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DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

venerdì 22 gennaio 2016

Quarto, addio al veleno: “Qui vince la camorra”

Rosa Capuozzo - Ex Sindaco di Quarto (NA)
La sindaca espulsa dal M5S si dimette e accusa. Ma l’inchiesta non è finita
A Quarto (Napoli) l’unica giunta campana del M5S muore dopo appena sette mesi trascorsi pericolosamente, tra gaffe, sospetti di abusi edilizi, veleni e tentate estorsioni di stampo camorristico. Alle dieci si sparge la voce che si rivelerà esatta: la conferenza stampa di mezzogiorno per presentare il nuovo simbolo di Rosa Capuozzo si tramuta in quella per l'annuncio delle dimissioni. “Ha perso la politica, ha vinto la camorra, la mia non è una resa, ma mi sono sentita abbandonata dal M5s” afferma l'ormai ex sindaca. Dalle macerie del disastro il Movimento cercherà di ripartire con la consapevolezza che alle amministrative di Quarto si gioca una partita che avrà ripercussioni importanti sul voto nelle grandi città, a cominciare da Napoli. Dal vertice si traccia una bozza di linea: a Quarto bisogna ricostruire il M5S partendo da attivisti della prima ora che si sono dissociati in tempo dalla Capuozzo e possono provare a dimostrare di non aver saputo che la sindaca era sotto il ricatto di Giovanni De Robbio. Corrispondono al profilo l’ex assessore ai Lavori Pubblici Tullio Ciarlone e l’ex consigliera Lucia Imperatore, che si sono dimessi poco dopo il diktat di Grillo alla Capuozzo per non aver denunciato le minacce. “De Robbio si era fieramente opposto alla nomina di Ciarlone” ha verbalizzato la sindaca davanti al pm. Frase che in questo quadro è una medaglia per il futuro. La Capuozzo matura le dimissioni nella notte tra mercoledì e giovedì. Poche ore prima è stata abbandonata anche dal presidente del consiglio comunale Lorenzo Paparone. Dopo le dimissioni dei giorni scorsi non ci sono subentranti, non ci sono i numeri per andare avanti. Da Roma il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha annunciato l’invio della commissione d’accesso per le presunte infiltrazioni della camorra nell’elezione di De Robbio, l’uomo che secondo la Procura di Napoli la ricattava con le foto aeree della villa di famiglia. Mercoledì mattina il marito della sindaca, Ignazio Baiano, è stato interrogato in veste di indagato sulla pratica di condono del sottotetto, forse incondonabile secondo i tempi delle foto in mano all’ex consigliere grillino. La sezione urbanistica di Napoli – aggiunto Fragliasso, pm De Renzis – punta ora al ruolo della Capuozzo, che potrebbe essere sentita per chiarire se ignorava tutto o invece intervenne sugli uffici tecnici che curavano la pratica. Definita proprio nelle settimane delle minacce di De Robbio finite nell’inchiesta sulla tentata estorsione e sul voto di scambio politico mafioso a Quarto, condotta dal pm Dda Woodcock e dell’aggiunto Borrelli. Sul tema del voto “inquinato” la Capuozzo attacca a testa bassa la capogruppo M5S in Campania, Valeria Ciarambino e quindi Luigi Di Maio, suo compagno di meet up a Pomigliano d'Arco: “Chiedo formalmente da parte mia e dei cittadini di Quarto perché i voti dei consiglieri regionali presi qui sono diversi dai miei”. L’ex sindaca poi tira in ballo i vertici del M5s. E racconta i tempi e i dettagli degli incontri con Fico e Di Maio, come il Direttorio provò a farla dimettere prima del flash - mob del 10 gennaio e prima dell’uscita delle intercettazioni che hanno reso evidente la tentata estorsione di cui era vittima. I due le promisero una ricandidatura. “Sarei uscita tra gli applausi, ma ho detto no”. Forse anche a Beppe Grillo, che secondo indiscrezioni trapelate ieri le avrebbe offerto un sostegno in campagna elettorale in cambio del passo indietro. Esce invece tra mille polemiche Capuozzo, lasciando dubbi sulle capacità del Movimento di governare territori difficili, dopo aver “chiesto ai consiglieri se se la sentissero di continuare a combattere una battaglia difficile contro un sistema di potere che ha devastato Quarto per troppi anni. I 15 che hanno detto che avrebbero lottato con me mi hanno guardato negli occhi e io ci ho creduto. Poi è iniziato lo stillicidio delle dimissioni dei consiglieri, con motivazioni ridicole”.

NEL PUBBLICO E NEL PRIVATO - Whistleblowing, primo sì: tutele a chi denuncia i corrotti

CHI DENUNCERÀ corruzione o illeciti compiuti dai colleghi di lavoro, sia nel pubblico sia nel privato, avrà una tutela ad hoc. Lo prevede la proposta di legge approvata ieri dalla Camera per introdurre il cosiddetto whistleblowing. Esulta il M5S che l’aveva proposto per primo. Ampliando la portata di norme in parte contenute nella legge Severino, il testo che ora passa al Senato prevede che il pubblico dipendente che, nell’interesse dell’integrità dell’amministrazione, denunci all’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) o alla magistratura ordinaria e contabile condotte illecite di cui è venuto a conoscenza in base al proprio rapporto di lavoro non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto a misure discriminatorie riconducibili alla segnalazione. Eventuali misure di discriminazione saranno sanzionate dall’Anac con multe da 5 a 30 mila euro. Perché la segnalazione dell’illecito sia valida, deve poi essere fatta in "buona fede". L'identità del whistleblower non potrà essere rivelata e a tale scopo si potrà ricorrere anche a strumenti di crittografia. Non saranno però ammesse segnalazioni anonime. E in ogni caso è prevista una clausola anti-calunnie con procedimento disciplinare ed eventuale licenziamento.
www.ilfattoquotidiano.it

Etruria, omissioni del pm Verso l’azione disciplinare

Il Procuratore Roberto Rossi
Rossi, procuratore-consulente di governo, ha taciuto su papà Boschi e le indagini. Il Csm non archivia più, si muove il pg della Cassazione
Il procuratore di Arezzo Roberto Rossi aveva assaporato il lieto fine, mancava solo l’atto formale del Plenum del Csm e avrebbe ottenuto l’archiviazione del procedimento per incompatibilità ambientale, proposta tre giorni fa all’unanimità dalla Prima commissione. Invece, tutto per lui è precipitato. Si avvicina un procedimento disciplinare: il procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo ha avviato una pre-istruttoria.
Ipotizza una possibile violazione dell’obbligo di astensione dall’indagine su Banca Etruria che ha avuto come vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena, ministra del governo Renzi per cui Rossi è stato consulente fino al 31 dicembre, senza mai aver segnalato al Csm un ipotetico conflitto d’interesse. Di più: Rossi aveva già indagato su Boschi padre, come ha rivelato Panorama, chiesto e ottenuto l’archiviazione due volte. L’ultima, il 7 novembre 2013. A ottobre aveva organizzato – mentre era anche consulente del governo Letta – un convegno ad Arezzo con l’allora ministro dell’Ambiente Andrea Orlando e la deputata Boschi, con il padre, allora, indagato. All’attenzione della Procura generale anche il criterio con il quale Rossi si è autoassegnato le indagini su Banca Etruria. Il silenzio sulle inchieste a carico di Boschi è il motivo per cui la Prima commissione ieri, all’unanimità, ha cestinato la proposta di archiviazione e ha chiesto al competente procuratore generale di Firenze una relazione sul lavoro di Rossi relativo al padre della ministra. Durante la prima audizione, il 28 dicembre, il procuratore aveva detto: non conosco “nessuno della famiglia Boschi”. Dopo le anticipazioni di Panorama, ha provato a mettere una toppa che, come sempre, è peggio del buco. Ha scritto una lettera al Csm per ammettere che ha indagato su Boschi padre (ha fatto un riferimento generico a più inchieste) e di non averlo detto perché non gli è stata posta una domanda specifica. E ha aggiunto che, però, non lo ha mai incontrato.

La strategia “giustificazionista” ricalca quella seguita durante la seconda audizione, tre giorni fa al Csm: c’è stato un equivoco, non avevo parlato del direttorio ombra di Banca Etruria con Boschi vicepresidente perché pensavo che le domande (poste da Piergiorgio Morosini e da Pierantonio Zanettin) fossero sulla gestione precedente. La Commissione si era accontentata, ma la scoperta di quelle indagini taciute su Boschi, ha fatto fare marcia indietro ai consiglieri. Morosini e Antonello Ardituro, entrambi di Area, spiegano che il caso è riaperto “a tutela della trasparenza e della credibilità dell’operato della magistratura”. Zanettin (laico di Forza Italia) si focalizza sulle omissioni di Rossi: “Abbiamo preso tutti atto con rammarico, per la seconda volta, che le dichiarazioni rese alla Commissione sembrano non corrispondere ai fatti”.

giovedì 21 gennaio 2016

#NoAlBailin

Le banche italiane stanno per saltare, il governo racconta che tutto va bene. Per i banchieri forse. I cittadini a causa dell'entrata in vigore dal primo gennaio del bail-in voluto fortemente dal Pd pagheranno con i loro risparmi: il prelievo forzoso non è un'ipotesi, è legge. Nessuno è al sicuro, neppure chi ha risparmi inferiori ai 100.000 euro. Lo scandalo di Banca Etruria al confronto sembrerà una ragazzata fatta per mettere al sicuro un "babbo di". Il Pd non ha soluzioni, obbedisce e poi abbaia al padrone, ma non morde. Usano diversivi, spacciano dati falsi, creano casi mediatici mentre tutto crolla. Le code ai bancomat son dietro l'angolo. La soluzione è una: uscire dall'euro. Continuate a leggere: è spiegato cosa sta succedendo e cosa accadrà di qui a poco. Rimpiangerete il prelievo forzoso di Amato del 1992.

COMUNICATO STAMPA – Rosa Capuozzo, Sindaco di Quarto.

"Buongiorno a tutti. Mi dimetto dalla carica di Sindaco.
Il calcolo avrebbe voluto che questo avvenisse quando mi è stato chiesto dal direttorio, uscita in grande stile, molte polemiche in meno ed una ricandidatura tra gli applausi. A me non interessa tutto questo, faccio scelte di principio e non di convenienza. Scelta di convenienza che ha fatto il Movimento e che, in questo momento, alla luce delle mie dimissioni, si deve assumere, nei confronti di tutta la città di Quarto, la sua responsabilità.
Scelta dovuta al clamore mediatico, visto che la posizione del Movimento nei mie confronti è cambiata così tante volte durante i 15 giorni dallo scoppio del caso Quarto, senza che, in realtà sia cambiato nulla rispetto nella questione giudiziaria.
Prima gli 8 punti con cui si dimostra che i voti di De Robbio non sono decisivi e che possiamo continuare ad amministrare la città. Poi arriva il 6 gennaio e l'attacco mediatico. Io rimango ancora, e lo sono a tutt'oggi, parte lesa nell'indagine ma il direttorio, il 9 gennaio, mi comunica con una telefonata che devo dare le dimissioni.

A quel punto, chiedo un incontro perchè ritengo di avere pieno diritto che mi venga almeno detto di persona quanto deciso e perchè. L'incontro avviene il 10 gennaio, prima del fashmob indetto dai cittadini di Quarto. In quella sede, Roberto Fico, Luigi Di Maio e Carlo Sibilia, mi propongono di dimettermi il piazza con il loro appoggio e la loro presenza ma io mi rifiuto, prima di tutto perchè non lo ritengo giusto nei confronti dei cittadini onesti di Quarto che hanno affidato a me il loro voto, ed inoltre perchè non avrei avuto modo decidere insieme ai miei consiglieri, anche loro espressione della volontà dei cittadini, che non meritavano di apprenderlo in quel modo.
In piazza, durante il flashmob, in presenza di molti dei consiglieri comunali del M5S della Campania, che erano lì per sostenermi, sul blog di Beppe Grillo appare un comunicato con cui si chiedono ufficialmente le mie dimissioni perchè sono accusata di omessa denuncia, da chi? Dalla magistratura? No! Dal Movimento, anzi, dal direttorio!
Omessa denuncia di una situazione di cui lo stesso direttorio era a conoscenza. Fino al nuovo cambio di versione delle motivazioni dell'espulsione di cui vengo a conoscenza solo dinanzi alla Commissione antimafia, in cui mi viene detto che anche un solo voto della camorra al M5S è fondamentale per chiedere le dimissioni.
Ed allora chiedo formalmente da parte mia e da parte dei cittadini di Quarto offesi da questo voltagabbana continuo, di spiegare perchè i voti che i consiglieri regionali hanno preso a Quarto sarebbero diversi dai miei.
Perché la coerenza morale non la si può chiedere solo agli altri, la si deve adottare in primis verso se stessi.

Ed ora veniamo a cosa ha prodotto tutto questo, a quali sono le conseguenze di questo comportamento irresponsabile del Movimento.
L'amm.ne del M5S Quarto va a casa. Dopo il flashmob, ho chiesto ai miei consiglieri se se la sentissero di combattere una battaglia difficile contro un sistema di potere che ha devastato Quarto per troppi anni. 15 consiglieri, 15 uomini e donne, hanno detto che avrebbero lottato con me: li ho guardati negli occhi e ci ho creduto, ma ci ho creduto solo io a quanto pare.
È iniziato lo stillicidio delle dimissioni dei consiglieri, con motivazioni ridicole per chi, aggiungo, aveva assunto su di sè la responsabilità di amministrare un paese. Io ho fatto un giuramento e l'ho rispettato finché ho potuto. Gli altri credevano di andare a fare una gita fuori porta.

Arriviamo a ieri l'altro, mi sottopongo alle domande della Commissione Parlamentare antimafia, che si aggiungono a quelle della Procura in cui sono parte lesa. Una giornata durissima ma sempre convinta di farlo per ristabilire la dignità alla citta di Quarto ed a questa amministrazione.
Ieri arrivo in Comune ed apprendo che anche il presidente del consiglio vuole dimettersi. E' davvero troppo.
Per tutto quello che vi ho detto ho deciso di lasciare, lascio dopo 7 mesi che mi sono sembrati anni. Sono stati difficilissimi. La mia non è una resa, è un gesto di responsabilità e di amore per Quarto che non può continuare ad essere strumentalizzata e denigrata in questo modo.

A questo punto, ringrazio le persone che mi hanno accompagnato in questo viaggio con onestà intellettuale e morale. Le dimenticanze non sono tali.
Ringrazio Andrea Perotti, vicesindaco ed assessore all'ambiente che ha lavorato e creduto instancabilmente in questo progetto forse anche più di me. Ringrazio Donatella Alessi, assessore agli affari generali e legali, professionista capace ed esperta ed amica speciale.
Ringrazio Francesco Pisano, assessore alla legalità che ha insegnato a molti cosa vuol dire essere una persona di parola.
Ringrazio i mie consiglieri Anna Perotti, Giorgio Fontana, Giovanni Lo Sardo, Salvatore di Mare, Daniela Monfrecola, Vincenzo Di Pinto, Roberta Buiano, Marco Pavia e Gianluca Carotenuto. A loro che sono rimasti compatti al mio fianco per il bene di Quarto senza cedere, va il mio ringraziamento più sincero: devono uscire da quest'aula consiliare a testa alta per aver resistito su una barca in tempesta senza scappare come topi.
Ringrazio l'opposizione presente in aula.
Ricordo, inoltre, che nei prossimi giorni partiranno i lavori per l'illuminazione di due strade e della Villa Comunale. A Quarto nei prossimi mesi sarebbero dovuti arrivare i primi risultati del Paes, il patto dei Sindaci, che potrebbe portare a Quarto 40 milioni di euro entro il 2020.
Spero che continuino i tavoli di lavoro per il dissesto idrogeologico anche senza una guida politica e amministrativa e così spero che vadano avanti anche i progetti delle nuove strutture sportive tra cui la tensostruttura ed il progetto sport sociale che tanti problemi ci ha creato sul territorio e che ha contribuito a tutto questo. Ora vi saluto."
Rosa

Quarto, la sindaca ex M5s Capuozzo si dimette: “Abbandonati dal Movimento. Sconfitta politica, vince la camorra”

Rosa Capuozzo - Oggi ha presentato le sue dimissioni
dalla carica di Sindaco del Comune di Quarto (NA)
La prima cittadina al centro delle polemiche per l'inchiesta sui tentativi di infiltrazione della camorra nel Comune a sorpresa ha annunciato il passo indietro. Espulsa dai grillini per non aver denunciato le presunte minacce, aveva in un primo momento deciso di andare avanti senza simbolo. In questi giorni però un gruppo di consiglieri e assessori ha rinunciato all'incarico.
Rosa Capuozzo si è dimessa dalla carica di sindaco di Quarto (Napoli). “La mia non è una resa, ma un gesto d’amore e di responsabilità per la città. Mi sono sentita abbandonata dal M5s, ma si sono sentiti abbandonati tutti i cittadini. E’ una sconfitta per la politica e una vittoria per la camorra”. La sindaca ha deciso di lasciare dieci giorni dopo l’espulsione dal Movimento 5 Stelle e dopo settimane di polemiche per l’inchiesta della Dda di Napoli che vede indagato l’ex consigliere grillino Giovanni De Robbio per corruzione elettorale e tentata estorsione con l’aggravante di aver favorito un’organizzazione mafiosa. La Capuozzo era stata espulsa dal Movimento 5 Stelle perché accusata di non aver denunciato le presunte minacce del collega. La giunta in un primo momento aveva detto di voler continuare anche senza simbolo, ma nel corso dei giorni lentamente si erano dimessi consiglieri e assessori. “Dopo il flash mob del 10 gennaio”, ha detto, “ho chiesto ai consiglieri se la sentissero di continuare a combattere una battaglia difficile contro un sistema di potere che ha devastato Quarto per troppi anni. I 15 consiglieri che hanno detto che avrebbero lottato con me mi hanno guardato negli occhi e io ci ho creduto. Poi è iniziato lo stillicidio delle dimissioni dei consiglieri, con motivazioni ridicole per chi a giugno aveva assunto la responsabilità di amministrare questo paese”. Ieri sera anche il presidente del consiglio comunale Lorenzo Paparone aveva detto di volersi dimettere.
“Non è semplice quello che stiamo affrontando in questo territorio, con il Movimento accanto sarebbe stato più facile. E’ una sconfitta della politica ma anche una vittoria della camorra. Mancano i numeri necessari per governare, siamo una forza politica che non si muove con le larghe intese anche perché facciamo una politica di rottura”. E ha aggiunto: “Chiedo formalmente da parte mia e dei cittadini di Quarto perché i voti dei consiglieri regionali presi qui sono diversi dai miei”.
Martedì 19 gennaio la stessa Capuozzo è stata sentita dalla commissione Antimafia a cui ha ribadito di aver richiesto la cacciata di De Robbio al direttorio M5s già a luglio scorso per motivi politici. Oggi la presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, ha disposto la trasmissione alla Procura di Napoli degli atti dell’audizione del sindaco di Quarto. Dalla ricostruzione complessiva dei fatti fornita dal sindaco e alla luce della documentazione giudiziaria acquisita dalla Commissione è emersa, viene spiegato, la necessità di segnalare alla Procura alcuni aspetti da approfondire, sui quali anche la Commissione si riserva di svolgere ulteriori analisi.


#ProteggiamoChiDenuncia: approvata la legge M5S sul whistleblowing

"La corruzione, in Italia, non solo impedisce un corretto sviluppo economico, una concorrenza trasparente, ma provoca disoccupazione, cattivi servizi, costringe all’emigrazione migliaia di giovani che non possono accedere ad un mondo del lavoro sano.
Oggi, dopo anni di intenso lavoro, la nostra legge sul Whistleblowing -ovvero proteggere chi denuncia-, è stata finalmente approvata alla Camera dei Deputati.
Una vittoria fondamentale per tutti i cittadini onesti che denunciano la corruzione: ora possono essere protetti e non subire mobbing, sia nel settore pubblico che privato. Troppe volte i cittadini onesti che hanno messo in luce la corruzione non hanno potuto avere voce, e soprattutto sono stai minacciati, messi a tacere e poi chiusi in un angolo, demansionati. Da oggi, invece, cambia la storia. Chi denuncia sarà protetto dallo Stato, potrà contare sull’anonimato e conserverà il suo posto di lavoro. L’Italia, che occupa i primi posti per la corruzione in Europa, grazie al MoVimento 5 Stelle si dota di uno strumento efficace per combattere la piaga peggiore che affligge il Paese.
Una legge analoga esiste da tempo negli Stati Uniti, dove ha avuto molto successo, ma in Italia per diventare concreta e reale ha dovuto attendere l’impegno dei nostri portavoce in Parlamento.
Impegno che ci ha visto al fianco di moltissime associazioni, al fianco dei whistleblower, di coloro che hanno segnalato e denunciato la corruzione e che troppe volte hanno subìto le conseguenze del loro coraggio civico senza nessuna rete di protezione. Da oggi allora tutto cambia, grazie alla legge M5S a prima firma Francesca Businarolo. Contro la corruzione il M5S agisce davvero.



Ps: un pensiero ad Andrea Franzoso che aveva svelato le spese folli del presidente FNM Achille. Un coraggio pagato a caro prezzo perché a riflettori spenti il ragazzo ha denunciato è stato rimosso dal suo incarico. Con questa legge non sarà più possibile fare i prepotenti con chi denuncia. Andrea: non ti lasciamo solo

L'eterna agonia dei marò: arbitrato internazionale non prima del 2018

Salvatore Girone e Massimiliano La Torre
La corte dell'Aja ha definito il calendario del processo arbitrale. Si prevede una conclusione non prima del 2018, ma potrebbe essere rimandata ancora
L'eterna, patetica, vicenda dei marò non finirà prima di agosto 2018. Altri due anni, insomma, nell'attesa che i giudici della corte dell'Aja si pronuncino sulla più grottesca vicenda internazionale degli ultimi anni.
Grottesca e offensiva, per l'Italia e per i suoi soldati che si sono trovati all'interno di qualcosa di più grande. Più grande di loro erano le lotte intestine per le elezioni indiane che spinsero il governo di allora a cercare in tutti i modi di processare i marò in India; più grande di loro è stata l'incapacità di tre governi italiani nel gestire la vicenda; più grande di loro, infine, è (e sarà) l'elefantica lentezza della giurisdizione internazionale.
Oggi, infatti, è stato pubblicato il calendario che il Tribunale arbitrale ha redatto il 18 gennaio nella prima riunione procedurale. Per arrivare al verdetto, quale che sia, l'Aja se la prende (molto) comoda. La fine del tunnel non arriverà prima dell'agosto 2018. Esatto: 2018. Altro che "rapida soluzione" come avevano promessa prima Letta, poi Renzi e Pinotti. Quando arriverà la fine dell'estate 2018, i marò spegneranno per la sesta volta le candeline della prigionia in territorio indiano. Sei anni. Vi pare normale? No. Non si conosce precedente simile, con un Paese costretto a lasciare (e incapace di fare altrimenti) due soldati in mano a un Paese estero, quando ogni regola internazionale vorrebbe che a giudicare i marò fosse un tribunale italiano. Inutile ripercorrere tutte le tappe, dalle perizie che scagionano i due fucilieri di marina ai continui rinvii della corte del Kerala. Il passato è passato, ma il futuro è forse peggiore. Se non fosse che rimane la speranza di una conclusione positiva e del rientro in Patria.
Massimiliano Latorre ha pubblicato questa mattina su Facebook una foto con alcuni amuleti, scrivendo speranzoso: "Lunedì 18 Gennaio 2016: oggi inizia un altra fase". Non è servito a molto. Questa, ulteriore fase durerà troppo a lungo. I prossimi appuntamenti che Latorre e Girone sono costretti a segnare in agenda sono il 16 settembre 2016, quando l'Italia dovrà presentare la sua versione dei fatti in una memoria. L'India farà lo stesso il 31 marzo 2017. E così di mese in mese, arriverà la replica dell'Italia il 28 luglio 2017 e la controreplica indiana il 1 dicembre 2017. Ma non è finita qui.
Il governo indiano, infatti, potrà presentare obiezioni di giurisdizione e ammissibilità che potrebbero far slittare tutto. In caso contrario (ma sembra difficile possa accadere), l'Italia potrà mettere subito agli atti la sua contro-replica il 2 febbraio 2018. A quel punto, raccolti tutti i dati e i punti di vista, il Tribunale dovrà emettere un giudizio entro sei mesi. E così si arriva all'agosto del 2018. Bene, ma non benissimo. Una clausola, infatti, permette al Tribunale dell'Aja di allungare i tempi "in accordo con le Parti" per permettere a Roma e Delhi di avere più tempo per presentare le relative dichiarazioni.
Più rapida, invece, dovrebbe essere la decisione sulla sorte di Salvatore Girone, per cui l'Italia aveva chiesto il rientro in Italia. L'udienza è fissata per il 30-31 marzo 2016. Una magra consolazione, in attesa di un giudizio che sembra davvero non arrivare mai. E le colpe di tutto ciò sono diffuse. Soprattutto a livello governativo.
Giuseppe De Lorenzo

“Sulla rissa per i Rolex Renzi nasconde la verità”

La notte della rissa - Quello che è successo dopo la cena
a Ryad a novembre visto da Emanuele Fucecchi
Il testimone oculare:
Vi racconto cos’è successo quella notte a Ryad: la scorta ha iniziato la zuffa, poi il premier ha chiesto di portargli i doni”
Palazzo Chigi nasconde la verità sui Rolex donati dai sovrani sauditi. Quelli che hanno provocato una rissa fra la delegazione italiana a Ryad durante il viaggio di Matteo Renzi in Arabia Saudita di novembre, tra la notte di domenica 8 e l’alba di lunedì 9. Ora c’è un testimone che racconta una versione molto dettagliata di una figuraccia internazionale non ancora chiarita dal governo. Il testimone ha cenato e dormito assieme agli italiani nel palazzo di re Salman, un gruppo composto da militari, funzionari, diplomatici, imprenditori e giornalisti. Per il momento preferisce restare anonimo per evitare ripercussioni, ma il Fatto Quotidiano conosce la sua identità.
Il nervosismo delle guardie del corpo
C’erano già molti sospetti, adesso è lampante il pasticcio di Ryad: la delegazione partita da Roma non ha rispettato le regole che impongono ai dipendenti pubblici di rifiutare e, soprattutto, di non trattenere omaggi di un valore oltre 150 euro, limite che aumenta a 300 per i membri di governo. Torniamo a Ryad e ricostruiamo la scenata con le parole del testimone: “Il parapiglia s’è verificato dopo la cena nei saloni del palazzo reale. La scorta di Renzi non aveva ancora ricevuto i regali, in parte custoditi dal personale di Palazzo Chigi e in parte già distribuiti. Allora la scorta ha incrociato i dipendenti del Cerimoniale e sono andati verso le camere di un piano superiore. A prima vista, la scorta si è accorta della differenza di dimensione delle scatole che ha fatto percepire la disparità di valore dei regali. C’erano orologi preziosi, ma di categorie diverse: di una marca meno conosciuta, e varie tipologie di Rolex. Questo ha suscitato un malcontento e la scorta l’ha manifestato in maniera concitata, per non dire violenta”.
Il sequestro degli orologi
Un orologio Rolex
Il diverbio è tra alcuni funzionari del Cerimoniale e gli uomini della scorta del fiorentino. Da lontano assistono i diplomatici di stanza a Ryad e i consiglieri del governo: “Il capo dei militari ha urlato a lungo. E ha costretto il dipendente del Cerimoniale ad aprire il suo regalo, convinto che avesse scambiato le scatolette o influenzato i sauditi per ottenere un Rolex. E poi diceva di meritare un regalo migliore perché lui è un alto dirigente dello Stato. È stato brutto, mi ha traumatizzato. Il gruppo non è arrivato alle mani, però ci è mancato poco: spintoni, insulti, testate simulate”. Per la vergogna, il battibecco viene sospeso. Ma non finisce: “Quando si è capito che i sauditi stavano ascoltando e che non fosse proprio una edificante rappresentazione della delegazione da Roma, la scorta ha preso i pacchi per correre di sotto. L’indomani, lunedì 9, chi era scontento si è lamentato con Renzi. Così il premier ha deciso di volere per sé tutti i regali senza specificare i motivi”.
Il mistero e gli errori del Cerimoniale
Il fiorentino non interviene, ma delega il compito a Ilva Sapora, capo del Cerimoniale: “Lei ha riferito che il presidente desiderava tutti i regali nell’appartamento dov’era ospite dei sauditi. Ha parlato di opere caritatevoli, ma è stata molto vaga. Ha tentato di recuperare i regali, ma non in maniera formale. Ha rifiutato di predisporre un documento per certificare la restituzione dei cronografi”. Ma il Rolex di Renzi dov’è? Ieri a Palazzo Madama ha sfoggiato un esemplare simile a quello che il nostro testimone ci ha mostrato (come quello in foto): “Ovvio che il presidente ha ricevuto un Rolex, credo il più prestigioso. Tutti gli italiani presenti a Ryad, dai diplomatici ai dirigenti, dai giornalisti ai cineoperatori, hanno ricevuto un orologio”. Il peccato originale: il Cerimoniale doveva conservare gli orologi e poi depositare i pacchetti al Diprus, il dipartimento di Palazzo Chigi che gestisce la sala dei doni di Stato. Non è andata così: “I regali erano già stati assegnati alla delegazione dal Cerimoniale di Palazzo Chigi. Ma non potrei giurare che avessero capito l’importanza del regalo: o hanno sbagliato perché hanno distribuito i doni o hanno sbagliato perché non hanno controllato”.
La stanza dei doni di Stato
Palazzo Chigi ha replicato agli articoli del Fatto Quotidiano con una generica spiegazione: “I regali di cortesia sono nella disponibilità della Presidenza del Consiglio”. Ma in realtà, a metà dicembre, al dipartimento competente di Palazzo Chigi (Diprus) non sapevano niente: “Quando il Diprus è stato contattato non era a conoscenza dell’esistenza stessa dei Rolex. Vuol dire che non erano stati coinvolti. Ci sono molti Rolex ancora in giro”. A parte qualche tentativo informale e per niente trasparente, dal governo è mai arrivata una comunicazione scritta che ordinava di riportare i Rolex? “No, è accaduto il contrario. Palazzo Chigi ha negato qualsiasi documento scritto per restituire i Rolex”.

Distrutta la Costituzione col voto-ricatto di Verdini Governo senza maggioranza. Denis decisivo pretende di cambiare l’Italicum

Clic. È Denis Verdini che spegne la luce. Lui ha la firma sulla nuova Costituzione, lui è il principio e la fine del governo, l’ombra e il riparo del premier. I numeri sono crudeli, ma sinceri: i verdiniani sono decisivi (e adesso pretendono un nuovo Italicum su misura), Pd e Ncd sono andati sotto la soglia di maggioranza e se i bersaniani in futuro si sfilassero il governo sarebbe appeso a un filo. Il Senato si spegne alle sette di sera e ringrazia per la sua morte Matteo Renzi con un bell’applauso quando il premier dice: “Il Paese vi deve gratitudine”. I senatori trapassati piegano nell’indifferenza. “A me non interessa, io tanto non voto, l’ho detto e lo ripeto”, riferisce Antonio Azzollini. Scampò all’arresto qualche mese fa, oggi si presenta con una coppola di lana e nel taschino due matite e due penne. Sembra soddisfatto di quello che ha avuto. “Sapesse che analfabetismo qui dentro. Quando presiedo l’aula do un occhio al senatore che interviene, ma senza farmi scorgere prendo sotto mano un libro di poesie. Qua dentro la mente si atrofizza caro mio. Bisogna convincersene, è davvero venuto il momento che questo palazzo chiuda. Sarà un’altra cosa, finalmente”. È il commiato di Valeria Fedeli, vicepresidente dell’aula. Era sindacalista della Cgil e il mondo le pareva dritto, poi l’hanno eletta senatrice e si è accorta che è storto.
Aldilà della morte c’è la vita, abbiate fede. Nel caso di Denis Verdini si deve effettivamente parlare di gloriosa resurrezione. La stazza del boss ce l’ha e in serata naviga nel Transatlantico di Palazzo Madama come il rompighiaccio nei mari dell’Alaska. Motivatore professionista, ha appena persuaso l’ex grillina Adele Gambaro ad affidarsi alle sue cure. È una scena insieme tragica e comica. Questa signora cinquantenne sbuca da un lato del palazzo e si concede agli sguardi e ai sorrisi del boss che l’aspetta a braccia aperte. E la bacia. E le dice: “bravissima”. Lei: “Grazie”, come una scolaretta. “Siamo 18 oramai, e nel numero già bastiamo ma altri quattro sono in arrivo nel gruppo”. Mi chiama: vieni, ascolta anche tu. Vivissimi complimenti senatore. Lui: “Meglio parlare con i pm che con voi. Il magistrato detta, legge, accusa in modo circostanziato. E io rispondo, replico, mi difendo e metto a verbale. Con voi invece…Mi avete fatto dire che sono l’idraulico di Renzi. E che il mio gruppo si affilia al Pd. Invece io ho detto ‘si affianca’, c’è una bella differenza”. Affiliato, affiancato: “Oggi si apre una fase nuova, e sono convintamente con Renzi. Cambia la storia in modo epocale grazie anche a noi”. Il vestito a righe blu, la cravatta di Hermes, la pancia da grande e ricco allevatore del Montana. È lui che gioisce, è il vincitore che avanza e avvisa Renzi: gli starà incollato come un’ombra, anzi di più.
Pistacchi e banane, mandorle e spremute. Dietro di lui la coppia dei trapassati remoti, Manuela Repetti e Sandro Bondi. Si amano e si tengono per mano. Nella gioia e nel dolore. Dice lei: “Per me oramai politicamente è finita. Il percorso si conclude così”. C’eravamo tanto amati con Berlusconi però cambia il mondo e bisogna guardare in faccia alla realtà. Un trio dell’Ncd dietro un angolo. Il primo si chiama Guido Viceconte e spiega alla collega Fedeli: “Devi sempre ricordarti che Matteo Renzi vive grazie a noi. Tienilo a mente”. Il secondo si chiama Tonino Gentile. Voleva il Nobel per Silvio, ma non è stato possibile. Oggi è in attesa di riavere la poltrona di sottosegretario ai Trasporti a cui ha dovuto rinunciare per una dannatissima storia calabrese. Lui è di Cosenza, un giornale lo attaccò, il senatore si infuriò e fece bloccare le rotative. Scoppiò un casotto, Gentile perse la poltrona ma non la speranza di ritornare in sella.
Ma insomma qui dentro a chi frega della Costituzione? Miguel Gotor, sconsolato: “Sembra proprio che non freghi a nessuno. Il ritorno degli indifferenti, come i protagonisti del romanzo del barone Ponticelli della Gatta: I moribondi di palazzo Carignano. Sono oramai fantasmi”. Fantasmi, sì. C’è Barani, il tizio col garofano nel taschino, c’è Anna Finocchiaro nella funzione dell’infermiera pietosa che ha iniettato la siringa per l’eutanasia. Si aspetta un grazie da Maria Elena Boschi. La madrina delle Riforme veste di rosso e di nero e avanza col sorriso. Almeno le riforme oggi e non l’Etruria, il papà che da persona perbene sta cambiando status, e la storiaccia di Carboni e quella dei massoni. Che inferno e che colpo alla dieta. Il nervosismo accalora, dilata, porta in dono la gastrite. Ma il potere è fatica e la carriera costa.

Inceneritori, si rompe il fronte delle Regioni

Stefano Bonaccini
Addio fronte compatto anti inceneritori. In Italia, sul piano ambientale, c’è una continua inversione di marcia da parte di governatori. Come durante la Conferenza Stato-Regioni di ieri: anche se il parere sui 9 inceneritori previsti dal governo è slittato alla prossima riunione, il presidente Stefano Bonaccini ha annunciato che 15 Regioni su 20 erano a favore. “Un parere condizionato all’approvazione di alcuni emendamenti”, ha specificato. Come nel caso della Campania: lo staff di De Luca, contattato in estate dal Fatto (che per primo ha rivelato il piano inceneritori) aveva detto che alla Campania bastava quello di Acerra. Ora, però, sembra aver cambiato idea: ok ai termovalorizzatori “ma saranno le Regioni a decidere dove e come farli”, ha detto ieri il vice presidente e assessore all’Ambiente della Regione Campania, Fulvio Bonavitacola. A confermare il no al piano, invece, Umbria (un inceneritore), Lombardia (nessun inceneritore), Abruzzo (un inceneritore), Marche (un inceneritore) e Molise (nessuno). E tutti gli altri? Perché hanno cambiato idea?
Virginia della Sala

Boschi: Carrai? E che male c’è?

Maria Elena Boschi
La ministra riferisce alla Camera: “Sarà soltanto un consulente” Il migliore amico del premier metterà le mani sui servizi segreti. Per Sel “è incredibile”
Marco Carrai ha l’oro in bocca. Diventerà consulente di Palazzo Chigi per la cyber sicurezza con un portafogli di 150 milioni di euro da gestire, coordinare, indirizzare. Il Giglio, che già era magico, ora diventa stellare, gestirà anche la vita di ogni clic. Occhio vigile per la sicurezza nazionale, bastione contro le intromissioni, segugio dei cattivi naviganti di internet. Tutto si tiene e a Montecitorio approda la madrina del Giglio a dare il conto del nuovo ingresso. Maria Elena Boschi sceglie una mise di forte contrasto, il rosso e il nero, per appagare la curiosità e garantire sulle paure e le cattive intenzioni. Carrai sarà, se sarà, un consulente, forse super. A Marco Minniti, l’u omo politico chiamato a gestire i Servizi segreti, rinnovata fiducia.
L’ultimo trasbordo nel governo, e per di più in una funzione delicatissima, assume l’aspetto del pagamento di un debito d’onore e copre una guerra nelle cantine renziane, un ostruzionismo di sottofondo che ha in Luca Lotti , rottweiler del premier, lo sconfitto di giornata. Era stato Verdini, in linea retta collegato a Lotti, ad avanzare perplessità e dubbi. Maria Elena garantisce che Marco, cioè Carrai, che è un amico e un fidato consiglieri del premier al quale ha concesso ogni fiducia e anche le chiavi di casa, sarà tenuto a distanza delle funzioni più delicate e dalle pratiche più compromettenti. Infatti di lui si parla adesso come di un consulente, uno dei tanti.
Invece, è un pesante e delicato incarico, coperto da un titolo innocente che è l’espediente tecnico per zittire possibili azioni su quella che appare la più clamorosa prova di interessi che si sovrappongono e si confondono. Carrai compare socio in undici società. Tra queste, c’è la Cys4 spa fondata il 3 dicembre del 2014, e ha per oggetto la “consulenza nel settore delle tecnologie d el l’informatica. ”Affari, dunque. La Spa fa parte del “Gruppo Tanzi”, ha tre soci, Aicom Spa, “Bellodi Leonardo” e Cambridge management consulting Labs srl. Capitale sociale 70 mila euro, ha un fatturato di 5,7 milioni e un utile di 1,5 milioni. Tra i soci figurano, accanto allo stesso Carrai (con il 14%), Giampaolo Moscati, Renato Sica e l’israeliana Jonathan Pacifici & partners ltd. Non si sa dove, dunque, finisca lo Stato e dove invece inizi la famiglia Renzi, gli amici di Renzi, le virtù di Renzi e anche i suoi vizi. E ieri questo spettacolare conflitto si è riproposto. Il ministro dell’Interno silente e a braccia conserte, la campionessa del renzismo oracolo del nuovo ingresso. “Il pesce puzza dalla bocca”, confidò Carrai qualche tempo fa. Un proverbio che gli fu detto, ad ascoltare le sue confidenze, da un esponente della Cia. Rapporti altrettanto intensi, pare, con i servizi israeliani. Carrai ha chiesto di essere messo alla prova, ha domandato per sé questo ruolo ed ora sarà installato (nessuno lo dubita più) con i gagliardetti di consulente. “È incredibile ciò che stanno facendo”, ha commentato Arturo Scotto di Sel, il partito che ha presentato l’interrogazione parlamentare sulla notizia della new entryanticipata da questo giornale.
La questione nasce e purtroppo non muore con lo sviluppo familistico nelle postazioni di controllo governativo. Unità di missione, direzioni, sottosezioni. La Presidenza del Consiglio ha accentrato nel suo palazzo tutti i dossier sensibili. Le relazioni con la stampa le ha Luca Lotti, attraverso il dipartimento dell’Editoria . Lui decide i contributi, aziona o disinnesta norme che incidono nella vita dei mass media. È un bel fare e anche una poco innocente responsabilità. Poi i controlli sul ministero dell’Economia , quelli sulle Entrate, persino sui programmi di edilizia scolastica. Adesso la cyber sicurezza. Tutto inizia a Firenze e tutto finisce a Firenze.

mercoledì 20 gennaio 2016

Quarto, Capuozzo all’Antimafia: “Chiesi a Fico di espellere De Robbio per problemi politici non per camorra”

“Non mi sentivo minacciata da De Robbio, mi sembrava un guascone, un esibizionista, un prevaricatore, mai mi sarei aspettata tutto questo. Per me era gravissimo che mi si volesse fare incontrare imprenditori per lo stadio ed ho chiesto l’espulsione ma questo non è avvenuto”. E’ quanto ha dichiararlo Rosa Capuozzo, sindaco di Quarto da poco espulsa dal Movimento 5 stelle, durante l’audizione in commissione Antimafia a Roma. ”Già da luglio – continua Capuozzo – chiesi a livello verbale l’espulsione di De Robbio durante una riunione in cui parlammo dello stadio e alla quale era presente anche l’onorevole Fico,ma nulla. Ci furono altre riunioni in cui chiesi l’espulsione, venivo ascoltata ma non si passava ai fatti. Dopo l’interrogatorio del pm Woodcock e l’avvio d’indagine sul consigliere 5 stelle chiesi il 13 con richiesta scritta l’espulsione e il 14 fu espulso”. Ma la Capuozzo a domande esplicite specifica: “Non volevo l’espulsione per i suoi legami con la camorra, non ho mai detto nulla su questo al M5s, ma per problemi politici, De Robbio remava contro il programma M5s e il progetto di uno stadio comunale simbolo per la città”

#NotteBiancaDemocrazia, l’intervento di Alberto Airola (M5S)


L'intervento del portavoce M5S al Senato Alberto Airola nel corso della seduta del 19 gennaio 2016 durante la discussione generale sul disegno di legge costituzionale n. 1429-D - Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione

Capuozzo, pure in antimafia: “Ero isolata, non ricattata”

Rosa Capuozzo in Commissione Antimafia
In commissione l’ex 5Stelle conferma la sua versione, ma dice: “Da luglio avevo chiesto l’espulsione di De Robbio”. Il Pd all’attacco: “Rispondano Fico e Di Maio
Si sentiva “isolata”. Pressata da quel consigliere che le “faceva il vuoto intorno”, che voleva imporle imprenditori e assessori. Quel Giovanni De Robbio di cui chiese l’espulsione più volte, già a luglio, e già a Roberto Fico. Eppure di fronte all’Antimafia il sindaco di Quarto Rosa Capuozzo lo giura: “Per me erano pressioni, non minacce: ho capito tutto con le intercettazioni”. Non aveva compreso di essere ricattata dal consigliere che voleva imporle di affidare il campo sportivo ad Alfonso Cesarano, imprenditore legato alla camorra. Anche se De Robbio le mostrò le foto della casa del marito, con un presunto abuso edilizio. Immagini finite a novembre sul Mattino. Non capiva, però voleva farlo cacciare “perché andava contro i principi del M5S”.
È sempre quello, il paradosso attorno a cui si muove l’ex 5Stelle Capuozzo, anche in commissione. L’audizione inizia in serata, ma il clima lo arroventano dalla mattina i dem. “Fico e Di Maio vanno convocati in Antimafia e Quarto va sciolta” twitta bellicoso Stefano Esposito. Gli altri accusano i 5Stelle di fuggire dai confronti in tv. Ma il M5S tace, intento a preparare la contromossa di domenica, quando i big andranno ad Arezzo, la città di Banca Etruria. Sarà una manifestazione con Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. E probabilmente Beppe Grillo, a cui tutto il M5S chiede di rimetterci la faccia. Intanto però è ancora Quarto. Con Rosa Capuozzo che arriva a Palazzo San Macuto poco prima delle 20, assieme all’assessore Donatella Alessi. È ressa di telecamere, e per farla entrare servono i carabinieri. Si parte con la presidente Rosy Bindi. “Le vicende di Quarto sono molto significative” sostiene. Quindi snocciola domande: “Se e quando ha avuto le percezione di essere vittima da parte di estorsione De Robbio”. Di seguito, “perché non ha ritenuto di denunciare subito?”, E poi: “Quali sono stati i rapporti con il suo ex Movimento?”. Capuozzo parla veloce, per coprire l’emozione: “Questi sette mesi di governo sono sembrati sette anni”. E racconta: “È partito tutto il 27 giugno, il giorno dopo la mia elezione, con la questione stadio”. A suo dire De Robbio, il più votato dei 5Stelle, è subito un problema . “Voleva farmi incontrare imprenditori privati per discutere della gestione dell’impianto. E io gli dissi subito di no”. Pressava il consigliere, “anche sulla nomina degli assessori e dei capisettore, che io non volevo legati al territorio. E allora io non lo nominai presidente del Consiglio comunale, spiegando che non aveva più la mia fiducia”. Soprattutto, “già a luglio chiesi la sua espulsione, in una riunione con Roberto Fico”. Ma non accadde nulla. Anche se Capuozzo si sentiva “isola ta, perché De Robbio mi faceva il vuoto intorno”. Eppure non si sentiva minacciata: “De Robbio mi sembrava più che altro un guascone”. A settembre il consigliere le mostra due foto della casa del marito, con il presunto abuso. “Sembra va preoccupato, ma io ero tranquilla” assicura. Eppure De Robbio gliele mostrò “due volte in dieci giorni”. Sostiene di aver cominciato a fiutare “che potevo denunciarlo” quan do le accennò a un funzionario che poteva cambiare versione sull’abuso. Dice di aver chiesto di nuovo la sua espulsione. Poi venne convocata dalla Dda di Napoli, “e lì ho cominciato a capire il disegno”. Ma mica tutto: “Mi sembravano pressioni politiche”. La svolta arriva tardi: “Solo con le intercettazioni sui giornali ho compreso”. Domande. Mirabelli sollecita la convocazione di Fico, e chiede: “Perché l’han - no espulsa dal M5S?”. Ma il più sferzante è il vicepresidente Claudio Fava: “Lei cambia versione sulla distinzione tra pressioni e minacce a seconda dell’interlocutore: dovevano venire con la pistola?”. Lei non arretra: “Non erano giuridicamente minacce, ho parlato di ricatto nei messaggi ma erano sfoghi”. Chiosa: “Mi hanno espulsa per un attacco mediatico, ma io non contesto, penso alla città”. Palla in tribuna.
Luca De Carolis

PER IL CASO IMPRESENTABILI De Luca contro Bindi, Gip archivia la querela del governatore

De Luca contro Bindi, il giudice archivia tutto.
Su richiesta del p, il gip del Tribunale di Roma Giovanni Giorgianni ha archiviato la denuncia-querela presentata dal presidente della Campania Vincenzo De Luca nei confronti della presidente della Commissione parlamentare Antimafia Rosy Bindi, in relazione alla verifica delle liste elettorali effettuata a maggio dalla commissione, che aveva incluso tra gli “impresentabili” l’attuale governatore della Campania . Nel testo del provvedimento di archiviazione, il giudice scrive: “È evidente come le decisioni furono avallate e largamente condivise dai rappresentanti dei gruppi parlamentari presenti in seno alla Commissione e come, in ogni caso, alla Commissione plenaria fu sottoposto l’esito dei lavori, immediatamente prima della conferenza stampa”. Il gip continua: “Come correttamente rilevato dal Pm non esistevano norme che vietassero l’avvio dell’istruttoria, mentre ne esisteva una, recepita dai due rami del Parlamento, che ciò consentiva, e sulle cui basi interpretative ha deliberato e operato l’Ufficio di Presidenza, sottoponendo poi le risultanze alla Commissione plenaria”.
Il Fatto Quotidiano

TRIESTE “Amministrazione trasparente”

M5S contro il sindaco: infornata di promozioni senza concorso
Incarichi su incarichi. E pazienza se la procedura è poco trasparente, i concorsi latitano, i dirigenti sono nello stesso posto da lustri o da decadi. Succede, secondo una denuncia del Movimento 5 Stelle, non in una sperduta amministrazione del sud Italia, ma nella civilissima (in teoria) Trieste. Il consigliere M5S Paolo Menis ha sottoposto un’interrogazione al sindaco del Pd, Roberto Cosolini. Per ora, nessuna risposta. Ecco l’oggetto: lo scorso febbraio il primo cittadino avrebbe affidato 6 incarichi dirigenziali temporanei ad altrettanti funzionari di categoria D (quindi, non dirigenti). Il tutto senza alcuna forma di concorso o di selezione. Questa la denuncia del consigliere. Nella sezione “amministrazione trasparente” del sito del Comune, d’altro canto, non risulta alcuna traccia dei concorsi pubblici che avrebbero dovuto affrontare per avere diritto agli incarichi dirigenziali. Una goccia nel mare, si dirà. Una pratica talmente diffusa da non fare più nemmeno rumore. Succede anche a Trieste. Malgrado l’articolo 97 comma 3 della Costituzione, che recita: “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi previsti dalla legge”. Concetto ribadito da una recente sentenza della Corte costituzionale, la 37 del 2015: “Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, nessun dubbio può nutrirsi in ordine al fatto che il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica debba avvenire previo esperimento di un pubblico concorso, e che il concorso sia necessario anche nei casi di un nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio”. Compreso “l’accesso a un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate”. 
TO.RO.

“Ora non impediscano alla gente di decidere"

Michele Emiliano - Presidente
della Regione Puglia
Se insiste l’esecutivo rischia di spingere milioni di italiani a scegliere il No anche sull’abolizione del bicameralismo
Questo referendum è come quei bambini che hanno una forte determinazione e non si fanno soverchiare dal destino”. Per Michele Emiliano, governatore della Puglia, quello sulle trivelle sarà un referendum molto politico “che chiama a esprimere il proprio punto di vista sulla politica energetica. Tutti coloro che non vanno neanche più a votare, su una vicenda del genere si sentiranno invece coinvolti”. Presidente Emiliano, come reagirà il governo ? Mi auguro che la sua risposta non sia stizzita, che non elabori una norma che definisco ‘ammazza-referendum’. In che senso? Ricostruiamo i passaggi: nei mesi scorsi il governo, invece di desiderare di coinvolgere il popolo italiano nella discussione sul piano energetico, ha preferito non esprimere il suo punto di vista, né a favore né contro le cosiddette trivellazioni. Si è limitato ad agire in modo burocratico, come se un permesso di prospezione di idrocarburi fosse una pratica per il passaporto. Poi, quando dieci Regioni di Italia, per la prima volta, hanno chiesto un referendum, si è spaventato e senza fare dichiarazioni ha introdotto un emendamento nella legge di stabilità che mirava ad accogliere, almeno così si diceva nei corridoi di Palazzo Chigi, le istanze referendarie. Beh, non vorrei ci riprovasse, facendo oltretutto un errore politico molto grave. Che tipo di errore? Il governo è mosso, temo, da un solo desiderio: evitare che al referendum costituzionale vadano a votare anche le persone che di solito non ci vanno, tutte quelle che hanno perso fiducia nelle istituzioni ma che potrebbero smuoversi per queste istanze. Crede che i due referendum si sovrapporranno? Non vedo perché no. È chiaro che il governo ha cercato di evitare questa ipotesi. E se dovesse insistere, rischia di provocare l’effetto contrario. Milioni di italiani, di fronte a un tale atteggiamento del Pd e del governo potrebbero anche votare No al referendum costituzionale perché non gli si consente di esprimere il proprio parere. Che relazione c’è tra i due referendum? Le Regioni hanno finalmente scoperto, dopo essere state sistematicamente umiliate dal governo centrale, che cinque consigli possono davvero chiedere e ottenere un referendum. Un’opportunità di cui i dovrebbero diventare più consapevoli.
VDS

Trivelle, sì al referendum - E il governo corre ai ripari

La Consulta ammette uno dei quesiti delle Regioni sulle ricerche di idrocarburi in mare. Modifiche in extremis ai decreti per non votare
La Corte costituzionale dà il via libera al referendum sulle trivellazioni per la ricerca di idrocarburi in mare: ieri la Consulta ha dato il parere definitivo per l’unico dei sei quesiti sopravvissuti, quello che riguarda i permessi di ricerca entro le 12 miglia dalla costa e la loro durata. Per il governo è la minaccia di un altro referendum oltre quello costituzionale che dovrebbe esserci ad ottobre.
Contiamo sulle dita: Renzi dovrebbe affrontare le Amministrative di aprile e, probabilmente nello stesso giorno, il referendum sulle trivelle; poi quello costituzionale in autunno. Spiegare agli elettori perché alle Amministrative dovrebbero votare Pd mentre i governatori (quasi tutti Pd) appoggiano un referendum contro le decisioni del governo, non sarebbe molto facile. Un cortocircuito, a meno che non decida di evitare il referendum e cambiare la legge, prima di tutto l’articolo 35 del decreto sviluppo del 2012 e le modifiche apportate nella Legge di Stabilità.
Come sembra stia già facendo: ieri, non meglio precisate “fonti parlamentari” hanno prima fatto sapere alle agenzie di stampa che il governo era pronto ad una selettiva modifica al decreto Sblocca Italia per la durata delle concessioni, poi hanno smentito e precisato che “chiunque vinca , non ci sarà alcuna nuova trivellazione”. Si spera. Intanto, se il governo volesse davvero evitare il referendum dovrebbe soddisfare completamente la richiesta referendaria. Anche perché, in caso contrario, i comitati (e le Regioni, salvo eventuali dietro front) sono pronte a dare battaglia. E il governo lo sa. Tanto che era già corso ai ripari dopo che le proposte di referendum, in tutto 6, avevano avuto l’imprimatur della Cassazione. Con la legge di Stabilità aveva provato a porre rimedio, recependo molte delle richieste avanzate dai referendari e rendendo ammissibile un solo quesito: quello sulla misura che stabilisce che le concessioni petrolifere già rilasciate durino fino a esaurimento dei giacimenti, traducendosi un prolungamento sine die. A decidere, ora, potranno essere i cittadini.

Oggi l’esecutivo vara gli 8 inceneritori - Proteste ecologiste

Tutti al centro o al sud. Il numero degli inceneritori da realizzare in Italia è otto: lo prevede l’ultima bozza del decreto del presidente del Consiglio dei Ministri oggi all’esame della Conferenza delle Regioni. Uno per ognuna di queste Regioni: Marche, Lazio, Campania, Abruzzo e Sardegna. Poi ancora due in Sicilia e il potenziamento dell’esistente in Puglia. In totale la capacità dei nuovi impianti ammonta a 1,83 milioni di tonnellate all’anno. Le associazioni ambientaliste ribadiscono il No anche al nuovo testo. “Pur riducendo gli inceneritori, conferma gli assunti erronei di quello precedente, a partire da quello principale: pretrattamento dei rifiuti urbani residui (Rur) uguale inceneriment o”, scrivono Zero Waste Italy, Fare Verde, Greenpeace, Legambiente e Wwf Italia al ministero dell’Ambiente. “Si continua a puntare sull'incenerimento – proseguono – quando l’andamento della produzione di rifiuti solidi urbani è da anni in calo. E la bozza presuppone che per corrispondere alle necessità di trattamento del rifiuto sia necessario far passare il Rur attraverso sistemi di trattamento termico. Ma non è così, e lo ribadiamo al ministro dell’Ambiente Galletti”.
Il Fatto Quotidiano