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DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

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martedì 19 gennaio 2016

Chi è Marco Carrai?

Marco Carrai con Matteo Renzi
"E’ il Gianni Letta di Renzi, il Cardinal Mazzarino di Firenze, il fuoriclasse delle raccolte fondi a sostegno delle campagne elettorali del Presidente del Consiglio. Sa lavorare nell’ombra, ha parenti importanti (in Toscana suo cugino Paolo è stato fondatore e presidente della Compagnia delle Opere, il braccio imprenditoriale di Comunione e Liberazione immischiato nello scandalo EXPO) e ottimi agganci a Tel Aviv. Chissà che proprio lo spessore di questi agganci non abbia spinto Renzi, uno che twitta persino mentre è in bagno, al vergognoso silenzio rispetto al massacro di Gaza. Carrai soprattutto è un amico. Il suo nome infatti è salito agli onori della cronaca per quello che è diventato il classico favore tra imprenditoria e politica: il pagamento dell’affitto di casa.
Stiamo parlando della casa di Firenze dove Renzi ha abitato per 34 mesi, un attico in Via degli Alfani 8, a due passi dalla cupola del Brunelleschi. E’ Carrai che pagava, a lui era intestato il contratto d’affitto.
«L’ho fatto solo per amicizia». Così si è difeso il generoso galantuomo. D’altro canto chi tra di noi non paga l’affitto di casa ad un amico? Cosa sono in fondo 1200 euro al mese di fronte al sentimento nobile e disinteressato dell’amicizia? Renzi sulla questione non ha proferito parola ma si sa, a volte la sua proverbiale timidezza è invincibile. Certo alle interrogazioni parlamentari presentate dal M5S potrebbe anche rispondere, per educazione ovviamente, non certo perché il “popoluccio” ha diritto di sapere perché un imprenditore paghi l’affitto al Sindaco di Firenze.
E già, Carrai è un imprenditore ma non è un imprenditore qualsiasi. “Marchino”, come lo chiamano gli amici, ha preso appalti su appalti dal Comune di Firenze e ha ricoperto incarichi di vertice in società partecipate. Nell’agosto 2004, dopo essere stato eletto consigliere al Comune di Firenze con la margherita diventa capo-segreteria del neo-eletto Presidente della Provincia Renzi. Nel 2005 è amministratore delegato della Florence Multimedia, la società creata ad hoc da Renzi per gestire la comunicazione della Provincia sulla quale la Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta per gravi irregolarità.
Nel 2009 entra (in quota MPS) nel consiglio di amministrazione di Firenze parcheggi S.P.A. E’ stato Presidente della C&T Crossmedia, la società che, senza nessun bando pubblico, nel 2012 si aggiudica l’appalto per la gestione delle guide su tablet per il museo di Palazzo Vecchio. Nel 2013 diventa Presidente di AdF, aeroporti di Firenze.
A novembre dello stesso anno diventa consigliere di amministrazione della Cassa di risparmio Firenze, azionista di Intesa San Paolo, la banca che ha ricevuto dal PD di Renzi 1,5 miliardi di euro grazie al decreto IMU-Bankitalia.
E non è finita qui. La sua fidanzata cura una delle più importanti mostre a Firenze, quella su Jackson Pollock e Michelangelo. Un bel posto non c’è dubbio, soprattutto per una neo-laureata in filosofia senza nessuna esperienza particolare.
Ma torniamo all’attico in questione. Sapete come è uscita fuori questa notizia? Grazie ad Alessandro Maiorano, un dipendente del Comune di Firenze che da anni sta conducendo una battaglia per far emergere alcune verità su Renzi. Mesi fa Renzi ha denunciato Maiorano per diffamazione ed è proprio su quest’atto che si legge l’indirizzo di residenza del Renzi. Via Alfani, 8! La cosa è subito apparsa strana. Tutti infatti credevano che Renzi risiedesse a Pontassieve.
Tra l’altro la denuncia e il processo per diffamazione a danno di Maiorano hanno dell’incredibile. Maiorano ha osato criticare l’utilizzo di denaro pubblico da parte di Renzi. «Matteo Renzi ha speso 20 milioni di euro da presidente della Provincia pagati dal contribuente ». Questa era la scritta su una maglietta indossata da Maiorano.
Il premier, al posto di chiarire, ha preferito denunciare. Vedremo chi avrà ragione quel che è certo è che, tra le spese di rappresentanza sostenute dalla Presidenza Renzi in Provincia, troviamo vini pregiati, hotel di lusso e aragoste in bellavista. Nel 2007 Renzi, durante un viaggio in USA, spende, con la sua carta di credito,2823,64 euro per pagare il suo soggiorno all’Hotel Fairmont di San Josè. Una somma importante che si è fatto immediatamente restituire con apposita delibera non appena tornato a Firenze. Nei soli Stati Uniti, sotto la presidenza Renzi, la Provincia ha speso tra biglietti aerei, alberghi e ristoranti 70.000 euro. Il lusso piace, poi se pagano i cittadini ha tutto un altro sapore! Saranno tutte spese di rappresentanza per carità, spese effettuate nell’interesse dei fiorentini. Certo sarebbe stato più elegante rispondere nel merito delle accuse e non barricarsi dietro ad una denuncia.
Come sarebbe elegante spiegare per quale ragione il primo cittadino di Firenze si facesse pagare l’affitto da un imprenditore che con Firenze ha fatto affari e grazie a Firenze si è arricchito.
Sarebbe auspicabile che i cittadini tutti, a cominciare da chi crede in Renzi, si ricordassero di avere, oltre a determinati diritti, anche dei doveri. Tra questi vi è la necessita di pretendere di sapere. Un cittadino che sa è un cittadino sovrano".
Alessandro Di Battista

lunedì 14 dicembre 2015

Firenze, impiegato comunale: “Renzi e Boschi si incontravano in via Alfani”

Torna all’attacco Alessandro Maiorano, storico accusatore del premier e impiegato del comune di Firenze.
L’impiegato più anziano del comune (in termini di servizio) torna ad accusare Matteo Renzi e ci mette in mezzo questa volta anche il ministro Maria Elena Boschi.  Un post rilasciato sulla sua pagina facebook, farebbe intendere ad incontri “per parlare di politica” tra la ministra e il premier, che sempre secondo lo scritto si sarebbero svolti in Via degli Alfani 8 a Firenze. Via Degli Alfani 8, per la cronaca è l’indirizzo dell’appartamento fiorentino balzato recentemente alle cronache per lo “scandalo affitto”, che l’imprenditore Marco Carrai pagava all’allora sindaco della sua città Matteo Renzi.
Apparentemente nulla di così scandaloso nel favore di un amico che si presta a pagarti l’affitto di casa, ciò non fosse per il fatto che al tempo del generoso regalo, Renzi era il sindaco della città dove Carrai imprenditore correva per diversi appalti e nomine pubbliche.
Tornando ai fatti di oggi e alla frase che lo stesso Maiorano ha scritto sul suo profilo facebook: “Renzi e la boschi? Lo sa’ tutta Firenze che si incontravano in via Alfani 8 a Firenze ultimo piano vista tetti per parlare di politica, sarebbe l’ora che Alfonso Signorini tirasse fuori dal cassetto quelle 4 fotografie no? Così tanto per fare“, si legge in aggiunta dell’esistenza di “4 fotografie”, che sempre secondo quanto affermato dal dipendente comunale sarebbero in possesso del giornalista di gossip Alfonso Signorini.

Insomma per il momento potrebbe trattarsi solo dell’ennesima provocazione da parte dell’impiegato fiorentino più inc….to della storia; rimaniamo comunque disponibili per qualsiasi ulteriore chiarimento o precisazione in merito alla questione.

giovedì 19 novembre 2015

Non si dialoga con chi finanzia il terrorismo

Renzi con il Principe ereditario e Ministro dell'Interno
dell'Arabia saudita, Mohammed bin Nayef, durante la
sua visita a Riad l'8 e il 9 novembre
La guerra al terrorismo portata avanti finora non ha prodotto risultati, se non quello di rafforzare i terroristi che ora dispongono di un territorio ricco di petrolio dalla cui vendita ricavano mezzo miliardo di dollari ogni anno. Per eliminare l'ISIS ed evitare massacri come quello di Parigi bisogna colpirlo prima di tutto nel portafoglio.

http://adv.publy.net/it/www/delivery/lg.php?bannerid=0&campaignid=0&zoneid=5373&loc=http%3A%2F%2Fwww.beppegrillo.it%2F2015%2F11%2Fnon_si_dialoga_con_chi_finanzia_il_terrorismo.html&referer=http%3A%2F%2Fwww.beppegrillo.it%2F&cb=7444e078c5Tutti i Paesi che sostengono direttamente o indirettamente il terrore jihadista devono essere isolati e sanzionati, in particolare l'Arabia Saudita. Il M5S vuole eliminare il terrorismo islamico, non dialogare con i suoi finanziatori come ha fatto il premier italiano appena qualche giorno fa e che oggi tenta di riparare dicendo che "L'Italia intesa come Paese non fa affari" con i Paesi che finanziano il terrorismo. Può darci le prove? Cosa è andato a fare a Riad? Ci mancherebbe che ci facesse pure gli affari, ma con chi finanzia i terroristi non ci deve essere dialogo: vanno sanzionati. Che sicurezza può dare agli italiani un premier che va a parlarci come se niente fosse?

sabato 7 novembre 2015

Il crollo del #Pd a Roma. #M5s primo partito


Nei giorni in cui si è insediato il commissario straordinario Tronca e si è aperto i processo Mafia Capitale, la politica pensa alla grande sfida di primavera.
I nomi dei candidati corrono liberi sul web e nelle stanze delle segreterie dei partiti. 
Alcuni si sono già palesati come Alfio Marchini e Giorgia Meloni, altri sono ancora da mettere in campo.
Ciò che è certo e matematico è che se si votasse oggi a Roma, il M5s vincerebbe a man bassa con qualsiasi candidato e contro qualsiasi candidato. Il movimento di Beppe Grillo viene stimato dagli istitituti demoscopici tra il 29 e il 33%.

Analizzando i dati che emergono nella prima settimana del dopo Marino, il crollo del Pd pare verticale, come avevamo già anticipato un mese fa: la sua consistenza oscilla tra il 17 e il 20%.

In particolare, per l'istituto di Nicola Piepoli, il M5s si piazza oggi al 29% contro il 20% del Pd.
Demopolis alza l'asticella e porta il M5s al 33% con il Pd al 17%.

Emerge in tutte le rilevazioni di queste ultime ore che una ipotetica lista civica guidata da Ignazio Marino prenderebbe più o meno la stessa percentuale di quella di un candidato del Pd: 17% circa.

E viene a galla che la spinta propulsiva del successo del M5s a Roma sarebbe l'elettorato della sinistra anrirenziana che, in mancanza di un progetto alternativo, farebbe orientare le sue preferenze verso un candidato di Grillo.

martedì 3 novembre 2015

Alluvioni in Calabria e Sicilia. M5S: «Il Paese paga le bugie di Renzi sul dissesto»

I Geologi: “Non possiamo prendercela con una montagna o con un fiume se ogni anno abbiamo morti»
Di fronte a quanto sta accadendo ancora una volta in Calabria e in Sicilia, alluvioni, esondazioni, frane, danni alle infrastrutture e alle abitazioni,  Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, ha detto: «Binari spazzati via, strade che crollano, purtroppo  una vittima e soprattutto la prova chiara che in Italia il cittadino non sa ancora come comportarsi in caso di una grave emergenza. La prima cosa da fare è quella di non andare nei sottoscala, non scendere negli scantinati, non fermarsi sotto ai ponti, non prendere sottopassaggi. Queste sono le prime cose da fare quando c’è un’alluvione. Non siamo dinanzi solo ai cambiamenti climatici ma anche alla carenza infrastrutturale del Paese soprattutto al Sud. Una carenza che riguarda il sistema fognario e quello viario. Oggi in Italia la gente inizia a chiedere alla classe politica se ci sono geologi negli enti pubblici e questo grazie ad un’intensa campagna di comunicazione che abbiamo messo in atto in modo capillare. Certo siamo già dinanzi ad un risultato importante perché prima l’opinione pubblica era molto distante dalla categoria dei geologi tuttavia, nel 201, in Italia i geologi non sono nelle pubbliche amministrazioni. Quanti comuni hanno un geologo? Ed ecco che il sindaco che programma la politica per il piano di difesa del territorio lo fa con figure professionali apprezzabili ma che non hanno le competenze e le sensibilità del geologo. Oggi assistiamo a frane continue, morti con conseguenti danni. Non possiamo prendercela con una montagna o con un fiume se ogni anno abbiamo morti. La colpa è dell’operato dell’uomo. Certo finalmente dopo anni anche il Governo ha iniziato a vedere la presenza del Geologo chiamandoci a supportare l’elaborazione del Piano Anti Dissesto ma il cammino da fare è lungo e non privo di ostacoli in quanto dobbiamo mettere mano alla più grande opera pubblica: recupero del territorio italiano».
Era già intervenuto anche il Consiglio dei geologi della Calabria: «Ancora una vittima causata da fenomeni legati al dissesto idrogeologico e tanti danni alle cose. Il problema del rischio idrogeologico é serio: sappiamo bene ormai che esso non soltanto espone a rischio l’incolumità pubblica, ma mette in ginocchio anche le economie locali, che in Calabria sono già notoriamente povere. E mentre in queste ore stiamo vivendo una fase di allerta meteo – prosegue la nota – ci ritroviamo costretti a ritornare su un tema diventato un ritornello maledetto. Contro il Rischio idrogeologico è necessario intervenire concretamente e con urgenza. Sino ad oggi, le istanze dell’Ordine dei Geologi sono state accolte soltanto nella teoria. Forse un primo segnale dell’avvio di attività concreta da parte del Governo regionale è rappresentata dall’istituzione dell’UOA Protezione Civile regionale, deputata anche mettere ordine e coordinare tutte le altre strutture regionali e sub-regionali in materia di difesa del suolo e rischio sismico; ma il lavoro da fare è  davvero tanto, e non c’è tempo da perdere, come dimostrano le criticità che stanno accadendo».
I geologi sottolineano  che «Con la nomina del geologo Carlo Tansi a capo di tale UOA Protezione Civile regionale, al quale auguriamo buon lavoro le aspettative crescono, e da alcune sue dichiarazioni a caldo sembrerebbe che la linea d’indirizzo che adotterà  per contrastare tali criticità sarà basata su azioni concrete, alcune delle quali già da tempo sono state segnalate dall’Ordine dei Geologi alla politica. Auspichiamo che il nuovo Capo della Protezione Civile regionale riesca a concretizzare queste azioni, tra cui l’istituzione di Presidi territoriali di geologi esperti deputati al monitoraggio costante del territorio ai fini preventivi, l’avvio di un’efficace attività manutentiva del territorio, l’avvio di attività concrete per contrastare l’abusivismo, l’incremento della componente geologica nella pubblica amministrazione: paradossalmente quella del geologo è la figura professionale meno rappresentata negli Enti pubblici. In Calabria le risorse sono sempre carenti, come dimostrano anche i circa soli 90 milioni di euro da spendere in 7 anni, previsti nella programmazione dei fondi comunitari 2014/2020. Il Presidente Mario Oliverio ha dichiarato che tali risorse destinate per la mitigazione del rischio idrogeologico saranno sicuramente integrate con altri fondi: noi auspichiamo che sia davvero cosi».
Il Movimento 5 Stelle attacca direttamente governo e ministero dell’ambiente: «Dopo la Sicilia tocca alla Calabria: regioni sbriciolate dal maltempo, con infrastrutture e strade crollate, intere cittadine isolate, acquedotti devastati. Il tutto mentre appena venerdì scorso il sottosegretario all’ambiente Silvia Velo alla Camera insisteva che il governo aperto cantieri e stanziato fondi contro il dissesto».
Numeri che non convincono i parlamentari M5S calabresi e i membri delle Commissioni Ambiente: «La più grande opera pubblica immaginabile, la messa in sicurezza del Paese, con questo governo è una chimera. Non solo, ma l’unico intervento arrivato, l’allentamento del patto di stabilità interno per interventi contro il dissesto, è previsto nel decreto economico sociale in discussione in questi giorni ma solo per alcune città del Nord. Mentre le varie leggi di Stabilità sono fatte apposta per distrarre i fondi della manutenzione e smistarli sulle varie promesse elettorali».
Luigi Di Maio annuncia «Un emendamento per chiedere che l’allentamento del patto non sia esclusivo per le città indicate ma che sia esteso anche a tutto il Sud devastato e isolato dal maltempo. Milioni di euro di danni per il maltempo in poche ore  chi pagherà? Bisogna intervenire subito per la messa in sicurezza del Paese, la stagione delle piogge è appena iniziata. E invece i ministri di questo governo insistono con mega impianti, mega infrastrutture, progetti che continuano a consumare suolo. È ora di invertire la rotta. E di farlo subito».

giovedì 29 ottobre 2015

Dalla Croazia stop alle trivellazioni in Adriatico, esulta il Movimento 5 Stelle: "Saggio così"

La Croazia dice no a nuove attività estrattive di fronte alle sue coste e il Movimento 5 stelle esulta. "Un calcio nei denti dei fan nostrani degli idrocarburi", da Romano Prodi a Matteo Renzi, sottolineano l'europarlamentare Marco Affronte e il consigliere regionale in Emilia-Romagna, Andrea Bertani. Certo la decisione prende di sorpresa anche loro, tanto che Affronte si augura che non sia solo una "trovata elettorale, visto che l'8 novembre ci sono le elezioni politiche". Ma se confermata smentisce chi per anni ha recitato il ritornello che "i croati avrebbero succhiato il nostro petrolio da sotto il mare, e noi saremmo stati dei fessi a non farlo".
A questo punto, aggiunge Affronte, serve un 'all in' sulle energie alternative: anche se si trovasse del petrolio, infatti, "non sarebbe altro che un rinvio di pochi anni di un problema che prima o poi si presenterà: gli idrocarburi non sono rinnovabili, sole, mare e vento invece sì". 
Bertani trova "saggia" la scelta della Croazia, in quanto tutela mare, pesca e turismo, mentre "la miopia di chi vuol continuare a mettere a repentaglio la salute del mare è incomprensibile". Il buonsenso può prevalere, conclude, "a patto che i politici che prendono le decisioni siano onesti e disinteressati".

sabato 24 ottobre 2015

Il flop globale della diplomazia di Renzi

Dal vertice sull'Ucraina a quello sui migranti, il nostro Paeseescluso da tutti i tavoli geopolitici che contano


L’alto rappresentante per la politica
estera e di sicurezza Federica Mogherini
«Vengo anch'io... No tu no!» a fine anni 60 fu un grande successo di Enzo Jannacci. Oggi sembra il leit motiv dei grandi insuccessi di Matteo Renzi in politica estera.
L'ultimo risale a ieri quando un'oscura portavoce del presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ufficializza l'esclusione del nostro presidente del Consiglio dal vertice di domani a Bruxelles sull'immigrazione. Un vertice a cui parteciperanno - oltre ai leader di Austria e Germania - tutti i capi di governo dei Balcani, compresi quelli d'una Serbia e d'una Macedonia ancora fuori dall'Unione europea. Un'estromissione giustificata con il fatto che l'Italia «non è direttamente coinvolta nella rotta balcanica». La giustificazione per un'esclusione già anticipata ieri dal Giornale , oscilla tra il ridicolo e il vergognoso. Al centro del vertice di domenica a Bruxelles c'è, infatti, la drammatica crisi della Slovenia. Nella piccola Repubblica, attigua ai nostri confini nord orientali, si sono concentrati, nell'ultima settimana, oltre 50mila migranti decisi a marciare verso Austria e Germania. Cinquantamila migranti che rischiano però di riversarsi verso Trieste, Gorizia e Tarvisio se Austria e Baviera decideranno, come si sente dire a Vienna, di chiudere le frontiere. Ma questo ai nostri amici europei poco importa. Nella loro considerazione l'Italia guidata dall'ex sindaco fiorentino non è, infatti, soltanto un ectoplasma geopolitico, ma anche una fantasma geografico. E a dimostrarlo c'è l'impareggiabile attitudine del governo Renzi a collezionare estromissioni da tutti i vertici in cui si discutono questioni essenziali per i nostri interessi nazionali. Il primo clamoroso esonero risale all'agosto del 2014 quando l'allora ministro degli Esteri Federica Mogherini non viene neppure avvisata del summit sull'Ucraina organizzato a Berlino dall'omologo francese Laurent Fabius e da quello tedesco Frank-Walter Steinmeier. Un'esclusione particolarmente umiliante visto che, in quel momento, l'Italia detiene la Presidenza di turno dell'Unione europea mentre la Mogherini ha già in tasca la nomina di Alto Rappresentante della Politica Estera dell'Unione. Ma chi ben incomincia è a metà dell'opera. E così, da allora, la carriera di «grande escluso» del nostro presidente del Consiglio non conosce soste. Una tappa fondamentale del singolare cursus (dis) honorum risale allo scorso luglio quando Matteo Renzi non viene invitato da Angela Merkel e François Hollande all'appuntamento parigino in cui si analizza la crisi greca all'indomani del referendum che fa temere l'uscita di Atene dall'euro. L'esclusione manda fuori dai gangheri il povero Matteo che alla fine, pur di non perder la faccia, si riduce a giocar alla volpe e dell'uva giurando e spergiurando di esser stato lui a rifiutare l'invito del presidente e della cancelliera.
Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi
L'estromissione più paradossale e umiliante risale però a meta dello scorso settembre. In quei giorni Renzi è appena rientrato dall'Assemblea generale dell'Onu dove ha reclamato un ruolo fondamentale per l'Italia in tutte le questioni internazionali, a cominciare dalla crisi libica. Appena rientrato a Roma scopre però che il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni non è stato neppure avvertito dell'imminente summit di Parigi in cui ministro degli Laurent Fabius e i colleghi di Germania Franck-Walter Steinmeier e Gran Bretagna Philip Hammond, discuteranno tutte le principali questioni internazionali, dalla crisi siriana a quella libica fino alla drammatica situazione di un'Europa attraversata da maree di rifugiati. La vera ciliegina sulla torta dell'oltraggio è però la partecipazione al vertice di Federica Mogherini. Una Mogherini che dopo esser stata portata alla Farnesina ed esser stata catapultata per volere di Renzi ai vertici dell'euroburocrazia gioca pure lei a spiazzare un ex mentore considerato evidentemente irrilevante.

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Contributo personale all’articolo
Ecco quanto conta l’Italia a livello internazionale. Quando c’era Berlusconi facevano buon viso a cattivo gioco, infatti poi hanno complottato con il nostro capo dello stato per farlo fuori. E’ venuto Monti, non se ne sono nemmeno accorti visto che lui a Bruxelles era di casa. Non se ne sono nemmeno accordi di Letta, una stella cometa. Ora Renzi che credo ci abbia messo poco per andare sulle balle a Francia e Germania…. Quello che ancora non ha capito il nostro “ebetino” è che nella politica europea, il gradimento si esprime anche con le poltrone. E l’Italia continua a non ottenere molto: pochi giorni fa il Parlamento europeo ha votato le nomine di vertice per l’Efsi, il fondo europeo degli investimento che molto lentamente sta cercando di tradurre in concreto il piano Juncker da 315 miliardi di investimenti. All’ultimo secondo i quattro membri dello steering board dell’Efsi hanno scelto come vice-direttore operativo la bulgara Iliyana Tsanova invece che l’italiano Alessandro Carano, un funzionario della Commissione con una grande esperienza in tema di investimenti, che ha lavorato proprio al progetto dell’Efsi. La sconfitta del candidato italiano è stata interpretata come un segnale del declino italiano nell’influenza bruxellese. Io penso che il presidente del consiglio debba cessare da mostrarsi con quell’aria da “io so io e voi non siete un cxxxo” ogni volta che si presenta a Bruxelles e che iniziasse a mostrare un po’ di umiltà di fronte a persone che sanno che “il personaggio” non rappresenta l’espressione del popolo italiano ma semplicemente una persona che ieri era sindaco di una città italiana e che con un colpo di mano è diventato presidente di partito e, scalzando dalla poltrona un suo compagno, ne ha preso il posto alla presidenza del consiglio. Non credo che sull’“l’uomo” si possa riporre la massima fiducia.
Fabio Angeletti

venerdì 23 ottobre 2015

Movimento 5 Stelle Roma, Di Battista: vincere nella Capitale per dare poi una spallata a livello nazionale

Roma - L’obiettivo è vincere. Ne parla Alessandro Di Battista intervistato a 24 Mattino‘ in onda su Radio 24.

Nel confermare l’indisponibilità ad una sua candidatura il deputato del M5S aggiunge: “Non farei il sindaco di Roma. Sono onorato che molte persone possano avere fiducia in me, ma non posso rompere quel rapporto fiduciario instaurato con i cittadini nel momento delle elezioni politiche. Ma se non riusciamo a vincere in una città grande e dimostrare che siamo capaci di governare sarà difficile dare una spallata sul piano nazionale. Quindi dobbiamo vincere a Roma se vogliamo vincere alle politiche”.
“Renzi responsabile numero uno” - La linea del MoVimento non assolve Marino ma punta al premier: “Il responsabile numero uno del degrado di Roma non è Marino, è Matteo Renzi”. “Marino non è un delinquente, è un inetto”. “La città è stata mal amministrata, parlare dello scontrino è riduttivo. Certo, lo scontrino determina essenzialmente una menzogna; in qualsiasi città del mondo, se tu hai mentito su una fattura ti dovresti vergognare”. Le colpe di Renzi? “L’ha difeso in un determinato momento perché temeva che se si fosse andati al voto, all’indomani della seconda retata di Mafia Capitale, il M5S avrebbe avuto chance e attualmente avremmo un sindaco”.

Stabilità, M5S: Renzi mente su azzardo

"Sul gioco d'azzardo Renzi continua a barare e giocare alle tre carte. Intanto spieghi agli italiani la necessità di un condono per i Centri Trasmissione Dati illegali che non sono rientrati nella precedente sanatoria. Parliamo di 5.000 possibili nuovi centri in più che invece di essere chiusi perchè illegali potranno trovare una scappatoia" Lo denunciano i parlamentari del Movimento 5 Stelle di Camera e Senato rispondendo al presidente del Consiglio. "Stiamo parlando come spiega l'inchiesta Gambling, di centri sulla cui regolarizzazione punta persino la 'ndrangheta" continuano i pentastellati. "Inoltre se, con un abile gioco delle tre carte, si fingerà di eliminare da una parte, si aggiungerà abilmente dall'altra. Via un pò di slot (oramai in crisi) dai bar, ma aumento di licenze per il gioco online il più pericoloso che colpisce ancora di più i giovanissimi" continuano i parlamentari del Movimento 5 Stelle. "Per i conti finali, poi come denunciava ieri il quotidiano della CEI Avvenire, i conti non tornano: perchè 15.000 licenze era in realtà il numero di partenza" spiegano i parlamentari M5S. "Renzi scoperto e attaccato in sequenza dal quotidiano Avvenire che per primo denunciò il caso il 16 ottobre, Gian Antonio Stella e le associazioni anti-azzardo (il Movimento 5 Stelle ha rilanciato il loro allarme), ora tenta maldestramente di fare marcia indietro con altri inganni " concludono i parlamentari del M5S.

giovedì 22 ottobre 2015

Sondaggi. Roma: M5S 32% Pd 20%. Napoli: primo M5S, Pd terzo

Sondaggi, grandi città voto. A Roma M5S al 31,8%, Pd staccato al 19,7%. A Napoli M5S primo, Pd nemmeno al ballottaggio


Beppe Grillo e Matteo Renzi - M5S > PD
Mancano otto mesi ai prossimi rinnovi dei consigli comunali di importanti città come Roma e Napoli, sempre che il voto, per esempio a Roma, resti confermato nella finestra elettorale di maggio. I primi sondaggi confermano che la lista del Movimento 5 Stelle è quella che al momento riceve più consensi mentre il Pd resta abbondantemente staccato e, a Napoli, oggi non andrebbe nemmeno al ballottaggio. Roma: M5S al 31,8%, Pd al 19,7%. I sondaggi danno il movimento di Grillo primo nel voto di lista, nettamente in testa con il 31,8% di preferenze. Il Pd risulta staccato al 19,7%. Intorno al 9% Forza Italia e Fratelli d’Italia, stessa percentuale di un’ipotetica lista dell’ex sindaco Ignazio Marino. Napoli: M5S primo, Pd nemmeno al ballottaggio. I sondaggi a 8 mesi dal voto danno il Pd al 16% mentre il M5S si confermerebbe primo partito in città. Luigi Di Maio, il deputato grillino è al momento il candidato da battere. Al ballottaggio andrebbe il candidato del centrodestra Gianni Lettieri. Il sindaco uscente De Magistris e Antonio Bassolino si fermerebbero al 21%. Renzi rimanda il voto? Numeri che fanno pensare e subito preoccupare il presidente del Consiglio e segretario del Pd Renzi. Tanto che, secondo Fabio Martini de La Stampa, starebbe meditando il rinvio a metà giugno delle elezioni. In diverse città grandi e medie il Pd non sa ancora con quali candidati affronterà la battaglia. Uno scenario non compromesso, ma complesso rispetto al quale il presidente del Consiglio sta coltivando una prima suggestione: quella di indire le elezioni amministrative previste nel 2016 nella domenica più avanzata possibile, nella speranza di avere più tempo possibile per riassorbire ferite e traumi e al tempo stesso per poter dispiegare il massimo dell’azione governativa. Ecco perché a Palazzo Chigi coltivano l’idea di fissare il turno delle amministrative previste nel 2016 alle soglie dell’estate, nella seconda domenica di giugno: il 12.

martedì 13 ottobre 2015

Riforme, Palazzo Madama vota la legge Boschi: ecco cosa cambia con la nuova Costituzione

Dal superamento del bicameralismo perfetto, al nuovo sistema per l’elezione del presidente della Repubblica. Piccola guida alle novità introdotte con il ddl Boschi. I senatori eletti con i consiglieri regionali. Solo 100 ma con l’immunità. Aumentano le firme per i referendum abrogativi e per le leggi di iniziativa popolare. Cambiano le regole per i 5 giudici costituzionali, scelti separatamente da Camera e Senato. Abolito il Cnel  


La Ministra Maria Elena Boschi
La novità principale è la fine del bicameralismo perfetto. Ma non è l’unica. C’è la riduzione del numero dei senatori, che passano da 315 a 100 (95 dei quali eletti dalle Regioni); la modifica del quorum per l’elezione del presidente della Repubblica; l’abolizione del Cnel (il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro); l’innalzamento del numero delle firme necessarie per la presentazione delle leggi di iniziativa popolare. Non solo. Fanno ingresso in Costituzione anche i referendum popolari propositivi e di indirizzo. Sono i punti fondamentali del disegno di legge di riforma costituzionale che porta il nome della ministra Maria Elena Boschi e che ha provocato fibrillazioni all’interno della maggioranza e scontri durissimi con le opposizioni, scaduti persino nell’insulto sessista. Ma come cambia nel dettaglio la Carta del 1948?

Farà tutto la Camera (o quasi)
Di fatto, con il varo della riforma, il Senato perde buona parte delle sue prerogative. I nuovi inquilini di Palazzo Madama, per esempio, non voteranno più la fiducia al governo: solo la Camera manterrà la funzione di controllo sull’operato dell’esecutivo e potrà autorizzare a procedere nei confronti di premier e ministri (anche se cessati dalla carica) per i reati commessi nell’esercizio del loro mandato. Anche per quanto riguarda le leggi la musica cambia: i nuovi senatori avranno voce in capitolo solo su quelle costituzionali, le ratifiche dei trattati internazionali che riguardano l’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, le leggi elettorali degli enti locali e quelle sui referendum popolari. Per il resto, la palla passerà completamente nelle mani di Montecitorio. Un paletto però c’è: ogni disegno di legge approvato dalla Camera verrà subito trasmesso al Senato che entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, potrà disporne l’esame. Nei trenta giorni successivi l’Aula di Palazzo Madama potrà deliberare a maggioranza assoluta proposte di modifica del testo sulle quali, in seguito, la Camera si pronuncerà in via definitiva. Ma Montecitorio potrà rispedire al mittente, bocciandole, le proposte di Palazzo Madama. Non solo. Ai nuovi senatori spetterà anche il compito di esprimersi sulle leggi di bilancio, ma avranno a loro disposizione solo 15 giorni e dovranno raggiungere la maggioranza assoluta. Ma anche in questo caso, l’ultima parola spetterà sempre alla Camera. Infine, il governo potrà chiedere alla Camera che un provvedimento ritenuto fondamentale per l’attuazione del suo programma sia esaminato in via prioritaria e votato entro 70 giorni (con possibilità di proroga per altri 15).

Meno senatori ma con l’immunità
Il ddl Boschi riduce, e di molto, il numero dei senatori che scendono da 315 a 100. Di questi, 95 saranno eletti dalle Regioni (74 consiglieri e 21 sindaci) “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Si tratta di una delle novità principali rispetto al testo uscito a marzo dalla Camera, introdotta per effetto di un compromesso tra maggioranza e minoranza del Pd, che si opponeva alla non eleggibilità dei nuovi senatori minacciando di non votare la riforma. L’intesa è stata raggiunta grazie all’emendamento firmato dalla senatrice dem Anna Finocchiaro, in base al quale sarà una legge quadro, che verrà recepita dalle Regioni entro tre mesi dall’approvazione definitiva della riforma, a stabilire se la selezione avverrà tramite preferenze, listino bloccato o a scorrimento. I restanti 5 inquilini di Palazzo Madama verranno invece nominati dal capo dello Stato e rimarranno in carica per 7 anni, senza la possibilità di essere rinominati. Non scompaiono invece i senatori a vita: saranno gli ex presidenti della Repubblica che non verranno conteggiati nel numero dei senatori scelti dal Colle. I nuovi inquilini di Palazzo Madama non riceveranno alcuna indennità aggiuntiva ma godranno dell’immunità parlamentare: nessun arresto, perquisizione o intercettazione potrà avvenire senza il via libera dell’Assemblea.


Cambia il quorum per il Colle 
Un’altra novità fondamentale della riforma del duo Renzi-Boschi riguarda le modalità di elezione del presidente della Repubblica. Nel nuovo assetto scompaiono i delegati regionali, che saranno sostituiti dai ‘nuovi’ senatori, ma soprattutto cambia il quorum. Nelle prime tre votazioni resta dei due terzi dei componenti dell’Assemblea, come nell’attuale stesura della Costituzione. Dalla quarta, invece, il quorum si abbassa a tre quinti dei componenti e dalla settima ai tre quinti dei votanti. E poi, in caso di impedimento permanente, morte o dimissioni sarà il presidente della Camera, e non più quello del Senato, a sostituire il presidente della Repubblica “ad interim”. Diventando di fatto la seconda carica dello Stato

Referendum in salita
Si preannunciano tempi duri per coloro che vorranno presentare un referendum o un progetto di legge di iniziativa popolare. Nel primo caso non basteranno più 500 mila firme ma ne serviranno 800 mila. Di più: dopo le prime 400 mila la Corte costituzionale dovrà dare un parere di ammissibilità. Nel secondo caso, invece, il numero di firme necessarie viene triplicato: da 50 mila a 150 mila. Vengono però introdotti in Costituzione i referendum popolari propositivi e di indirizzo: le Camere dovranno varare una legge che ne stabilisca le modalità di attuazione.

Nomine separate per i giudici della Consulta
Un altro dei punti principali oggetto del provvedimento è quello che riguarda la nomina parlamentare dei 5 giudici della Consulta: questi non saranno più eletti dal Parlamento riunito in seduta comune ma verranno scelti separatamente dalle due Camere. Al Senato ne spetteranno due e alla Camera tre. Per la loro elezione è richiesta la maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi due scrutini, mentre dagli scrutini successivi è sufficiente la maggioranza dei tre quinti.

Il Cnel chiude i battenti
Il premier l’aveva definito “un antipasto della semplificazione della Pubblica amministrazione”. E così la riforma costituzionale prevede l’abrogazione totale dell’articolo 99 della Costituzione, quello riguardante il Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Non tutto e subito, però: entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge verrà nominato un commissario straordinario a cui sarà affidata la liquidazione e la ricollocazione del personale presso la Corte dei Conti. Dal testo della Costituzione viene eliminato anche il riferimento alle Province. Ma sono previste anche delle premialità per le Regioni ‘virtuose’, quelle cioè con i conti a posto, che avranno la possibilità di devolution su questioni come l’istruzione e la formazione professionale. Vengono inoltre eliminate le materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni: al primo viene attribuita la legislazione esclusiva in alcuni ambiti come, per esempio, la politica estera, l’immigrazione e la difesa.

Palla alla Consulta sulla legge elettorale
Il provvedimento prevede anche che prima della loro promulgazione le leggi che disciplinano l’elezione dei parlamentari, tanto a Montecitorio quanto a Palazzo Madama, potranno essere sottoposte al giudizio preventivo di legittimità costituzionale da parte della Corte. Il ricorso motivato dovrà essere presentato da almeno un quarto dei componenti della Camera o almeno un terzo dei componenti del Senato entro 10 giorni dall’approvazione della norma. La Consulta si pronuncerà entro 30 giorni: in caso di dichiarazione di illegittimità la legge non sarà promulgata.

Maggiore equilibrio nella rappresentanza
Il ddl Boschi prevede infine la composizione di uno statuto delle opposizioni e comprende i principi fondamentali per promuovere l’equilibrio di genere tra uomini e donne nella rappresentanza. E ancora: oltre al buon andamento delle amministrazioni, le leggi che regolano gli uffici pubblici dovranno assicurare la loro trasparenza.
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