VIDEO 5 GIORNI A 5 STELLE

DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

domenica 14 febbraio 2016

Esercito: chi controlla i militari sui social network?

I militari dell'Esercito che pubblicano status e notizie su Facebook dovranno attenersi alla circolare dal titolo: "Norme di comportamento in merito all'utilizzo del social network da parte del personale militare dell'Esercito per fini non istituzionali". I dipendenti posso interagire sui social come cittadini privati ma non possono diffondere informazioni militari riservate. E su questo non poniamo dubbi.
I Comandanti, però, sarebbero legittimati a compiere atti di controllo nei confronti del personale, e questo rappresenta potenzialmente una grave limitazione alla libertà individuale di manifestazione del pensiero, con possibili discriminazioni in base, per esempio, all'orientamento politico. Lo denuncia il portavoce in Senato Bruno Marton che su questo aspetto ha depositato un'interrogazione a Palazzo Madama.
Dopo aver letto questa circolare ci chiediamo se attualmente siano in essere, nell'ambito dell'Esercito, strutture deputate al controllo del personale militare iscritto ai vari social network. Se siano specificati, in maniera puntuale, i criteri utilizzati per valutare la "congruità" delle espressioni del pensiero del personale monitorato. Temiamo invece che tale valutazione sia lasciata ad una pericolosa discrezionalità, a una libera interpretazione dei soggetti preposti alla funzione di accertamento.
La circolare ha come unico destinatario l'Esercito e non è stata emanata, a quanto ci risulta, a livello di interforze, determinando così una discriminazione tra militari appartenenti ai diversi comparti delle Forze Armate.

«I marò abbandonati dall'Italia per non perdere l'India come cliente di armi»

Il giornalista Toni Capuozzo in Fondazione per parlare del caso dei due fucilieri di Marina prigionieri da 4 anni: «Quando dicono di essere innocenti affermano la verità, ma nessuno gli crede»
«I fatti dicono che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone affermano la verità quando dicono di essere innocenti. Purtroppo i primi a non credergli sono stati, oltre agli indiani che hanno costruito un teorema accusatorio fatto di prove manipolate, proprio gli italiani stessi. Ci siamo sempre comportati come se fossero due colpevoli di uno sbaglio e che vanno difesi, appoggiati da un punto di vista legale e tutelati materialmente. Ma non sono mai stati creduti nella loro rivendicazione di innocenza».
Il noto giornalista televisivo Toni Capuozzo è intervenuto nella serata dell’11 febbraio all’auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano per parlare del caso dei due marò italiani prigionieri in India dopo l’episodio avvenuto il 15 febbraio del 2012 al largo della costa del Kerala, stato dell'India sud occidentale. Capuozzo ha scritto un libro su questo caso - “Il segreto dei marò” - ed è stato invitato a Piacenza dal circolo culturale “Nicola Bombacci”. La serata è stata condotta da Loris Magnani e dalla giornalista Nicoletta Marenghi.
Perché dunque nemmeno l’Italia ha voluto credere alla versione dei due fucilieri di Marina che continuano a proclamarsi innocenti? «Perché credergli - spiega il giornalista di Mediaset - sarebbe costato mettere in forse la montagna di affari con l’India, come la vendita di armi e sitemi di armi. L’India è un grande cliente e qualcuno dell’allora governo Monti ha pensato che il cliente ha sempre ragione. E i governi successivi non hanno saputo cambiare questa strada. Fino all’ultima decisione di richiedere un arbitrato che comporterà almeno altri due anni di dibattito sulle questioni di diritto internazionale, senza entrare nel merito dei fatti di quattro anni fa. Insomma, abbiamo sempre scelto una via tesa a non irritare l’India, e il risultato è sotto gli occhi di tutti». 
L’errore più grave? «Ce ne sono stati tanti. Personalmente mi infastidisce aver versato un risarcimento alle famiglie dei pescatori: non perché non fosse un loro diritto, ma l’Italia lo ha fatto per placare le acque, come si getta l’osso ai cani. Pensando che magari col denaro tutti si possono compare, ma assumendo così di fronte all’opinione pubblica indiana l’immagine dei colpevoli: perché se paghi i danni questo significa che il danno lo ha fatto tu. Purtroppo questa vicenda non andrà a finire presto visto che abbiamo davanti almeno due anni di arbitrato. Girone e La Torre potrebbero difendersi davanti a un giudice da un’accusa ingiusta e infamante solo sei anni dopo i fatti in questione. Sei anni di pena preventiva sono davvero troppi e un insulto al diritto».

sabato 13 febbraio 2016

Trasparenza: una grande truffa da applauso

 Il Ministro per la semplificazione e la pubblica
amministrazione Marianna Madia
Pensavate che il comma 22 fosse insuperabile? Credevate impossibile andare oltre quel “chi è pazzo può essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”, straordinario paradosso ideato dal grande scrittore antimilitarista Joseph Heller. Beh, dovete cambiare opinione. Perché la gente di talento è un po’ ovunque e per nostra fortuna in Italia siede nel governo. Lo dimostra il comma 5 dell’articolo 6 del decreto sulla trasparenza pubblicato ieri dall’esecutivo con appena tre settimane di ritardo rispetto al Consiglio dei ministri che il 20 gennaio lo aveva approvato. La nuova legge, che entrerà in vigore dopo il parere (non vincolante) del Parlamento, è chiara. La trasparenza vale per tutti. Qualunque cittadino, senza doverne spiegare il motivo, può chiedere atti alla Pubblica amministrazione e ha diritto di ottenerli entro un mese dalla domanda. Anche se “decorsi inutilmente trenta giorni dalla richiesta, questa si intende respinta”. E qui emerge il genio o, se preferite, per dirla col Perozzi di Amici Miei, “la fantasia, l’intuizione, la decisione e la velocità di esecuzione” del nostro legislatore. Le neonate norme sulla Pubblica amministrazione, finalmente trasformata in casa di vetro, stabiliscono infatti che restino oscuri, anzi segreti, i motivi per cui un documento o un fascicolo non viene consegnato. Le carte che hai chiesto non te le danno, punto e basta.
Certo, contro le indicibili e inespresse ragioni del silenzio-diniego si può sempre ricorrere. Ma visto che siamo in Italia e non negli Usa dove il Freedom of Information Act è dal 1966 una cosa seria, qui ci si deve appellare al Tar. E nel caso in cui, dopo anni di cause e molte migliaia di euro spesi, un cittadino finisca per aver ragione, i funzionari che si sono comportati male tenendo tutto nei cassetti non verranno sanzionati. Le nuove norme non lo prevedono. Del resto i motivi per cui, secondo la legge, i dipendenti pubblici possono alzare le spalle sono talmente tanti e vaghi che pensare di punirli in qualche modo è impossibile. Le amministrazioni non rispondono (e dicono di no) se a loro avviso è in gioco “la sicurezza pubblica, la sicurezza nazionale, la difesa e le questioni militari, le relazioni internazionali, la politica e la stabilità finanziaria ed economica dello Stato, la conduzione di indagini su reati e il loro perseguimento, il regolare svolgimento delle attività ispettive, la protezione dei dati personali (…), gli interessi economici e commerciali di una persona fisica o giuridica (...)”. È evidente che ogni tipo di richiesta di trasparenza può in teoria scontrarsi con uno di questi motivi. Volete sapere su quali carte si sono basate le delibere di una giunta il cui sindaco è finito in galera? Purtroppo c'è un’inchiesta in corso. Vorreste conoscere tutto sugli scontrini di un consigliere regionale? Niente da fare, c’è la privacy. Vi interessano i derivati del vostro comune? Lasciate perdere, mica si può ledere la stabilità finanziaria italiana. E quella speculazione edilizia? A far troppa luce si rischia di incappare in interessi economici. E comunque anche se di motivi per non rispondere non ce ne sono, non importa. Intanto le ragioni del no non vanno esplicitate. Per legge. Potenza del comma 5 e delle nuove norme sulla trasparenza. Un articolato perfetto, diabolico, ideato per scoraggiare le amministrazioni dalla messa online di documenti e per rendere ancor più difficile l’accesso agli atti da parte dei cittadini. La burocrazia vince, anzi rivince. E in fondo merita l’applauso.

Trivelle, assedio al Colle: “Salviamo il referendum” Ecologisti e Grillo: appello a Mattarella per la tornata unica con le Comunali

"Guardi, ora sono con delle persone, risentiamoci più tardi”. Clic. Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali, poi per tutto il giorno risulterà irraggiungibile. La domanda che gli avevamo fatto era sul mancato election day. Ovvero cosa ne pensa del fatto che il governo ha deciso di far tenere il referendum sulle trivellazioni in mare per il petrolio il 17 aprile, senza invece accorparlo al primo turno delle elezioni amministrative, consentendo così di risparmiare oltre 300 milioni di euro. Cifra poco inferiore ai 402 milioni di euro raccolti dallo Stato nel 2014 per le royalties sulle attività petrolifere. La domanda l’abbiamo rivolta a Franceschini perché fu lui, nel 2011, a sostenere con forza l’election day in occasione dei quattro referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento. A Palazzo Chigi c’era Silvio Berlusconi e il Pd chiese con forza di accorpare i quesiti alle amministrative di primavera. “Dire no all’election day significa buttare dalla finestra almeno 300 milioni di euro, in un momento in cui le imprese e le famiglie italiane sono in grande difficoltà. E unicamente per impedire che il referendum sul legittimo impedimento raggiunga il quorum”, diceva allora l’attuale ministro dei Beni culturali.
Quando i dem gridavano allo scandalo
Oggi molto deve essere cambiato, perché non è stato emesso nemmeno un fiato. E anche in questo caso l’intento dell’esecutivo – di cui però ora Franceschini fa parte – sembra essere lo stesso: sabotare il raggiungimento del quorum. In Parlamento, nel 2011, fu addirittura presentata una mozione firmata, tra gli altri, da Ventura, Maran, Calipari, Boccia, Quartiani, Giachetti, Rosato. Già proprio Ettore Rosato, l’attuale capogruppo a Montecitorio, che ora invece, come tutti suoi colleghi, tace. La mozione fu poi bocciata per un solo voto, con grande disappunto di Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, che criticò le troppe assenze in Parlamento nelle file del Pd al momento del voto. Ma non è la prima volta che accade. Anche nel 2009 il Pd si scagliò contro il mancato accorpamento di elezioni e referendum. All’epoca, sempre governo Berlusconi, si chiedeva di unire elezioni europee e referendum abrogativo sul Porcellum, che la Lega osteggiava in tutte le maniere. Alla fine non se ne fece nulla, con grande arrabbiatura del Pd. “Si tratta di una scelta immorale e vergognosa”, tuonava Rosato, sempre lui. “Lanciamo un appello al premier perché faccia una scelta di buon senso, anche alla luce del terremoto a L’Aquila”, gli faceva eco Anna Finocchiaro. E riecco Franceschini. “Berlusconi ci tiene sempre a dimostrare che è lui che comanda, salvo poi piegarsi sempre ai ricatti di Bossi”, diceva l’allora segretario del Pd, da poco succeduto a Walter Veltroni.
Tante associazioni contro l’esecutivo
Insomma, andava così. Oggi, i tempi sono cambiati. Se una scelta la fai tu, va bene, sprechiamo pure 300 milioni. Quando invece la facevano gli altri, si gridava allo scandalo. Sul fronte della protesta, intanto, ieri si sono moltiplicati gli appelli di ambientalisti a governo, Corte Costituzionale e anche al presidente della Repubblica. A Sergio Mattarella si rivolge direttamente il M5S: “Chiediamo al capo dello Stato di intervenire affinché si faccia l’election day, sia per garantire il quorum, sia per far risparmiare 300 milioni di euro”. Tutta una serie di associazioni No Triv chiedono al presidente della Repubblica di non firmare il decreto del governo. “Anche perché – sostengono – così facendo gli italiani sarebbero chiamati alle urne tre volte nel giro di pochi mesi: ad aprile sulle trivellazioni, a giugno sulle amministrative e a ottobre per il referendum confermativo sulle riforme costituzionali”. Inizialmente i quesiti referendari erano sei. Poi, dopo alcune norme approvate nella legge di stabilità, ne è rimasto in piedi uno solo, mentre su due grava un conflitto di attribuzione. Il quesito ammesso si pone l’obbiettivo di abrogare la norma che prevede che le trivellazioni per cui sono già state rilasciate delle concessioni non abbiano una scadenza. Il referendum vuole invece limitare la durata delle concessioni alla loro scadenza naturale, ovvero all’esaurimento dei giacimenti. Altri due quesiti, invece, sono stati dichiarati decaduti dalla Cassazione, ma sei Regioni hanno presentato un conflitto di attribuzione.

venerdì 12 febbraio 2016

Il governo cede alla Francia pezzi di territorio, nessuno ne sa niente, e i pescatori pagano

Si traccia una riga su una carta, si cedono pezzi di territorio, non si dice nulla a nessuno e i cittadini ne pagano le conseguenze. Questo, in breve, sta succedendo nel mare davanti a Ventimiglia.
Dovete sapere che il confine marittimo tra Italia e Francia, in quella zona, era stato definito da un trattato risalente addirittura al 1892, e in oltre un secolo nessuno ha mai trovato nulla da ridire. O almeno così si credeva, finché una multa per sconfinamento ad opera della Polizia Francese, piovuta in testa ad un ignaro peschereccio italiano che gettava le sue reti nel Mar Ligure, non ha svelato l'ennesima manovra dietro le quinte: qualcuno ha ridisegnato i confini, ed ora una vasta area di acque nazionali italiane appartiene alla Francia.
Gentiloni ha firmato questo nuovo trattato, ma chi glielo ha chiesto, e perché? E come mai il trattato, ancora non ratificato da Roma, è considerato valido dai francesi che si spingono ad erogare multe ai pescherecci italiani?
Questo ha chiesto il M5S insieme ai pescatori della zona (molto pescosa peraltro), ormai impossibilitati a svolgere serenamente il loro lavoro. Il Ministro Gentiloni "rassicura", il governo "rassicura", ma di chiaro ancora non c'è proprio nulla e il comandante del peschereccio non ha ricevuto alcun risarcimento.
Evidentemente al governo non basta cedere sovranità a destra e a manca su carta: siamo al punto di dar via anche pezzi di territorio, zitti zitti e senza dire nulla a nessuno.

#5giornia5stelle del 12 Febbraio 2016 - #maxxiprivilegi

Questa settimana i nostri portavoce alla Camera Gianluca Vacca e Alessandro Di Battista hanno pressato il governo sulla questione delle fondazioni, in particolare sul caso del museo Maxxi. Perché, chiedono i parlamentari M5S, al Maxxi è stata nominata la Melandri, una ex politica PD che giurava di lavorare gratis e invece prende 90 mila euro l'anno? E perché c'è questo turbinio di nomine nelle fondazioni, spesso serbatoio di consensi (e di soldi?) per i partiti? Con la cultura ci mangiano, conclude Di Battista.
Al Senato continua la discussione sulle unioni civili. La nostra senatrice Catalfo sottolinea come sia sacrosanta una svolta sui diritti di tutti, sanciti dalla Costituzione: per questo però è indispensabile approvare anche il reddito di cittadinanza, che tutela davvero milioni di bambini e di famiglie italiane.
Di nuovo alla Camera, dove Federico D'Incà ricorda che le "nuove regole" per i partiti rappresentano in realtà solo un modo per eliminare il M5S. Si comportano come chi compra l'arbitro per sistemare la partita e per questo, conclude, non voteremo la fiducia al "governo Verdini"!
Da Bruxelles Ignazio Corrao ci parla di lotta al riciclaggio. Il M5S ha chiesto di eliminare le banconote da 500 euro, ce non servono certo ai cittadini ma solo alla malavita organizzata e a chi ricicla denaro sporco.
E sempre a proposito di euro, Laura Castelli ricorda che il governo Monti anticipò i tempi del cambio delle banconote in lire: in questo modo è andato completamente perduto ben un miliardo e mezzo di euro! Il M5S chiede di riaprire i termini, in modo da recuperare un po' del prezioso denaro.
Intanto, il M5S presenta le sue regole per i candidati a Roma, il nostro codice etico. Di Battista sottolinea che non si tratta certo di colpire "dissidenti", ma di garantire una buona volta il rispetto per il voto dei cittadini. Basta con voltagabbana, inquisiti e condannati, il M5S esige che si rispetti un regolamento serio.
Di nuovo a Bruxelles, dove Eleonora Evi ci annuncia che il Parlamento Europeo ha votato no a tre nuovi organismi OGM, per giunta resistenti al cancerogeno glifosato. Il M5S ha combattuto in prima linea, e ora si batterà perché la Commissione cambi le regole sugli OGM una volta per tutte.
Infine, Paola Taverna e Giulia Grillo fanno il punto sulla nostra legge per lo screening neonatale. E' già passata al Senato, ed ora tocca alla Camera: il M5S si impegna a farla approvare in tempi rapidi. Il PD, invece, che farà?


Di Battista candidato a Roma, l’ultima tentazione a 5Stelle

Alessandro Di Battista riceve gli abbracci dai suoi sostenitori
in occasione di "Italia5stelle" di Imola
Comunali Il M5S senza un nome forte per il Campidoglio E risale il pressing sul deputato, che però continua a dire no 
Hanno cercato il jolly, il carneade con cui sparigliare le carte. Ma non l’hanno trovato tra gli oltre 200 candidati, che già si sfidano in cordate (proibite). E allora, ecco la squadra di parlamentari per blindare il futuro candidato per il Campidoglio. Ma sullo sfondo c’è una tentazione che ritorna per i Cinque Stelle, fortissima: convincere Alessandro Di Battista a scendere in campo a Roma. È il desiderio silenzioso che circola nel M5s: difficile da realizzare. Per le regole del Movimento, che vietano il cambio di incarico a mandato in corso. E per il no del deputato, che ha sempre respinto l’ipotesi del grande salto. Un no ribadito anche nelle ultime ore, in colloqui riservati. Eppure è risalita, la pressione su Di Battista. Lo confermano i discorsi di tanti parlamentari, che da giorni ripetono: “Certo, se si candidasse Alessandro...”. E le voci che arrivano da Milano, dalla casa madre del guru Gianroberto Casaleggio. La guida politica del M5s considera la vittoria a Roma la porta verso l’impresa alle Politiche. Ed è tornato a valutare l’opzione del big gettato nella mischia, magari dopo apposito via libera sul web degli iscritti. L’opzione Di Battista.
Già a natale, il M5s ha contattato esperti che hanno lavorato in una grande agenzia di comunicazione, noti anche per il loro lavoro con il Pd, da anni in rapporti con Casaleggio. E ha chiesto loro di pianificare una campagna per il deputato. Ma con un’avvertenza: “È solo una valutazione preliminare”. Nessun impegno a medio termine. I contatti sono andati avanti. Ma rimane il no di Di Battista, che teme le conseguenze di una sconfitta, e soprattutto possibili incomprensioni con gli altri eletti romani. Eppure è sempre lui, il cavaliere bianco che non c’è per il M5s che ieri ha lanciato la prima fase della votazione on line per Roma, sul blog di Beppe Grillo. Gli oltre 9mila iscritti romani hanno votato i tre punti prioritari per il programma del M5s per la capitale, scegliendo “la mobilità e la manutenzione delle strade”, “la trasparenza e lo stop agli sprechi, e “l’emergenza rifiuti”. Nelle prossime ore, si passerà alla cernita: i 209 candidati diventeranno 48. E alla fine gli iscritti ne voteranno dieci, che si giocheranno il posto di candidato sindaco. La corsa pare a due, tra l’ex candidato al Campidoglio Marcello De Vito, vicino alla deputata Roberta Lombardi, e l’ex consigliera Virginia Raggi, gradita proprio a Di Battista. Favorita, perché più apprezzata dallo staff di Milano. Oltretutto appoggiata anche dagli altri due ex consiglieri, Enrico Stefàno e Daniele Frongia. Ma il candidato dei sogni, quello Casaleggio e i suoi non l’hanno trovato. Speravano di scovarlo tra gli outsider, che hanno inviato al blog 209 video di presentazione, girati tutti con lo stesso operatore. “Ma il nome nuovo proprio non c’è” ammette un parlamentare. C’è invece una pletora di consiglieri municipali, da Tiziano Azzara del I Municipio (in centro), a Paolo Ferrara del X (Ostia). Ci sono collaboratori parlamentari, come vecchia (e contestata) abitudine del M5s. Soprattutto ci sono le cordate, un’eresia per i codici interni. Facebook trabocca di inviti a votare per questo o quel candidato. E tra i più pubblicizzati, Antonio Aquilino, architetto, attivista in II Municipio. A sostenerlo l’ala cattolica integralista del M5s, contraria alla stepchild adoption.
Il mondo di riferimento anche del fratello Andrea, espulso nel 2014 a causa della “attività di propaganda politica e sociale in qualità di “sedicente rappresentante degli attivisti cattolici dei 5Stelle”, svolta “attraverso l’uso e la spendita di nomi e segni distintivi di proprietà esclusiva” del garante Grillo. Ma a pesare fu anche il suo attacco ai deputati 5Stelle che si erano baciati simbolicamente in Parlamento proprio per le unioni civili. Numerosi gli appelli anche in favore di Fulvio Sarzana, avvocato, professore a contratto, blogger del Fatto. Ma nell’elenco figurano pure militanti storici come Carlo Chiossi e Massimiliano Morosini, attivista lgbt, e il giornalista de La 7 Ivo Mej. Il nome del candidato sindaco arriverà a giorni. Ma non è detto che sarà quello definitivo. Perché il nodo rimane l’assenza di un candidato di peso. Lo conferma la squadra di parlamentari romani, che accompagnerà il prescelto dal web in campagna elettorale. E che vaglierà le decisioni di peso dell’eventuale sindaco, assieme ai garanti Grillo e Casaleggio. Così prevede il codice di comportamento per i candidati romani, che contiene anche la multa di 150mila euro per gli eletti che vadano fuori rotta. “Quella penale è un orgoglio” ha rivendicato martedì in conferenza stampa Di Battista, ricordando più volte di non essere il candidato sindaco. Forse era soprattutto un messaggio ai suoi: “Non cambio idea”. Ma più di qualcuno ci spera ancora. Per vincere.

giovedì 11 febbraio 2016

Terra dei fuochi, lo Stato mi porta in tribunale per aver difeso il territorio

Non lasciatemi solo. Per anni ho sacrificato il mio tempo nell’esclusivo interesse del territorio senza mai chiedere né ricevere nulla in cambio. Demotivato e umiliato, oggi mi ritrovo a pagare per tutti con isolamento e pressioni. Da più di dieci anni mi batto contro i ‪“‎Roghi Tossici”, coinvolgendo scuole, associazioni, politici, amministrazioni, per una causa che riguarda milioni di persone. Sempre nel rispetto delle regole, sono stato promotore di iniziative a carattere locale e nazionale.
Le due Mobilitazioni Generali, che si sono tenute nel 2013 e 2014 hanno portato in piazza migliaia di persone stanche delle continue promesse senza che mai avessero avuto risposte concrete. Le immagini del primo grande corteo sono anche diventate la cornice del video di Rocco Hunt nella canzone vincitrice al Festival di Sanremo. Ma tuttora la ‎”Terra dei Fuochi” continua a bruciare e nell’indifferenza generale.
Adesso mi si accusa (e sarò processato) per aver fatto partire un corteo 300 metri prima dal luogo prefissato, ovvero piazza Dante e non da piazza Carità come prescritto dalla Questura. Una variazione impostaci a soli 3 giorni della data concordata in precedenza. E questo nonostante le manifestazioni si siano svolte in maniera pacifica e nel rispetto delle regole e senza aver mai creato alcun problema di ordine pubblico.
Oggi mi viene imputata una violazione che francamente trovo assurda. Ho sempre comunicato nei tempi previsti le intenzioni di organizzare eventi segnalandoli agli organi preposti (Questura, Prefettura e Comune di Napoli), indicandone giorno modalità e luogo delle iniziative.
Da incensurato affronterò questo processo, il primo nella mia vita e lo farò a testa alta ma con grande rammarico e sconcerto. Non mi sarei mai aspettato di essere accusato di un “crimine” mentre le denunce di migliaia di cittadini restano a tutt’oggi inascoltate.
La difesa della nostra terra ha un prezzo troppo alto, che per ora sto pagando da solo. Lo Stato italiano mi ha trascinato in tribunale con l’accusa di aver manifestato per difendere il nostro territorio.
Faccio appello a tutte le forze sane affinché prendano posizione in questa paradossale vicenda e intervengano in mio sostegno.
Confido nel futuro della nostra società, in particolare studenti e universitari. Il 18 mattina, giovedì alle ore 9, siete tutti invitati a partecipare al Flash-Mob che si terrà al Palazzo di Giustizia nel Centro Direzionale di Napoli.
Qualcuno vorrebbe criminalizzare chi manifesta pacificamente e democraticamente in favore del diritto alla salute di tutti i cittadini. Ma lo Stato italiano e le istituzioni da che parte stanno?
Quello che fanno oggi a me, lo stanno facendo a ciascuno di voi. Mobilitiamoci!

Uranio, la moglie del soldato morto: «Non ho i soldi per vivere»

Il Sottufficiale dell'AM deceduto, Gianluca Danise, 43 anni
Stefania Sommella, moglie del sottufficiale Gianluca Danise morto nel 2015, dopo mesi di agonia chiede aiuto allo Stato: «Ho una bimba di 14 mesi da crescere e un mutuo» 
«Non ho ancora avuto notizie sulla pensione di mio marito, non ho i soldi per vivere». Stefania Sommella è la moglie del primo maresciallo incursore dell’Aeronautica militare Gianluca Danise morto, a 43 anni, lo scorso dicembre dopo mesi di agonia causati da un tumore . Il militare napoletano era un veterano di tante missioni all’estero dal Kosovo all’Albania passando per Eritrea, Afghanistan, Iraq e Gibuti. Era stato uno dei sottufficiali che aveva ricomposto i corpi dilaniati dei colleghi vittime dell’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003, lavorando a 40 gradi all’ombra, pur di restituire i resti alle famiglie. Danise aveva raccontato la sua malattia in un diario on line che ha fatto il giro del mondo. «Ho paura di morire e non poter dare un futuro a mia moglie e a mia figlia — aveva scritto in Rete — ho paura di morire prima di aver sistemato la maledetta burocrazia militare e civile». Secondo l’Osservatorio militare sarebbe la 321esima vittima dell’uranio impoverito. Un bilancio che secondo le loro stime sarebbe salito sino a 326.
Il dolore e le preoccupazioni economiche
Adesso è la moglie Stefania, tra le lacrime, a lanciare un appello dopo aver visto il «marito morire lentamente» e «per assisterlo ho smesso di lavorare ma nei palazzi del potere sanno cosa significa stare accanto ad una persona nei momenti più acuti della malattia?». Un dolore sordo che l’accompagna giorno dopo giorno. «Vorrei poter piangere mio marito in pace — prosegue — e invece ogni giorno sono costretta a giri burocratici» che ha una figlia di poco più di un anno e per far quadrare i conti è costretta a ricorrere all’aiuto dei genitori pensionati. «Non posso più aspettare — continua — ho bisogno di quei soldi per vivere». La vedova Danise attende anche che il lavoro della nuova commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito «possa fare luce» sulla morte del marito. La speranza è «un verdetto definitivo perché noi familiari delle vittime abbiamo il morale a pezzi».
La commissione d’inchiesta e l’Osservatorio
Molto «fiducioso» che la Commissione possa svolgere un buon lavoro è Domenico Leggiero, coordinatore dell’Osservatorio militare, precisando come ci sia stavolta «la volontà di arrivare a una soluzione definitiva». Quanto ai tempi per sbloccare le pensioni di reversibilità e gli indennizzi, secondo Leggiero «una volta era l’Inpdap ad occuparsi della previdenza del comparto della Difesa e questo significava tempi più brevi nel disbrigo delle pratiche ma da quando Inpdap è stato assorbito dall’Inps, è stata persa la competenza specifica per rispondere agli aspetti, più o meno complessi, che riguardano la posizione pensionistica di ciascun militare».
L’impegno del Governo
All’appello di Stefania Sommella ha risposto subito Gian Piero Scanu, deputato e presidente della Commissione d’inchiesta parlamentare sull’uranio impoverito, che ha precisato come «la Commissione sia al lavoro». Inoltre, ha aggiunto, «l’attività d’inchiesta verrà svolta con assoluto rigore e oggettività e, come abbiamo già dichiarato, sarà conclusa entro il 30 giugno». In quella data, aggiunge Scanu, «proporremo al Parlamento e al governo i provvedimenti di legge per eliminare alla radice il problema». Intanto, Scanu ha anche assicurato di «svolgere ogni possibile sollecitazione nei confronti delle amministrazioni competenti al fine di non rendere ancora più doloroso ciò che, di per sé, è già tragico».
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Commento personale all'articolo:
Mi riferisco principalmente a quanto asserito dal Sig. Domenico Leggiero, Coordinatore nazionale dell'Osservatorio militare. Il fatto che una volta c'era l'INPDAP e ora l'INPS ad occuparsi della previdenza del comparto Difesa NON E' UNA GIUSTIFICAZIONE ACCETTABILE, ma è uno schiaffo all'intelligenza delle persone, soprattutto ai familiari dei militari che hanno sacrificato la vita al servizio del proprio Paese. Viviamo in un'era dove, se vogliamo, si cambiano le leggi a proprio piacimento in un mese; si vuole stravolgere l'ordinamento dei servizi segreti mettendo a capo di una agenzia cyber-tecnologica un amico di famiglia che non ha nemmeno una laurea; si acquista in leasing un aereo (di cui costo è tutelato da "segreto di stato") per il quale non esisteva pilota in Italia in possesso di specifica abilitazione per il suo pilotaggio, tempo due mesi (?) ed ecco che il personale idoneo a farlo volare viene dotato di specifica abilitazione.... Insomma, viviamo in un Paese dove tutto è possibile, dove tutto è lecito... basta volerlo... Oppure è meglio dire.... viviamo in un paese dove "io so io e voi non siete un cazzo"?
Fabio Angeletti

M5S – Comunali 2016: Le votazioni on line entro fine settimana

Marcello De Vito e Virginia Raggi
Campidoglio, partono le “comunarie” su beppegrillo.it. Favoriti De Vito e Raggi

Il nome del candidato sindaco grillino a Roma arriverà a giorni. Salvo sorprese, in pole per la carica ci sono due ex consiglieri comunali: Marcello De Vito e Virginia Raggi. Entro la fine di questa settimana dovrebbero partire le votazioni on line, le “comunarie”, che incoroneranno entro i primi giorni della prossima settimana il candidato. La consultazione on line si svolgerà in due turni. I duecento candidati per il Consiglio comunale e il Campidoglio (l’età media di chi si è fatto avanti è di 45 anni, il 35% è donna e il 7% viene dalle forze dell’ordine) inseriranno curricula e video conoscitivi sulla piattaforma attiva su beppe grillo.it e dopo un paio di giorni partiranno le votazioni a cui prenderanno parte circa 9.500 iscritti. I 49 più votati dei primi 200 formeranno la squadra dei candidabili a consiglieri. Di questi 49, i dieci più votati si contenderanno al secondo turno di voto on line la carica di sindaco.

mercoledì 10 febbraio 2016

DA MAFIACAPITALE A MAFIAREGIONALE, ECCO LE INTERCETTAZIONI MAI PUBBLICATE TRA VINCENZI (PD) E SALVATORE BUZZI!

Roberta Lombardi (M5S)
Oggi sono andata in Regione Lazio perché nel silenzio più assoluto si sta passando da Mafia Capitale a Mafia Regionale. 
In questi giorni il Pd e Zingaretti hanno avuto il coraggio di promuovere Marco Vincenzi alla presidenza della Commissione Bilancio. Sapete chi è Marco Vincenzi? L'ex capogruppo Pd alla Pisana già dimessosi a giugno dopo esser stato coinvolto nello scandalo Mafia Capitale.
Sono però bastati 6 mesi di silenzio per nominarlo, addirittura, tutore dei nostri conti pubblici. Questo è il Pd. 

Ma noi non arretriamo di un centimetro perché proprio in questi giorni abbiamo scoperto un'intercettazione dei Ros mai pubblicata dai giornali che prova uno scambio politico-elettorale tra Vincenzi e il boss delle cooperative rosse Salvatore Buzzi, intercettazione di cui si è parlato proprio pochi giorni fa nel processo Mafia Capitale. Nell'immagine potete leggere gli accordi tra l'ex capogruppo Pd e uomo di Zingaretti e l'accoppiata criminale Buzzi-Carminati. Erano i primi di giugno e solo due settimane dopo lo stesso Vincenzi avrebbe presentato degli emendamenti per favorire il sodalizio.
Le intercettazioni tra BUZI e VINCENZI
E mentre i nostri consiglieri in Regione Lazio non parteciperanno ai lavori di tutte le commissioni, chiediamo che Vincenzi si dimetta subito dal suo nuovo incarico alla presidenza della Commissione Bilancio e mi appello alla Commissione Antimafia del Parlamento affinché chiami in audizione Vincenzi per fare piena luce sulla vicenda e il presidente Zingaretti per spiegarci Mafia Regionale.

Quarto, l’ultimo fortino Capuozzo ritira l’addio

Rosa Capuozzo e Francesco Barbato
La sindaca (ex) 5Stelle resta in sella con l’appoggio dei “civici” di centrodestra
Spenti i riflettori, allentata la morsa soffocante dei media, messi da parte le scomuniche di Beppe Grillo e il M5s ormai ostile, la sindaca di Quarto Rosa Capuozzo ha ritirato le dimissioni presentate il 21 gennaio. Tirerà avanti contro i partiti, tutti. Per evitare l’ennesimo commissariamento, che dal ’92 a Quarto non c’è amministrazione che non venga sciolta per crisi politica o infiltrazioni malavitose. “Ho ricevuto diverse richieste di ritirare le dimissioni, resto per difendere la mia città e portare avanti il programma”, il concentrato di un discorso privo di accenni alla camorra o all’inchiesta della Dda di Napoli sui foto-ricatti di Giovanni De Robbio che lei non ha denunciato e relativi a un presunto abuso edilizio di famiglia, e sul sostegno elettorale al suo ex consigliere di un ras delle pompe funebri vicino al clan Polverino.
Pazienza se la Capuozzo non ha più una maggioranza, distrutta dalle defezioni grilline. Pazienza se per navigare a vista dovrà contare sull’appoggio esterno delle liste civiche di centrodestra del rivale al ballottaggio Gabriele Di Criscio, azzurro spogliato della casacca di Forza Italia. Quel Di Criscio che, applaudendo la scelta della Capuozzo e promettendole il numero legale che la sindaca, col suo gruppo ridotto a otto consiglieri su 24 (ribattezzato “Coraggio Quarto”), non è in grado di assicurare, ha aggiunto che “Quarto è una città sana e senza camorra, sempre criminalizzata”. L’inchiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e del pm Henry John Woodcock racconta però una realtà diversa: appetiti poco limpidi sullo stadio comunale (che la Capuozzo, a dire il vero, ha respinto), un imprenditore capace di fare il bello e cattivo tempo nel settore del caro estinto a suon di minacce e schiaffi, un presunto accordo di ambienti vicini al clan per sostenere De Robbio in cambio di nomine e favori. “Fummo sciolti nel ’92 per camorra e poi dopo molti anni sono stati tutti prosciolti – dice Di Criscio – e il processo per i fatti del commissariamento del 2012 non so come andrà a finire. Noi non vogliamo il commissario e collaboreremo col sindaco nel modo che lei riterrà opportuno”. Gongolava anche un altro leader della minoranza, Giovanni Santoro: “Complimenti sindaco, si è realizzato il fallimento dei 5 Stelle e dei grandi partiti come teorizzo da tempo”. La Capuozzo ha cambiato idea poche ore prima della scadenza dei 20 giorni che avrebbero reso irrevocabili le dimissioni. Si è presentata alla stampa (ma non ha voluto domande) per spiegare questo passo affiancata dal sindaco di Bacoli Josi Gerardo Della Ragione e dall’ex deputato (ex) Idv Francesco Barbato, uno che nella penultima legislatura ha conquistato notorietà incatenandosi davanti a Montecitorio per sostenere battaglie a difesa dei consumatori.
Un primo cittadino giovanissimo e di simpatie grilline, ma eletto da liste civiche movimentiste, e un politico in rotta coi partiti. Il filo conduttore della nuova avventura della Capuozzo: il civismo spinto all’estremo, i partiti visti come nemici del territorio, e così acquista un senso anche il recente incontro con Luigi de Magistris, altro sindaco ‘senza simbolo’ e in guerra con M5s e Pd. “Ora in consiglio a Quarto non esistono partiti – ha detto lei, ma solo consiglieri eletti dal popolo”. “Non ci sono nemmeno macchie politiche – ha aggiunto Barbato – l’ultima macchia politica era il partito di Grillo composto da tanti capitani Schettino che scappano davanti alle difficoltà”. “Su Quarto – ha tirato la sintesi Della Ragione – i partiti nazionali hanno condotto una loro battaglia fregandosene altamente del futuro di questa città e dei Campi Flegrei. I partiti scappano dai sindaci, volevano far dimettere Rosa che è parte lesa. Ma è il popolo che legittima i primi cittadini e non Roma”. Nei prossimi giorni la Capuozzo lavorerà alla sostituzione dei tre assessori dimissionari e dalla qualità delle nomine si capirà se saremo di fronte a un esperimento politico nuovo o a una pura scelta di sopravvivenza.

Trasparenza, “fascismo” e multe contro i traditori: Pd-M5S, guerra sulle regole

La cifra che il PD deve restituire al Comune
per una singola sede
Dopo le polemiche sulle sanzioni ai dissidenti, i dem parlano di “purghe” e mettono in agenda una nuova legge sui partiti. I grillini: “È contro di noi” 
E ora è guerra sulle regole. Uno scontro all’ultima norma, con il Pd che vuole una legge sui partiti (anche) per snaturare l’avversario, per costringerlo a dotarsi di uno statuto, di regole democratiche. Per condannarlo insomma a diventare un partito come gli altri, pena l’impossibilità di correre alle elezioni. E il M5S che invece rivendica la propria diversità, brandisce la penale per i fuori linea come “un orgoglio”, come dice, anzi urla, Alessandro Di Battista. Per poi ribadire la maledizione: “Il Pd è il partito degli arrestati, ogni giorno gliene prendono qualcuno: ma noi gli infiltrati li cacciamo”.
Le comunali sono già la battaglia di oggi, e allora dem e 5Stelle si azzannano alla gola, si accusano a vicenda di essere “fascisti”. Dopo l’epopea di Quarto, il Comune dove il M5s ha perso un po’ d’innocenza e molta sicurezza, ora la miccia del fuoco dem è la penale voluta dai 5Stelle per i propri candidati a Roma, sanzione da 150mila euro per chi non applicherà il totem del programma o non concorderà la rotta con il M5s e i suoi vertici. “I traditori li lasciamo al Pd” riassume la deputata Roberta Lombardi. Però eccoli i dem, che rimettono in campo i polemisti da web. Con il senatore Stefano Esposito che sibila: “Dopo la multa mancano solo olio di ricino e manganello”. Ed è l’equazione che tutto il Pd scaglia contro il nemico: i 5Stelle come i fascisti. Ma la carta vera, ferma da un anno per essere calata nel momento giusto, è un’altra, e si chiama legge sui partiti. A gettarla sul tavolo è Lorenzo Guerini, il vicesegretario del Pd: “Le sanzioni pecuniarie per chi dissente, oltre a sfiorare il ridicolo, confermano l’ineludibile esigenza di procedere senza indugi a discutere e approvare una nuova legge sui partiti in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione”. Quella norma mai veramente applicata secondo i costituzionalisti, che recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La ricetta dem per applicarla sta in un disegno di legge presentato nel maggio 2015, con primi firmatari Guerini e Matteo Orfini. Un testo che per il M5s è kriptonite, perché prevede per i partiti l’obbligo di uno statuto e dell’acquisizione della personalità giuridica, tramite l’iscrizione a un apposito registro. Senza, non potranno presentare liste alle Politiche. Ma non basta, perché il ddl vuole anche regole di democrazia e trasparenza interna, sotto la vigilanza di un’apposita commissione di garanzia. Ora giace in commissione Affari costituzionali, assieme a testi simili, ma il capogruppo dem Ettore Rosato la vorrebbe in aula a marzo. E intanto insiste: “Non si può gestire un partito come una società di capitali privata”. È un siluro, di cui i 5Stelle avevano visto la scia già giorni fa, con l’emendamento al decreto milleproroghe dei democratici Boccadutri e Carbone. Poche sillabe in base a cui i partiti che non presenteranno i bilanci a un’apposita commissione subiranno una multa di 200mila euro. “Noi non li presentiamo perché è l’unico modo di rinunciare al finanziamento pubblico, vogliono obbligarci a iscriverci al registro dei partiti” aveva protestato il 5Stelle Danilo Toninelli. Facile profeta: “La vera partita è la legge sui partiti”. Ieri, l’affondo dem. E la risposta del 5Stelle Riccardo Fraccaro: “Ecco la legge anti-M5S: il Pd vuole imporre la forma partitocratica, è il fascismo renziano”. Nel pomeriggio, i deputati romani convocano la stampa alla Camera. Ed è Di Battista che fa il leader, che giura alla calca dei giornalisti: “Noi andiamo fieri di questo codice di comportamento, il M5s per Roma porterà avanti una politica di pugno duro. E così applichiamo una sanzione a chi vuole fare il voltagabbana”. Poi infierisce sul Parlamento che “è un postribolo della dignità”. Quella multa è cosa buona e giusta, è il segno che “siamo un’altra cosa da chi porta i cinesi alle primarie”.
Ma l’articolo 67 della Carta, che non prevede vincolo di mandato per i parlamentari? “Non ci riconosciamo in quella norma, per noi il vincolo di mandato è il programma” scandisce Paola Taverna. I 5Stelle tirano fuori un finto assegnone di 170mila euro, con il volto di Orfini. “Sono i soldi che una singola sede del Pd di Roma deve restituire al Comune”. Un commesso accorre, i giornalisti annotano, i fotografi scattano. E sono foto di guerra.

Andrea Bacci - Da casa Renzi alle informazioni che scottano

Il Presidente della Lucchese, Andrea Bacci
Andrea Bacci in pole come nuovo ad di Telekom Sparkle, “il bocchettone delle notizie verso il Medio Oriente” 
I petali del Giglio Magico non finiscono mai. Andrea Bacci, l’imprenditore che ristrutturò la villa della famiglia Renzi a Pontassieve, è stato scelto come prossimo amministratore delegato di Telekom Sparkle, formalmente controllata da Telecom Italia, ma da sempre azienda strategica per il governo italiano e per l’alleato Usa, visto che posa e controlla milioni di chilometri di cavi sottomarini per Internet, principalmente verso il Medioriente e l’Asia.
L’ok di Patuano (e dell’ex capocentro Cia)
Se non ci saranno intoppi dell’ultima ora, la nomina di Bacci, 54 anni, per un caso della vita fiorentino come Matteo Renzi, dovrebbe essere sancita nel consiglio di amministrazione di venerdì prossimo. Marco Patuano, amministratore delegato di Telecom Italia, ha detto sì al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti, altro grande amico di Bacci e suo sponsor. E poi per lui ha garantito anche un vecchio amico di Patuano come Robert Gorelick, ex capocentro della Cia a Roma durante l’amministrazione di George Bush junior e attualmente consulente indipendente dopo un periodo in Deloitte.
Luca Lotti e Matteo Renzi
Servizi, segreti e quei cavi sottomarini
Il nome di Bacci va bene poi anche ad Alberto Manenti, direttore dell’Aise, il servizio segreto esterno che ha un comprensibile interesse per l’italianità di Sparkle, definita da un ex manager “il bocchettone delle informazioni verso i Paesi Arabi”. E sulla nomina di Bacci ha messo il timbro sopra anche un ex alto funzionario dei servizi italiani come Antonio Agostini, potente segretario generale del ministero dell’Ambiente con delega sul Nucleare, finito l’anno scorso sotto inchiesta per corruzione insieme all’ex ministro Corrado Clini, dopo alcuni articoli del “fattoquotidiano.it”. Secondo indiscrezioni che circolano tra Telecom e la Presidenza del Consiglio, nelle scorse settimane ci sarebbe addirittura stata una cena alla quale avrebbero partecipato Lotti, Bacci, Manenti, Agostini e Gorelick per disegnare il futuro di Sparkle. Ma, leggenda o meno, di sicuro sono questi i personaggi al lavoro per il cambio della guardia della società, attualmente guidata da Alessandro Talotta, un manager nato e cresciuto nelle infrastrutture telefoniche.
Pelletteria e cybersecurity?
Ed è proprio qui il punto (come per Marco Carrai alla Cyber security): il curriculum e le competenze. Bacci è alla guida di un gruppo che fattura una settantina di milioni di euro nella pelletteria, nelle costruzioni e nella logistica. E per cercare un po’ di celebrità, due anni fa, ha rilevato anche una squadra di calcio di Lega Pro, la Lucchese, pur essendo un accanito tifoso della Fiorentina. Che cosa capisce di cavi sottomarini e geopolitica? Non si sa, magari sono le sue due passioni del weekend, quando sono finite le partite di pallone dei due campionati che segue. Di sicuro c’è che è legatissimo a Renzi e a Lotti. Come ha raccontato Antonio Rossitto su “Panorama” (7 aprile 2015), tra il 2004 e il 2005 la Coam srl di Bacci ristrutturò la villa dove tutt’ora abita il premier con la sua famiglia. E, sarà un caso, un anno dopo il costruttore venne nominato dall’amico Matteo, allora presidente della Provincia, alla guida di “Florence Multi media”, poi finita sotto inchiesta della Corte dei Conti. Nel 2010, invece, Bacci viene piazzato ai vertici della Silfi, municipalizzata fiorentina che si occupa dell’illuminazione. Un percorso davvero simile a quello di Marco Carrai, che ora Renzi vuole nominare “Zar” della lotta al cyber crime.
Nelle intercettazioni della “Cricca”
Anche il 3 ottobre 2014, quando Marco Lillo pubblica sul Fatto intercettazioni inedite della “Cricca dei Grandi Appalti”, il nome di Andrea Bacci ricorre più volte. Non è indagato, ma è legatissimo a Riccardo Fusi, uno dei padroni della Btp, poi condannato a due anni dal Tribunale di Roma. In particolare, Bacci chiede a Fusi in due occasioni il suo elicottero per trasportare Renzi (siamo tra il 2008 e il 2009). E scavando sul suo passato, viene fuori che era stato socio del papà di Renzi, Tiziano, in una società poi fallita. La sensazione è che basti aspettare, e forse anche i compagni d’asilo del premier troveranno un posto al sole ai vertici della Repubblica.

martedì 9 febbraio 2016

Il sindaco di Quarto Rosa Capuozzo ci ripensa: "Non mi dimetto"

Il Sindaco di Quarto (NA), Rosa Capuozzo
Il primo cittadino dà uno schiaffo al MoVimento 5 Stelle: "Difendo la mia città". E presenta la sua nuova giunta
Abbiamo scherzato. La notizia era già nell'aria ma ora è arrivata la conferma ufficiale. Il sindaco di Quarto, Rosa Capuozzo, rifila l'ennesimo "schiaffo" al MoVimento 5 Stelle e ritira le dimissioni presentate lo scorso 21 gennaio dopo che il comune era stato travolto da un'inchiesta su presunte infiltrazioni camorristiche. "Vado avanti - annuncia in una conferenza stampa - resto per difendere la mia città". Parole che ora aprono scenari imprevedibili. Capuozzo infatti non ha una maggioranza in grado di sostenere la sua nuova giunta. I numeri sono risicatissimi e per governare dovrà necessariamente contare sui voti delle opposizioni, comprese quelle di cetrodestra.
Ultimo giorno utile Quello di oggi era l'ultimo giorno utile, secondo quello che prevede la legge, per ritirare le dimissioni. E Capuozzo non ha tradito le aspettative: "In queste settimane ho ricevuto diverse richieste perché ritirassi le dimissioni. Perciò ho deciso di restare. Così difendo la mia città. Avevo preso la decisione di dimettermi anche in forza delle ripercussioni negative dovute all'assedio mediatico in cui era finita la città. Oggi invece ho deciso di restare, non per interessi personali, ma per scelte di principio. Dopo che si sono spenti i riflettori ho avuto la giusta prospettiva. Ho ricevuto inoltre tanti attestati di stima da parte dei cittadini. Dobbiamo riprendere un cammino interrotto da troppo tempo".
Un lungo tira e molla Eletta nella lista M5S, Capuozzo si era dimessa lo scorso gennaio dopo che il MoVimento l'aveva espulsa. Al centro del braccio di ferro la vicenda del consigliere Giovanni De Robbio, consigliere eletto con i grillini, e successivamente indagato dalla Dda di Napoli per presunte minacce rivolte proprio al sindaco. Privata dell'appoggio di sei consiglieri e tre assessori che avevano deciso di lasciare giunta e maggioranza Capuozzo non aveva avuto alternative. Ma presentando le dimissioni aveva attaccato: "Il M5S scappa davanti alla camorra". Spiegando inoltre che i vertici romani del MoVimento, su tutti il presidente della Commissione di Vigilanza Roberto Fico, sapevano perfettamente cosa stava accadendo a Quarto. Ora il clamoroso passo indietro che, c'è da giurarci, aprirà una nuova faida all'interno del M5S.
Fonte

M5S, Lombardi: “Ignazio Marino a processo per diffamazione, ci accostò alla parola mafia”

Renata Lombardi (M5S)
L'ex sindaco Pd a gennaio scorso era stato querelato dai grillini che ne avevano dato notizia con una nota pubblicata sul blog di Beppe Grillo. La deputata romana: "Vedremo se, quando arriverà anche per loro, Esposito e Orfini chiederanno l’immunità parla-mentare".
“Ignazio Marino a processo per diffamazione per aver accostato il nome del M5S alla mafia“. Ad annunciarlo durante una conferenza stampa a Montecitorio è stata la deputata 5 Stelle Roberta Lombardi: “Il tribunale di Roma”, ha detto, “ha disposto il rinvio a giudizio per l’ex sindaco Pd per diffamazione. Vedremo se, quando arriverà anche per loro, Stefano Esposito e Matteo Orfini chiederanno l’immunità parlamentare”.
L’ex sindaco democratico era stato querelato un anno fa dai grillini e a darne notizia era stato lo stesso blog di Beppe Grillo pubblicando una nota del Movimento 5 stelle di Roma. Il 21 gennaio 2015, a margine della conferenza stampa, commentando la richiesta M5s di sciogliere il Comune per mafia aveva detto: “Sono le stesse richieste che facevano il signor Carminati e il signor Buzzi che ora sono in carcere per associazione mafiosa. Il Movimento Cinque Stelle, sperando di raccogliere maggiore consenso, fa le stesse richieste della mafia, cioè che gli onesti vadano a casa”.
I 5 Stelle dal blog chiedevano “immediata rettifica” da parte di Marino: “Nel frattempo gli ricordiamo che anche lui, proprio come l’ex assessore Ozzimo nonché la consigliera Pd Erika Battaglia, ha ricevuto finanziamento da Buzzi; che più di un esponente della maggioranza e della giunta risulta indagato e coinvolto nell’inchiesta; che il Pd romano è stato commissariato”.

Il campione Cinque Stelle si arrende all’abusivismo

Il Sindaco di Bagheria, Patrizio Cinque (M5S)
Le Iene in Comune: “La casa di mio padre? Sanata. E quella dell’assessore lo sarà” 
La premessa del sindaco grillino Patrizio Cinque è cauta: “La mia ricostruzione non sarà esaustiva”. E in effetti non lo è stata: le case dei mafiosi dentro villa Valguarnera? “Acquisite allo Stato”. I principi Alliata? “Non sono paladini della legalità”. Le case abusive della mia famiglia e di quella dell'assessore Tripoli? “Vero, la mia era abusiva ma poi è stata sanata, il padre dell'assessore è in attesa dell’autorizzazione. Qui l’abusivismo era la regola, abbiamo 8.000 pratiche di condono, ma perché le colpe dei padri devono ricadere sui figli?”. A Bagheria la lotta agli abusivi era stata un cavallo di battaglia elettorale, nel 2014 il sindaco ha firmato un protocollo con la Procura di Palermo: 900 le case da abbattere, 27 quelle che gli amministratori a 5Stelle hanno promesso di radere al suolo immediatamente. Quante ne hanno abbattute? “Finora non è pervenuta nessuna comunicazione di demolizione”, dicono alla Procura di Palermo.
A Bagheria Le Iene svelano gli abusivismi di famiglia di sindaco e assessore a 5Stelle accusandoli di timidezza di fronte agli abusi edilizi dei mafiosi e svelano la distanza tra promesse elettorali e prassi amministrativa. Non è possibile sapere perché le case non sono state abbattute perché il sindaco Cinque non risponde ai giornalisti, e sceglie Facebook per postare quattro video di un quarto d’ora ciascuno in cui prima fa i nomi di due presunti mafiosi titolari di un’agenzia di onoranze funebri, forse per dimostrare la sua intransigenza verso i boss, e poi si difende puntando il dito su un ex compagno di partito, il senatore Francesco Campanella, ora passato a L’Altra Europa con Tsipras: “La casa del boss Gino Di Salvo era stata assegnata ai Vigili del fuoco, ma un senatore del M5s si oppose e l’Agenzia fece dietrofront”. Il servizio de Le Iene mette a nudo imbarazzi e difficoltà del movimento di Grillo nell’amministrazione di un centro come Bagheria, dove fino a dieci anni fa Bernardo Provenzano trascorreva indisturbato la sua latitanza tra i giardini di villa Valguarnera, “raccogliendo i miei asparagi”, come dice la principessa Alliata, da decenni impegnata a difendere una fetta del parco trasformata negli anni in un quartiere abusivo dove i boss Di Salvo, Flamia e il re delle cave Salvatore Buttitta hanno costruito le proprie ville. È la “mafia road”, come l’hanno battezzata Le Iene che per il sindaco rischiano adesso una querela visto che, sostiene Cinque, “bisogna chiedere scusa ai cittadini che abitano in via Sofocle”: a parte i tre mafiosi, dice, “in quella strada vi sono 16 immobili che hanno ottenuto la concessione edilizia e alcuni anche l’abitabilità e l’agibilità. E per altri due abbiamo ordinato la demolizione”. E siccome il sindaco ai giornalisti non risponde non è stato possibile chiedergli se è vero, come hanno mostrato Le Iene, che alcune di quelle concessioni sono in realtà decadute perché vincolate ad una demolizione parziale mai effettuata.
Sarebbe la prova di quella timidezza nei confronti dei mafiosi che brucia di più e che il sindaco ribalta sulla principessa Alliata e sui suoi familiari: “Fu il principe Alliata a opporsi al piano regolatore chiedendo di poter costruire – dice Cinque nel video – e fu lui a vendere alla famiglia Flamia, che (dice testualmente senza nominare la parola mafia, ndr), avrà una sua storia”. E le sue accuse non risparmiano neanche la principessa intervistata da Le Iene: “Nel marzo 2013 – dice il sindaco – durante la redazione dell'ultimo piano regolatore propose di inserire all'interno della villa un'area per insediamenti turistico-congressuali. Ma le fu detto di no”. Per poi alla fine ammettere: “È vero, la casa dei miei genitori è abusiva, ma siccome non ricade in una zona di inedificabilità, visto che il vincolo monumentale verrà apposto solo dopo gli anni 90, è stata sanata. E anche la casa del padre dell’assessore Tripoli, la ricostruzione di un rudere di 72 metri quadri, è in attesa di una regolarizzazione. Qui l’abusivismo edilizio è stato per decenni un fenomeno diffuso”.

M5S: Penale anti-dissenso per i candidati al Campidoglio. Lombardi: “In 209 hanno firmato, tutte le scelte passeranno dal nostro staff”

Roberta Lombardi (M5S)
“Chi sbaglia paga 150 mila euro Il sindaco risponderà ai garanti” 
Questa penale è un monito, chi si candida con i Cinque Stelle deve ricordarsi che il programma viene prima delle carriere personali”. La deputata Roberta Lombardi, il “motore” del M5S a Roma, non mostra imbarazzi. Rivendica la clausola inserita nel codice di comportamento per i candidati a sindaco e a consiglieri a Roma, di cui ha scritto ieri La Stampa, che prevede una multa di 150mila euro per chi violi “le regole poste dal codice”, ossia dissenta su scelte amministrative e politiche. La penale dovrebbe quantificare il “danno d’immagine” per il Movimento, da versare “non appena sia notificata la contestazione dallo staff coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio”. Scelta non inedita: i candidati M5s all’Europarlamento nel 2014 accettarono una penale di 250mila euro.
La Costituzione esclude il vincolo di mandato per i parlamentari e per analogia la norma vale anche per gli altri eletti. La penale è nulla.
La penale per i candidati romani è un po’ diversa, l’abbiamo costruita in modo differente sul piano giuridico. Rappresenta un risarcimento per il danno d’immagine derivante dal tradimento del programma.
Il danno non dovrebbe essere provato in tribunale?
Abbiamo parlato con alcuni legali, a loro avviso è applicabile. E comunque la multa è innanzitutto un deterrente.
Dice il codice: “Le proposte di atti di alta amministrazione e le questioni giuridicamente complesse verranno preventivamente sottoposte a parere tecnico legale dello staff coordinato dai garanti M5s”. Un sindaco commissariato dai vertici?
Per noi Roma è importantissima, e allora ci metteremo in gioco tutti per governarla. Assieme al sindaco ci sarà una squadra composta da tutti i 12 eletti romani: parlamentari, eurodeputati e consiglieri regionali. Fino ad arrivare ai garanti, a Grillo e Casaleggio.
Un sindaco deve rispondere ai cittadini, non a un partito.
Rimarremo nell’ambito dei principi di legge.
Eleggerete una testa di paglia.
Siamo contro l’uomo forte al comando. Conta il programma, e conta la squadra.
In corsa per il Campidoglio ci sono circa 209 iscritti. Hanno firmato l’atto di accettazione con la penale?
Sì, tutti. Hanno compreso lo spirito della norma.
Ma chi ha scritto il codice?
Noi parlamentari romani, ma in gran parte riproduce quello per le Politiche e le Europee. E infatti prevede anche il recall.
Ossia, gli iscritti potrebbero sfiduciare il sindaco.
Teoricamente sì.
Lei alludeva a uno staff. Può spiegare meglio?
Creeremo una squadra che valuterà le nomine per le figure apicali del Comune. Sul sito apparirà un bando, e le persone interessate potranno mandare i curricula. Lo staff valuterà le varie posizioni.
Chi ne farà parte?
Ci stiamo lavorando. Siamo aperti anche alle competenze che troveremo in Comune.
Avete espulso una decina di iscritti che avevano proposto la candidatura. Perché?
Abbiamo aperto le candidatura a tutti, con pochi requisiti: l’iscrizione al M5s, la residenza a Roma, l’essere incensurati e senza carichi pendenti, e non aver mai corso con partiti o liste dopo il 2008. Ma alcuni hanno violato queste regole, o i princìpi del M5s.
Lei ha parlato di infiltrati del Pd in lista.
Si sono proposti ex dirigenti di partito: anche del Pd. Ma non faccio nomi.
Quando arriverà il nome del candidato sindaco?
A metà mese. Questa settimana sul blog appariranno i video di presentazione dei candidati. Gli iscritti voteranno sul web per sceglierne 48 e poi dieci, che concorreranno per la candidatura a sindaco.
Sarà guerra tra correnti? Dicono che lei appoggi l’ex consigliere Marcello De Vito e che Alessandro Di Battista sostenga l’ex consigliera Virginia Raggi.
Questa dinamica tra noi parlamentari non esiste. E finora non ho visto colpi bassi tra candidati.
Luca De Carolis

lunedì 8 febbraio 2016

RENZI ROVINA LA COSTITUZIONE E MENTE SUI RAPPORTI CON BRUXELLES (Adinolf...



Tutte le falsità di Matteo Renzi e del suo rapporto con Bruxelles; la gestione del flusso migranti e le riforme costituzionali in questa puntata de "Il Transatlantico" con la nostra Portavoce del MoVimento 5 Stelle in Europa Isabella Adinolfi.

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