aggiungendo i circa 1.200 passaggi di navi da crociera all’anno il ritardo medio per ogni nave, stima ancora Costa, sarebbe di tre ore. Infine c’è il rischio legato al passaggio incrociato di convogli passeggeri e bastimenti commerciali destinati alle industrie chimiche di Marghera. “Oggi questa soluzione viene utilizzata una volta all’anno in occasione del Redentore (quando la Giudecca è impraticabile, ndr) e, anche per il passaggio di una sola crociera il traffico merci viene bloccato un giorno intero”, spiega Paolo Testa, del Comitato No Grandi Navi.
La nota Moretti-Ferrazzi ha causato un vero e proprio terremoto nel partito. Per l’ex candidato sindaco Felice Casson “La passione per Brugnaro di alcuni democratici in Regione non è una novità. Alle scorse elezioni ha vinto il partito trasversale degli affari”. Il coordinatore dei circoli Pd, Andrea Martini, parla di una scelta che deride gli iscritti, visto che la base ha “sempre dichiarato la contrarietà alle grandi navi”, mentre la consigliera comunale Pd Monica Sambo attacca: “Scommetto che la Moretti non sa nemmeno dove sia il Canale dei Petroli”. Appena un mese fa, il capogruppo Pd in Senato Luigi Zanda aveva inviato una lettera a tre ministri (Delrio, Galletti e Franceschini) attaccando la posizione ora sostenuta dai democratici veneti: “Lo scavo e l’ampliamento di nuovi canali (Contorta o Vittorio Emanuele, non cambia) produrrebbe l’appiattimento anche di larghi spazi lagunari molto vicini a Venezia storica e insulare, che verrebbe così messa a forte rischio”. “Parlerò con Moretti e Ferrazzi”, ha detto ieri Zanda. Tra le ragioni che avrebbero convinto i democratici a sostenere l’opzione Vittorio Emanuele c’è la tutela dei livelli turistici: “250mila passeggeri in meno e 40 milioni di euro persi”, scrive Moretti. I dati del Venice terminal passeggeri non sono però così catastrofici: nel 2014 i croceristi approdati in Laguna sono stati 1 milione 733 mila, solo 82 mila in meno rispetto al 2013 e mezzo milione in più sul 2008. E per quest’anno sono attese 524 grandi navi, 36 in più rispetto all’anno scorso.

Il jet da 40 milioni l’anno e il populismo di Matteo

Vendendo macchine su eBay ha incassato 850 mila euro: una settimana di volo


Le seguenti cose sono tutte vere: il governo Renzi quest’anno ha fatto tagli lineari alle Regioni per 4 miliardi (2,3 dei quali si sono scaricati sulla sanità), ai comuni per altri 1,2 miliardi e alle province per uno; il governo Renzi si prepara a fare altri 10 miliardi di tagli lineari nel 2016 chiamandoli spending review; il premier ha trovato il modo –dopo mesi di insistenze coi suoi uffici– di prendere in leasing un super aereo capace di fare tutte le rotte transoceaniche senza scali; nel weekend se n’è andato a vedere una partita di tennis a New York spendendo oltre 150mila euro solo di aereo di Stato con la scusa dell’Italia che vince (Matteo, ma mica era la Fed Cup...); da un lato si vanta di aver tagliato 3.018 auto blu e dall’altro pubblica bandi per noleggiarne 6mila in un anno; vende le macchine dello Stato su eBay e lui va e viene tra Pontassieve e Roma con l’elicottero.

Il jet: 40 milioni l’anno
Da eBay: 850 mila euro
La sua risposta è questa: “Si guardi ai costi di palazzo Chigi prima e dopo la cura: noi stiamo facendo i tagli sulla spesa pubblica, ma l’idea che le alte cariche dello Stato non si muovano coi voli di stato appartiene a una dinamica molto populista”. Che dire? I conti di palazzo Chigi sono più o meno uguali a prima: cioè a prima vista c’è una spettacolosa riduzione dei costi di oltre un miliardo e mezzo (su 3,1 di budget 2014), in realtà poi leggendo si scopre che è dovuto solo al fatto che la Protezione civile passa a livello contabile sotto il Tesoro, mutui compresi. Quanto al populismo, fu proprio Renzi (ai tempi del “Renzi 1”) a cavalcare i temi anticasta per arrivare alla conquista del Pd e di palazzo Chigi, tranne cambiare idea dopo aver raggiunto lo scopo e passato lo scoglio delle Europee (“Renzi 2”). In ogni caso, quando un presidente del Consiglio ritiene di dover applicare politiche restrittive sulla spesa pubblica e, dunque, tagliare servizi ai cittadini, il minimo che deve al suo Paese è il buon esempio. Il gioco delle tre carte sulle auto blu  –tema che lo stesso Renzi lanciò in grande stile nei primi mesi di governo– è ancora più insultante se si fanno un po’ di “conti della serva” sul cortocircuito tra la propaganda del premier e i suoi comportamenti. A marzo 2014 il governo cominciò a mettere in vendita le auto blu su eBay. Ad aprile, in conferenza stampa , Renzi si vantava: un “gesto simbolico”, ma doveroso e, comunque, “sono centinaia di migliaia di euro che stanno entrando”. A stare a www.governo.it sono “entrati” in tutto 857.508 euro dalla vendita di 107 macchine: circa 8mila euro l’una. Neanche poco. Ora però si scopre che il premier s’è preso in leasing il super aereo col wi-fi, la sala riunioni e tutte le cose che gli mancavano sulle attuali ammiraglie della “flotta blu”, cioè gli Airbus A319. Il modello prescelto pare sia un Airbus A340 che, a prezzi di mercato, viene via tra i 600mila euro e il milione a settimana: se scegliamo il costo medio, cioè 800mila ogni sette giorni, all’anno il conto supera di un bel po’ i 40 milioni di euro. Insomma, per pagarsi l’aereo per un solo anno dovrebbe vendere 5.300 auto blu a ottomila euro l’una. Nel “negozio” del governo su Ebay, però, “al momento, vi sono 0 inserzioni”.

Il Formez e quei mirabolanti risparmi nel 2014
Quando ancora Renzi cavalcava il tema delle auto blu ne parlava in continuazione. A fine novembre 2014, per dire, fece sparare sull’apposita pagina del sito del Formez –Società del Dipartimento Funzione Pubblica che si occupa di “supporto delle riforme e diffusione dell’innovazione amministrativa”– la notizia che in soli dieci mesi aveva tagliato oltre 3mila auto di servizio “per un risparmio complessivo stimato di 95 milioni di euro”. Dicasi: 95 milioni di euro, 31.500 euro a macchina. Abbiamo cercato di capire quale fosse la base di calcolo visto che gli autisti, la spesa fissa più onerosa, non vengono certo rottamati con le auto: assicurazione, manutenzione, bollo e benzina, per il Formez, valgono 31.500 euro a macchina. Un dato: per spendere 20mila euro di benzina in 12 mesi bisogna fare 540 chilometri al giorno, tipo Roma-Pontassieve andata e ritorno. Tutto è possibile, per carità, ma questo tipo di pendolarismo non è salutare. Meglio l’elicottero.

Appalto Consip per lo Stato 106 milioni per 6 mila auto

SOLO PROPAGANDA - Per l’esecutivo le vetture di servizio
vanno ridotte, ma ne noleggia 2 mila in più sul 2013/14
(Mario Monti addirittura cancellò la gara)


Come si sa, noi siamo renziani della prima ora. Il corollario è che da quando è cominciato quello sdoppiamento della personalità del premier giornalisticamente definito – dall’interessato – “Renzi 1” e “Renzi 2” siamo confusi: il primo, per dire, taglia le auto blu, il secondo ne ordina il doppio a noleggio. Insomma, non si sa più a quale Renzi dar retta. Noi, però, non riusciamo a dimenticare le parole d’ordine del fu premier rottamatore.
Prendiamo la gloriosa conferenza stampa del 18 aprile 2014, quella del “mitico” - direbbe lui - decreto sugli 80 euro: “La riduzione della spesa passa da alcuni gesti simbolici”, spiegò all’uditorio. E via con la slide: “Ora X: Italia coraggiosa e semplice. Massimo 5 vetture a ministero”. Commento di Renzi: “Cosa vuol dire? La dico male: i sottosegretari vanno a piedi. Sarà la riduzione di auto blu più significativa della storia”. Era talmente in forma, il premier, che rispondeva da solo alle possibili obiezioni: “Mi dicono: ma quanto fai con questa misura? Pochi milioni di euro, ma passa un principio che è fondamentale: si restituiscono soldi agli italiani, ma si inizia pure a restituire fiducia e credibilità alla politica”. Ora però il Renzi 2 - e i renziani 2 a ruota - dicono che è ora di piantarla col “populismo”, nuova definizione ufficiale dei “gesti simbolici” (l’unica cosa con cui non la piantano sono i tagli di spesa pubblica: nel 2016 ne arrivano per 10 miliardi). E dunque se il governo di “Renzi 1” tagliava le auto blu, le metteva in vendita su Ebay e si vantava di averne cancellate 3 mila in pochi mesi; l’esecutivo di “Renzi 2”a dicembre 2014 ordinava un appaltone Consip (base d’asta: 106 milioni di euro) per il noleggio di seimila auto (5.900 per l’esattezza) per la Pubblica amministrazione. Renzi 1 toglie, Renzi 2 ridà. È la vita.

Ogni anno verso l’autunno la Consip –la società controllata dal ministero del Tesoro che si occupa degli acquisti del settore pubblico– scopre di quante macchine di servizio a noleggio (senza conducente) ha bisogno la Pubblica amministrazione e poi organizza l’asta. La richiesta per quest’anno è aumentata perché il governo renziano, per dar seguito ai propositi mediatici del Capo, ha tagliato senza criterio e ha bloccato gli acquisti, tranne che per la sicurezza (volanti della polizia) e la sanità (le ambulanze degli ospedali). Più palazzo Chigi taglia, o simula il taglio, più s’impenna la quota di macchine a noleggio. È come il gioco delle tre carte. Con le concessionarie che vincono la gara, Consip stipula una convenzione della durata di 12 mesi e fissa il limite di spesa (per il 2015, appunto, sono 106 milioni di euro), poi ciascuna amministrazione – inclusa quella centrale, cioè ministeri e governo – riceve l’auto che preferisce per un paio di anni o al massimo tre: modello utilitaria a benzina, berlina di media cilindrata a diesel oppure monovolume a metano o anche elettrica. Consip prevede un esborso per il 2015 di 106 milioni, somma (esclusa Iva) che va ridotta di un 10-15 per cento se l’asta viene aggiudicata con un buon ribasso. Rispetto al 2013 (gestione condivisa Monti-Letta), Consip pagherà 26 milioni in più – da 80,3 milioni a 106 – per quasi duemila vetture in più (5.900 anziché 4.075). Il bando è composto da cinque lotti, si passa dalle “auto formato città, compatte a benzina” alle “berline medie diesel da 90 kw”. Le care vecchie auto blu. Secondo il documento Consip, per soddisfare le esigenze dello Stato le berline non devono essere spartane, ma ben equipaggiate con “allestimenti minimi e obbligatori”: servosterzo, antifurto, autoradio, poggiatesta posteriori, climatizzatore automatico, vernice metallizzata (almeno due colori a scelta) e chiusura centralizzata.
Ai tempi di Mario Monti, che di certo era un tecnico e forse non era populista, il tradizionale bando di gara della Consip da 86 milioni - sempre inferiore, quindi, alle necessità in epoca renziana - fu revocato all’improvviso da Palazzo Chigi. Niente noleggi. E non si ricordano collassi della struttura statale. Consip assicura che il costo medio per auto - per quest’anno 17.966 euro cadauna - è destinato a scendere. Ma a questi prezzi, che la Consip tenta di calmierare lavorando da centrale di spesa per l’intera Pubblica amministrazione (è un auspicio, non la realtà), non conveniva comprare le macchine? O forse no. Perché altrimenti Renzi cosa mostra in conferenza stampa?

lunedì 14 settembre 2015

Xylella, l’unico turista non gradito nel Salento

NESSUN RIMEDIO
È iniziata la raccolta delle olive, quest’anno va meglio del 2014,
ma l’epidemia sta avanzando verso nord
E la Procura di Lecce indaga per diffusione colposa di una malattia delle piante




Tra poche settimane, in tutta Italia, partirà la raccolta delle olive. L’annata è buona, ma in Puglia un calo, anche se minimo, ci sarà a causa del numero di piante abbattute o malate. Un dramma che per gli agricoltori pugliesi si chiama Xylella fastidiosa. Era l’ottobre del 2013 quando venne accertata qui la presenza del patogeno da quarantena, cui viene attribuito (ma al momento non c’è certezza scientifica) il disseccamento rapido degli ulivi. A due anni di distanza una cura non c’è e lo stato di emergenza dichiarato nel febbraio 2015 è stato prorogato di altri sei mesi dal Consiglio dei ministri. L’epidemia, intanto, avanza verso nord. Gli ultimi focolai sono stati individuati durante l’estate a Torchiarolo. Nel frattempo, la Procura di Lecce continua a indagare per diffusione colposa di una malattia delle piante. A fronte di un’emergenza senza precedenti in Italia, la parola d’ordine è eradicare le piante infette. “Infette”, non secche. Perché, spiega la dottoressa Anna Percoco, funzionaria dell’Osservatorio Fitosanitario della Regione Puglia, “nel momento in cui si accerta la presenza di Xylella, anche se la pianta non riporta segni evidenti di disseccamento, essendo un batterio da quarantena, per legge ho l’obbligo di eradicarla”. Ma gli abbattimenti sono solo una misura di contenimento, non di cura. E per renderla più indolore, evitando le proteste, il nuovo piano del commissario straordinario Giuseppe Silletti, da approvare entro fine mese, prevede la formula del contributo pubblico all’espianto. Il territorio pugliese è stato suddiviso in quattro aree: la zona a nord, di sorveglianza (con una superficie di uliveti pari 46.169 ettari); quella cuscinetto (32.020 ettari); una di contenimento (24.708 ettari) e l'area a sud, la più colpita (dove ormai non si effettuano più il monitoraggio). Le aree infette sono distribuite su 113.370 ettari, ma come spiega Silvio Schito, dirigente dell’Osservatorio Fitosanitario, “il dato riferito alle superfici monitorate in termini di ettari non è facilmente quantificabile”. Le piante finora abbattute sono circa 200.
“È una malattia nuova – dice Donato Boscia responsabile dell’Istituto di Virologia del Cnr di Bari –fino a questo momento non c’è nessuna evidenza di reversibilità né segnali di ripresa”. La situazione è complessa, si lavora con difficoltà. “I dati a disposizione sono carenti”, spiega il professor Boscia. Lo conferma lo stesso Schito: “Non è facile quantificare le superfici controllate, le nostre priorità sono le zone cuscinetto, di sorveglianza e la zona di 20 km di contenimento, ma per la vastità del territorio e considerato che allo stato attuale le risorse umane costituiscono il fattore limitante, si sta dando precedenza alle zone a rischio”. Carenza di risorse umane, dunque. Allora perché non coinvolgere studenti e ricercatori? Fino ad oggi, salvo l’annuncio del ministro Martina di un finanziamento di 4 milioni di euro per una ricerca, non c’è stato alcun bando dedicato. Lo denunciava diversi mesi fa anche il deputato pugliese Giuseppe L’Abbate (M5S) sul suo blog: “Con i finanziamenti ricevuti, la giunta guidata da Vendola avrebbe dovuto predisporre un bando dedicato al mondo scientifico per studiare il fenomeno e gestire il futuro che attende i coltivatori pugliesi. E, invece...”. Invece, c’è chi si è messo a lavoro da solo. “In sei mesi, abbiamo speso almeno 30 mila euro di tasca nostra”, dice Fabio Ingrosso, a capo di Copagri Lecce. A maggio sono state avviate le sperimentazioni per provare a curare dieci ettari. Le piante, molte delle quali date per spacciate, hanno ripreso a vegetare. Ma a crederci sono solo loro: confederazione agricola, dodici aziende che hanno messo a disposizione i terreni e due ricercatori dell’Università di Foggia, Antonia Carlucci e Francesco Lops, che lavorano gratis. Si procede per tentativi. A Veglie, rischiano di essere abbattuti alberi sottoposti alla cura del professor Marco Scortichini, direttore del Crea di Caserta, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria. È stato lui a redigere il protocollo di diagnosi di Xylella per l’Organizzazione Europea per la Protezione delle Piante. Da dicembre somministra agli ulivi estratti di rame e zinco. “I tagli sono inutili. Non si capisce – spiega Scortichini –che per la prima volta al mondo si sta facendo una sperimentazione ampia, direttamente in campo per il controllo di Xylella su una pianta ospite primaria”.
Oltre al supporto, si aspetta il coordinamento di queste esperienze: nel 2010, sono stati avviati campi di prova contro la lebbra dell’ulivo, un’altra fitopatia. Non si è saputo nulla. L’unica certezza è che sono sorti intorno a Gallipoli, proprio nell’area e nel momento in cui anche questa storia ha avuto inizio. Una coincidenza che non sfugge a chi da oltre un anno indaga, a carico di ignoti, per diffusione colposa di una malattia delle piante. La Procura di Lecce fatica ad avere risposte. È certo che in quell’occasione sono stati testati prodotti autorizzati eccezionalmente. Se n’è fatto un uso improprio? Gli interrogativi, tanti, restano sulla scrivania dei pubblici ministeri della Procura Elsa Valeria Mignone e Roberta Licci.
Sono stati chiesti altri sei mesi di tempo per concludere le indagini, delegate al Nipaf del Corpo Forestale dello Stato. Si aspettano le relazioni dei consulenti, soprattutto di quello informatico, che sta passando al setaccio i pc sequestrati ai ricercatori del Cnr di Bari e del Dipartimento di Scienze del suolo dell’Università di Bari. L’obiettivo è capire se Xylella sia mai stata riscontrata prima dell’ottobre 2013, data in cui è stata certificata la sua presenza. Perché i conti non tornano: per prima cosa, già nell’autunno 2011 erano stati segnalati sintomi di disseccamento degli ulivi, ma si è intervenuti solo due anni dopo. E poi, nell’ottobre 2010, presso l’Istituto agronomico mediterraneo di Bari, è stato formato personale per fronteggiare un rischio ipotetico di introduzione in Europa di Xylella, ciò che in seguito si è verificato davvero. Preveggenza?

Una strage di bambini al largo della Grecia

MARE ROSSO SANGUE
Si ribalta un barcone, 15 minorenni e 4 neonati bloccati nella stiva.
Salvati in 42 dentro un camion frigo in Austria




Uno, due tre, ancora troppi Aylan vittime di questa infinita tragedia della migrazione, questa volta nel mare “nero”, l’Egeo. Una scena terribile, sconcertante, chi ha assistito racconta di non essere neanche riuscito a piangere. Lacrime pietrificate come i corpi dei piccoli ritrovati nella stiva dell’imbarcazione che si è capovolta al largo dell’isola greca di Farmakonisi, a una quindicina di chilometri dalla Turchia: 15 piccole vittime, più quattro neonati e 20 adulti, questo il contatore dell’ennesima strage, ancora non chiara per dinamiche. Complessivamente sarebbero state salvate 68 persone dalla guardia costiera, mentre in 29 sono riuscite a raggiungere a nuoto la riva. Intanto prosegue senza sosta e a ritmi crescenti, il flusso di migranti dalla Macedonia in Serbia, entrambi Paesi di transito lungo quella che è stata definita la “rotta balcanica”, seguita da migliaia di siriani, afghani, iracheni e africani per poi arrivare in Germania, Austria, Svezia e altre nazioni dell’Europa occidentale. Con nuovi “però”. La Germania reintrodurrà temporaneamente i controlli di frontiera per far fronte alla crisi dei migranti. Come riferisce il portale di Bild, 2.100 poliziotti verranno inviati nella zona di confine con l'Austria. Secondo le anticipazioni della stampa, il governo federale introdurrà anche controlli alla frontiera con la Repubblica ceca e con la Polonia. La sospensione di Schengen, secondo Bild, è previsto che duri circa 30 giorni. Il ministro dell’Interno tedesco, Thomas De Maiziere, ha parlato di "controlli provvisori per arrivare a una procedura ordinata di afflusso" dei migranti che garantisca la "sicurezza". Il presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, ha sentito la Merkel trovandosi d'accordo con la cancelliera sul fatto che per mantenere aperti i confini tra i Paesi membri dell'Unione è necessaria una gestione più coesa a livello europeo della crisi dei migranti. Insomma, o si è uniti, o meglio rialzare qualche paletto. E la Commissione europea, stessa, si è sbrigata a specificare che la reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere "è una possibilità eccezionale esplicitamente prevista e regolata" dal codice delle frontiere del Trattato di Schengen "in caso di situazione di crisi" e "la situazione attuale in Germania, a prima vista, appare essere una situazione coperta dalle regole". La decisione tedesca "sottolinea l’urgenza di concordare" sul pacchetto immigrazione.

Tutto bene quindi, nulla di grave, dicono. Eppure il ministro dei Trasporti tedesco, Alexander Dobrindt, ha accusato l’Unione europea di "totale fallimento nella protezione delle frontiere esterne europee", chiedendo "mezzi efficaci per frenare i flussi". Lo ha riferito Die Zeit. Dobrindt appartiene all’Unione cristiano-sociale Csu, alleato bavarese della Cdu della cancelliera Angela Merkel. Chissà se sono stati informati i 1.800 profughi attualmente a bordo di treni in Austria diretti in Germania. Comunque, oggi è previsto un altro capitolo di questa storia-dramma: a Bruxelles c’è l’incontro dei membri del Consiglio interni e giustizia dell’Ue, per dare il via libera alla prima fase dell’agenda Juncker, decisa a maggio scorso e che prevede, per quanto riguarda l’Italia, la ricollocazione di 24mila persone in due anni. Ma l’appuntamento, sottolineano fonti ministeriali, è fondamentale anche per ribadire in Europa le due proposte che il governo italiano ritiene fondamentali per una vera politica europea sull'immigrazione: la revisione dell’accordo di Dublino, che obbliga i migranti a chiedere asilo nel paese in cui hanno fatto ingresso in Europa, e una politica comune sui rimpatri. Su questo fronte non c'è intesa tra i paesi dell’Ue.

Good News: è andata bene a 42 persone, tra cui cinque donne e otto bambini, che viaggiavano stipate nel vano di carico di un camion frigorifero lungo un tratto di autostrada prossimo al confine con la Germania. La polizia le ha scovate e salvate.

domenica 13 settembre 2015

VOGLIONO FARCI INGOIARE OGM. NON GLIELO PERMETTEREMO MAI


Domanda: Il TTIP obbligherà l'UE a modificare la sua legislazione in materia di organismi geneticamente modificati?
Risposta: No. Le norme comunitarie fondamentali in materia di OGM non sono negoziabili. Non saranno modificate dal TTIP.

Il questionario riportato dal sito del Parlamento Europeo per rincuorare i cittadini sui pericoli del TTIP recitava così. Ebbene, oggi - senza paura di smentita - possiamo affermare che il suddetto questionario era un'accozzaglia di menzogne.
La Commissione Europea, infatti, quando vuole aggirare i regolamenti a favore delle lobby sa muoversi molto bene. Il caso che potrebbe scoppiare nelle tavole dei cittadini europei sugli OGM è un esempio emblematico. Nella UE la coltivazione di OGM e la vendita di alimenti o mangimi che li contengono sono soggetti a norme molte rigide a differenza di quanto non accada nei Paesi che hanno puntato sugli OGM a partire dagli USA. Le differenze normative sono diverse e riguardano il processo di valutazione per ricevere l'autorizzazione al commercio, la garanzia di assenza di OGM nelle sementi tradizionali fino all'etichettatura dei prodotti contenenti OGM. Dunque, con il TTIP alle porte, i burocrati europei devono trovare soluzioni per cercare di compiacere l'amministrazione USA che, su spinta delle potentissimi lobbies agroalimentari, ha fatto degli OGM un baluardo da esportare ovunque.
La lettera pubblicata da "Friends of the Earth Europe" svela i "magheggi" della Commissione Europea per cercare di evitare i controlli di sicurezza alimentare in caso d'importazione di prodotti contaminati da OGM. L'oggetto della missiva consegna all'EFSA (Agenzia europea per la Sicurezza Alimentare) il compito d'indagare su una "possibile deroga rispetto agli attuali requisiti" necessari all'approvazione di alimenti e mangimi con bassi livelli di OGM.


COSA DICEVANO LE ISTITUZIONI?
La Commissione Europea aveva ripetutamente affermato che il TTIP non influenzerà i controlli e gli elevati standard europei sugli alimenti. Questi documenti vanno nella direzione esattamente opposta. Il famoso accordo internazionale di libero scambio, infatti, potrebbe trasformarsi nel cavallo di Troia delle multinazionali che vogliono speculare sul protetto mercato europeo. Al momento, infatti, le importazioni di alimenti che contengono tracce di organismi transgenici non autorizzati in UE sono rigorosamente vietate: le regole ammettono al massimo una presenza di OGM dello 0.9%, ma solo in caso di colture autorizzate nel continente.

DUE INDIZI FANNO UNA PROVA
Se qualcuno avesse dubbi sulla strategia che la Commissione Europea vorrebbe usare per avvelenare le tavole di milioni di cittadini europei, esistono delle mail (pubblicate lo scorso luglio sul sito del "Corporate Europe Observatory") che descrivono un incontro fra le lobby dell'industria biotech e numerosi pezzi grossi europei. In sintesi, le associazioni di sementi ASTA (americana) ed ESA(europea), trainate dalle ben note Monsanto, Syngenta, Bayer, BASF, Limagrain e Du Pont/Pioneer, stanno spingendo per ottenere che i prodotti transgenici cosiddetti di "prossima generazione" sfuggano alla legislazione europea e vengano perciò autorizzati senza alcuna etichettatura. Qualche giorno dopo il meeting, i delegati europei hanno inviato una mail ai colleghi della DG SANCO (ovvero il ramo della Commissione Europea dedicato) con le richieste delle aziende: "Le associazioni dei semi si concentrano su tre temi prioritari per il TTIP: aspetti fitosanitari e ruolo che il gruppo di lavoro bilaterale può svolgere in questo senso, nuove tecniche di allevamento delle piante (non vedono specifiche esigenze di regolamentazione) e presenza di OGM nelle sementi convenzionali".
  
IL CETA COME PRELUDIO AL TTIP?
L'accordo commerciale UE-Canada (CETA) appena concluso e in attesa di ratifica del Parlamento Europeo è il testo su cui la Commissione si sta basando per i negoziati sul TTIP. Il testo del CETA propone di "cooperare a livello internazionale su questioni relative alle biotecnologie come la presenza a basso livello di organismi geneticamente modificati". Ma per quanto il livello di contaminazione possa essere basso, la presenza di semi transgenici significa che, nel giro di poche stagioni, non sarà più possibile distinguere le piante transgeniche da quelle tradizionali rendendo vane tutte le altre misure in atto per prevenire la contaminazione con OGM.

GRECIA E LETTONIA HANNO GIA' DETTO NO
Avvalendosi della clausola di "opting-out", la Grecia e la Lettonia si sono già opposte alla coltivazione di OGM sul suolo nazionale. Recentemente, infatti, la Direttiva sugli OGM è stata rivista per concedere la possibilità di vietare unilateralmente la messa in campo di OGM a prescindere dal permesso rilasciato a livello. A livello europeo sorprende che l'Italia non si sia ancora mossa a tutela delle sue tipicità, note in tutto il mondo. Aspetteremo con ansia le prossime mosse del governo dei proclami. Aspetteremo con ansia le prossime mosse del Governo Renzi, sperando che almeno su un tema così delicato - che tocca la salute di generazioni di europei - non si facciano solo proclami.

L'AZIONE DEL MOVIMENTO 5 STELLE
Intanto, i portavoce in Europa del M5S stanno portando avanti la battaglia anti-OGM (e anti-TTIP) in tutte le sedi possibili. La clausola "opting-out" verrà discussa anche a livello nazionale tramite il lavoro dei portavoce di Camera e Senato, partendo dal territorio e quindi dai Comuni, coinvolgendo tutta la base del Movimento 5 Stelle. Noi non ci arrenderemo mai e non abbasseremo la guardia. Il cittadino tornerà al centro di questa Europa.
Ascolta la denuncia della portavoce Eleonora Evi:



Sberla della giunta pugliese a Renzi: sì al ricorso alla Corte Costituzionale

Buona scuola, Emiliano impugna la “riforma”



Nel giorno in cui Matteo Renzi diserta la Fiera del Levante per volare a New York per assistere alla finale degli Us Open, la giunta regionale pugliese guidata da Michele Emiliano impugna di fronte alla Corte Costituzionale la legge 107/2015, quella ribattezzata dal premier “Buona Scuola”. Così, per uno scherzo del calendario – il termine ultimo per il ricorso alla Corte scadeva oggi -, la decisione di sollevare la questione di legittimità costituzionale per uno dei provvedimenti più rilevanti approvati dal governo è stata presa nello stand della Regione all’interno della Fiera, a pochi metri dal palco su cui era atteso Renzi. Il Consiglio regionale aveva approvato la mozione presentata dal Movimento 5 Stelle all’unanimità, ma tra le file dell’opposizione in molti temevano che la giunta potesse trovare un cavillo per evitare un ricorso che aggiunge un altro capitolo nella sfida a distanza tra Renzi ed Emiliano. Che la giunta non desse seguito alle decisioni del Consiglio sul ricorso contro la legge era già accaduto venerdì in Lombardia, dove Maroni ha preferito non discutere la mozione per evitare frizioni con Ncd.
Emiliano si ritrova così in compagnia del solo Veneto a guida leghista nell’opposizione al provvedimento, mentre in tutte le altre Regioni governate dal Partito democratico la mozione era stata bocciata dalla maggioranza in Consiglio o non era nemmeno stata discussa. Forse anche per questo in un comunicato la giunta si è premurata di specificare che la decisione ha “carattere meramente tecnico” e che “la motivazione non è fondata su una critica di natura politica”. Eppure già nei mesi scorsi lo stesso Emiliano aveva incontrato i sindacati della scuola per provare a risolvere alcune delle criticità della legge, arrivando a proporre una sorta di salario integrativo, strutturato in sconti sui trasporti e gli alloggi, per le migliaia di docenti meridionali (tra cui oltre 2mila pugliesi) costretti a trasferirsi a nord per ottenere il posto fisso. Dal governo non è arrivata alcuna risposta. La presunta violazione costituzionale contenuta nella “Buona Scuola”, secondo la giunta Emiliano, riguarda l’articolo 117 della Carta, quello che suddivide le competenze tra Stato e Regioni. La “Buona scuola” attribuisce al governo decisioni in merito al dimensionamento scolastico –cioè la possibilità di aggregare o sopprimere istituti scolastici e di programmare nuovi corsi di studio adatti alle necessità del territorio – che sarebbero di esclusiva competenza regionale. Nel testo del ricorso non rientrano invece gli altri due profili di incostituzionalità ravvisati dai 5 Stelle e approvati dal consiglio regionale. Il primo è la violazione del principio di uguaglianza: i docenti assunti per chiamata diretta dal dirigente scolastico si ritroverebbero in una situazione di disparità rispetto ai loro colleghi perché la loro assunzione sarebbe frutto di una decisione arbitraria del preside. Inoltre l’obbligo di alternanza tra scuola e lavoro previsto dalla legge lederebbe il diritto al solo studio previsto dalla Costituzione. Anche se non sono contenuti nel ricorso presentato dalla Regione Puglia, la Corte potrà comunque valutare questi o altri profili di incostituzionalità. Si conclude così con la notizia attesa, e comunicata direttamente da Emiliano, la tre giorni di presidio indetta dal Movimento 5 Stelle pugliese per sollecitare la convocazione della giunta che, infatti, è arrivata solo dopo che gli otto consiglieri avevano piantato le loro tende davanti al palazzo della Regione. Eppure la mozione era stata approvata in Consiglio lo scorso 1 agosto. A far slittare i tempi è stata la decisione dell’avvocatura regionale. “Il Pd sperava che il provvedimento non arrivasse in tempo –attacca l’ex candidata governatrice dei 5 Stelle Antonella Laricchia -. Non hanno nemmeno trasmesso la mozione all’avvocatura per il parere obbligatorio: l’abbiamo portata noi e siamo stati ancora noi ad andare a sollecitare la loro decisione tutti i giorni”.
Intanto il ministero dell’istruzione ha comunicato i dettagli sui numeri delle assunzioni previste dalla fase B della riforma. Il 97 per cento degli 8.776 insegnanti cui era stata affidata una cattedra l'ha accettata. Le rinunce sono state 52, mentre sono 192 gli insegnanti che hanno preferito non rispondere e, almeno per quest’anno, cercheranno una supplenza nella regione di provenienza.

“La maggioranza è in conflitto d’interessi, vuole il silenzio perché è piena di indagati”

Roberto Fico (M5S) “Vanno di fretta, vogliono tutelarsi.
E con l’emendamento Pagano rischia pure chi denuncia la mafia”


Sulle intercettazioni questo governo è in palese conflitto d’interessi. Vogliono fermarne la pubblicazione perché molti di loro sono indagati o sotto processo, anche per via delle registrazioni”. Roberto Fico, deputato e membro del Direttorio dei Cinque Stelle, è duro: “Preparano un bavaglio per stampa e cittadini”.

Il ministro della Giustizia Orlando promette un ampio dialogo con la stampa a legge delega appena approvata.
La certezza è che la delega al governo è totalmente in bianco. E questo perché l’esecutivo vuole smarcarsi dal Parlamento, avere le mani libere. Non stupisce, visto i problemi giudiziari dei suoi membri.

In diversi chiedono di riformare le norme sulle intercettazioni.
La finalità di questa riforma non mi pare proprio migliorativa. Piuttosto, cercano di impedire la diffusione delle informazioni, di tutelarsi come casta.

L’emendamento Pagano è stato obiettivamente migliorato.
È stato solo reso più morbido per quanto riguarda i giornalisti.

Hanno escluso la reclusione quando le intercettazioni fatte di nascosto sono a uso processuale.
Rimane un deterrente per i cittadini che vogliono denunciare i crimini. Io ricordo le parole del procuratore Nicola Gratteri: “Ogni cittadino può essere una persona che lotta contro la mafia”. Ma con questo emendamento l’imprenditore che ha registrato chi gli ha chiesto il pizzo rischia il carcere. È pazzesco.

Che tempi avrà il testo in aula?
Vogliono fare in fretta. E possono riuscirci, come ci sono riusciti sulla legge sul finanziamento ai partiti, tramite cui hanno rubato altri milioni. Tutto questo dimostra l’ipocrisia della riforma del Senato. Renzi la definisce necessaria per velocizzare il processo legislativo, ma quando vuole questo Parlamento approva le sue leggi in tempi brevi.

Cosa farà il M5s?
Domani abbiamo in programma una conferenza stampa alla Camera, a cui abbiamo invitato tutti i direttori delle testate giornalistiche. E in questi giorni vogliamo suscitare una mobilitazione contro la legge.

Il principale obiettivo di Renzi rimane la riforma del Senato. Come è messo nella conta dei voti?
Alla fine si metteranno d’accordo. L’utilità personale, quella di conservare la poltrona, prevarrà su tutto.

Il M5s sale nei sondaggi, e già si parla di candidati premier e squadra di governo. È vero che alla festa di Imola presenterete la lista dei ministri?
Non presenteremo nessuna squadra di governo. Sarà solo un evento di partecipazione, incentrato sui temi e sull’Italia che vorremmo stando al governo.

I parlamentari che parleranno di singoli argomenti potrebbero sembrare i futuri ministri . . .
Non esiste nessuna correlazione di questo tipo.

Renzi promette il taglio delle tasse sulla casa, voi il reddito di cittadinanza. Sono due modelli sociali diversi?
Abbiamo due idee di mondo differenti. Lui punta sulle trivellazioni e sul petrolio, il M5s sulle energie rinnovabili e su un nuovo piano energetico. Anche noi vorremmo togliere la tassa sulla prima casa, ma il reddito è l’assoluta priorità.

Casaleggio sul Fatto afferma che “i profughi vanno accolti ”. Ma spesso le vostre posizioni sul tema sono parse simili a quelle della Lega.
Non abbiamo nulla a che spartire con Salvini. La nostra posizione è sempre stata chiara: i profughi vanno redistribuiti nei vari Paesi della Ue. Siamo stati i primi a chiedere la cancellazione del Regolamento di Dublino e ora tutti convergono su questa linea.