VIDEO 5 GIORNI A 5 STELLE

DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

venerdì 18 marzo 2016

Trivelle, il Pd si astiene. È contro le sue Regioni Serracchiani e Guerini: “È inutile”. Minoranza Dem e ambientalisti in rivolta

Perché un partito che porta nel proprio nome il richiamo alla sovranità popolare svilisce così gravemente un istituto fondamentale di democrazia diretta come il referendum? Per una forza nata in risposta al crollo della prima Repubblica, riecheggiare il Craxi che invitava gli italiani ad andare al mare invece di votare non mi pare un bel traguardo”. Domanda e osservazioni sono legittime, poste da Andrea Boraschi, responsabile della campagna clima ed energia di Greenpeace, il primo ad accorgersi della presenza del Partito democratico tra i soggetti politici favorevoli all’astensione per il referendum del 17 aprile. In effetti, nella giornata di ieri, dentro e fuori dal Pd di democratico c’è stato ben poco. Dentro, perché la decisione di schierarsi per l’astensione non è stata discussa in assemblea né tantomeno era prevista nell’ordine del giorno della direzione nazionale di lunedì prossimo (“analisi della situazione economica, ratifica commissariamento Pd provinciale di Caserta, varie ed eventuali” i punti all’ordine del giorno). Fuori, perché per molti parlamentari dem istigare ad astenersi dal confronto elettorale, nato poi dalla legittima richiesta di nove consigli regionali come previsto dalla Costituzione (ne basterebbero cinque) è un atto “fortemente antidemocratico”.
Una cosa è certa: il referendum sulle trivelle sta spaccando il Pd più di quanto non lo sia già. Fratture tra maggioranza e minoranza, tra Roma e Regioni, tra elettori e rappresentanti. Ieri, per tutta la giornata, nelle stanze di governo un po’ tutti chiedevano spiegazioni su quella parola, “astensione”, segnata nell’area Par Condicio dell’Agcom: dai civatiani a Sinistra Italiana, da Roberto Speranza ai parlamentari dem – passando per Stumpo, Cuperlo e Gotor – da Legambiente ai Verdi e fino ai Cinque Stelle (che hanno anche scritto al direttore editoriale Rai Verdelli per segnalare la criticità dell’informazione sul referendum). Finalmente, un segno di vita nel pomeriggio. A rispondere, i vicesegretari del partito Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini: quello sulle trivellazioni è un referendum “inutile”, la decisione l’hanno presa loro “come vicesegretari”, e lunedì “sarà ratificata durante la direzione”. Poi, il colpo basso della spesa, quei 300 milioni di euro che si spenderanno per la consultazione e che sarebbero potuti essere destinati ad “asili nido, a scuole, alla sicurezza, all’ambiente”. Ma che, è stata la pronta risposta trasversale, si sarebbe potuto evitare di spendere con un election day (ci vorrebbe un decreto legge ad hoc, aveva detto Alfano durante un question time in Parlamento a febbraio) e che in tanti hanno chiesto per settimane ricordando come, nel 2009, fossero state uniti i ballottaggi delle amministrative al referendum in materia elettorale. “Per evitare i costi del referendum, sarebbe bastato indirlo nella stessa data delle elezioni amministrative”, ha detto il governatore della Puglia Michele Emiliano (Pd), che nella sua replica ha sottolineato come le Regioni –sette su nove targate Pd – avessero in origine provato a mediare più volte con il governo sul tema trivellazioni, ricevendo come risposta una comunicazione del sottosegretario Vicari: il governo semplicemente non voleva incontrarle. “Se il governo avesse voluto discutere, avremmo potuto certamente evitare il referendum sin dall’inizio”. Conferma del fatto che l’obiettivo è, prima di tutto, togliere potere decisionale alle Regioni in tema ambientale. Come per gli inceneritori.
Tra le motivazioni di Guerini e Serracchiani, quella dei presunti posti di lavoro che si perderebbero se il referendum dovesse abrogare la legge dello Sblocca Italia, che estende le concessioni fino all’esaurimento del giacimento. Una prima risposta era già arrivata dai comitati No Triv: la prima concessione entro le 12 miglia scadrà tra almeno cinque anni e molte hanno ancora diverse proroghe di cui godere (il referendum chiede che non siano rinnovate alla loro scadenza). Emiliano è stato ancora più preciso. “Ho sentito questa affermazione erronea anche dal Segretario nazionale del partito durante una lezione alla scuola di formazione politica del Pd”, ha detto prima di spiegare che, in caso di abrogazione, tornerebbe in vigore la norma precedente (legge 9/91) che non ha mai determinato licenziamenti e che confermerebbe l’iter secondo cui il permesso di estrazione degli idrocarburi dura trent’anni, prorogabili per dieci anni e poi all'infinito di cinque anni in cinque anni senza alcuna interruzione della attività estrattiva. “Un sistema con processi di verifica e controllo migliori di quelli previsti nello Sblocca Italia. Stasera non sono contento del mio partito e del panico in cui cade troppo spesso nei casi in cui la coscienza si divide dalla verità”, spiega Emiliano. E sul fabbisogno? Secondo i comitati per il sì, le riserve di petrolio presenti nel mare italiano basterebbero a coprire solo 7 settimane di fabbisogno energetico e quelle di gas appena 6 mesi.
Virginia Della Sala – Il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2016 – pag. 6

mercoledì 16 marzo 2016

#AcquaNonSiVende - Servizi idrici, il governo tradisce 26 milioni di voti

La maggioranza, col parere favorevole dell’esecutivo, cancella l’obbligo di gestione pubblica dalla legge che doveva rispettare il voto di 5 anni fa
“L’ acqua non si vende” era la scritta sui cartelli esposti dai deputati del Movimento Cinque Stelle durante la discussione di ieri in commissione Ambiente alla Camera. Proteste anche fuori da Montecitorio. A scaldare gli animi, del M5s e di Sel, è stato il voto ad alcuni emendamenti del Pd alla proposta di legge sull’acqua pubblica, quella che dovrebbe finalmente allineare la normativa italiana a quanto deciso dagli italiani con il referendum del 2011 e che invece ieri è stata completamente stravolta. Una seduta movimentata che è arrivata all’approvazione con il voto contrario di 5Stelle e Sel-Sinistra italiana. Cosa è successo? Viene completamente stralciato l’articolo 6 della legge - frutto del lungo lavoro di un intergruppo formato anche da deputati del Pd - che prevedeva l’obbligo che la gestione dei servizi e le infrastrutture idriche fossero completamente pubbliche. Tradotto: niente spa, né ingresso dei privati nei gestori. Al momento della votazione sull’emendamento, i deputati Sel hanno annunciato il ritiro delle loro firme, seguiti da Federica Daga, deputata M5s e prima firmataria della proposta di legge. “Oggi (ieri) è il giorno in cui con un emendamento di poche righe il Pd affossa la volontà di 26 milioni di italiani. Cancellando l’articolo sei della legge di iniziativa popolare si elimina l’obbligo che l’acqua, la sua gestione e le infrastrutture idriche siano pubbliche”, ha commentato la deputata del M5s. L’emendamento Pd stabilisce infatti che la gestione del servizio idrico non dovrà più essere obbligatoriamente pubblica, ma solo affidata in “via prioritaria” a società interamente pubbliche, “in possesso dei requisiti prescritti dall’ordinamento europeo per le gestioni in house”, ma comunque partecipate da enti locali che fanno parte dell’ambito territoriale. L’emendamento infatti si rifà alla direttiva Ue 2014/23 sull’aggiudicazione dei contratti di concessione (e anche alla riforma del codice degli appalti varata dal governo): l’affidamento ai privati resta un’opzione valida. E di norma è quella premiata.
Curiosamente l’approvazione dell’emendamento Pd è avvenuta nonostante il parere negativo del Mise che avrebbe voluto cancellare anche l’espressione “in via prioritaria”, perché “non conciliabile con i principi di concorrenza, in quanto non vengono esplicitati i criteri con i quali scegliere l’opzione di affidamento in house o di altra tipologia”. Il capogruppo Pd, Enrico Borghi si è giustificato appellandosi alla forma: “I nostri emendamenti sanciscono la natura dell’acqua come bene naturale e diritto umano universale, chiariscono che tutte le acque sono pubbliche e che sono risorse scarse da utilizzare il modo efficiente”. Il che vuol dire che la proprietà dell’acqua rimane pubblica, ma la gestione e le infrastrutture no. Una bella differenza che contrasta col voto popolare e modifica completamente la vocazione originaria del testo.
Giovanna Borrelli - Il Fatto Quotidiano - 18 marzo 2016, pag. 9 

100mila NO alle controriforme - Boom della petizione sul Fatto

Il manifesto contro il ddl BOSCHI lanciato da giuristi, intellettuali e artisti (da Pace a Zagrebelsky a Servillo) in 24 ore ha più che raddoppiato le firme.
Quando mancano sette mesi al referendum costituzionale di ottobre, sono già oltre 100 mila i cittadini che hanno bocciato la riforma Renzi-Boschi. Tanti, infatti, sono quelli che hanno già aderito alla petizione lanciata dal portavoce del comitato per il No, il giurista Gustavo Zagrebelsky, sul fattoquotidiano.it e su change .org . Tripla cifra raggiunta nella giornata di ieri, dunque, per l’appello partito solo quattro giorni fa e che è stato inoltre sottoscritto da una serie di personalità del mondo universitario, della musica, del cinema, dello spettacolo e del giornalismo. “Questa revisione costituzionale – ricordano i promotori – riduce il Senato a un’assemblea non eletta dai cittadini e sottrae poteri alle Regioni per consegnarli al governo”. Per l’approvazione manca solo l’ultimo scontato passaggio alla Camera. Altrettanto scontato è il fatto che la riforma non avrà ottenuto la maggioranza dei due terzi, come richiesto dalla stessa Costituzione. Ad attuare questa consistente modifica della Carta, è un Parlamento votato nel 2013 con una legge, il Porcellum, dichiarata incostituzionale dalla Consulta. In futuro, inoltre, l’Italicum regalerà 340 seggi di Montecitorio a chi raggiunge almeno il 40% dei voti al primo turno, creando un’assemblea di nominati grazie al sistema dei capilista bloccati. Per opporsi a questo ridisegno istituzionale che concentra un grande potere nelle mani dell’esecutivo, depotenziando il Parlamento e gli organi di garanzia, è possibile continuare a firmare sul sito del Fatto Quotidiano e sulla piattaforma change.org.
Il Fatto Quotidiano - 18 marzo 2016, pag. 8 

martedì 15 marzo 2016

Trivelle, pochi sanno (ma la maggioranza non le vuole affatto)

Manca poco più di un mese al referendum sulle trivelle: la consultazione, chiesta e ottenuta da dieci Regioni, riguarderà lo stop alle trivellazioni in mare per l’estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia marine. Se il quorum verrà raggiunto e vinceranno i sì, le concessioni attualmente in vigore non potranno essere rinnovate in modo automatico per sfruttare i giacimenti fino al loro esaurimento. Le motivazioni dei promotori del referendum sono essenzialmente di tipo ambientalista: sostengono che le trivellazioni siano una minaccia per l’ecosistema marino, e che un eventuale incidente possa causare un vero e proprio disastro biologico.
Si tratta quindi di un referendum di impronta ambientalista: non il primo nella storia italiana, e di certo non l’ultimo. Il primo precedente storico può essere individuato in quel referendum che nel 1987 fermò la produzione di energia nucleare in Italia. I tre quesiti, promossi dai Radicali, furono approvati con percentuali di sì tra il 72% e l’80%, con un’affluenza del 65%. Sull’esito di quel referendum ebbe un forte impatto –come è facile immaginare – il disastro della centrale nucleare di Chernobyl avvenuto solo un anno prima. Anche i successivi referendum del 1990 sulla caccia e sull’uso dei fitofarmaci in agricoltura avevano un’impronta ambientalista, tanto che tra i promotori vi erano anche i Verdi, ma stavolta il quorum non fu raggiunto (l’affluenza si fermò al 43%). Proprio la nascita dei Verdi come partito nazionale testimonia come la sensibilità ambientalista si fosse ormai diffusa in Italia, al punto che nella prima metà degli anni 90 i Verdi ottennero ottimi risultati in occasione di elezioni nazionali: dopo il “boom” delle Europee del 1989 (1,3 milioni di voti e quasi il 4%), il partito ambientalista riuscì a conquistare circa un milione di voti anche in occasione delle Politiche del ’92, del ’94 e del ’96, sempre in coalizioni di centro-sinistra, e alle Europee del 1999. Gradualmente, negli anni successivi, i Verdi persero di importanza, fino a “sciogliersi” in altre liste e senza più eleggere rappresentanti. Ma le tematiche legate all’ambiente non sono scomparse, anzi sono riemerse clamorosamente nel 2011, quando si è tenuta una nuova tornata referendaria: questa volta, oltre a un quesito che abrogava la possibilità di costruire nuove centrali nucleari in Italia, si votò anche per mantenere pubblica la gestione dei servizi idrici. Similmente a quanto accadde nel lontano ’87, anche stavolta un disastro nucleare avvenuto all’estero (quello di Fukushima, in Giappone), gonfiò le vele del comitato referendario, e i referendum superarono il quorum con quasi il 55% degli aventi diritto. Sembrava l’inizio di una nuova stagione di sensibilizzazione verso i temi della tutela delle risorse naturali, ma sul finire di quello stesso anno la pesantissima crisi finanziaria rimise tutto in discussione. Al punto che alle elezioni politiche successive, meno di due anni dopo, nessuno parlò di temi legati all’ambiente. Secondo uno studio delle ricercatrici Bianchi e Chianale dell’Osservatorio di Pavia, nei tre mesi della campagna elettorale che hanno preceduto le Politiche 2013, i temi legati all’ambiente ottennero solo l’1,4% di copertura sulle reti televisive del servizio pubblico, e il 3,8% sui canali Mediaset; complessivamente, telegiornali e talk show dedicarono un misero 0,1% ai temi ambientali, che ottenevano un po’ più di spazio solo nei programmi di satira (6,3%). La tutela dell’ambiente è stata poco importante anche nel determinare le scelte di voto alle Europee dell’anno successivo: un sondaggio del Cise rivelò che ben il 14,3% degli italiani riteneva che Sel fosse il partito più credibile per combattere inquinamento e dissesto del territorio, ma solo l’1,9% dello stesso campione esprimeva un’intenzione di voto conseguente. Cosa dobbiamo aspettarci dai referendum del prossimo 17 aprile? Secondo un sondaggio SWG realizzato il mese scorso, gli italiani sono molto sensibili ai temi ambientali: il 52% pensa che la qualità dell’ambiente sia seriamente minacciata, e il 64% che la tutela dell’ambiente sia una necessità. Non molti sono a conoscenza del referendum, però: solo il 22% dice di esserne informato, mentre il 40% ne ha solo sentito parlare. Sia quelli che approvano le trivellazioni (37%) sia quelli che vi sono contrari (56%) in grande maggioranza pongono il tema della tutela dell’ecosistema marino. Di conseguenza, la stragrande maggioranza degli intervistati (il 78%) voterebbe sì al referendum sulle trivelle. Sembra che il successo di un nuovo referendum ambientalista sia a portata di mano, tutto si giocherà – come sempre quando si tratta di referendum – sulla conoscenza dei quesiti e sull’affluenza alle urne.
Salvatore Borghese - Il Fatto Quotidiano – 15 marzo 2016 – pag. 5

“C’è un Paese ancora misogino Ma io non voglio quote rosa”

Le frasi contro Patrizia Bedori e Giorgia Meloni confermano che c’è ancora molto da fare contro la misoginia. Ma io faccio parte di un movimento che in tante città ha candidato delle donne: se non poni ostacoli alla partecipazione, la rappresentanza femminile trova il suo giusto spazio. E allora non c’è neppure bisogno delle quote rosa”. Chiara Appendino, 31 anni, dal 19 gennaio scorso mamma di Sara, è la candidata sindaco a Torino dei Cinque Stelle. Bocconiana, ex imprenditrice, bella.
L’ormai ex candidata del M5s a Milano, Patrizia Bedori, si è ritirata “per la troppa pressione”. Ma in un post su Facebook se la prende anche con alcuni del Movimento: “Avete usato termini come casalinga e disoccupata per offendermi, per darmi della sfigata”.
Ho letto, mi ha colpito molto. Chi le ha rivolto certe offese va assolutamente condannato.
Le hanno dato anche della “brutta e grassa”. E la Bedori lo dice chiaro, se non sei bella paghi dazio. È d’accordo?
Purtroppo ormai l’aspetto conta in politica, sia per gli uomini che per le donne: viviamo in una società mediatica. Ma non dovrebbe accadere. Cosa c’entra la bellezza con la capacità di amministrare?
Ha parlato in queste settimane con la Bedori? Le aveva confidato questi problemi?
Ci siamo sentite solo via telefono, su temi di programma. Non mi aveva mai parlato di questi fatti, non ci sarebbe stato tempo e modo. Mi dispiace molto per quanto le è accaduto, ma con questo sfogo Patrizia ha dimostrato la sua sincerità, la sua qualità umana: spero che la metta a frutto per la comunità, anche in futuro.
Lei è una bella donna. Il suo aspetto l’ha aiutata?
No, io sono stata scelta sul territorio per il lavoro fatto in questi anni. E non valuto le persone in base al loro aspetto.
Guido Bertolaso ha invitato Giorgia Meloni a non candidarsi “perché deve fare la mamma”.
C’è una parte del Paese ancora convinta che una donna debba scegliere tra lavoro e famiglia. Un modo di pensare vecchio.
Anche lei è madre da poche settimane. A novembre, quando è stata scelta da 250 grandi elettori del M5s a Torino, non le hanno posto il problema?
Mi hanno solo chiesto se me la sentivo di candidarmi. Non volevano costringermi, caricarmi di un peso. E io ho risposto che me la sentivo. Del resto sono stata fortunata: ho avuto una gravidanza serena, la mia famiglia mi ha aiutata, ho una sicurezza economica. E poi, guardi, tante mamme lavorano, magari svolgendo professioni usuranti. Perché non lo dovrebbe fare una donna impegnata in politica?
L’Italia è un paese misogino?
C’è ancora molto da fare. Un rapporto di Open Polis appena uscito dimostra come siano ancora poche le donne che ricoprono ruoli apicali in politica o nella pubblica amministrazione. E poi le retribuzioni femminili sono mediamente più basse. La vera parità è ancora lontana.
Anche nel M5s? Lo sfogo della Bedori può essere una spia.
No. A queste Comunali il Movimento ha tante donne candidate come sindaco, in grandi città. E poi la mia storia racconta che non esiste discriminazione: nel 2011 nel Consiglio comunale di Torino siamo entrati io e un collega, e nelle circoscrizioni municipali il M5s è rappresentato per il 40 per cento da donne.
Però il problema generale esiste. Come si rimedia, magari con le quote rosa?
Non le amo. Se la partecipazione è libera, come nel Movimento, non penso siano necessarie. Devono essere uno strumento limite, magari da imporre per certi consigli di amministrazione.
Lei ha varato una sorta di bando per scegliere la giunta, prima del voto. Quante donne si sono proposte?
In un mese sono arrivati 250 curricula, quasi la metà da donne.
E in giunta quante saranno?
La mia intenzione è garantire la piena parità di genere, metà e metà. Ora posso salutarla? Vado a vedere se la bimba dorme.
Luca De Carolis – Il Fatto Quotidiano – 15 marzo 2016 – pag. 3

sabato 12 marzo 2016

#5giornia5stelle dell'11 Marzo 2016 #palazzochigipignorato

Pignoriamo Palazzo Chigi! Mentre il governo si appresta a consegnare alle banche, mai sazie, anche le case degli italiani che saltano 7 rate di mutuo, il MoVimento 5 Stelle va davanti al palazzo del governo e del PD, il partito che non paga neppure l'affitto delle sue sedi. Finora sono stati addirittura 6 i provvedimenti del governo Renzi a favore delle banche, inclusa la Banca Etruria del suo Ministro Boschi. Ci sono altri modi per consentire il recupero crediti alle banche, chiede in aula Crippa, mentre Carla Ruocco sottolinea che le banche ora diventano anche giudici e tribunali.
Ma a Roma si continua anche a parlare di guerra. Alessandro Di Battista alla Camera denuncia con forza come l'unico risultato di una guerra in Libia sarebbe quello di ricompattare i terroristi, e proprio contro l'Italia. Sappiamo chi finanzia l'Isis, ma il governo non può intervenire perché è controllato dagli stessi che trafficano coi terroristi! E chi sono, ce lo dice Lucidi al Senato: l'Isis confina con l'Inghilterra e la Francia, con le compagnie petrolifere, con l'Arabia Saudita, con gli esportatori di armi.
A Bruxelles intanto arrivano sul tavolo le pretese di Erdogan. Il nostro Borrelli in aula non gliele manda a dire: in questa crisi migratoria ed economica una UE incapace si fa imporre condizioni dai turchi. Non si può scambiare l'accoglienza con l'oppressione interna e con il regime antidemocratico di Erdogan.
Casavatore, Campania: scoppia un altro scandalo che coinvolge amministratori del PD. Secondo Valeria Ciarambino e Luigi Di Maio è l'ennesima dimostrazione di come i partiti non abbiano alcun filtro contro la criminalità. Il M5S chiede per questo un'audizione dei vertici PD in antimafia, e Francesco D'Uva fa una denuncia serissima: ogni volta che chiediamo audizioni sul PD, arrivano minacce paramafiose al Presidente Bindi.
Da Bruxelles Piernicola Pedicini ci racconta che grazie al M5S il buco nero alimentato dalle multinazionali del tabacco si sta per richiudere. E' stata infatti approvata dall'intero Parlamento Europeo (a rappresentanza di 500 milioni di cittadini) una nostra risoluzione che impegnerà la Commissione Europea a non rinnovare l'accordo con Philip Morris.
Una buona notizia anche dalla Toscana: Giannarelli, Bonafede e Di Maio annunciano l'arrivo, anche nella regione, del microcredito del M5S. I parlamentari hanno restituito finora oltre 16 milioni di euro, perché il microcredito è un'idea di governo: noi facciamo quello che diciamo.
Infine, si torna a Bruxelles per festeggiare l'8 Marzo. Perché le donne, come asseriscono le nostre portavoce, sono già ministri degli esteri, dell'economia, del lavoro, dell'istruzione ogni giorno. Non abbiamo bisogno di 8 marzo e quote rosa, noi cambiamo il mondo quotidianamente: questa è la politica delle donne.





venerdì 11 marzo 2016

Notriv, si vota tra un mese e nessuno sa ancora niente

Gli spot partiranno (forse) a 28 giorni dalle urne: la legge ne prevede almeno trenta 
Stop alle trivelle in terra e mare, Sì all’energia solare”: a dirlo, cartellone bianco tra le mani con un “Sì” scritto a penna è Camilla Nigro. Il video arriva in redazione: alle sue spalle una trivella, cielo azzurro e qualche nuvola. “Questa è una delle quaranta trivelle che bucano la nostra valle, Viggiano, in Basilicata”, dice Camilla. La sua richiesta mediatica è di andare a votare al referendum. “Il 17 aprile - conclude - dimmi di Sì”.
L’oscuramento. Al di là delle campagne di sensibilizzazione individuali da Nord a Sud e dei comitati territoriali, a livello informativo c’è ancora silenzio istituzionale: di tribune elettorali e spot in tv, a 37 giorni dalla consultazione, non c'è traccia. Un video del Fattoquotidiano.it ha mostrato come gli italiani siano ancora molto disinformati, a poco più di un mese dal voto. Alcuni non sanno neanche che è previsto un referendum abrogativo per il quale è necessario raggiungere il quorum (la metà degli aventi diritto al voto, più uno). Prima c’è stata la protesta delle Regioni: inizialmente, l’indicazione dell'Agcom impediva ai consigli regionali e ai delegati dei consigli regionali di essere considerati come soggetti politici. “Non si poteva impedire alle Regioni di fare la campagna per il Sì, visto che siamo gli unici comitati promotori –ha spiegato al fatto Piero Lacorazza, presidente del consiglio regionale della Basilicata e uno dei delegati regionali - perciò abbiamo discusso con la commissione di vigilanza Rai e con l’Agcom e siamo arrivati ad una conclusione inedita che prevede che i delegati regionali per i quesiti referendari possano partecipare alle tribune referendarie, ad esempio, come soggetti politici”. In Rai c’è però già la circolare sulla par condicio nei programmi giornalistici. Per quelli che non riguardano l’in - formazione, si chiede di firmare una liberatoria che vieta di parlare di trivelle.
La data. Intanto, c’è una data. Gli spot televisivi inizieranno ad essere trasmessi dal 19 marzo, a 28 giorni dal referendum (due in meno rispetto a quelli previsti dalla legge sulla pa r condicio). Un recupero sul filo del rasoio: già nei mesi scorsi i comitati No Triv avevano esposto i loro dubbi sui tempi eccessivamente ristretti intercorsi tra l'approvazione del quesito da parte della Cassazione e la decisione della data. Per fare campagna sia per il sì che per il no, dicevano, c'era troppo poco tempo e anche per questo motivo chiedevano un election day con le amministrative che non è arrivato. Ora, si è costretti a fare tutto di corsa e anche l’informazione Trivelle, si vota tra un mese e nessuno sa ancora niente Gli spot partiranno (forse) a 28 giorni dalle urne: la legge ne prevede almeno trenta pura procede lentamente. “È inaccettabile che non si faccia informazione - dicono i No Triv -, non tanto per in No o per il Sì, quanto per il referendum in generale. Nè mass media nè governo sembrano interessati e manca ancora una comunicazione istituzionale”.
La campagna. A sopperire il dilatarsi dei tempi, ci stanno pensando però brand e Social Network. L’azienda della pasta “La Molisana”, ad esempio, ha rilanciato la pubblicità contro le trivelle già circolata nel 2011 quando si temeva sarebbero state bucate le Isole Tremiti, in Puglia, e quando in loro difesa si schierarono artisti come Lucio Dalla e Renato Zero. “Niente trivelle, solo fusilli” scrivevano riferendosi alla somiglianza tra i due oggetti. Oggi è uno dei post più apprezzati sulle piattaforme. La stessa idea è stata rilanciata da un'altra azienda di pasta e anche dall'impresa siciliana di vini “Planeta” con lo slogan “Noi trivelliamo solo tappi di sughero”. In primo piano, nella foto, un cavatappi in azione su una bottiglia di vino. Ieri, dalla sua pagina Facebook, anche Forza Nuova si è schierata a favore del Sì.
L'altro fronte. Quelli del No o, come preferiscono, quelli “contro il referendum”, si chiamano “Ottimisti e Razionali” (come anticipato da Fq Insider qualche settimana fa). Un comitato composto da personalità provenienti soprattutto dal mondo dell'impresa: come Chicco Testa, ambientalista pentito, oggi a capo di Assoelettrica a Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. A capo, Gianfranco Borghini, nuclearista con un passato da parlamentare nel Pci prima e poi nel Pds. Una delle loro prime mosse è stata la dura critica al rapporto di Greenpeace che dimostrava, su dati ministeriali, forniti dalla stessa Eni e basati su rilievi Ispra, come nei pressi delle piattaforme petrolifere ci fossero elementi tossici in concentrazioni superiori a quanto previsto dai limiti di legge.
I numeri. Le trivelle che rientrano nella zona delle 12 miglia dalla costa (il quesito referendario si riferisce a loro e alla durata delle concessioni, come spiegato nel box in questa pagina) sono almeno 135, secondo i rilievi del governo e si tratta di strutture che dipendono da circa 25 concessioni rilasciate dal ministero. “Le critiche mosse in questi giorni - spiega Enzo Di Salvatore, a capo del coordinamento No Triv - hanno riguardato soprattutto i posti di lavoro. È stato detto che se passasse il Sì, ci sarebbero licenziamenti immediati. Ma è un punto di vista disonesto: le prime concessioni scadono tra almeno cinque anni, altre tra 10, altre ancora tra 20. Quindi anche i posti di lavoro sarebbero legati alla scadenza naturale delle piattaforme”.

Virginia Della Sala – Il Fatto Quotidiano – 11/3/2016 – pag. 5

mercoledì 9 marzo 2016

Il robot del Governo Renzi va in tilt

Sulla trasparenza ecco la nuova presa per i fondelli di Renzi.
Come già denunciato da 'Riparte il Futuro' , la campagna anti-corruzione che ha raccolto l'adesione di oltre 1 milione di cittadini, la proposta del governo sul 'libero accesso agli atti' (FOIA-Freedom of Information Act) è solo una 'Foia' di fico, che sembra fatta apposta per evitare che magari qualcuno vada a chiedere al Comune di Firenze l'elenco di tutti gli scontrini del Presidente del Consiglio.
Il decreto legislativo attualmente in discussione genera illusioni e false speranze, producendo solo più burocrazia e rende ancora più inaccessibili ai cittadini documenti e atti.
Vediamo perchè la proposta Renzi è una truffa contro i cittadini e trasparenza.
Un cittadino per conoscere informazioni sulla pubblica amministrazione dovrà superare un percorso ad ostacoli degno del ragionier Fantozzi .
Iniziamo:
Ottenere il documento tanto per iniziare è a pagamento, inoltre è necessariofornire dettagli impossibili da conoscere in anticipo e l'amministrazione può opporre un diniego generico senza motivarlo in maniera specifica.
Ma il meglio deve ancora arrivare. Si vuole introdurre il 'silenzio-diniego' cioè il contrario del meccanismo del silenzio-assenso. Se il cittadino non riceverà una risposta entro 30 giorni, significherà che l'amministrazione ha negato l'accesso agli atti.
Se si vuol far ricorso contro tale decisione? Nuove spese e burocrazia per i cittadini dal momento che c'è l'obbligo di ricorrere al TAR.
Naturalmente dal momento che l'ente pubblico non avrà l'obbligo di motivare il diniego in maniera dettagliata, il ricorso verrà presentato senza conoscere i motivi del 'no' con il rischio che il tutto naturalmente finirà nel nulla.
Naturalmente dopo aver speso altri soldi.
Per evitare l'ennesima catastrofe renziana ai danni dei cittadini, il Movimento 5 Stelle sta presentando un disegno di legge alla Camera e spingerà le sue proposte in sede di discussione del provvedimento.
Chiediamo:
  • accesso gratuito alle informazioni e atti;
  • obbligo per l'amministrazione di fornire le motivazioni di un eventuale diniego;
  • procedura di ricorso stragiudiziale semplificata (tramite superiore gerarchico e autorità indipendenti, come Anac);
  • possibilità di richiedere l'accesso anche fornendo indicazioni generiche sulla natura e l'oggetto degli atti.
Le proposte avanzate dal M5S, secondo la campagna Riparte il Futuro "vanno nella direzione di quanto andiamo ribadendo da settimane. Speriamo che quello del Movimento 5 Stelle non sia un parere isolato e che altre forze politiche prendano posizione a favore di una trasparenza davvero efficace, gratuita, libera e a misura di cittadino".




martedì 8 marzo 2016

DEMOCRAZIA A RISCHIO: HANNO APPROVATO IL CETA! (Beghin M5S)

La democrazia è a rischio. La Commissione europea ha siglato un accordo di libero scambio con il Canada (chiamato CETA) che prevede la nascita di un tribunale speciale per dirimere le controversie con le multinazionali. I governi democraticamente eletti dai cittadini potranno essere citati in giudizio se le decisioni prese ledono gli interessi di aziende private. Si sta scrivendo una pagina di storia nuova: nasce la dittatura delle multinazionali desiderose di utilizzare questo tribunale come clava per bastonare il politico che non si allinea al proprio volere.
Nell'accordo raggiunto (che adesso deve passare all'esame del Parlamento e del Consiglio europeo) l'Europa e il Canada nomineranno i loro giudici, ma mentre a Ottawa c'è un governo votato dai cittadini a Bruxelles no: una Commissione di nominati sceglierà altri nominati che decideranno sulla vita dei cittadini. I furbi euroburocrati hanno cambiato il nome di questo tribunale (non si chiama più ISDS) ma la sostanza non cambia: giudici, tecnici, avvocati possono mettere in crisi gli Stati nazionali mettendo in discussione le leggi che non piacciono.
Con il TTIP in stallo, grazie alla pressione dell'opinione pubblica europea, le multinazionali stanno raggiungendo il loro obiettivo con un altro strumento, il CETA. Delle 47 mila multinazionali americane presenti in Europa, 41.811 dispongono di una succursale in Canada. Ecco spiegato il trucchetto: con un semplice stratagemma legale, la casa madre statunitense sposta parte della proprietà alla filiale canadese, permettendole di avviare una causa legale con il meccanismo previsto dal trattato CETA. Delle 4.000 grandi corporation americane presenti in Italia ben l'84% sarebbe in grado di usare questo espediente.
La Commissione europea si è comportata come un prestigiatore da quattro soldi: distrae i cittadini con il TTIP (la cui attenzione mediatica è forte) per poi concedere regali alle multinazionali con il CETA (un trattato sconosciuto ai più). Un gioco di prestigio non nuovo per le multinazionali: la Philip Morris ha fatto causa all'Australia utilizzando la sua filiale di Hong Kong e all'Uruguay tramite la sua filiale in Svizzera.
Le multinazionali più agguerrite nel citare in giudizio gli Stati nazionali sono attive prevalentemente nel settore ambientale, nei servizi finanziari, nel campo dell'estrazione petrolifera, sono grandi imprese che fanno affari con sostanze chimiche, prodotti alimentari e tabacco. Tutte industrie che grazie alla clausola ISDS potrebbero compromettere la legislazione europea in materia di tutela dei consumatori, sicurezza alimentare e protezione dagli agenti chimici.
Questo tribunale "interverrà solo in casi di discriminazione, espropriazione, nazionalizzazione o mancato rilascio di una licenza a un'azienda straniera", si difende dalle accuse il Commissario al Commercio Internazionale Cecilia Malmström. Nella sua difesa, però, c'è una clamorosa ammissione di colpa: la Malmström ammette che questo Tribunale interverrà quando uno Stato nazionale vorrà fare marcia indietro nella concessione di un bene pubblico a un privato.
Qualche esempio? Nel 2010 il Comune di Parigi aveva riportato in mano pubblica la gestione della rete idrica della città. L'acqua era ritornata nelle mani pubbliche dopo che per anni era stata gestita da parte di due multinazionali Veolià e Suez. Il risultato era stato un risparmio di 35 milioni di euro l'anno e l'abbassamento dell'8% della bolletta dell'acqua per tutti i parigini. Con questo tribunale in pieni poteri tutto questo sarebbe impossibile! I dubbi dei sindacati britannici della Sanità sono fondati: il meccanismo dell'ISDS, combinato a una clausola di irreversibilità delle privatizzazioni (che forse sarà nel TTIP) renderà impossibile il ritorno in mano pubblica dei servizi privatizzati. I governi eletti dovranno difendere le loro scelte davanti a un Tribunale. E' la morte della democrazia.
VIDEO. La portavoce Tiziana Beghin vi spiega il doppio gioco della Commissione europea che preferisce essere alleata delle multinazionali piuttosto che dei cittadini



lunedì 7 marzo 2016

La truffa dell’olio d’oliva : c’è un problema tunisino

L’apertura al traffico senza dazi per il Nordafrica rischia di alimentare il sistema malavitoso 
Il carico di olio d'oliva arriva dalla Grecia, stipato in container trasportati su grandi navi cargo. Viene portato a Foggia con i camion, miscelato con extravergine italiano locale e poi spedito verso la Toscana. Qui avviene un'altra magia. Grazie alla connivenza di titolari di alcuni frantoi del posto, si simulano false moliture, ovvero si riportano nei documenti processi di spremitura di olive mai arrivate lì, e si trasformano migliaia di tonnellate di olio non tracciato, proveniente dalla Puglia, in extravergine toscano: anzi in Igp toscano. Il gioco è fatto.
In sostanza l'organizzazione criminale che traffica in oro verde trasforma un prodotto di dubbia qualità proveniente dall'estero, che vale meno di 3 euro al kg, prima in un extravergine che alla Borsa Merci di Bari viene venduto a 3,60 euro al kg, poi in un olio pregiato che si acquista alla Borsa Merci di Firenze con 6,20 euro al kg e infine in un extravergine a Indicazione geografica protetta da 7,50 euro al kg: un prodotto di lusso che i consumatori italiani e stranieri comprano sborsando tra i 12 e i 15 euro per ogni bottiglia da 0,75 litri. Un giro d'affari che vale milioni. Più olio straniero circola in Italia, insomma, più aumentano per noi le possibilità di essere truffati. Per questo la notizia che la Commissione europea nei prossimi due anni ha intenzione di far entrare altre 70.000 tonnellate di olio d'oliva tunisino senza dazi, per sostenere il fragile governo del paese nordafricano, non è stata presa bene da nessuno. Nel frattempo, almeno, la "banda dell'olio greco" che spacciava Igp toscano è stata scoperta dagli investigatori del Corpo forestale dello Stato, guidati dal procuratore della Repubblica di Grosseto, Raffaella Capasso. Sono state coinvolte 50 aziende, indagate 47 persone per frode in commercio e contraffazione, realizzate decine di sequestri e perquisizioni tra le province di Firenze, Arezzo, Siena, Grosseto e Foggia. Sul campo 100 Forestali hanno sequestrato 200 tonnellate d'olio e una consistente quantità di materiale informatico, documentazione cartacea, come bolle di trasporto, scontrini, ricevute di cassa, essenziale per ridisegnare il percorso dell'olio taroccato. Come ha spiegato il pm Capasso, per la riuscita delle indagini sono state determinanti intercettazioni e analisi del Dna delle olive, utilizzate anche in un'altra inchiesta a Bari. Il metodo stile "Csi" messo a punto dal Cnr di Perugia, infatti, è l'unico capace di determinare scientificamente specie e varietà della materia prima con cui è stato prodotto l'olio. Ma l'uso di questi strumenti investigativi nella lotta alla contraffazione dell'extravergine non è affatto scontato. A sorpresa, infatti, il ministero delle Politiche agricole e forestali, col placet del ministero della Giustizia e della Conferenza Stato Regioni, alla fine del 2015 ha presentato un decreto legislativo sull'extravergine che pare un regalo per molti truffatori. Nella norma si nasconde un'ambiguità che permetterebbe a chi froda di cavarsela in alcuni casi con una semplice multa, depenalizzando di fatto il reato di contraffazione. La notizia ha scosso l'opinione pubblica anche al di là dell'Oceano, dove persino il New York Times al - l'argomento ha dedicato una pagina dell'edizione domenicale.
Per fortuna una pezza ha cercato di mettercela il nostro Parlamento. Le commissioni congiunte di Agricoltura e Giustizia, sia alla Camera che al Senato, la scorsa settimana hanno votato all'unanimità un parere negativo al decreto sotto accusa, scritto nelle stanze del dipartimento Repressione frodi del ministero dell'Agricoltura, guidato da Stefano Vaccari. Il parere di deputati e senatori non è vincolante, ma ignorarlo sarebbe un clamoroso autogol per il governo. "Abbiamo letto e valutato comma per comma il decreto", ha spiegato al Fatto Quotidiano Colomba Mongello, deputata Pd, vicepresidente della commissione agricoltura e anticontraffazione e autrice della famosa legge "salva olio" del 2013. "In punta di diritto", continua, "abbiamo eliminato tutte le ambiguità del testo con l'aiuto della presidente delle commissione Giustizia Donatella Ferranti, che è un ex magistrato". I parlamentari hanno chiesto anche la reintroduzione della sospensiva fino a sei mesi per gli imprenditori recidivi, ovvero quelli sorpresi una seconda volta a non rispettare le regole, e hanno suggerito di aumentare le sanzioni per chi commette come illecito l'evocazione, cioè chi utilizza simboli che facciano credere al consumatore di comprare olio italiano quando così non è. "Non dobbiamo abbassare la guardia ma potenziare i controlli", aggiunge la Mongello, "Dobbiamo aiutare i produttori onesti e tutelare i consumatori che rischiano di essere ingannati da qualche prestigiatore. E conclude: "Ora ministero dell'Agricoltura e della Giustizia devono cambiare il testo del decreto".
Barbara Cataldi – Il Fatto Quotidiano – 7 marzo 2016 – pag. 22

domenica 6 marzo 2016

Sul ‘Foglio’ - Casaleggio e il controllo delle mail dei parlamentari. Il Pd all’attacco “Spionaggio” M5s, la Camera indaga

Gianroberto Casaleggio
E ora la guerra per le urne si sposta su (presunte) ombre da web. Alla vigilia delle primarie, il Pd sfrutta un pezzo del Foglio e si mette a caccia di Gianroberto Casaleggio, il “guru ” di Internet, sempre più la guida del M5s dopo il passo di fianco di Beppe Grillo. Lo accusa “di spiare i propri parlamentari” tramite posta elettronica, annuncia un’interrogazione parlamentare “sul Watergate grillino”, reclama indagini a Montecitorio. E la presidente della Camera Laura Boldrini ventila un’inchiesta interna. Il M5s risponde tramite il blog. Nega tutto, parla di “fango” elettorale, e (ri)punta il dito contro l’ex 5Stelle Massimo Artini, espulso nel novembre 2014, che a suo tempo gestiva la piattaforma interna dei deputati. Veleni di due anni fa, già emersi sulla stampa. Il Foglio li fa riaffiorare, tramite un altro ex grillino, Tancredi Turco: “A settembre del 2014 venimmo a sapere che la Casaleggio aveva avuto informazioni sui nostri server elettronici, e capimmo che qualcuno da lì poteva accedere alla piattaforma”.
Conviene riavvolgere il nastro, dalla primavera-estate 2014: dalle mail di alcuni parlamentari a 5Stelle sparite chissà come e dalle presunte intrusioni nel sistema interno, parlamentari 5stelle.it , piattaforma che i deputati usavano per indirizzi mail e dati. Autonoma. Dal marzo 2013 al marzo 2014 se ne occupò su delega dei colleghi Artini: informatico, toscano, ex compagno alle Medie di Matteo Renzi. Poi Artini lascia l’incarico. Lui spiega che era un problema di tempo (“Troppo lavoro”), diversi parlamentari dissero e dicono che non erano soddisfatti della gestione (eufemismo). Sta di fatto che la piattaforma passa a informatici esterni. Ma molti parlamentari invocano controlli sulla sicurezza del sistema. E si torna al Foglio: “A settembre il M5s incaricò una ditta torinese fornitrice della Casaleggio di controllare la piattaforma...Il 30 settembre, l’allora capogruppo Paola Carinelli e la responsabile della comunicazione Ilaria Loquenzi consegnarono al tecnico le password del sistema”. Pochi giorni dopo “il tecnico modifica tutti gli accessi, smantella il sistema”. Proteste. Poi arriva a sorpresa una mail dello staff di Milano. Afferma che il sistema non è ripristinabile. E fornisce un dato: “Ad oggi risultano meno di 30 persone che utilizzano la posta o il calendario”. Sarebbe la prova, argomenta Turco, che Casaleggio aveva ricevuto informazioni sui dati dei propri eletti. È la base per una giornata di attacchi del Pd. Con la Boldrini che risponde: “Se confermate le notizie sul controllo della posta elettronica ai danni di deputati costituirebbero un fatto grave. Valuteremo se vi siano i presupposti per attivare le competenze dei nostri organi”. Per il M5s risponde il blog (gestito dalla Casaleggio associati): “La Casaleggio non ha mai avuto accesso a quel server”. E rimanda a un post dell’ottobre 2014: il sistema era compromesso “perché la posta dei deputati era stata copiata su un altro server fuori dal controllo dei parlamentari”. Soprattutto, “il controllo è risultato in carico a utenti creati in modo anonimo che facevano riferimento ad Artini e a persone che a lui potevano far riferimento, non contrattualizzate”. Seguiva consiglio a usare altre mail. Artini, al Fattoreplica: “Il blog mi accusa perché è un espediente semplice. Io ero autorizzato dall’assemblea, il tecnico intervenne per una decisione presa di nascosto”.
Luca De Carolis – Il Fatto Quotidiano – 6 marzo 2016 – pag. 6

venerdì 4 marzo 2016

#5giornia5stelle del 4 Marzo 2016 - #lacasanonsitocca

Il PD è il partito delle banche, e la sua missione è consegnare loro tutti gli averi degli italiani. Così, se siete creditori vi svuotano i conti, se siete debitori vi tolgono la casa. Ma il M5S sa che #lacasanonsitocca, per questo ha combattuto in aula e fuori: il governo deve rimangiarsi l’ennesimo regalo agli istituti finanziari, che ora possono ergersi a giudici e espropriare le case di chi è in difficoltà senza neppure passare per i tribunali. I nostri portavoce sono stati ancora una volta sanzionati dalla Camera, ma non temete: non si fermeranno. 
Al Senato si è approvata la legge sull’omicidio stradale, e il governo è ricorso ancora una volta alla fiducia. Buccarella ci spiega perché abbiamo votato no, e anche quali sono i difetti di un provvedimento che malgrado la propaganda può ridurre le pene della metà. 
Di un altro scandaloso provvedimento si discute a Montecitorio: il sussidio di invalidità inserito nel calcolo dell’Isee. Tutti i portavoce invocano la sentenza del Consiglio di Stato che respinge tale decisione, ricordando che a questo punto lo Stato è fuorilegge. Il M5S presenta anche un emendamento perché la sentenza sia rispettata... ma neanche a dirlo, la maggioranza respinge. Forse ad essere fuorilegge sono abituati.
Da Bruxelles la nostra Isabella Adinolfi, insieme al senatore Sergio Puglia, ricordano il nostro emendamento approvato su RC Auto, per cancellare una buona volta le discriminazione nelle tariffe tra nord e sud Italia. Ora il governo vuole modificarlo per fare come sempre gli interessi delle lobby assicurative. Ci muoveremo in Europa.
Nessuno ne parla ma in Piemonte, come ci ricorda il portavoce in regione Giorgio Bertola, è stato verificato che il PD ha presentato firme false alle scorse elezioni. Questo significa che la giunta Chiamparino è a rischio, e che potrebbero invece avere diritto ad entrare in regione altri 4 consiglieri del MoVimento.
Al Senato, Nicola Morra e Ornella Bertorotta ci presentano un importante incontro avvenuto in settimana. Si è parlato della questione Tibet, con lo scopo di promuovere la conoscenza di ciò che accade in quel Paese.
Passaggio di testimone da Bruxelles a Roma sul caso dell’olio tunisino che la Mogherini propone di importare a migliaia di tonnellate, mettendo in ginocchio l’agricoltura italiana. Ignazio Corrao passa la bottiglia di olio italiano, che ha mostrato a tutto il Parlamento europeo, a Mattia Fantinati che la porta in aula alla Camera. Non smetteremo di combattere per difendere la qualità del Made in Italy e il lavoro dei nostri agricoltori.
Si avvicina il momento del canone Rai in bolletta. In aula a Montecitorio i portavoce M5S denunciano l’operazione con cui il governo dirotterà i proventi del canone per finanziare i giornali, e tenere sempre più sotto controllo l’informazione.
Infine, spettacolo indecoroso alla Regione Puglia. Ascoltate come gli emendamenti del M5S vengano giudicati inammissibili... ma senza neppure sapere perché!








NOTRIV: VADEMECUM - Il senatore M5s Petrocelli: ”I territori hanno gli strumenti legislativi per fare resistenza” Così i Comuni possono respingere i pozzi

L’azienda chiede i permessi per scavare? Si possono prevedere modifiche al piano regolatore e ritardare i lavori
Se un sindaco vuole opporsi alle trivelle ha i mezzi per farlo. Ma deve conoscerli, e deve resistere alla tentazione delle royalty: soldi che fanno vincere una campagna elettorale o con cui si può sistemare un bilancio”. Il senatore dei Cinque Stelle Vito Petrocelli, lucano, conosce numeri e storia dei pozzi petroliferi della Basilicata, nota anche come il “Texas italiano” per quel greggio che ha nelle viscere.
È soprattutto lì , nelle decine di Comuni lucani che ospitano pozzi petroliferi, che si gioca la partita delle trivelle su terraferma: milioni in cambio di territorio, più rogne eventuali. I colossi petroliferi offrono denaro, royalty. Per estrarre, sopra le 20mila tonnellate all’anno (fino a questo limite non versano nulla) le imprese pagano il 7 per cento del valore di ogni barile a Stato, Regioni e ed enti locali, più un tre cento per un fondo di riduzione del prezzo dei carburanti (ma al Sud l’85 per cento va direttamente alle Regioni). Il prezzo del petrolio continua a crollare, però sono comunque milioni di euro. Eppure c’è chi dice no, tra i sindaci. E c’è chi vuole aiutarli a dire no, come Petrocelli. Che esorta a difendersi in punta di norma, sfruttando permessi e rischi idrogeologici. Prima però elenca i (possibili) guai da petrolio: “Gli amministratori locali lo negano, ma negli ultimi venti anni in Basilicata l’incidenza di molti tumori è stata doppia rispetto alla media nazionale: lo dicono i dati dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano”. Poi c’è l’acqua: “Le estrazioni petrolifere rischiano di intaccare le nostre risorse idriche potabili, che servono tre milioni di persone”. E soprattutto c’è la politica del futuro: “Le ri sorse fossili sono limitate, soprattutto in Italia, ed è antistorico sovra sfruttarle. L’Europa ci impone di produrre il 35 per cento dell’energia da fonti rinnovabili entro il 2030, e invece il governo con il decreto Sblocca Italia spalanca le porte alle trivelle, puntando sui ricavi. Ma il prezzo non vale la candela”. E allora? “Bisogna opporsi”. Certo, lo Sblocca Italia ha semplificato la vita ai colossi petroliferi. Se le Regioni fanno storie per concedere i permessi per estrarre, il Ministero per lo Sviluppo economico può avocare a se tutto e dare il via libera. Ma dai Comuni bisogna pur sempre passare.
Ed ecco la prima trincea di Petrocelli: “Le aziende devono chiedere i permessi al Comune perché devono costruire: dalle piattaforme su cui innestare i pozzi, dai piazzali per le apparecchiature, fino alla creazione di strade. E l’amministrazione può rispondere cambiando destinazione d’uso all’area del pozzo. Per esempio, può decidere di farvi un parco pubblico, modificando il piano regolatore. Perché la modifica sia accettata però deve mandare apposita richiesta alla Regione: e nell’attesa i lavori per il pozzo non partono”. Ma non è uno scaricabarile? “No, è una chiamata alla responsabilità. E comunque consente di rallentare tutto, anche per lungo tempo”. Poi c’è la via dei rischi idrogeologici: “Tutte le autorità di bacino, enti interregionali che vigilano sulle area interessate da uno o più fiumi, stilano tabelle con i rischi. Si va dal livello di pericolo R1, il più alto, a R4. Nelle aree classificate come R1, per capirci, non si può costruire nulla”. E quindi? “Se parte di un Comune sorge nei pressi di una zona a rischio, magari per movimenti franosi, l’amministrazione può chiedere che l’area pericolosa venga estesa al proprio territorio. Anche in questo caso deve mandare apposita richiesta in Regione”. Qualcuno ci ha provato? “Certo. Lo hanno fatto a Viggiano (Potenza), in Val d’Agri, il più grande giacimento di petrolio su terraferma d’Euro - pa. E i lavori sono stati ritardati di tre a nn i ”. Norme per rallentare, ostacoli per tem poreg giare. Ma il nodo alla fine è sempre quello: “I soldi ormai sono pochi, e arrivano a medio termine. Ma a Regioni e sindaci fanno gola. È il prezzo per il nostro territorio”. A norma di legge, come i mezzi per resistere.
Luca De Carolis – Il Fatto Quotidiano – 4 Marzo 2016 – pag. 9


NOTRIV - IL RAPPORTO DI GREENPEACE I dati forniti dal ministero dell’Ambiente confermano le emissioni - Attorno alle piattaforme, i livelli di mercurio superano il limite di legge nell’86 per cento dei casi “Le trivelle avvelenano il mare”

Cozze rivelatrici “L’Ispra effettua analisi su acqua e molluschi, ma è anche il vigilante pubblico su temi ambientali”
Il 17 aprile si avvicina e così anche il referendum sulle trivelle con il quale gli italiani saranno chiamati a esprimersi sulla durata dei giacimenti petroliferi già in sfruttamento. Intanto, ognuno gioca le sue carte: il comitato ‘pro trivelle’ si è delineato da pochi giorni, sotto la spinta dell’azienda di lobbying Reti di Claudio Velardi e guidato da Gianfranco Borghini, nuclearista, politico di lunga data, ex presidente della Gepi. Se il loro obiettivo è “sfatare, dati alla mano, tutte le bugie di chi nella Penisola si oppone strumentalmente alle trivellazioni”, la risposta “dati alla mano” del fronte NO TRIV è già arrivata.
È luglio quando Greenpeace, con un’istanza pubblica di accesso agli atti, chiede al ministero dell’Ambiente di ricevere i dati sui monitoraggi delle piattaforme offshore per l’estrazione di gas e petrolio. Secondo quanto scritto sul sito del ministero dello Sviluppo economico, le strutture attive sono circa 130, ma all’associazione vengono consegnati i numeri di sole trenta piattaforme. Anzi, 34: tutte di proprietà dell’Eni e relative all’estrazione del gas nel triennio 2012-2014. Il motivo è ipotizzabile: “Assenza di ogni tipo di controllo per le altre o il fatto che il ministero abbia deciso di non consegnare tutto il materiale”, scrivono gli ambientalisti. A voler essere ottimisti, che siano le uniche a scaricare le acque di produzione (quelle estratte dai pozzi e quelle usate per aumentare la pressione) in mare e quindi costrette a fare i monitoraggi. I rilievi sono stati realizzati dall’Ispra, l’Istituto superiore per la ricerca ambientale che è pubblico ed è sotto la vigilanza del ministero di Galletti. La committenza, invece, è dell’Eni, l’affidamento avvenuto tramite un’apposita convenzione. L’Ispra, però, è anche l’istituto incaricato di valutare le relazioni ambientali presentate al ministero: un controllore che controlla se stesso? A quanto pare sì: da statuto, infatti, può eseguire analisi per conto di privati. Collaboratrici fondamentali, ai fini dell’analisi, sono state le cozze, bio-accumulatori per eccellenza. Il prelievo dei campioni d’acqua, infatti, per l’eccessiva diluizione possono raramente fornire dati precisi mentre i sedimenti e questi molluschi, tecnicamente definiti “mitili”, riescono a dare un quadro chiaro della contaminazione attorno alle piattaforme e in relazione agli organismi viventi. Nel 2012, ad esempio, il 76 per cento dei campioni analizzati ha presentato livelli di contaminazione superiori ai limiti previsti dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Nel 2013 era il 73,5 per cento, nel 2014 il 79. E anche se non sempre le stesse piattaforme sono fuori ripetutamente fuori norma, la percentuale di contaminazione ambientale è “costantemente elevata”.
Il dato di riferimento ha una sigla, SQA, che sta per Standard di Qualità Ambientale. Dalle misurazioni è emerso che nell’86 per cento dei campioni analizzati tra il 2012 e il 2014, il limite di concentrazione del mercurio era superiore a quanto previsto dagli standard di qualità. Per gli altri metalli, invece, non esiste un limite normativo. Così, per misurare, il confronto è stato fatto con la media stagionale delle acque lontane dalle piattaforme e con i dati presenti nella letteratura scientifica specializzata, quella utilizzata anche dall’Ispra per le sue relazioni annuali. Il risultato? L’82 per cento dei mitili presentava livelli di cadmio superiori a quelli del campione di riferimento. Stessa cosa per il selenio (77 per cento) e zinco (63 per cento). “Si tratta di metalli abitualmente associati alle principali attività di estrazione offshore - spiega Greenpeace - derivanti dalla corrosione degli anodi sacrificali in prossimità delle piattaforme per proteggerle dalla corrosione”. Il rischio è che risalgano la catena alimentare e arrivino all’uomo, spiegano gli ambientalisti. Anche perché è impensabile che una piattaforma di centinaia di metri quadrati in mezzo al mare non abbia alcun impatto sull’ambiente contiguo. Se poi estrae idrocarburi, le probabilità sono ancora più ridotte.
Virginia Della Sala – Il Fatto Quotidiano – 4 Marzo 2016 – pag. 9

Parla la candidata M5S per ll Campidoglio: "Sì agli stadi di Roma e Lazio senza speculazioni"

Candidata Sindaco di Roma
Virginia Raggi (M5S)
Parla Virginia Raggi: "Se vinco niente Olimpiadi Prima va risistemata Roma"
Non perde tempo a disegnare scenari politici, chiede ai romani di avere il coraggio di cambiare una volta per tutte, di lasciarsi alle spalle Mafia Capitale e una gestione dell'amministrazione che ha portato la città eterna ad accumulare un debito spaventoso e a pagare le tasse più alte d'Italia. Virginia Raggi, la candidata sindaco di Roma del MoVimento 5 Stelle, è determinata. Critica gli altri partiti, si sofferma su trasporti, rifiuti, società comunali, boccia le Olimpiadi e assicura: «Faremo tutto quello che diciamo». E se qualcuno (ultimo Marco Lillo del «Fatto quotidiano») l’attacca per aver svolto, tredici anni fa, la pratica forense nello studio Previti senza averlo dichiarato nel suo curriculum, lei ribatte: «Accuse strumentali». E guarda avanti.
Onorevole Raggi, pochi giorni fa gli iscritti romani al MoVimento 5 Stelle l'hanno scelta come candidata sindaco. Se l'aspettava?
«No. Non nego che ci speravo ma ho sempre saputo di competere con colleghi molto preparati».
Perché gli attivisti hanno scelto lei?
«Credo per le mie competenze. Forse hanno anche voluto fare una scelta coraggiosa e votare una donna».
A proposito, ma è vero, come ha sostenuto Rondolino dell’Unità, che prima delle «comunarie» lei e alcuni suoi colleghi avete fatto un provino alla Casaleggio e Associati?
«Un provino? Ma quale provino! Non è vero. Abbiamo fatto soltanto i video che sono stati pubblicati su internet».
I primi sondaggi le danno percentuali molto alte. Crede davvero che la maggioranza dei romani voterà per il MoVimento 5 Stelle?
«Spero che, come dice spesso il deputato Di Battista, i romani abbiano voglia di cambiare. Noi siamo trasparenti e abbiamo un programma di rottura rispetto agli altri. Se poi i cittadini preferissero continuare sulla strada degli ultimi anni, allora votino pure i soliti ma non si lamentino più».
Non la spaventa dover fronteggiare un debito di 13 miliardi?
«No, sono determinata. Peraltro a quanto ci risulta il debito del Campidoglio potrebbe anche arrivare a 16 miliardi. Un buco di bilancio spaventoso che pagheremo noi romani caricandoci una spesa di 200 milioni all'anno fino al 2040. Io e gli altri ex consiglieri comunali del M5S abbiamo chiesto di poter accedere a tutte le carte per verificare i contratti sottoscritti con le banche e la presenza di derivati ma non ce l'hanno mai permesso. Presto faremo chiarezza».
Le prime tre cose di cui si occuperebbe se diventasse sindaco?
«Quelle che ci hanno indicato i romani stessi: la trasparenza, che dopo Mafia Capitale è una priorità, i trasporti, visto che Roma è la tredicesima città del mondo, la quinta in Europa e la prima in Italia per traffico, e la gestione dei rifiuti, che da scarti possono diventare una risorsa».
È appassionata di bicicletta, se fosse sindaco andrebbe in giro anche lei con una mountain bike come Ignazio Marino?
«Sì, se ci saranno delle piste ciclabili sicure. Non si può andare in bici nel traffico, come accade ora».
Vorrebbe le Olimpiadi a Roma?
«Le Olimpiadi sono un regalo economico a una città che spesso viene usato per costruire grandi opere che restano incompiute o, più in generale, come una grande mangiatoia. Io sono contraria, penso che prima vada risistemata la città. Bisogna concentrarsi sull'ordinario. In ogni caso informeremo i cittadini dei costi e dei rischi delle Olimpiadi».
E lo stadio della Roma lo costruirebbe?
«Non sono contraria, a patto che non diventi una speculazione edilizia».
Pensa a uno stadio anche per la Lazio?
«Perché no?».
È vero che lei è tifosissima della Lazio?
«Mio marito lo è, io simpatizzo, non mi intendo di calcio».
Teme gli altri candidati a sindaco di Roma?
«No, sono i terminali dei soliti partiti, quelli che hanno portato questa città al disastro. E se c'è qualche faccia nuova, negli ultimi anni non l'abbiamo mai vista in Consiglio comunale. Mi riferisco a Marchini».
Eppure sia Bertolaso sia Giachetti hanno avuto parole di stima nei suoi confronti. A lei non piace nessuno?
«No. Come cittadina sono stanca di essere presa in giro da persone che continuerebbero ad amministrare come è stato fatto finora. Fanno parte di quella vecchia politica che non ha risolto un problema, anzi ne ha creati di nuovi».
Pensa di poter approfittare delle divisioni del centrodestra?
«Il M5S non deve catturare voti, noi siamo cittadini che vogliono cambiare la città coinvolgendo tutti i romani».
Ma i cittadini faranno questo "salto nel buio", come direbbe Grillo, o sceglieranno, come direbbe sempre lui, "un suicidio assistito" votando i partiti tradizionali?
«Votarci non è un salto nel buio. Ora è evidente che quello che diciamo lo facciamo: ci siamo tagliati gli stipendi, non abbiamo accettato i rimborsi elettorali, abbiamo creato un fondo per il credito alle imprese. Mi auguro che i cittadini apprezzino la nostra coerenza».
Teme che la penalizzerà, magari nel suo stesso elettorato, l'aver svolto la pratica forense nello studio Previti e non averlo inserito nel suo curriculum?
«Sono accuse strumentali. Noi siamo per il culto della legalità. Ho già detto che nello studio Previti, dove mi portò il docente con cui mi sono laureata, ho fatto soltanto la pratica, i giri di cancelleria, poi sono andata via. E gli avvocati di solito non inseriscono nel curriculum il luogo dove hanno svolto la pratica. Peraltro mi attacca il Pd che ha riesumato Berlusconi e con lui ha voluto riscrivere la Costituzione! C'è una bella canzone di De André che dice "loro possono anche sentirsi assolti ma sono sempre coinvolti". Credo che i cittadini abbiano capito chi sta lavorando con quelli che rappresentano la parte peggiore della società, e non sono io».
Torniamo al Campidoglio. Il sindaco Raggi che farebbe delle società comunali?
«Sono state il bancomat della politica, noi le metteremmo in ordine».
Tempo fa Grillo disse delle frasi che fecero temere ad alcuni dipendenti comunali di poter perdere il posto. È così?
«Vogliamo far ripartire la macchina amministrativa, puntando sui dipendenti validi, alcuni dei quali sono stati messi ai margini negli ultimi anni perché non avrebbero mai accettato di coprire il malaffare».

M5S - La Raggi a rapporto da Casaleggio. Ipotesi di nuove espulsioni

La candidata Sindaco M5S a Roma
Virginia Raggi
Un Summit di ore, per conoscere meglio la candidata per il Campidoglio. E per ribadire che a guidare le operazioni anche nella Capitale è sempre lui, il “guru”. Ieri Virginia Raggi, candidata sindaco del M5s a Roma, è stata ricevuta a Milano da Gianroberto Casaleggio, assieme alla deputata romana Roberta Lombardi e ai responsabili della comunicazione Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi. “È la prima volta che ho visto Casaleggio, abbiamo parlato del programma, molto di Roma”, ha detto al Corriere della Sera la Raggi. Nel corso dell’incontro il co-fondatore dei 5Stelle le ha dato anche consigli sulla comunicazione, invitandola a insistere sul suo profilo di candidata moderata. Ma l’ha vista anche per farle sentire che la casa madre di Milano osserva da vicino la partita romana. Un messaggio anche per i parlamentari capitolini, con cui sta avendo incontri riservati per capire l’andamento della campagna e gli umori interni. Intanto sembrano imminenti due nuove espulsioni a Roma, per due candidati nella lista dei 48 passati dalle Comunarie. Uno degli aspiranti consiglieri, in particolare, pagherebbe una candidatura in passato con un altro partito. Mentre un altro non avrebbe rispettato la linea del M5s.
Il Fatto Quotidiano – 4 Marzo 2016 – pag. 6

giovedì 3 marzo 2016

Renzi cede ai francesi pure il mare dell'isola di Capraia

"Sono state cedute porzioni di superficie marina per 339,9 kmq e acquisite per 23,85 kmq con una diminuzione di 316,05 kmq"
Non bastava il mare della Sardegna. Il governo Renzi ha ceduto alla Francia anche il mare toscano, precisamente quello davanti all'isola di Capraia.
"Sono state cedute porzioni di superficie marina per 339,9 kmq e acquisite per 23,85 kmq con una diminuzione di 316,05 kmq". Lo ha dichiarato l'assessore regionale all'Agricoltura Marco Remaschi, con delega alle politiche per il mare, rispondendo nell'aula del Consiglio regionale della Toscana a un'interrogazione di Claudio Borghi (Lega Nord) sull'accordo Italia-Francia per la cessione a quest'ultima, da parte del governo, di acque territoriali italiane, a largo delle isole dell'arcipelago toscano.
Remaschi ha precisato che la superficie marina ceduta è davanti alle coste toscane, all'isola di Capraia, mentre quella acquistata si trova davanti alle isole d'Elba e di Pianosa. "Le risorse contenute nel tratto di mare interessato (Santuario per i mammiferi marini) sono di altissimo pregio naturalistico. L'accordo Italia Francia sembra penalizzi in maniera rilevante il settore della pesca professionale marittima".
Remaschi ha aggiunto che "la Regione Toscana non è mai stata messa a conoscenza dell'accordo firmato, ma ancora non ratificato, e che tale materia è di esclusiva competenza statale". Remaschi ha fatto presente di aver chiesto un incontro urgente al ministro degli Affari esteri Paolo Gentiloni per fare chiarezza.

L’Italia invia elicotteri da guerra in Iraq

Un elicottero d'attacco A129 Mangusta
L’Italia invierà otto elicotteri e 130 militari in Iraq a sostegno dello sforzo internazionale contro lo Stato islamico. Nello specifico, il rischieramento italiano sarà composto da quattro elicotteri d’attacco AgustaWestland A129 Mangusta e quattro elicotteri da trasporto NH90. Saranno rischierati ad Erbil, nel nord dell’Iraq. Il contingente italiano che svolgerà compiti Combat-Sar (Ricerca e Salvataggio) giungerà in Iraq nel giro di pochi giorni.
Le attività di volo saranno garantite dal 5° e 7 ° reggimento dell’aviazione dell’Esercito, mentre sarà schierato anche un plotone del 66º Reggimento fanteria aeromobile “Trieste”. Questo pacchetto C-SAR è simile nella struttura a quello che l’Italia ha rischierato a Herat, in Afghanistan. Di fatto, i Mangusta italiani saranno gli unici elicotteri da attacco presenti in Iraq oltre agli AH-64 Apache americani.
“Accogliamo con favore gli elicotteri italiani – ha commentato il capo di stato maggiore del Governo Regionale del Kurdistan Jabar Yawar – eravamo già consapevoli che l’Italia avrebbe schierato elicotteri d’attacco a Erbil”.
Appare evidente che, almeno nelle prime fasi, il principale ruolo dei Mangusta italiani sarà quello di garantire copertura aerea ai militari che, a breve, saranno dislocati a protezione dei lavori di consolidamento della Diga di Mosul, a circa 130 km a nord ovest di Erbil. Un collasso della struttura, secondo gli Stati Uniti, potrebbe provocare fino a 500 mila vittime. I lavori di consolidamento sono stati affidati alla ditta Trevi. Il costo complessivo degli interventi è di 273 milioni di euro. I lavori dureranno 18 mesi. Sarebbe corretto rilevare, infine, che il ruolo tattico dei Mangusta potrebbe essere messo al servizio della Coalizione per operazioni di ricerca e salvataggio in territorio ostile.
Franco Iacch – IlGiornale Online – 2 marzo 2016

Espropri, norme volute anche da Abi Il Pd: le cambiamo

Il "posto di blocco" effettuato dal M5S davanti
all'aula della commissione finanze
#LACASANONSITOCCA - Il parere della Camera slitta per una protesta M5S. Le banche: “Noi non c’entriamo”. Ma in audizione chiesero i pignoramenti veloci
Antonio Patuelli, che è presidente dell’Associazione bancaria italiana, è tranquillo come una Pasqua: “Non c’è il rischio di avere la casa pignorata: ho studiato il documento del governo, che recepisce una direttiva Ue, e non riguarda fatti passati ma una possibilità per il futuro. È una cosa lasciata alla libera contrattazione tra famiglie e istituti bancari e non riguarda il passato e i crediti deteriorati”. Comunque, la norma “non è stata richiesta dall’Abi”.
Il rassicurante Patuelli si riferisce all’ormai famigerato atto del governo 256, che recepisce una direttiva sui mutui del 2014, e che ormai viene sconfessato persino da governo e maggioranza, che promettono cambiamenti radicali. Tra le altre cose, il testo sancisce che - se la casa è indicata nel contratto - la banca entrerà direttamente in possesso dell’immobile posto a garanzia del mutuo del debitore inadempiente. Tradotto dal groviglio di norme vecchie e nuove funzionerà così: se uno non paga 7 rate, anche non consecutive, la banca si prende la casa e può rivenderla senza passare dal giudice (ora è obbligatorio). L’eccedenza, se il prezzo di vendita è superiore al mutuo residuo, va al debitore, il quale però deve pagare se l’immobile non copre l’intera cifra. Questa possibilità - al contrario di quel che pensa Patuelli - esisterà anche per i contratti in essere, previo accordo tra le parti “successivamente alla stipula”. Ovviamente, per farlo serve il consenso anche del mutuatario: persino i tecnici del Senato però, commentando la norma, parlano di un “creditore oggettivamente più forte” e del rischio di un “risultato coercitivo” finale. Perché stiamo introducendo questa norma? La ratio - com’è scritto nella relazione illustrativa - è velocizzare il processo di “escussione delle garanzie” (prendersi la casa) se un mutuatario non paga. Dev’essere importante visto che il testo è stato scritto con la collaborazione di Banca d’Italia, Ivass e Consob: quartetto che così bella prova di sé ha dato in autunno, scrivendo i decreti per introdurre in Italia il bail in sulle crisi bancarie di cui oggi tutti chiedono la sospensione. Alla compagnia della “moratoria” sul bail in partecipa anche l’Abi, che pure aveva inviato a Bruxelles position paper non certo contrari. Ora Pautelli ci dice che la norma sui mutui “non è stata richiesta dall’Abi”. Sarà, ma l’audizione alla Camera del suo direttore generale, Giovanni Sabatini, lascia pensare che un certo interesse alla cosa lo avessero anche gli istituti di credito. Abi, il 29 febbraio, si presentò per parlare del “decreto banche”: quello che riforma le Bcc e disegna la disciplina per cartolarizzare le sofferenze (crediti inesigibili) con garanzia pubblica. Sabatini, tra le altre cose, si complimenta col governo per lo sconto fiscale sulle aste: chi compra un immobile ora, invece di pagare il 9% del valore, verserà 200 euro e sarà a posto così. Alla fine il dg dell’Associazione bancaria passò agli “altri possibili interventi normativi”: sarebbero utili, disse, quelli per “rendere più celere, efficace ed efficiente il recupero del credito”. E come? Facile: intervenendo su “procedure concorsuali” e “esecuzioni individuali ed escussione delle garanzie passibili” (che poi sono l’esproprio e la rivendita degli immobili di chi non riesce a pagare). “Un intervento tempestivo e mirato alla velocizzazione del recupero dei crediti sarebbe di primaria importanza”, è il seguito, proprio per “ridurre la distanza tra valori di bilancio e quotazioni offerte dal mercato”(tradotto: se non fate così, vendere le sofferenze ci causerà immani perdite di bilancio).
Il testo del governo, presentato il 21 gennaio, finora non aveva sollevato particolari proteste: ieri, però, è finito al centro della vita parlamentare. I deputati del M5S, oltre a sollevare cartelli nell’aula della Camera (tre espulsi), hanno persino impedito ai colleghi l’accesso alla commissione Finanze: il parere sulle nuove norme è dunque slittato di una settimana. Pure il Pd e il governo, però, ci hanno ripensato e ora promettono modifiche sostanziali (pur stupendosi della “gazzarra” delle opposizioni): intanto la maggioranza chiederà che la vendita estingua il debito in ogni caso; che la procedura di esproprio senza giudice valga solo per i nuovi mutui; che il perito che valuta la casa sia scelto dal Tribunale; che l’inadempienza scatti per inadempienze superiori alle 7 rate e per “congrue quote di mutuo”. Ora resta da capire se il governo vorrà e potrà modificare il testo come gli chiede anche il Pd: il ministro Padoan, infatti, a Bruxelles non ha sollevato obiezioni sulla direttiva. Qualche motivo l’avrebbe avuto: i pignoramenti - ci ricorda l’Adusbef - sono aumentati del 161% dal 2006 al 2014. Renderli più facili forse è troppo.
Marco Palombi – Il Fatto Quotidiano – 3/2/2016, pag. 4

mercoledì 2 marzo 2016

OGGI IL VOTO SULLA TASSA RAI - Di Battista (M5S): “Insegnerò a non pagare il canone”

Alessandro Di Battista
Attesa per oggi in prima lettura alla Camera del deputati l’approvazione in prima lettura del ddl sul nuovo fondo per l’editoria. Il provvedimento prevede anche che tra le fonti di finanziamento ci siano anche un contributo di solidarietà da parte delle concessionarie pubblicitarie e anche 100 milioni di euro provenienti da eventuali maggiori entrate del canone Rai in bolletta. Escluse da un emendamento della commissione i proventi delle multe Agcom. Ieri il dibattito in aula ha registrato la dura opposizione del Movimento Cinque Stelle. Alessandro Di Battista ha posto ancora una volta il problema dell’assenza di pluralismo nella tv di Stato: “Perché noi dobbiamo pagare voi per mentirci? - ha detto - Io non ho il televisore e non pagherò il canone, dirò anche ai cittadini come fare per non pagarlo”. La protesta di Di Battista è, secondo Sergio Boccadutri (Pd), “doppiamente ridicola”: “Perché viene dalle aule parlamentari - spiega - e perché a sollevarla è uno che stasera (ieri per chi legge, ndr) sarà ospite a Ballarò senza contraddittorio”. I Cinque Stelle insistono anche sulla delega data al governo affinché individui la platea di beneficiari dei contributi.
Il Fatto Quotidiano – 2/3/2016 – pag. 11